Assunzioni e autopromozioni, così la scuola si boccia da sola

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Davide Giacalone – Libero

Due torti non fanno un’istituzione. Quelli che fischiano e scioperano contro la riforma, perché ci vedono la fine della scuola pubblica e l’avvento della spietata meritocrazia, dovrebbero dirci a quali allucinogeni testi fanno riferimento. Inoltre scioperano nel giorno in cui si sarebbero dovuti fare i test per valutare la preparazione degli studenti e protestano perché sono stati spostati per non essere cancellati, a dimostrazione che la scuola è l’ultimo dei loro pensieri.

I governanti che millantano come investimento per l’istruzione l’assunzione ope legis di personale docente, preso dalle pozze stantie e stagnanti delle graduatorie, quindi incorporando in via definitiva quel che non ha portato alcun beneficio neanche in via provvisoria, dovrebbero dirci se pensano di prendere in giro gli altri o se stessi. Pensare che per cambiare la scuola si debba partire con l’assunzione in via permanente di quelli che ci sono già stati e ci stanno, così confermando il passato e zavorrando il futuro, è un totale non senso. Né il governo può nascondersi dietro la sentenza della Corte di giustizia europea, che, dicono, impone quelle assunzioni. Non è vero: la Corte ha evidenziato un danno in capo a chi è stato imbrogliato con le graduatorie; si tratta di risarcire il danno, non d’imbrogliare tutti gli altri. È un tema sul quale ci siamo soffermati diverse volte, né ci sono novità: aumentando la spesa corrente si fa il verso al clientelismo di sempre, altro che cambiarlo.

Occupiamoci di un punto nuovo, rivelatore: il ministero dell’istruzione ha messo in rete un sito per l’autovalutazione delle scuole. È un tema fondamentale, che s’appresta a divenir burletta. In pratica si tratta della versione digitale del celeberrimo quesito: oste, è buono il vino? Ciascun preside si connette e compila il modulo, articolato in 49 indicatori e quesiti. Nessuno potrà chiedergli conto delle risposte che avrà dato, neanche nel caso in cui il vino fosse aceto. Al termine di questa profittevole applicazione, potrà confrontare i propri risultati con quelli che i suoi colleghi hanno inserito, con pari senso della realtà. Utilissimo.

Dice il sottosegretario, Davide Faraone: «Non stiamo mettendo voti né abbiamo creato un sistema per classificare le scuole». Peccato, perché è esattamente quel che si dovrebbe fare. E quelle informazioni dovrebbero essere messe a disposizione delle famiglie, in modo che possano scegliere a ragion ve­duta la scuola cui indirizzare i propri figli e i propri soldi. Certo, anche i soldi, perché la scuola si paga anche quando è pubblica ed è bene che sia il pagatore, non il pianificatore burocratico, a scegliere. Ma non si può fare, perché il personale dipendente è contrario. Non vogliono essere valutati. Il governo dovrebbe rispondere: valutati o licenziati, prego, scegliere. Un docente orgoglioso del proprio lavoro non teme la valutazione, la anela. E vuole che da quella dipenda lo stipendio. Ma sindacati e massa informe sono contrari, perché è dall’informità dell’insieme che discende il loro potere. La valutazione dovrebbe essere indipendente. Qui siamo all’indecenza dell’autovalutazione.

Vi segnalo anche due chicche, passate in commissione parlamentare, quali emendamenti al nulla che è la riforma in gestazione. La prima: le mense scolastiche devono essere rifornite a chilometro zero. Questi hanno scambiato il pasto dei bambini con le minchionerie del ristorante dove si paga di più per potere mangiare di meno. Nelle mense si deve fare attenzione al valore nutritivo dei pasti, non puntare a essere alla moda. La seconda: ci saranno dei corsi contro la discriminazione di genere. Meno male che non hanno pensato alle quote di genere, da rispettarsi per promossi e bocciati, ma la domanda è: tutte le altre discriminazioni sono benvenute? Vorrei sapere quali scuole hanno frequentato i parlamentari votanti roba simile. Se non altro per sconsigliare ad altri di metterci piede.

Tanto più che, dopo avere assunto più di centomila graduatoristi, pensano d’introdurre materie come la logica (per cui non sono portati), la musica (andiamo a orecchio o poi assumiamo maestri?), la computazione (che nel significato di «calcolare» si chiamava matematica) e l’insegnamento delle competenze digitali (credo si debbano pagare i ragazzi, capaci di spiegare molto ai loro insegnanti). In questo guazzabuglio di luoghi comuni e bischerate cubiche, i presidi, che non avranno nessuno dei poteri di cui ai primi annunci, dovranno redigere il Pof (piani di offerta formativa), uditi gli enti locali, le istituzioni, i centri culturali, sociali ed economici del territorio. Dove l’unica cosa chiara è la parola «territorio», che andrebbe zappato, affinché torni a veder germogliare almeno il buon senso.