Assurdo combattere l’Europa, non ci sarà ripresa senza Bce

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Davide Giacalone – Libero

Fra quanti sostengono il governo, specie all’interno del Partito democratico, ve ne sono non pochi che si rifiutano di riconoscere meriti all’azione dell’esecutivo, cominciando a non sopportarne più i (ai loro occhi) demeriti. Singolare, quindi, che fra chi si oppone al governo, specie leghisti e ortotteri, ci sia chi s’affanna nell’attribuirgli meriti che non ha. Perché la ripresa c’è, la dobbiamo alle politiche espansive della Banca centrale europea e ne approfitteremo, per nostre colpe, solo a metà. Accusare il governo d’essere «servo dell’Europa», o proporre come risolutiva l’uscita dall’euro, significa non accorgersi dell’evidenza: la ripresa viene da lì, mentre le arretratezze stanno qui.

Come è possibile un simile abbaglio? Una fregnaccia s’aggira per l’Europa: l’idea che le democrazie non contino più, che gli elettori siano superflui, che le regole dell’economia e dei bilanci abbiano usurpato le sovranità nazionali, a loro volta viste come fonte d’identità e ricchezza, in una cancellazione totale della memoria. La leggenda è bella e accattivante, perché consente ai ricchi di far la parte dei depredati e ai viziati di far quella degli oppressi. Tale confusione porta certi slogan ad essere, a seconda dei casi e delle nazionalità, sulla bocca dell’estrema destra o dell’estrema sinistra. Infatti la destra francese o italiana ha guardato con trasporto alla sinistra greca, incassando la delusione per i «cedimenti». Ma può un popolo votare contro i propri debiti? Quella non è democrazia, è surrealismo.

In passato i nazionalismi hanno fatto valere la forza del sangue e la voglia di espandersi territorialmente, provocando guerre e spargimenti di sangue. Quel che ieri erano confini territoriali oggi lo sono finanziari: non si cancellano senza dolore. Noi europei, tutti assieme, siamo il 7 per cento della popolazione mondiale (noi italiani siamo lo 0,8 per cento, i tedeschi l’1,1 per cento, microscopici), produciamo il 25 per cento della ricchezza globale, ne deteniamo il 30 per cento e consumiamo il 50 per cento della spesa sociale. A far la parte dei poveri non siamo credibili e per giunta viviamo al di sopra delle nostre possibilità. Semmai c’è un problema di giustizia sociale.

Avendo usato la prima metà del secolo scorso per massacrarci, abbiamo pensato bene d’istituzionalizzare la convivenza pacifica. Quando la guerra fredda s’è scongelata, aprendosi le frontiere e partendo la globalizzazione, ci siamo accorti che, pur forti e ricchi, non lo eravamo abbastanza per bilanciare la forza dei mercati e della finanza. Sapete qual è il bello? Che l’Unione europea era il rimedio, così come l’euro era l’antidoto alla supremazia interna tedesca. Se le cose sono andate diversamente non è colpa né del destino né dei tedeschi, ma di classi dirigenti che hanno perpetuato la loro inutile sopravvivenza mettendola in conto alla spesa pubblica improduttiva. Così siamo arrivati a un sistema che effettivamente non funziona, ma non per eccesso di tecnocrazia, bensì per deficit di democrazia. Giacché gli europei non eleggono quel che conta (un governo europeo), ma votano per quel che non sapendo cos’altro dire va cianciando delle colpe europee. Che sono nazionali.

Vale per tutto il continente. Francia e Italia sono i due giganti schiacciati dalle proprie bubbole. Che oggi concimano il terreno alle forze anti sistema, i quali scoprono la comoda via d’identificarlo con l’Europa. E chi se ne frega se le sole politiche espansive esistenti sono quelle della Banca centrale europea, si ripudi la bandiera blu per ripudiare gli obblighi derivanti dai debiti. Che la mattina dopo sarebbero insostenibili, difatti i greci, che sono demagoghi ma non fessi, se ne guardano bene. Occhio alla fregnaccia, perché ha la grande forza delle banalità che sembrano sgominare le complessità. Forza che, sommata ai difetti strutturali della costruzione europea, può produrre effetti molto dolorosi.