Ogni anno la benzina ci costa rincari per 1 miliardo di euro

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di Francesco Borgonovo – La Verità

Come spesso accade, siamo i migliori carnefici di noi stessi. Ieri, con abile mossa propagandistica, Padoan e il direttore dell’Agenzia delle entrate, Rossella Orlandi, hanno tenuto una conferenza stampa per dire che grazie alla «lotta all’evasione› nel 2016 sono stati recuperati 19 miliardi. Probabilmente, viene da dire, sarebbero stati anche di più se con le grandi multinazionali della tecnologia si fosse tenuto un atteggiamento diverso, invece di regalare sconti agli amici potenti. Ma tant’è. Quello dell’anno passato, per l’erario, è stato «un gettito record», poiché sono stati incassati «oltre 450 miliardi secondo le prime stime, rispetto ai 436 miliardi del 2015 e ai 419 del 2014». Viene un po’ difficile credere che le tasse non siano aumentate, visto che sono entrati più soldi in cassa (la lotta all’evasione, da sola, non basta a spiegare il dato reso noto ieri). Insomma,quando si parla di tasse non c’è molto da fidarsi delle dichiarazioni che arrivano dall’alto e il motivo è semplice: non passa anno senza che il costo del carburante aumenti a causa di nuove gabelle.

Non è solo colpa dell’Europa, ovviamente. I politici italiani agiscono cosi da sempre: quando non sanno dove prendere denaro, corrono ad aumentare le accise. Le tabelle realizzate dal centro studi ImpresaLavoro mostrano i vari aumenti (ben 17) messi in atto nel corso dei decenni, a partire da quello, ormai famigerato, utile a finanziare la guerra d’Etiopia del 1935-1936. Le motivazioni sono le più diverse: dalla crisi di Suez del 1956 al disastro del Vajont del 1963, fino all’acquisto di autobus ecologici (2005) e sostegno ai terremotati dell’Emilia (2012). Ma al di là delle curiosità storiche, nello studio dell’associazione presieduta dall’imprenditore Massimo Blasoni ci sono parecchi altri dati. Numeri che fanno arrabbiare, poiché danno la misura di quanto incida sulle nostre esistenze questo Stato ormai ridotto a invadente moloch burocratico.

«Il gettito per accise nel nostro Paese è aumentato di 5 miliardi tra il 2011 e il 2016», scrivono i ricercatori di ImpresaLavoro. «Una vera e propria stangata nascosta tra i consumi di famiglie e cittadini. Le accise su prodotti energetici, loro derivati e prodotti analoghi garantivano alle casse dello Stato 20,4 miliardi nel 2011. Gli aumenti successivi hanno fatto crescere questa cifra del 24,7% in soli 5 anni portando il gettito del 2016 a poco più di 25 miliardi di euro, una cifra sostanzialmente stabile negli ultimi anni (25,6 miliardi nel 2015; 26,2 miliardi nel 2014; 24,5 miliardi nel 2013)». E come se non bastassero i 5 miliardi in più prelevati ai contribuenti nell’ultimo quinquennio, ora si pensa ad altri aumenti. Tutto questo fa ancora più infuriare quando si va a paragonare la situazione italiana a quella degli altri Paesi. Già oggi (dunque senza ulteriori possibili rincari) il prezzo de nostra benzina è il terzo più caro del Vecchio Continente.

«Con 1,5437 euro al litro», dice ImpresaLavoro, «il costo del nostro carburante è del 11,52% più alto di quello della media europea: il pieno in Italia costa il 9,27% in più rispetto alla Francia e il 10,50% in più rispetto alla Germania». A precederci in cima alla classifica dei prezzi ci sono soltanto l’Olanda (1,572 euro al litro) e la Grecia (1,546 euro). Sul costo finale, l’incidenza delle tasse e delle accise è micidiale: nel nostro Paese lo Stato influisce per il 65,22% del prezzo finale contro il 62,34% della media europea e il 54,45% della Spagna, il 62,82% della Germania e il 63,34% della Francia. Non stupisce che altri Paesi più ricchi paghino meno il carburante, visto che noi continuiamo a versare denari per emergenze già ampiamente concluse (nella realtà, perché nella mente confusa dei burocrati sono ancora in atto).

«Il ricorso all’aumento delle accise sui carburanti», commenta Massimo Blasoni, «è un sempreverde italiano. Non c’è governo o ministro dell’Economia che non sia ricorso a questo espediente per fare cassa. Un prelievo straordinario e giustificato spesso da emergenze contingenti che finisce per trasformarsi in una tassa perenne, silenziosa e per questo meno dibattuta ma che incide sui bilanci delle famiglie italiane indipendentemente dal loro reddito e, quindi, con poca equità». Difficile dargli torto. Tanto più che il discorso degli aumenti non vale soltanto per la benzina, ma pure per il diesel. Da noi costa il 12,06% in più rispetto alla media europea; il 10,59% rispetto alla Francia, addirittura il 17,07% rispetto alla Germania. Solo in Svezia e nel Regno Unito (per motivi diversi) il diesel costa di più: di nuovo, siamo sul podio dei peggiori del continente, almeno per quanto riguarda il costo del carburante.

È interessante notare, poi quale sia l’incidenza delle tasse sul prezzo finale del diesel, perché in questo frangente diamo veramente il meglio. Le tasse pesano sul costo finale per il 62,28%, e peggio di noi riesce a fare solo la Gran Bretagna. Siamo al terzo posto fra i Paesi con il diesel più costoso, ma al secondo per maggior numero di tasse. Veramente un bel record, un risultato di cui essere estremamente fieri. I nostri vicini austriaci, per dire, pagano il diesel il 24,48% in meno rispetto a noi. Per non parlare della benzina, che in Austria costa il 30,6% in meno rispetto all’Italia (gli sloveni si devono accontentare: pagano il pieno «solo» il 18,97% in meno di noi se si tratta di benzina; il 17,4.2% nel caso del diesel). Che Padoan decida o meno di aumentare il prelievo, il quadro della situazione è piuttosto cupo. Paghiamo ancora la guerra in Libano del 1983 e la missione in Bosnia del 1996. Altri spiccioli da destinare a Bruxelles sarebbero solo l’ultima delle fregature.