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Un’estate di tasse per 20 milioni di contribuenti

Un’estate di tasse per 20 milioni di contribuenti

Isidoro Trovato – Corriere della Sera

L’ingorgo in coda all’estate. Qualche giorno fa il calendario delle scadenze fiscali è stato messo per l’ennesima volta alla prova: è arrivato l’annuncio del rinvio dal 31 luglio al 19 settembre della scadenza della presentazione dei modelli 770. Si tratta dei moduli che contengono l’elenco della forza lavoro retribuita e la loro presentazione è obbligatoria da parte dei datori di lavoro. Ora è attesa la firma del ministro dell’Economia sul decreto che successivamente arriverà a Palazzo Chigi per il via libera definitivo, ma già tra oggi e domani è atteso l’annuncio ufficiale da parte dell’Amministrazione finanziaria. Sollievo? Poco. Problemi? Quasi invariati. La sostanza della questione non cambia: in gioco ci sono più di 400 adempimenti in poco più di un mese. Rimane quasi intatto l’ingorgo fiscale dell’estate: l’erario chiede ai contribuenti uno sforzo titanico dal 20 agosto al 19 settembre. A dare l’allarme erano stati i consulenti del lavoro e i commercialisti che, rielaborando i dati dell’Agenzia delle Entrate, avevano segnalato il periodo critico per le imprese e i professionisti. In ballo c’è una paradossale emergenza estiva con i contribuenti non solo chiamati a soddisfare le richieste di un Fisco tra i più esosi d’Europa, ma anche a dover fare i conti con tanta burocrazia e una marea di adempimenti concentrati nel periodo in cui mezza Italia si ferma.
Quanto sia pesante questo stato di cose lo ha ricordato il premier ieri pomeriggio a Genova per l’arrivo della Concordia. «Se noi semplifichiamo la burocrazia, diamo efficienza al Fisco, diamo semplicità alle regole sul lavoro possiamo uscire dalla crisi che è europea e non solo italiana. Poi il tempo ci dirà se abbiamo ragione noi o i gufi», ha chiosato Matteo Renzi.

Il rinvio

E allora perché non si riesce a evitare questa concentrazione in una fase in cui l’Italia pensa più alle ferie che ad altro? In realtà il calendario fiscale prevedeva una prima scadenza al 16 giugno ma l’Amministrazione finanziaria è arrivata col fiatone e il ritardo nel rilasciare circolari e aggiornamenti ha prodotto proroghe che hanno portato le scadenze fino al 20 agosto. Tutte tranne quella più «pesante» che riguarda il modello 770 che solo a seguito di proteste e reiterate richieste sarà spostata al 19 settembre. E così l’ingorgo è stato semplicemente traslocato di un mese.

Imprese, professionisti e artigiani

Sono circa 20 milioni i contribuenti coinvolti in questa frenetica attività estiva che prevede esattamente 410 adempimenti necessari per potere quantificare il pagamento delle imposte dovute. Oltre al modello 770 c’è di tutto: da Irpef a Irap, Ires, Iva e poi addizionali regionali, Inps, Tobin tax, Imposta sostitutiva sui redditi di capitale e sui capital gain. Senza contare il versamento dei contributi previdenziali per lavoratori dipendenti, ma anche per artigiani, commercianti, collaboratori, lavoratori domestici. E pure i diritti dovuti alle Camere di commercio cadono nel medesimo periodo dell’anno.
Naturalmente la platea di contribuenti costretti ad affrontare quest’onda anomala di provvedimenti fiscali amplifica l’impatto. Si va dai 171 adempimenti per gli imprenditori individuali, seguiti a stretto giro dai professionisti con 167 adempimenti e via via fino a giungere 72 adempimenti per gli enti non commerciali. Ma anche imprenditori, commercianti, artigiani, partite Iva, professionisti, co.co.pro sono coinvolti in questo balletto di date incerte che non aiuta né la pianificazione finanziaria aziendale né la razionalizzazione delle attività.

Un nuovo calendario

Secondo il parere unanime degli addetti ai lavori, per dare una svolta a questo «imbuto estivo» bisogna allargare le vie d’accesso al Fisco e per riuscirci serviranno dosi massicce di semplificazioni a tutto campo. «Una soluzione che continuiamo a proporre ormai da tempo, anche nell’ambito della riforma fiscale che in questo momento è in Parlamento – afferma Marina Calderone, presidente del Coordinamento unitario delle professioni -. Un esempio illuminante in tal senso è rappresentato dall’introduzione della cosiddetta contrapposizione di interessi: consiste nel rendere detraibile tutto quello che il contribuente spende, senza alcun limite. Questo avrebbe una serie di vantaggi: pagamento delle imposte sui redditi effettivi; interesse a richiedere la ricevuta o lo scontrino per qualsiasi pagamento; azzeramento degli adempimenti trattandosi di semplici conteggi di detrazione. Sarebbe un modo efficace anche per favorire l’emersione del nero. È un metodo scelto da molti altri Paesi, Stati Uniti in testa, ma che in Italia non riusciamo a far adottare». Un sistema che avrebbe anche l’effetto di diminuire la montagna di adempimenti.
Al di là di ogni semplificazione rimane comunque la necessità di eliminare l’imbuto e per riuscirci serve un patto concreto tra gli operatori (imprese, professionisti e contribuenti) e l’Amministrazione finanziaria in modo da concordare e mantenere un calendario rispettoso delle esigenze dei contribuenti e dei professionisti che con il loro operato garantiscono allo Stato il regolare incasso di imposte, tasse e contributi. Serve dialogo. Infatti da tempo i professionisti dell’area giuridico-economica ritengono indispensabile l’insediamento di un tavolo in cui si decidano date fisse e inderogabili ma diluite nel tempo. Perché, almeno il Fisco risparmi agli italiani l’ingorgo estivo.

Crescita, la scossa che serve all’Italia: tasse giù, opere pubbliche e investimenti europei

Crescita, la scossa che serve all’Italia: tasse giù, opere pubbliche e investimenti europei

Luca Cifoni – Il Messaggero

L’economia italiana non sembra ancora in grado di uscire dalle sabbie mobili della recessione: le difficoltà in cui continua a dibattersi sono legate ad un insieme di nodi difficili da sbrogliare: da una parte i vizi antichi che già a partire dagli anni Novanta hanno messo il freno al nostro prodotto interno lordo, dall’altra le recenti tempeste, in particolare nell’area dell’euro, che hanno imposto un percorso di risanamento faticoso. Nel 2000 il nostro Paese ha sperimentato per l’ultima volta una crescita robusta, con +3,7 per cento, ma poi nel nuovo secolo l’incremento del Pil è tornato solo una volta sopra la soglia del 2 per cento. E subito dopo è iniziata la grande crisi, prima nel segno degli Stati Uniti e delle sue banche, poi dei debiti pubblici europei.

Il governo guidato da Matteo Renzi rivedrà a settembre le proprie stime, dopo aver preso visione del dato preliminare sul prodotto del secondo trimestre, che l’Istat diffonderà il prossimo 6 agosto. Ma lo stesso presidente del Consiglio ha riconosciuto che sarà praticamente impossibile confermare l’obiettivo fissato in primavera, ossia un pur modesto incremento dello 0,8 per cento. L’esecutivo conta sull’effetto favorevole delle riforme sia economiche che istituzionali, molte delle quali sono però ancora nel pieno del percorso parlamentare. Tra le misure già in vigore c’è l’alleggerimento dell’Irpef per i dipendenti con reddito medio basso: un provvedimento che secondo la Banca d’Italia avrà un effetto di spinta all’economia, ma limitato: nel biennio 2014-2015 due decimi di punto in più per i consumi e un decimo per il Pil. Questo anche a causa del contemporaneo impatto di segno contrario, restrittivo, delle misure di taglio alla spesa incluse nel provvedimento.
È chiaro che non esiste una ricetta magica per la crescita. Né si può pensare che la spinta all’economia venga solo dall’azione di un governo. Ci sono però scelte che possono contribuire a riportare il Paese su un sentiero di sviluppo, soprattutto se perseguite con coerenza nel tempo. Il Messaggero ha chiesto a quattro rappresentanti di altrettante associazioni d’impresa e a due autorevoli economisti di sintetizzare le proprie indicazioni, di spiegare quale può essere la scossa necessaria a far ripartire davvero il Paese.
Il quadro che ne esce è naturalmente variegato, ma emergono alcuni importanti elementi in comune nelle diverse analisi. Da una parte la necessità di alleggerire in modo sensibile un carico fiscale che si è fatto insopportabile in particolare con l’avanzare della crisi. Dall’altra quella di rilanciare davvero l’investimento pubblico, vera vittima della stagione della stretta sui bilanci: al momento di tagliare la mannaia è sempre caduta in maniera più pesante su questa voce che sulle uscite correnti. Ma una vera spinta agli investimenti non può che passare per l’Europa, e questo a sua volta richiede un cambio di marcia sia delle strutture comunitarie che degli stessi governi. Poi certo ci sono i mali atavici del nostro Paese, la burocrazia, l’insufficiente livello di innovazione: occorre agire anche su questi ma i tempi saranno inevitabilmente più lunghi.

Marcella Panicucci (Confindustria)
Puntare sull’impresa regole certe e semplici

Ritrovare la crescita: un imperativo urgente. Le imprese hanno le idee chiare sulla ricetta per farlo.
Regole semplici, certe e stabili nel tempo. Ecco perché le riforme costituzionali sono essenziali. Sono la chiave per accendere il motore dell’economia e fa bene il Premier a perseguirle con determinazione. Parallelamente serve un piano urgente di rilancio dell’economia, per recuperare competitività e permettere alle nostre imprese di andare sui mercati esteri a pari condizioni con i concorrenti stranieri. Un unico perno di questa strategia: puntare sull’impresa manifatturiera. Tre i pilastri: ridurre i costi, rilanciare gli investimenti, dare liquidità. Per ridurre i costi occorre partire dal carico fiscale sul lavoro, abbattendo l’Irap, che è una vera tassa sull’occupazione, e dal costo dell’energia, evitando, come fatto con il taglia-bollette, di distribuire pochi benefici a centinaia di migliaia di soggetti facendone pagare il costo (alto) alle imprese manifatturiere.

Rilanciare gli investimenti il secondo imperativo, a partire da quelli in R&I. La leva fiscale è un grimaldello che se usato in modo virtuoso può dare frutti straordinari. In altri paesi che hanno seguito questa strada è stato così. Per questo serve liquidità. Vanno sbloccati i prestiti alle imprese, anche sfruttando le misure della BCE, e pagati subito tutti i debiti della PA. Le imprese hanno voglia di ripartire. Con pochi, ma decisi interventi la ripresa è a portata di mano.

Carlo Sangalli (Confcommercio)
Un piano credibile per ridurre le imposte

Gli effetti della recessione picchiano ancora duro sulle imprese che continuano a chiudere e sulle famiglie, ancora molto prudenti per il futuro incerto. Per Pil e consumi non c’è ancora nessun chiaro segnale di risveglio ed è evidente che l’export da solo non basta a spingere l’economia. Il 2014 non sarà certamente l’anno della ripresa. In questo quadro la priorità è quella di un’unica, grande riforma economica: quella fiscale. Con l’obiettivo di ricostituire il potere di acquisto delle famiglie. Perché deve essere chiaro a tutti che l’attuale livello di pressione fiscale su famiglie e imprese è incompatibile con qualsiasi concreta prospettiva di ripresa. Quello che serve, dunque, è una certa, graduale e sostenibile riduzione delle tasse perché solo così si possono stimolare nuovi investimenti, favorire nuova occupazione e soprattutto si può dare una scossa tangibile alla domanda interna che, per consumi e investimenti vale l’ottanta per cento del prodotto interno lordo e che può favorire una ripresa più robusta e duratura. Per fare questo occorre agire su due leve fondamentali: da un lato, controllo, riduzione e riqualificazione della spesa pubblica, e qui occorre davvero usare il bisturi su quegli ottanta-cento miliardi di sprechi ritenuti aggredibili sia a livello centrale che periferico.
Dall’altro, fare in modo che ogni euro recuperato dalla lotta all’evasione e all’elusione fiscale venga destinato alla riduzione della tasse.

Antonio Patuelli (Abi)
Recuperare la fiducia per spezzare la crisi
Occorre più fiducia per spezzare ciò che rimane del clima di recessione, per favorire una ripresa degli investimenti di imprese e famiglie. In questi mesi è cresciuta la valutazione internazionale dell’Italia e sono affluiti capitali sui nostri titoli azionari e di Stato e per gli aumenti di capitale (in particolare delle banche) che hanno avuto successo. Paradossalmente vi è più fiducia dall’estero verso l’Italia che di troppi italiani verso l’Italia stessa. Non bisogna arrendersi a stati d’animo del genere né sottovalutare i gravi problemi esistenti: occorre non rassegnarsi ad essi ma favorire uno spirito costruttivo anche quando non gioca la Nazionale di calcio. Occorre rifiutare ogni pessimismo strumentale: non si tratta di diventare ottimisti comunque, ma di imprimere un ottimismo della volontà. In tal senso sarà decisiva la prossima legge di stabilità con le misure che emergeranno. Anche le recenti decisioni assunte dalla Bce per tutta l’Europa potranno contribuire a dare concretezza a un nuovo clima di fiducia. L’innovazione di rendere disponibile nuova liquidità solo per ulteriori prestiti bancari sarà importante e da utilizzare con efficacia appena le nuove misure saranno operative, dal settembre prossimo. Le banche operanti in Italia, tutte sorrette da capitali privati nazionali ed esteri, devono essere in prima fila a spingere la ripresa in convergenza con gli investimenti delle imprese di ogni altro settore. Non è un sogno astratto, ma un obiettivo concreto e realizzabile per innestare un nuovo circuito virtuoso per più produttività e occupazione, anche con più solidi valori etici.

Jean-Paul Fitoussi (Luiss)
Più libertà sul deficit per le spese produttive
Matteo Renzi ha cominciato bene, con energia, dimostrando che alle parole seguono i fatti, agli annunci le riforme. Adesso comincia una fase più difficile, quella di capire quali siano i reali margini di manovra economici, ovvero fino a dove si possa arrivare per sostenere crescita e occupazione. Il proseguimento della politica di Matteo Renzi implica un accordo europeo. Le questione che si pone in questa nuova fase è la stessa per tutti i paesi europei: intendiamo accontentarci di un tasso di crescita leggermente positivo dopo sei anni di segno negativo e di stagnazione, oppure ci decideremo finalmente a prendere misure all’altezza della situazione, molto più radicali, che prevedano spese d’investimento e un aumento transitorio del deficit pubblico nella maggior parte dei paesi europei? In altri termini, o l’Europa si accontenta di registrare unicamente gli aumenti del deficit che sono conseguenza diretta della riduzione del Pil, oppure farà scelte più dinamiche e accetterà aumenti del debito per incoraggiare gli investimenti e facilitare la crescita. Non mi riferisco a cifre o percentuali: è necessario mettersi d’accordo su quali spese si possano considerare produttive, educazione, ricerca, ambiente energie rinnovabili. O l’Europa accetterà che queste spese possano essere finanziate con prestiti – e questo servirà a tutti, Italia compresa – o continuerà con la sua politica puramente aritmetica. Basta con le percentuali e le cifre magiche, bisogna essere intelligenti e pragmatici.

Paolo Buzzetti (Ance)
L’edilizia unico motore del mercato interno
La crisi non è finita. Dopo quasi 5 anni di austerity anche la locomotiva Germania sta perdendo colpi. Segno che le politiche europee di contenimento della spesa pubblica e di tagli radicali agli investimenti (-47% in Italia solo nell’edilizia dall’inizio della crisi) non hanno sortito gli effetti sperati, anzi hanno contribuito alla recessione. Tra le peggiori performance c’è sicuramente quella del nostro Paese che per ripartire non può che puntare sull’edilizia: unico vero motore del mercato interno. Messa in sicurezza delle scuole, manutenzione del territorio, riqualificazione delle città sono alcuni dei principali capitoli sui quali dobbiamo concentrarci nei prossimi mesi. Ma per riuscire a mettere in atto questi ambiziosi programmi, che finalmente sono tra le priorità dell’agenda di Governo, ci vuole una forte spinta politica e il coraggio di superare dogmi finanziari che hanno frenato finora ogni possibilità di ripresa. Come il limite del 3% del rapporto deficit/Pil, un parametro anacronistico e arbitrario, o il patto di stabilità che non consente alle amministrazioni pubbliche di fare manutenzione, pagare le imprese e garantire servizi efficienti ai cittadini. Ci vuole dunque un grande piano di opere pubbliche diffuse su tutto il territorio da realizzare con regole ordinarie, all’insegna della trasparenza e della legalità. Insieme a una politica di sostegno alla casa martoriata da un fisco iniquo che penalizza le fasce più deboli della società.

Giacomo Vaciago (Università Cattolica)
Programma europeo di nuovi investimenti

Tutta l’Europa è ferma, per un semplice motivo: manca una politica economica europea. All’interno del continente naturalmente c’è qualcuno che va avanti e qualcuno che va indietro, ma questo succede anche nel nostro Paese. E non ha senso rallegrarsi perché la Germania rallenta un po’, visto che il suo rallentamento danneggerà anche noi. C’è una sola cosa da fare, subito: i 18 governi dell’Eurozona devono smettere di credere che questa sia composta da 18 Paesi indipendenti, come se l’Europa fosse solo un’espressione storico-geografica. È necessario agire insieme. Invece, come nel caso della polemica sulla flessibilità, passiamo il tempo a discutere su come interpretare la mole di regole che abbiamo prodotto. La crescita però bisogna meritarsela: la Cina ad esempio è riuscita a ripartire dopo i provvedimenti del governo. Noi europei rischiamo di diventare l’ultimo vagone del treno globale, di dipendere da quello che si decide altrove. Dobbiamo piantarla con il giochino di darci la colpa l’un l’altro e iniziare a muoverci. In concreto, si tratta di attivare rapidamente un piano europeo di investimenti, un piano congiunto anche se differenziato nei vari Paesi.
Le cose da fare sono tante, basti pensare in Italia alle infrastrutture per la mobilità o alla messa in sicurezza del territorio. Il nostro Paese ha la responsabilità della presidenza di turno, è fondamentale non far passare questo semestre in chiacchiere ma concentrarsi sulle decisioni. Da noi poi servono investimenti massicci anche nel privato: è giusto ricapitalizzare le banche, ma hanno bisogno di essere ricapitalizzate le stesse imprese.

Siae, Apple e alcune bizzarre opinioni

Siae, Apple e alcune bizzarre opinioni

Il Sole 24 Ore

Una settimana di polemiche sul cosiddetto adeguamento del contributo per copia privata – che ha dimostrato la confusione che pervade l’analisi dell’economia digitale – è culminata nella bizzarra impennata della Siae contro la Apple che ha riversato tutto l’aumento, più l’Iva, sul prezzo finale ai consumatori. La critica è bizzarra perché, come si legge nello stesso sito della Siae: «La Copia Privata è il compenso che si applica, tramite una royalty sui supporti vergini fonografici o audiovisivi in cambio della possibilità di effettuare registrazioni di opere protette dal diritto d’autore. In questo modo ognuno può effettuare una copia con grande risparmio rispetto all’acquisto di un altro originale». Il risparmio avvantaggia il consumatore, dice la Siae: e dunque perché dovrebbe essere la Apple a pagarlo mantenendo invariato il prezzo finale e assorbendo il contributo in una riduzione del suo profitto? Se la copia privata è una possibilità offerta (ma obbligatoriamente tassata) al consumatore, sarebbe logico che a pagarla sia proprio il consumatore, non la Apple. Perché dunque la Siae supponeva il contrario? Perché il consumatore, forse, non ha colto il vantaggio che gli è stato offerto. E non ha aumentato le copie private. Il contributo per uno smartphone è salito da 0,9 euro a una tariffa tra i 3 e i 4,8 euro (un aumento tra il 200 e il 450%): ma è difficile che le copie private crescano in tali percentuali, visto che le vendite dei brani da eventualmente copiare diminuiscono da 11 anni e solo nel primo semestre del 2014 si sono riprese, dice la Fimi, soprattutto per l’aumento dello streaming, mentre il download continua a diminuire (e non si fa copia privata dello streaming ma casomai del download).
Il consumatore non sembra interessato alla copia privata. E la Apple non c’entra. Chi dunque la deve pagare? La Siae si è detta disponibile a farsi carico di trovare iPhone a basso prezzo. È una soluzione, se si riesce a smettere di ridere.

Senza un lavoro più flessibile la ripresa resta un miraggio

Senza un lavoro più flessibile la ripresa resta un miraggio

Francesco Forte – Il Giornale

Silvio Berlusconi ha ragione a dire che il programma di Renzi per quanto innovatore non basta. In esso infatti non c’è abbastanza libertà economica e ciò incide sulla crescita italiana, minuscola, solo per lo 0,2-0,3% del Pil quest’anno, che diverge da quella europea.

Sono emblematici di questa mancanza di libertà economica l’accordo Alitalia-Etihad bloccato da veti sindacali fra loro contrastanti e la paralisi, per scioperi ad oltranza del Teatro dell’Opera di Roma, che rischia la chiusura definitiva.

Entrambi questi eventi mortificano la nostra società, facendo degradare Roma a unica capitale senza Teatro e l’Italia a unico Stato senza una compagnia aerea nazionale e incidono sul nostro sviluppo economico negativamente. Infatti ne soffrono turismo, cultura e trasporti che sono motori di crescita e occupazione. È di questi giorni l’impietosa analisi del Fondo monetario che per l’Italia prevede, per il 2014, solo una crescita dello 0,3% del Pil contro l’1,1 dell’Eurozona, l’1,9 della Germania e l’1,2 della Spagna. Solo la Francia, fra gli Stati importanti, cresce meno dell’1%. Ma la previsione per essa è comunque dello 0,7. Il Markit Pmi Index dell’industria manifatturiera (un indice del Centro internazionale Markit di Londra) per luglio è a livello 51,9%: il più alto da due mesi; quello tedesco 52,9%, il più alto da tre mesi. Quello francese a 47,6 è il più basso da otto mesi.

Il Wall Street Journal osserva che l’Unione europea ha un trend di crescita modesto doppiamente divergente. Nell’Eurozona Germania e Spagna sono notevolmente sopra la media, Francia e Italia arrancano sotto. Oltre a questa divergenza, entro la moneta unica, ce ne è un’altra fra questa e l’Unione europea fuori euro: Regno Unito e paesi dell’Est europeo crescono di più. È il diverso modello economico, con meno potere di veto dei sindacati, meno regole, meno tasse, che spiega la divergenza. Il Wall Street Journal osserva giustamente che l’assicurazione di Draghi che la Bce farà di tutto per impedire che la moneta unica crolli non può bastare e che i paesi dell’euro fanno troppo affidamento sulla Bce. Occorrono le riforme, aggiunge il giornale dal suo osservatorio indipendente e con ciò allude soprattutto a quella del mercato del lavoro e a quella fiscale. Si può, ovviamente, osservare che una delle ragioni per cui l’Italia arranca è che le nostre imprese perdono colpi nel mercato internazionale, perché il credito è caro e limitato e perché il cambio dell’euro è artificialmente elevato (penso che la sopravvalutazione sia attorno al 10%, circa 13 punti).

L’espansione del credito che Draghi aveva messo in cantiere per la primavera è posticipata a ottobre, perché la Germania l’ha frenata, ma la Bce avrebbe potuto superare il veto tedesco, se noi avessimo attuato la riforma del mercato del lavoro, nel senso della flessibilità che la stessa Bce oltre che Bruxelles da tempi ci richiede. E resta il fatto che la Spagna, con il suo mercato del lavoro flessibili cresce più di noi, perché ha incrementato l’export di più, nonostante abbia un’industria molto meno avanzata. Ma in Spagna il costo del lavoro per unità di prodotto dal 2010 è sceso del 7%, in Italia è aumentato del 4,3. È un miracolo, dovuto alla ingegnosità delle nostre imprese se siamo riusciti a fra crescere l’export di 2 punti sul Pil, portandole al 30,4%.

Ci si lamenta che il Meridione, come segnala la Confindustria, ha una situazione dell’industria e dell’occupazione molto peggiore di quella media nazionale. Ma come fa il nostro Sud a competere con la concorrenza internazionale senza la possibilità di adottare i contratti aziendali flessibili e della legge Biagi aboliti dalla Fornero? Quando sarà possibile per le imprese firmare contratti aziendali con chi ci sta, senza bisogno di subire i veti di Susanna Camusso della Cgil, le bizze della Uil e gli ondeggiamenti della Cisl e delle nuove sigle e la minaccia di scioperi a oltranza?

Crescono solo le promesse

Crescono solo le promesse

Antonio Polito – Corriere della Sera

Matteo Renzi è davvero unico. Nessun altro primo ministro avrebbe mai detto la frase riportata da Alan Friedman nell’intervista al Corriere di venerdì scorso: «Che la crescita sia 0,4 o 0,8 o 1,5%, non cambia niente dal punto di vista della vita quotidiana delle persone». In realtà la differenza di un punto di crescita è la differenza tra la vita e la morte per l’economia italiana, e dunque anche per le famiglie. Un punto di crescita è 16 miliardi di ricchezza in più, posti di lavoro in più, più entrate fiscali, meno deficit e rientro dal debito, quindi meno spread e più credito. E così via. Avete presente l’effetto palla di neve? Ecco, un punto in più di Pil metterebbe l’economia italiana in un circolo virtuoso dal quale ogni sfida ci apparirebbe finalmente possibile. Un punto in meno, un altro anno a danzare intorno allo zero, e siamo nei guai neri: in autunno tutti i mostri del videogioco (deficit, fiscal compact, disoccupazione) ricomincerebbero a mangiarsi la speranza che il governo Renzi ha acceso negli italiani e in Europa.

Dunque speriamo che il presidente del Consiglio scherzasse con Friedman, contando sulla sua innegabile simpatia. Però speriamo anche che da ora in poi si faccia sul serio. Si ha infatti l’impressione di essere giunti a un tornante cruciale della vita di questo governo. L’inizio era stata una scommessa basata sul «tocco magico» del premier. L’idea era di accendere una scintilla di ottimismo in un Paese troppo depresso, che lo spingesse a ricominciare a investire e a consumare: una crescita autogenerata. Si trattava di una strategia possibile, le aspettative contano molto in economia; ma non sembra aver funzionato. Ne era parte integrante, al netto dei suoi vantaggi elettorali, lo sconto Irpef degli 80 euro. I dati sui consumi per ora dicono che il rimbalzo sulla domanda interna non c’è stato. E, nel frattempo, anche l’altro grande salvagente dell’economia italiana, l’export e la domanda esterna, sembra sgonfiarsi. Se questa fosse una corsa ciclistica, diremmo che ci siamo piantati sui pedali, e che non ci rimane che sperare in una spinta della Bce a settembre.

Ora ci sono due strade percorribili. La prima è rimettere la testa sulle carte e ripartire dal rompicapo di sempre: le riforme di struttura. La Spagna le ha fatte e ha ripreso a crescere e a creare occupazione. Ha messo a posto le sue banche e soprattutto ha fatto una vera riforma del mercato del lavoro, più facile licenziare e più facile assumere. Noi del Jobs Act sentiamo parlare da quando Renzi faceva la Leopolda e ancora non sappiamo se affronterà finalmente il nodo fatidico dell’articolo 18.

L’altra strada, inutile girarci intorno, sono le elezioni. Di fronte alle difficoltà dell’economia Renzi può decidere di sfruttare la riforma elettorale e costituzionale che riuscirà a portare a casa per rinviare la resa dei conti pubblici con l’Europa, rilanciandosi con una fase 2.0 e con un Parlamento più fedele.

La prima strada porta a fare un discorso di verità al Paese, la seconda ad annunciare sempre nuovi traguardi e cronoprogrammi che poi non possono essere rispettati. Per quanto entrambe legittime, la prima strada ci sembra quella più diritta.

Le minoranze che soffocano i cambiamenti

Le minoranze che soffocano i cambiamenti

Elisabetta Gualmini – La Stampa

L’Italia è il Paese bloccato dalle minoranze. Ma non nel senso che le minoranze fanno il loro mestiere opponendosi alla maggioranza a colpi di idee e progetti migliori e alternativi. No, ci mancherebbe. Nel senso che le minoranze si rifiutano di accettare l’a,b,c del funzionamento democratico, e cioè che la maggioranza debba, a un certo punto, esercitare il suo diritto a decidere. Per le opposizioni questo è un atto di lesa maestà. Con l’aggiunta della solita tripletta: illiberale, autoritario, un golpe. Tre storie di questi giorni ci dicono la stessa cosa. Il Senato, l’Alitalia e il Teatro dell’Opera di Roma. Non proprio tre cosette da poco, ma tre settori strategici: politica, lavoro, cultura. Il messaggio è il medesimo: meglio il fallimento piuttosto che cambiare.

Alitalia. Dopo sette mesi di trattative per salvare un’azienda sull’orlo del baratro, l’accordo con Ethiad viene di nuovo messo in discussione. Nel momento in cui gli azionisti votavano la ricapitalizzazione, il referendum tra i lavoratori rischiava di bloccare tutto. L’80% dei votanti ha detto sì all’accordo, ma secondo la Uiltrasporti non solo la consultazione non è valida perché non è stato raggiunto il quorum, ma non sarebbe valido nemmeno l’accordo con Ethiad, che a questo punto andrebbe rinegoziato. E conta poco che la maggioranza del sindacato, Cgil, Cisl e Ugl, che rappresentano il 65% dei lavoratori, la pensi in modo contrario; la minoranza, forte dei cavilli offerti dal Tu sulla rappresentanza, chiede che si torni alla casella di partenza. Nel frattempo gli emiri stanno per alzarsi e scappare via, mentre noi continuiamo a ripeterci che il problema più grosso del nostro Paese è che gli investitori stranieri non ci considerano più.

Il Teatro dell’Opera. Dopo ben 19 incontri con la Cgil e gli autonomi della Fials, anche la terza recita della Bohème salta e si va verso la liquidazione coatta dell’ente. Anche qui non è sufficiente che il 70% dei lavoratori abbia accettato il piano di risanamento, che non prevede né licenziamenti né mobilità, ma semmai un aumento della produttività in linea con l’Europa. Le minoranze riottose hanno deciso di scioperare e di far saltare tutto. Reclamando addirittura ampliamenti dell’organico che nello stato di indebitamento dell’ente vuole dire: mandiamo tutto a catafascio.

E poi c’è il Senato. Fino ad oggi la sbandierata volontà di superare il bicameralismo perfetto e ridurre il numero dei parlamentari è sempre stata contraddetta, nei fatti, per oltre vent’anni, dalla silenziosa resistenza corporativa di quasi tutto il ceto politico. Il rottamatore ha travolto quel tipo di resistenza e rotto l’incantesimo. Una larga maggioranza di forze politiche dell’establishment ha preso atto che si deve cambiare ed è pronta a mozzarsi un braccio (del Parlamento). Paradossalmente però ora sono proprio i castigatori della casta a mettersi di traverso, insieme ad alcuni eredi del Pci (fieramente monocameralista) e una variopinta compagine di sedicenti protettori della Costituzione. Anche in questo caso le minoranze che si oppongono pretendono non solo di avere una sede istituzionale in cui esporre le loro opinioni, ma di rinviare sine die le decisioni. Chiunque capisce che nelle oltre cinque ore disponibili per i loro interventi i grillini (nella nuova versione salva-casta) avranno tutto il tempo necessario per esporre le loro ragioni. Per quale motivo l’aula del senato dovrebbe essere impegnata ad libitum come teatrino o sfogatoio? Che c’entra questo con la democrazia? Il contingentamento dei tempi, di fronte al palese ostruzionismo di una minoranza, è un dispositivo previsto ovunque, incluso il regolamento del Senato.

In Italia dunque si continua a giocare col fuoco. Ci si attacca a tutto, formalismi, bizantinismi e microemendamenti, pur di rimanere fermi. Meglio se immobili. Peccato però che dall’altra parte i cittadini aspettino riforme e cambiamento. Da 30 anni si sentono dire che si fanno le riforme istituzionali e siamo ancora il Paese in cui è il Parlamento stesso a bloccare tutto e non c’è una legge elettorale decente. Siamo il Paese con più disoccupati in Europa, ma soluzioni ragionevoli con sacrifici tollerabili in fondo non vanno bene, meglio tornarci sopra e aprire infiniti tavoli di discussione. E il Paese in cui per la terza volta si dice al pubblico, scusate questa sera lo spettacolo salta. Statevene a casa. E a forza di blocchi, resistenze e paralisi non rimarrà che stare a casa veramente. A guardare l’inesorabile declino di un Paese che non si muove più.

L’Italia va a picco, ogni 5 minuti chiudono due aziende

L’Italia va a picco, ogni 5 minuti chiudono due aziende

Laura Della Pasqua – Il Tempo

Quando avrete finito di leggere questo articolo (saranno trascorsi circa cinque minuti) due aziende avranno chiuso i battenti. E a fine giornata ben 573 imprese avranno smesso di vivere. È questa la drammatica situazione del Mezzogiorno. Dopo i dati dell’Istat e di Bankitalia che certificano l’allontanarsi della ripresa e l’impatto quasi nullo degli 80 euro elargiti con tanti proclami dal governo, ieri è stata Confindustria a mettere il dito nella piaga. Nelle regioni del Sud, dove fare l’imprenditore è quasi una scelta eroica e dove i finanziamenti, quando arrivano, sono risucchiati dalla malavita o si perdono in mille rivoli clientelari, la crisi sta producendo una desertificazione imprenditoriale. Le cronache hanno smesso di registrare i casi di suicidio per fallimento o perchè strangolati dagli usurai e i dati della progressiva deindustrializzazione del Sud finiscono nel calderone di quelli nazionali. Nessuno vuole più rispolverare il vecchio termine di «questione meridionale» ma il dramma è reale, quanto ignorato.

Confindustria insieme a SRM-Studi e Ricerche per il Mezzogiorno (centro studi collegato al gruppo Intesa Sanpaolo) ha fatto un checkup dei durissimi effetti della crisi nel Sud. I numeri sono eloquenti. Nel 2014 il saldo tra imprese iscritte e cessate è negativo per oltre 14 mila unità. Dall’inizio dell’anno hanno infatti cessato la propria attività 573 imprese meridionali al giorno, con i fallimenti in crescita del 5,7% rispetto allo stesso periodo del 2013.

L’aggravarsi della crisi, anzichè spingere le iniziative pubbliche, le ha allontanate. Gli investimenti statali e quelli privati sono diminuiti di quasi 28 miliardi tra il 2007 e il 2013: un calo di oltre il 34%, con punte di quasi il 47% nell’industria in senso stretto e del 34% nell’agricoltura e nella pesca, che pure sono settori in cui è forte la specificità del Mezzogiorno. In particolare, lo Stato ha smesso di mettere soldi nel Sud: tra il 2009 e il 2013, infatti, la spesa in conto capitale nel Mezzogiorno si è ridotta di oltre 5 miliardi di euro, tornando ai valori del 1996, contribuendo alla riduzione del numero e del valore degli appalti pubblici. In calo di numero, ma soprattutto di valore (da 8,6 miliardi a poco più di 5) sono anche le gare di partenariato pubblico-private bandite nel Mezzogiorno. «Si realizzano, dunque, sempre meno investimenti pubblici, sia che lo Stato li finanzi direttamente sia che li promuova indirettamente – spiegano Confindustria e Srm – E ciò è paradossale, se si considerano le difficoltà economiche che suggerirebbero l’opportunità di un’azione pubblica decisamente anticiclica». Quanto al mercato del lavoro, al Sud sono senza impiego due italiani su tre.

Non potendo puntare sul mercato interno, anche perché i consumi marciano a rilento, molte aziende rivolgono lo sguardo oltre confine. Segnali parzialmente in controtendenza vengono infatti dalle esportazioni: l’export è, infatti, l’unica variabile il cui valore al 2013 è superiore (+2,4%) a quello del 2007. Tuttavia, tale recupero sembra essersi fermato nel 2013 e nei primi mesi del 2014, o meglio differenziato: scende l’export di idrocarburi, oscilla l’export di acciaio, si rafforzano settori come l’aeronautico-automotive, la meccanica, la gomma-plastica, l’agroalimentare. Così come si rafforza l’export dei principali poli produttivi e dei distretti meridionali.

Non sono gli unici segnali timidamente positivi: cresce il numero delle società di capitali (+3,2% rispetto a un anno fa), delle imprese aderenti a contratti di rete (oltre 1.600), delle nuove imprese condotte da giovani (50mila nel solo 2013); tornano a crescere, in alcune regioni meridionali, i turisti stranieri.

Armageddon sindacale, i beati distaccati della PA forzati a tornare a bottega

Armageddon sindacale, i beati distaccati della PA forzati a tornare a bottega

Nunzia Penelope – Il Foglio

Il giorno del giudizio ha una data e per il sindacato è il 31 luglio 2014, quando saranno resi noti i nomi degli oltre mille sindacalisti che dovranno lasciare l’incarico per tornare, come si dice, in produzione. È l’effetto Renzi, o meglio l’effetto Madia, che con la riforma della Pubblica amministrazione si è conquistata il titolo di rottamatrice “ad honorem” del sindacato del pubblico impiego. La riforma prevede infatti un taglio del 50 per cento ai distacchi sindacali con effetto immediato: entro il 1° settembre. Tradotto in cifre, significa che sugli attuali 2.136 distaccati, 1.158 cesseranno di essere tali; tradotto in fatti, invece, significa che Cgil, Cisl e Uil del settore pubblico perderanno di colpo il 50 per cento del gruppo dirigente. I distaccati, infatti, negli anni – o nei decenni – hanno fatto carriera, sono diventati segretari nazionali, generali: difficile rimpiazzarli in un mese. E poi, pagarli come, con che soldi? Oggi sono a carico dello Stato: i pubblici dipendenti passati a incarichi sindacali continuano a ricevere lo stipendio da ministeri, scuola, sanità, per un costo totale di circa 100 milioni annui.

Da settembre, invece, o si torna al lavoro o sarà il sindacato ad accollarsi il peso delle retribuzioni. Improponibile, per le casse delle confederazioni: se la Cgil, per dire, ha spalle economicamente abbastanza solide, per la piccola Uil si profila una mazzata. Ma improponibile sarebbe anche rinunciare a battaglioni di dirigenti, rischiando la paralisi dell’attività. Infatti, dal giorno in cui il governo ha approvato la riforma, nelle confederazioni è scoppiato il panico: uno su due dovrà lasciare l’incarico e tornare al lavoro. A chi toccherà? Per evitare le già incombenti guerre fratricide, ogni confederazione si è attrezzata a modo duo. La Cgil ha deciso, salomonicamente, di tenerseli tutti, ma a metà: vale a dire, tutti gli interessati (circa 600) torneranno al lavoro ma part-time, mentre l’altra metà del tempo proseguiranno l’attività nel sindacato. Le spese, in questo modo, saranno ripartite: una parte ancora a carico dello Stato, un’altra sulle casse di Corso Italia. Alla Cisl, invece, l’elenco dei “rientrandi” (circa 500) è già pronto, a partire da quelli del settore scuola. Urgente il loro rientro in vista dell’anno scolastico che, dopo decenni, li vedrà nuovamente operativi. Ma i più “graduati” resteranno nel sindacato, e per loro varrà la legge 300 sui distacchi non retribuiti: in altre parole la loro busta paga, da settembre, la firmerà Raffaele Bonanni.

Anche nelle varie amministrazioni, però, serpeggia il panico: questi mille e rotti che tornano, dove diavolo li metteranno? I loro posti di lavoro sono previsti dalle piante organiche, ma sono virtuali: in quindici, vent’anni sono stati ridistribuiti ad altri. Trovare un impiego per i figliol prodighi non sarà facile. Senza contare che stiamo parlando di ultracinquantenni: e già si immaginano le facce sperdute di chi, in età avanzata, dovrà ricominciare da zero in un ambiente ormai sconosciuto. Quanto ai risparmi, non ce ne saranno: i 100 milioni attuali lo Stato continuerà a pagarli (e a questi si dovranno sommare il salario accessorio, gli straordinari e i buoni pasto, non previsti per i distaccati) ma il succo è che non ne godranno più i sindacati. Cgil, Cisl e Uil, tuttavia, hanno incassato il colpo senza fiatare. In privato maledicono la riforma, ma in pubblico non una sola dichiarazione contro. Qualcuno mugugna: «L’unico provvedimento con effetti immediati è quello contro di noi. Tutti gli altri, i controlli sugli appalti, i tagli ai costi della politica, rinviati a babbo morto. Strano, no?». Ma nessuno osa protestare davvero. E del resto, come si fa?

Nel paese dei privilegi per pochi e della crisi per molti, è più facile che i cittadini facciano la ola a un governo che rimanda al lavoro i sindacalisti piuttosto che schierarsi al loro fianco. Il caso Montecitorio, ad esempio, insegna: i dipendenti che protestano per il taglio ai loro (sontuosi) salari si sono ritrovati isolatissimi. Adesso fischiettano, non potendo fare molto altro. E insegna qualcosa anche il referendum sugli accordi integrativi dell’Alitalia che va verso l’intesa con Etihad; dei 13mila aventi diritto, solo 3.500 sono andati a votare. E sicuramente non perché gli altri erano già tutti in ferie.

Continuano a chiamarla competitività

Continuano a chiamarla competitività

Il Foglio

Dopo riunioni intense e lavori in notturna, è arrivato in Aula al Senato il decreto competitività su cui il governo ha posto la fiducia. Si tratta di un maxiemendamento che tocca gli argomenti più disparati, dall’Ilva all’anatocismo, dalle bollette ai debiti della Pa, il cui scopo è rilanciare la capacità di produrre ricchezza. Quanto però il paese sia resiliente al cambiamento e all’innovazione lo si vede non da ciò che nel decreto c’è ma da ciò che manca. Un esempio su tutti sono gli emendamenti bocciati in commissione che abbozzavano una leggera liberalizzazione nel settore del trasporto pubblico non di linea. Niente di rivoluzionario, solo la rimozione di qualche barriera anacronistica che differenzia il servizio taxi dal noleggio con conducente (Ncc). Non si tratta di ridisegnare il sistema sul modello di concorrenza assoluta perseguito da Trevis Kalanick, il fondatore di Uber che ama “distruggere i monopoli”, ma semplicemente, come ricorda in un recente studio sul tema l’Istituto Bruno Leoni, di seguire le proposte che da almeno un decennio segnala l’Antitrust: eliminare barriere all’ingresso, tariffe minime e distorsioni concorrenziali. «È necessario abolire gli elementi di discriminazione competitiva tra taxi e Ncc in una prospettiva di piena sostituibilità dei due servizi – scriveva pochi giorni fa l’Authority nella sua segnalazione annuale – anche in considerazione delle nuove possibilità offerte dall’innovazione tecnologica (leggi Uber, ndr) che consente un miglioramento dell’offerta in termini sia di qualità sia di prezzi». E invece si respinge l’innovazione e ignora la realtà. Pare il pensiero di un vecchio tassinaro.

Riforme radicali per la svolta in Europa

Riforme radicali per la svolta in Europa

Guido Tabellini – Il Sole 24 Ore

Gli ultimi dati deludenti sulla crescita nell’area euro e in Italia confermano, se ancora ce ne fosse bisogno, l’inadeguatezza della strategia di politica economica seguita finora in Europa. Ogni Paese deve risollevarsi da solo, con riforme dal lato dell’offerta per riacquistare competitività, e con politiche di bilancio restrittive per riassorbire il debito pubblico. Ma il problema oggi nell’area euro è la carenza di domanda interna, non la competitività, e la stagnazione impedisce il rientro dal debito. Alla fine del 2013, i consumi privati dell’intera area euro erano del 2% sotto i livelli raggiunti a fine 2007; gli investimenti privati erano sotto del 20%; solo le esportazioni sono salite di quasi il 10% negli ultimi sei anni. Questo problema può essere risolto solo a livello europeo: i governi nazionali non hanno strumenti efficaci per stimolare la domanda aggregata, perché hanno le mani legate dal patto di stabilità e non hanno sovranità monetaria.
Dal punto di vista tecnico, la soluzione sarebbe semplice e non avrebbe grosse controindicazioni. Ogni Paese dell’area euro dovrebbe tagliare le imposte di un ammontare rilevante (ad esempio del 5% del reddito nazionale), finanziandosi con l’emissione di debito a lungo termine (30 anni), e impegnandosi a ridurre i disavanzi nell’arco di cinque o sei anni, attraverso una combinazione di maggiore crescita e tagli di spesa. Il debito emesso dovrebbe essere acquistato dalla Bce, senza sterilizzarne gli effetti sull’espansione di moneta.
Il coordinamento tra politica monetaria e fiscale sarebbe essenziale per il successo dell’operazione: l’espansione monetaria farebbe svalutare il cambio e arresterebbe le spinte deflazionistiche; l’acquisto di titoli di Stato da parte della Bce eviterebbe l’aumento del costo del debito e, restituendo gli interessi sotto forma di signoraggio, ne alleggerirebbe il peso. E il taglio delle imposte darebbe uno stimolo diretto alla domanda aggregata, in un momento in cui i tassi di interesse sono già a zero e il canale del credito è bloccato dalle sofferenze bancarie. Questo è sostanzialmente quanto hanno fatto o stanno facendo, con modalità diverse, Stati Uniti, Inghilterra e Giappone per uscire dalla crisi. Eppure un’ipotesi del genere nell’area euro è pura fantascienza, perché si scontra con i vincoli istituzionali di Maastricht e con il veto politico della Germania che teme l’azzardo morale. Di qui a sei o nove mesi probabilmente la Bce sarà comunque costretta ad acquistare i titoli di Stato, per cercare di contrastare la deflazione. Ma l’intervento sarà ancora una volta timido e tardivo, e soprattutto, senza l’aiuto della politica fiscale, poco efficace. In questo disarmante quadro europeo, cosa può fare la politica economica italiana? Innanzitutto, non deve fare errori. Questo vuol dire soprattutto non aggravare la carenza di domanda aggregata attraverso aumenti della pressione fiscale. La cosa è tutt’altro che scontata, perché l’assenza di crescita mette a rischio gli obiettivi di bilancio, sia per l’anno in corso che per il 2015 (dove manca qualche decina di miliardi). Per il 2014 probabilmente non c’è più nulla da fare, ed è meglio avere un disavanzo sopra il 3% e se necessario rientrare nella procedura di disavanzo eccessivo, piuttosto che aumentare il prelievo.

Per il 2015 non ci sono alternative al dare piena attuazione ai tagli di spesa identificati dal rapporto Cottarelli, accelerandone i tempi. È inutile illudersi che esistano imposte innocue; in questa situazione qualunque forma di maggior prelievo avrebbe effetti negativi sulla fiducia e sulla spesa privata. In secondo luogo, è importante fare tutto il possibile per evitare ulteriori aumenti del debito pubblico. Non tanto perché lo impongono i vincoli europei, ma per non perdere la fiducia dei mercati. Le privatizzazioni devono ripartire, andando oltre i modesti obiettivi indicati dal programma di stabilità del governo Letta e confermati da questo governo (1% del PIL ogni anno), e finora disattesi. La situazione sui mercati finanziari non è sfavorevole, e qualunque ritardo o esitazione sarebbe del tutto incomprensibile. E le politiche dell’offerta per ridare competitività all’economia italiana? Anche se il loro effetto sulla crescita è dilazionato nel tempo, sono comunque urgenti e essenziali, per due ragioni. Primo, per rinforzare la fiducia delle imprese e dei mercati finanziari sulle prospettive future dell’economia italiana. Secondo, per vincere le resistenze europee ad adottare politiche macroeconomiche più espansive. In altre parole: la crisi economica non potrà essere superata senza una svolta nelle politiche macroeconomiche di tutta l’area euro. Ma questa svolta non ci sarà senza riforme radicali nei paesi del Sud Europa. Che ci piaccia o no, questa è la realtà della moneta comune.