About

Posts by :

Del titolo V non parla nessuno

Del titolo V non parla nessuno

Pierluigi Mascagni – Italia Oggi

Il governo Monti aveva introdotto delle sanzioni a carico delle amministrazioni regionali che, per dolo o per colpa grave, portavano al default i loro enti. Fra queste sanzioni c’era lo scioglimento dei consigli regionali e l’incandidabilità per dieci anni dei presidenti delle Regioni. Senza sanzioni sono infatti molto improbabili i comportamenti corretti. Se dando posti di lavoro illeciti agli amici non se ne pagano poi le conseguenze, è evidente che questi amministratori continueranno nel loro andazzo dissipatorio. È vero che, operando in questo modo, essi mandano in fallimento i loro enti. Ma siccome un ente pubblico di fatto non può fallire, questi amministratori disinvolti sanno che arriverà sempre e comunque l’aiuto dello Stato per ripianare i bilanci (ci si può permettere, forse, di chiudere gli ospedali perché non ci sono più soldi nelle casse regionali?). E ciò consentirà loro di andare avanti nell’andazzo preferito che è lo spreco ai fini clientelari.

Purtroppo la Corte costituzionale, con sentenza 219 del 2013, rilevando un eccesso di potere da parte della Corte dei conti, ha cassato quelle misure e ha persino annullato l’obbligo della relazione di fine mandato che avrebbe il merito di mettere, nero su bianco, le responsabilità finanziarie del governo regionale uscente. Riscrivendo il titolo V della Costituzione si dovrebbe porre fine a questa limitazione, a beneficio della correttezza amministrativa. Tutti i politici preferiscono però usare milioni di parole sull’Italicum o sul Porcellum mentre non riservano alcuna attenzione alla dissipazione pubblica che sta alla base dell’insostenibilità dei nostri conti pubblici.

Pertanto il minuzioso rapporto di 247 pagine redatto dall’ispettore della Ragioneria dello Stato Antonio Ricchio, che inchioda alle stesse responsabilità le amministrazioni regionali calabresi Lojero e Scopelliti (quando c’è da sprecare soldi non c’è differenza tra il centrosinistra e il centrodestra) resta solo un’esortazione senza conseguenze. I mille dipendenti assunti illecitamente dalla Regione Calabria fanno marameo. Così capita con gli aumenti a raffica dei dipendenti della Regione Calabria, in deroga al blocco delle retribuzioni che hanno consentito a un funzionario di arrivare, nel 2013, a una retribuzione di 735mila euro l’anno.

Così la Thatcher ha cambiato verso alla lagna sui “giovani penalizzati”

Così la Thatcher ha cambiato verso alla lagna sui “giovani penalizzati”

Luciano Picone – Il Foglio

Uno Stato leggero e un sistema di mercato non eccessivamente gravato da vincoli di ogni tipo, che premia il merito e non ostacola la concorrenza, favorisce soprattutto i giovani. Un recente studio dell’Office for National Statitics, l’Istat britannico, sui “Salari nel Regno Unito negli ultimi quattro decenni”, mostra con estrema chiarezza gli effetti di lungo periodo sugli stipendi della “rivoluzione liberale”, nel paese che negli anni 80 è stato il laboratorio mondiale della riscossa “neoliberista”. Nell’immaginario collettivo i baby boomers, i nati nel Dopoguerra rappresentano la generazione più fortunata, quella che ha beneficiato della crescita economica e dell’aumento dei consumi, incappando nella Grande depressione soltanto subito prima o subito dopo la pensione. Secondo i dati elaborati dall’ufficio di statistica inglese, le cose non stanno proprio così. Quelli che in Gran Bretagna hanno iniziato a lavorare nel 1975, sotto il governo laburista di Harold Wilson e nell’apogeo dello Stato assistenziale beveridgiano, hanno guadagnato in termini reali molto meno dei loro coetanei che hanno iniziato a lavorare nel 1985 e nel 1995, durante e dopo il ciclone Thatcher. Chi ha trovato la prima occupazione nel 1995 guadagna il 40 per cento in più rispetto ai suoi genitori in 18 anni di lavoro: «Questa differenza di retribuzione – scrive l’Ons – significa che coloro che hanno iniziato a lavorare nel 1975 devono lavorare tre-quattro anni in più di quelli che hanno iniziato a lavorare nel 1985 e 5-6 anni in più di coloro che hanno iniziato a lavorare nel 1995 per accumulare la stessa ricchezza». Sempre al netto dell’inflazione, lo stipendio mediano di un lavoratore del 1975 era di 6,17 sterline l’ora, mentre nel 2013 è di 11,56 sterline, circa il 90 per cento in più. E se nel 1975 lo stipendio più alto nella carriera professionale di una persona era di circa 7 sterline l’ora, la somma è raddoppiata nel 2013. Una tendenza opposta a quella italiana. Nel nostro paese ricchezza e redditi più alti sono appannaggio dei più anziani, mentre scendono le retribuzioni dei più giovani. Secondo la Banca d’Italia, dal 1991 al 2012 il reddito è salito sia per gli over 55 (dal 104 al 122 per cento rispetto alla media generale) che per gli over 65 (dal 95 al 114 per cento), «per le classi di età più giovani, invece, il reddito equivalente diminuisce significativamente rispetto alla media generale: il calo è di circa 15 punti percentuali per le persone fra 19 e 34 anni e di circa 12 punti percentuali per quelli tra 35 e 44 anni». La crisi dell’Eurozona non ha mutato il trend.

Parla l’economista Francesco Daveri

«La realtà è che la crescita dei salari è legata alla produttività, che da noi è rimasta inchiodata», dice al Foglio Francesco Daveri, docente di Economia politica all’Università di Parma, tra gli animatori del sito Lavoce.info dove ha tentato un bilancio della leader conservatrice in campo economico. «I britannici, nonostante una crisi finanziaria che in teoria avrebbero dovuto pagare più di noi, hanno visto crescere costantemente i loro salari. Uno può dire che si tratta di una bolla, ma è una bolla che dura da oltre 30 anni». Per far ripartire la produttività è necessario riformare un sistema incrostato che ostacola la crescita e l’innovazione. «Le Istituzioni contano – prosegue Daveri – e in Italia è più conveniente far parte delle categorie protette, quelle fortemente sindacalizzate, dove si possono far crescere i salari più della produttività ma alla lunga si perdono posti di lavoro». Più o meno la situazione inglese negli anni 70: un’economia fortemente ingessata, condizionata dalle grandi aziende di Stato e dominata dai sindacati. «La Thatcher ha gettato le basi di un sistema di mercato su cui negli anni 90 si è innescata la rivoluzione tecnologica, le sue riforme economiche fatte in anticipo hanno permesso di cogliere le nuove opportunità» dice Daveri. L’Italia si trova in una posizione difficile, con una mobilità del capitale simile a quella americana e inglese ma con istituzioni che corrispondono ad un modello manifatturiero superato, in cui sono contrapposti capitali e lavoro: «Nell’epoca di Internet e dell’Ict abbiamo conservato istituzioni di un’epoca precedente, non adatte a un’economia di servizi. Un modello che pensa di conservare con la baionetta posti di lavoro destinati a scomparire». E la globalizzazione che poteva un’opportunità si sta trasformando in un boomerang. «Ora le obiezioni non sono solo al mercato – conclude Daveri – ma anche alle nuove tecnologie che necessitano del libero mercato. Ma se prevalgono le forze che resistono al cambiamento il rischio è quello di subire solo i lati negativi della globalizzazione».

L’autogol di Renzi: bloccati gli investimenti dei Comuni

L’autogol di Renzi: bloccati gli investimenti dei Comuni

Marco Palombi – Il Fatto Quotidiano

Quando si parla della fretta di Matteo Renzi, di una sua certa tendenza al superomismo da bar di provincia e a governare a colpi di piccone un grande Paese sembra si parli di critiche astratte, che il giudizio estetico faccia premio sul pragmatismo necessario al difficile compito dell’amministrazione. La storia che andiamo a raccontare dimostra il contrario: quei difetti comportano malgoverno e persino una certa schizofrenia. Mentre, infatti, l’esecutivo si batte in Europa (senza molto successo, per ora) per assicurarsi maggiore flessibilità nella spesa per investimenti, in Italia ha paralizzato di fatto la spesa in conto capitale (cioè gli investimenti) dei Comuni. Nota bene: coi consumi delle famiglie fermi per povertà o incertezza nel futuro, la domanda pubblica è l’unico volano di crescita possibile. Il ministro del Tesoro Pier Carlo Padoan e la Ragioneria generale sanno quanto serva a questo Paese.

Che la situazione sia questa non lo dice Il Fatto Quotidiano ma una lettera inviata dall’Anci (l’associazione dei Comuni) ai ministri dei Trasporti, dell’Economia e degli Affari regionali: c’è una norma, scrivono i sindaci, che «sta provocando il sostanziale blocco delle gare d’appalto, paralizzando anche attività già in parte avviate dai Comuni». Il paradosso è che la legge denunciata dall’Anci è il decreto Irpef, quello con cui Renzi ha dato gli 80 euro ai redditi medio-bassi: in quel testo, infatti, oltre a un folle taglio da 2,1 miliardi agli acquisti di Stato, Regioni e Comuni per il 2014, si prevede anche che le stazioni appaltanti scendano da 35mila a 35 in un paio d’anni (al proposito, il premier usò anche la relativa slide). E come si fa a fare questa rivoluzione? Di fretta. Dal primo luglio infatti – prevede il decreto – i Comuni non capoluogo (cioè quasi tutti) hanno il divieto di acquisire lavori, servizi e forniture in assenza di una Centrale unica di committenza. Le nuove stazioni appaltanti dovrebbero essere certificate da un’apposita anagrafe unica: di diritto vengono iscritte la Consip e le centrali regionali. Risultato: al momento l’unico modo è rivolgersi a Consip, visto che le altre centrali non esistono ancora. Peccato, denuncia l’Anci, che Consip non sia attrezzata per garantire – in tempi rapidi – le piccole gare di cui hanno bisogno i Comuni non capoluogo: tutto bloccato. Tutto cosa? potrebbe chiedersi il lettore. La risposta illustra meravigliosamente l’eterogenesi dei fini del governo degli slogan: sono fermi gli appalti per usare i fondi europei, la manutenzione generale e – dulcis in fundo – l’edilizia scolastica, il piano per mettere in sicurezza le scuole annunciato in pompa magna dal premier e che dovrebbe concludersi entro il 31 ottobre.

Il presidente dell’Anci Piero Fassino ha chiesto che il governo intervenga con un decreto ad hoc ai ministeri interessati di emanare subito una circolare che consenta «ai Comuni di continuare a svolgere le funzioni istituzionali, in considerazione dell’insussistenza di un congruo periodo di tempo per applicare la nuova previsione». Dalle parti di palazzo Chigi, però, non ci sentono e allora toccherà alla maggioranza provvedere con un emendamento nel decreto Competitività o in quello sulla pubblica amministrazione che fa slittare la nuova disciplina al primo gennaio prossimo per l’acquisto di beni e servizi e al primo luglio 2015 per l’acquisto di lavori. A Montecitorio Dario Ginefra, deputato pugliese del Pd, ieri ha lanciato un appello a favore dell’emendamento proposto da Anci: a sera avevano firmato 70 democratici.

La burla del 730 “a domicilio”

La burla del 730 “a domicilio”

Franco Bechis – Libero

La dichiarazione dei redditi dell’anno prossimo (quella relativa al 2014) non arriverà a casa dei contribuenti, come più volte annunciato da Matteo Renzi. Sarà disponibile solo per via telematica, e per leggersela bisognerà effettuare tutte le procedure di registrazione presso il sito Internet dell’Agenzia delle Entrate, passaggio questo che risulterà particolarmente ostico a una parte della platea a cui la semplificazione è rivolta: quella dei pensionati. La stessa condizione riguarderà i lavoratori dipendenti, unici altri ammessi al beneficio della dichiarazione dei redditi precompilata. La novità emerge dal testo dello schema di decreto legislativo recante disposizioni in materia di semplificazioni fiscali trasmesso al Senato dal governo lo scorso primo di luglio. Un testo di 34 articoli ben più complesso e insidioso di quel che appariva dalle premesse.

L’idea di Renzi era quella di sollevare una parte dei contribuenti italiani dal milione di contestazioni formali che arrivano ogni anno dall’Agenzia delle Entrate, facendo arrivare loro a casa una dichiarazione dei redditi precompilata dal fisco italiano, che è in grado di attingere alle varie banche dati del Grande Fratello fiscale anche per controllare già le detrazioni e le deduzioni cui il contribuente avrebbe diritto. Idea semplice, che Renzi ha rubato ad uno dei suoi alleati (la proposta era di Angelino Alfano), facendola sua e rivendendosela subito all’opinione pubblica. Ma quella semplicità si è complicata molto con il decreto attuativo che la fa entrare in vigore in parte dal 2015 (quando anche le spese mediche saranno calcolate dall’Agenzia). Perché il testo arrivato in Parlamento fa entrare i contribuenti in un vero e proprio labirinto, causa non pochi problemi alle aziende da cui dipendono e che fungono da sostituti d’imposta, e rischia di provocare una rivolta da parte degli intermediari fiscali, siano essi Caf o commercialisti. Non solo, ma grazie alla apparente “semplificazione” del governo il costo della dichiarazione dei redditi rischia di lievitare per gran parte dei contribuenti, a meno che rinuncino alla dichiarazione precompilata e continuino a presentarla come hanno fatto in tutti gli anni precedenti.

La prima novità che sicuramente causerà disagio alle imprese sarà l’obbligo di trasmettere all’Agenzia delle Entrate entro il «7 marzo di ogni anno i dati relativi alla certificazione unica che attesta l’ammontare complessivo delle somme erogate, delle ritenute operate, delle detrazioni d’imposta effettuate e dei contributi previdenziali e assistenziali trattenuti». Significa un anticipo di un mese e mezzo rispetto ad oggi, e con le imprese che devono chiudere i bilanci dell’anno precedente e ottemperare agli altri adempimenti consueti sarà non piccolo il problema. In caso di ritardo o di errata trasmissione, alle imprese sarà comminata una multa fissa di 100 euro per ogni dipendente. Tra gli anticipi obbligatori anche la modifica del termine (dal 30 aprile attuale al 28 febbraio che scatterà nel 2015) «per la trasmissione all’Agenzia delle Entrate dei dati relativi ad alcuni oneri deducibili e detraibili sostenuti nell’anno precedente, quali interessi passivi sui mutui, premi assicurativi, contributi previdenziali, previdenza complementare». Raccolti tutti i dati entro il 15 aprile, per i lavoratori dipendenti e pensionati sarà disponibile solo per via informatica la dichiarazione precompilata da parte dell’Agenzia delle Entrate. I contribuenti che potranno accedervi avranno due opzioni: accettarla così com’è o cambiarla, inserendo detrazioni o deduzioni che non erano state previste. Ma anche se si accetta così com’è, la storia è appena all’inizio. Perché quella dichiarazione precompilata va poi presentata alla stessa Agenzia. Come? Da soli, sempre per via telematica. O chiedendo al proprio datore di lavoro di prestare assistenza fiscale. Oppure attraverso un Caf o tramite il proprio commercialista. In questi due casi però quella dichiarazione che resta intonsa rispetto a come era stata compilata dall’Agenzia delle Entrate dovrà essere accompagnata da visto di conformità del Caf o del commercialista. E se risulteranno errori l’Agenzia delle Entrate multerà e sanzionerà il commercialista o il Caf, e non il contribuente. È un aspetto grottesco della rivoluzione di Renzi: lo Stato compila la dichiarazione dei redditi del cittadino, il commercialista deve dire se lo Stato ci ha preso o no, e se questo suo giudizio è errato verrà punito lui e non lo Stato che ha inserito un dato errato. Che cosa significa questo? Che di fatto Caf e commercialisti avranno la responsabilità civile di quelle dichiarazioni dei redditi che però sono compilate dall’Agenzia delle Entrate. Cercheranno quindi di assicurarsi, e trasferiranno quel costo suppletivo sulla clientela. Non solo: pretenderanno dal contribuente ogni documentazione immaginabile per controllare i dati dell’Agenzia, perché sono loro a poterci rimettere le penne in caso di errore. E il possibile errore dello Stato non è eventualità remota: già oggi quasi tutti gli avvisi bonari e le contestazioni dell’Agenzia si basano su dati errati. Proprio per questo non ha senso scaricare sui professionisti la responsabilità di uno Stato che lavora male. Più che una semplificazione, quindi, una presa in giro.

Così lo stato nasconde quanto spende

Così lo stato nasconde quanto spende

Franco Bechis – Libero

Il suo nome tecnico è “cruscotto”. L’ha ideato Sogei, la società di secondo livello del ministero dell’Economia che è il braccio informatico dello Stato italiano. Il suo aspetto è molto simile a quello di un cruscotto di automobile: una plancia attraverso cui tenere sotto controllo tutti gli indicatori della spesa pubblica. Compito che non dovrebbe essere più così difficile: da qualche settimana è diventata obbligatoria la fatturazione elettronica per tutti i rapporti delle imprese con la pubblica amministrazione e anche fra impresa e impresa. Una condizione ottimale per tenere sotto controllo la spesa pubblica, ma anche per controllare in tempo reale la qualità di quella spesa. Se ogni fattura finisce in quel cruscotto di Sogei diventa immediato controllare ad esempio i costi standard di ogni categoria di spesa pubblica. Basta puntare quel cruscotto su due diverse Regioni ad esempio per capire quanto pagano per uno stesso acquisto: dalle famose siringhe per gli ospedali alla fornitura di mobili per gli assessorati, di gasolio per il riscaldamento e così via. Il cruscotto di Sogei è pronto. La fatturazione elettronica è in grado di far arrivare dati di spesa in tempo reale anche per il più piccolo ente pubblico. Ma tutto questo al momento è solo un fantasma. Possibile, ma non esistente. Il governo di Matteo Renzi, come al solito straordinario nel recitare giaculatorie e slogan di trasparenza, non ha dato l’ok all’utilizzo dei cruscotti. E analoghe barricate arrivano dagli organi rappresentativi degli enti (Comuni, Città metropolitane, nuove Province, Regioni, enti pubblici economici). La battaglia la sta tentando in solitaria il presidente della commissione bicamerale di vigilanza sull’anagrafe tributaria, Giacomo Portas. Lui è un deputato del Pd, ma atipico: è stato eletto alla Camera per la seconda volta come indipendente e leader del movimento “I moderati” che in Piemonte, Liguria e parte dell’Emilia Romagna sono alleati del Partito democratico ottenendo spesso numeri a doppia cifra. «Il cruscotto di Sogei – spiega Portas – è l’uovo di Colombo: basterebbe metterlo sul sito Internet di ogni amministrazione pubblica, dai Ministeri al più piccolo dei Comuni. E i cittadini potrebbero controllare direttamente se la propria amministrazione di riferimento spende bene o male i suoi soldi grazie alla possibilità di confrontare lo stesso acquisto con il cruscotto di un’altra amministrazione. Così si potrebbe scoprire se è vero o meno che una siringa costa il doppio in alcune Regioni rispetto ad altre». Che sia l’uovo di Colombo è vero, il problema è che proprio chi spingeva tanto per la trasparenza, dal premier in giù, non ha alcuna intenzione di mettere quell’uovo in padella.

Le resistenze sono fortissime ovunque, e prima ancora di sperimentare quei confronti sono in mille a mettere le mani e a fornire giustificazioni alla propria spesa, sostenendo l’impossibilità di confrontarla con quella di altro ente analogo. Il ministero dell’Economia non è d’accordo, ma non tutti al suo interno la pensano allo stesso modo. Lo ha fatto capire il viceministro Luigi Casero, proprio davanti alla commissione bicamerale di vigilanza sulla anagrafe tributaria. Lì ha spiegato che la fatturazione elettronica era strumento necessario innanzitutto per censire quello che oggi lo Stato non sa: il debito che ha nei confronti delle imprese per forniture alle pubbliche amministrazioni: «L’obiettivo – ha spiegato Casero – era partire con l’obbligo della fatturazione elettronica nei rapporti con la pubblica amministrazione, in modo tale da far sì che lo Stato fosse esattamente a conoscenza di quanto fosse il debito nei confronti della pubblica amministrazione e di chi. Questo percorso è appena partito, anche se ci sono una serie di problematiche che devono essere risolte. Ancora adesso alcuni fanno fatica a mandare le fatture, ci sono problemi di codici: ci sono una serie di questioni che devono essere superate. Nel momento in cui ci sono i dati a disposizione , oltre alla certificazione del debito c’è anche l’analisi del debito stesso. Quando gli elementi sono a disposizione, l’analisi diventa un aspetto fondamentale di politica economica dello Stato perché a quel punto si può andare a vedere la spesa, com’è stata fatta, confrontarla con il costo standard e così via». Casero ha poi aggiunto a titolo personale: «Secondo me, anche relativamente alla trasparenza, questa è una cosa che deve essere assolutamente portata avanti».

Buone intenzioni, ma alla fine le cose stanno andando in maniera diametralmente opposta a quella che si dice. Sulla spesa dei vari Ministeri, sulle consulenze varie, c’è con il governo Renzi molta meno trasparenza di quella che esisteva un anno fa, e perfino rispetto a 4 o 5 anni fa. Il nuovo governo ha – al contrario – fatto oscurare ogni dettaglio di spesa e di fatturazione perfino nell’amministrazione di palazzo Chigi, dove Renzi guida il governo e ha pure da febbraio la propria residenza privata. Il cruscotto cui tiene tanto Portas è oscurato e la spesa se ne va in grande libertà. È un fallimento ormai conclamato, così come lo è stato il tentativo di centralizzare gli acquisti della pubblica amministrazione attraverso la creazione della Consip: pur di non comprare lì a minor prezzo si è tirata fuori ogni scusa e alla fine quasi tutte le Regioni si sono fatte le loro Consip, moltiplicando le centrali d’acquisto e ovviamente anche quelle di spesa pubblica.

“Un po’ per cosa e senza studi precisi così in un’ora inventai il limite del 3%”

“Un po’ per cosa e senza studi precisi così in un’ora inventai il limite del 3%”

Anais Ginori – La Repubblica

Si sente in colpa? «Per nulla. Anzi, orgoglioso». L’uomo a cui dobbiamo Finanziarie lacrime e sangue, innumerevoli salassi e i nostri mali europei, è seduto in una brasserie del quinto arroundissement. Si chiama Guy Abeille, meglio conosciuto come “Monsieur 3%” perché rivendica di aver ideato la discussa regola del 3% di deficit sul Pil, croce di tanti governanti dell’Ue. Nessuno conosce il suo nome, tutti conoscono e temono invece la sua invenzione. «Fu una scelta casuale, senza nessun ragionamento scientifico» confessa adesso l’economista matematico di 62 anni. Anche se la Francia è tra i paesi meno rispettosi del limite imposto nel Patto di Stabilità (quest’anno il deficit è al 3,6%), la norma-faro è nata a Parigi otre trent’anni fa. Abeille, oggi in pensione, allora lavorava al ministero delle Finanze.

Come si arriva a questo numero simbolico?

«Quando François Mitterand venne eletto nel 1981scoprimmo che il deficit lasciato da Valery Giscard d’Estaing per l’anno in corso non era di 29 ma di 50 miliardi di franchi. Sembrava anche difficile fermare l’appetito dei nuovi ministri socialisti. Avevamo davanti uno spauracchio: superare 100 miliardi di deficit. Mitterand chiese all’ufficio in cui lavoravo di trovare una regola per bloccare questa deriva».

Perché proprio il 3%?

«Avevamo pensato in termini assoluti di stabilire come soglia massima 100 miliardi di franchi. Ma era un limite inattendibile data l’alta fluttuazione dei cambi e le possibili svalutazioni. Quindi decidemmo di dare il valore relativo rispetto al Prodotto interno lordo che all’epoca era di 3.300 miliardi. Di qui il fatidico 3%. Qualche mese dopo, Mitterand parlò ufficialmente della regola per il controllo dei conti pubblici. La Finanziaria si chiuse con uno squilibrio di 95 miliardi. Ma Laurent Fabius, allora premier, anziché dare la cifra parlò di un deficit pari al 2,6 del Pil. Faceva molta meno impressione. Così è cominciato tutto».

All’inizio era soprattutto uno slogan?

«L’obiettivo principale era trovare una regola semplice, chiara, immediata, per contenere le spese dei ministeri. Ma dovevamo anche farci capire dall’opinione pubblica francese e dai mercati internazionali, non tanto per i tassi di interesse quanto per i rischi della speculazione sulla moneta nazionale. Oggi che esiste l’euro pochi lo ricordano ma all’epoca era quella la minaccia che faceva tremare gli Stati».

Come si è arrivati a farne una regola per gli altri paesi europei?

«La regola aveva funzionato bene negli anni Ottanta: i governi francesi non hanno sfiorato il 3%, tranne nel 1986. È stato Jean-Claude Trichet, allora direttore generale del ministero del Tesoro, a proporre questa norma durante i negoziati per il Trattato di Maastricht. Per paradosso, la Germania ha adottato la norma del 3% di deficit sul Pil fino a farne uno dei punti centrali del Patto di Stabilità. Trovo divertente che questa regola nata quasi per caso e oggi imposta dai tedeschi sia nata proprio in Francia».

Davvero non c’erano grandi teorie economiche dietro al 3%?

«Dovevamo fare in fretta, il 3% è venuto fuori in un’ora, una sera del 1981. Qualche anno dopo ho lasciato il ministero delle Finanze per lavorare nel settore privato. Immaginavo che ci sarebbero stati degli studi più approfonditi. In particolare quando il parametro è stato esteso all’Europa. E invece il 3% rimane ancora oggi intoccabile, come una Trinità. Mi fa pensare a Edmund Hillary che quando gli chiesero perché aveva scalato l’Everest rispose: “Because it’s there”. Da quella sera del 1981 in cui il 3% è uscito fuori un po’ per caso, è diventato parte del paesaggio delle nostre vite. Nessuno più che si domanda perché. Come una montagna da scalare, semplicemente perché è lì».

Lo scandalo dei fondi europei: 500mila progetti di formazione non sono serviti a creare lavoro

Lo scandalo dei fondi europei: 500mila progetti di formazione non sono serviti a creare lavoro

Valentina Conte – La Repubblica

Una montagna di miliardi, sfuggita di mano. Ogni anno l’Italia spende cifre impressionanti in progetti finanziati con fondi strutturali europei, eppure nessuno è in grado di valutarne gli effetti. Se ad esempio favoriscono davvero l’inclusione sociale, se creano nuova occupazione e se questa è strutturale e come viene retribuita. Anzi, va persino peggio. Non solo non conosciamo l’efficacia della spesa, ma ogni euro di fondi ricevuti ce ne costa due in tasse: uno da versare all’Europa come membri dell’Unione e un altro come cofinanziamento, obbligatorio per utilizzare quei fondi. Eppure, nonostante il clamoroso black-out informativo, in cinque anni sono stati messi in campo ben 504mila progetti di formazione, per una spesa di quasi 7 miliardi e mezzo. Con quali benefici? La risposta dello studio curato dagli economisti Roberto Perotti e Filippo Teoldi e pubblicato sul sito lavoce. info è una sola: i benefici sono ignoti.
«Nessuno riesce a districarsi tra piani europei, nazionali e regionali», osserva Perotti, docente alla Bocconi e in passato consigliere economico di Renzi. «Centinaia di documenti stilati per fissare obiettivi che nessuno rispetta. E i soldi diventano una mangiatoia pazzesca per sindacati, assessorati regionali e provinciali». La soluzione per Perotti è una sola: «Non diamo più soldi a Bruxelles, così non rischiamo di vederli finire nelle mani dei maestri dello spreco, in un sottobosco politico parassitario». La tesi è ardita, ma suffragata dai numeri dello studio dal titolo “Il disastro dei fondi strutturali europei”.
Nel 2012 l’Italia ha versato 16,5 miliardi come contributi alla Ue e ne ha ricevuti in cambio solo 11, di cui 2,9 di fondi strutturali, tra Fse (per formazione, sussidi al lavoro, inclusione sociale) e Fesr (sussidi alle imprese e infrastrutture). Questi fondi per essere spesi devono essere “doppiati” tramite il cofinanziamento, dunque denari italiani. «Ottima idea, per coinvolgere il beneficiario. Ma se prendiamo il solo Fse, appena il 4% del finanziamento totale viene dalle Regioni (quasi niente dalle Province), il resto è finanziato in parti uguali da Stato italiano e Ue»». I soldi di questo fondo dunque «sono completamente gratuiti per i soggetti che poi attuano il progetto, cioè Regioni e Province». Di qui la prima stortura. «Lo scopo del cofinanziamento è completamente negato».
Lo studio passa poi ad esaminare la spesa per i progetti di formazione, che rappresentano la quasi totalità dei progetti dell’Fse (504 mila su 668 mila). Nel periodo 2007-2012 (dati OpenCoesione) ben 7,4 miliardi su 13,5 sono stati impiegati qui. La valutazione di questi corsi è «un’industria che non conosce crisi» e tiene in vita «decine di centri di ricerca» che hanno prodotto tra 2007 e 2011 ben 280 documenti di valutazione, per la stragrande maggioranza «inutili, un sottobosco nel sottobosco». Poiché nessuno è davvero in grado di raccontare l’efficacia dei corsi. Le variabili di solito citate sono la percentuale di soldi spesi e il tasso di occupazione. Ma la prima non è per forza indice di successo: si possono spendere molti soldi in progetti inutili o dannosi. E la seconda spesso è effetto della congiuntura, se non si riesce a misurare i posti di lavoro che davvero i corsi di formazione e gli stage favoriscono.
Il confronto europeo è poi agghiacciante. Se l’Italia tra 2007 e 2013 ha offerto corsi a 21mila persone, la Francia aveva 254mila iscritti e la Germania 208mila (dati del network di esperti sulla spesa dell’Fse per l’inclusione sociale). Ebbene, tra quelli che hanno completato le attività (appena 233 italiani, contro 50mila francesi e 32mila tedeschi), solo il 14% risultava poi occupato in Italia, contro l’85% della Francia e il 35% della Germania. Ma, aggiunge lo studio, «è possibile che i partecipanti italiani abbiano ricevuto servizi non finalizzati a trovare un posto di lavoro». Ma allora a che cosa servono questi corsi?

La Commissione europea, lo scorso marzo, sosteneva che grazie ai fondi Ue in Italia sono stati creati tra 2007 e 2013 più di 47mila posti, 3.700 nuove imprese, banda larga estesa a più di 940mila persone, sostegno per 26mila pmi, 1.500 chilometri di ferrovie e progetti di depurazione delle acque. La Corte dei Conti però, in febbraio, diceva che dal 2003 ad oggi gli “euro-furti” (frodi, imprenditori fasulli, finti progetti, costi gonfiati, incarichi irregolari) hanno raggiunto la cifra record di un miliardo e 200 milioni. Solo nel 2012 ne sono stati scovati 344 milioni (al top la Sicilia con 148 milioni finiti nelle tasche sbagliate, vedi il caso del deputato pd Genovese che secondo le accuse in cinque anni avrebbe lucrato ben 6 milioni di euro di fondi europei destinati proprio alla formazione professionale). Nel 2013 poi la Guardia di Finanza ne ha recuperati altri 228 di milioni. Arrivati come fondi strutturali, poi finiti nelle tasche del malaffare. E certo non usati per creare posti o crescita.

La guerra dei trent’anni con il fisco per un rimborso

La guerra dei trent’anni con il fisco per un rimborso

Vittorio Da Rold – Il Sole 24 Ore

Facciamo un salto nel passato fino al 1984 quando non c’erano ancora i telefoni cellulari e Internet muoveva i primi passi ma iniziava un contenzioso con il fisco italiano che forse finirà nel 2014, una sorta di guerra dei trent’anni con il Fisco. Sembra incredibile, ma purtroppo vero. Ripercorriamo la vicenda.

Nell’aprile 1984 il contribuente S.L. subisce un’indebita ritenuta Irpef al momento dell’erogazione di un acconto sul Tfr, l’indennità di fine rapporto. Poco male – pensa il nostro malcapitato – ma non sarà così. Il 7 novembre 1984 il contribuente presenta all’Intendente di Finanza di Milano una richiesta di rimborso, ottenendo il cosiddetto silenzio-rifiuto (un no senza motivazioni). Il 30 marzo 1985 il contribuente presenta ricorso alla Commissione provinciale di Milan, che con sentenza del 17 giugno 1987 accoglie il ricorso. Ma il Fisco non si arrende e l’Ufficio presenta appello. Il primo ottobre 1992 (e sono già trascorsi sei anni) la Commissione tributaria regionale conferma la sentenza di primo grado, dando nuovamente ragione al contribuente. Ma il Fisco non demorde e il 9 luglio 1993 l’Intendenza di Finanza di Milano presenta ricorso alla Commissione tributaria centrale. Il calvario giudiziario continua. Il 19 dicembre 2008 (e sono già trascorsi 24 anni), nonostante le precedenti condanne, l’Agenzia delle Entrate deposita alla Commissione tributaria centrale (soppressa da anni ma ancora in funzione per smaltire l’arretrato!) dichiarazione di persistenza dell’interesse alla definizione del giudizio. Così si va avanti nella contesa. Il 28 novembre 2011 la Commissione tributaria centrale condanna definitivamente l’Agenzia delle Entrate. La vicenda è finita? Non ancora. Il dispositivo della sentenza viene notificato per raccomandata a.r nel dicembre 2011 al domicilio eletto, 27 anni prima, presso lo studio dell’avvocato che allora assistette il contribuente e che ora è difficilmente reperibile per motivi di età. Il contribuente, quindi, ancora non sa delle definitiva vittoria. Solo nel marzo di quest’anno il contribuente riceve una comunicazione, datata 6 febbraio 2014, con la quale il Team Rimborsi chiede al contribuente di esibire il “Modello 102”, documento oggi sconosciuto e che forse fu rilasciato nel 1984 dal datore di lavoro (una società oggi in Italia estinta) per poter procedere al rimborso. A questo punto il contribuente (ormai settantaduenne ma ancora tenace e combattivo) si affida alla Consilium (www.consilium.mi.it) nella persona del commercialista Franco Formenti. Il professionista, dopo lo concerto iniziale (che sarà il “Modello 102”?), cerca di prendere contatto con il funzionario responsabile del Team Rimborsi per far presente che tutta la documentazione di supporto del credito è già a loro disposizione, essendo stata depositata nel fascicolo della causa che loro ovviamente ben conoscono; si vorrebbe evitare di dover avviare il giudizio di ottemperanza (nuovo ricorso e altri costi). Ma si scopre che il numero di telefono indicato in calce alla comunicazione dell’Agenzia è inaccessibile e il numero di fax, anch’esso indicato in calce alla medesima comunicazione, non riceve i messaggi. Situazione kafkiana.

A oggi il contribuente è in attesa di ricevere risposta al messaggio e-mail inviato al Team Rimborsi (per via normale perché i singoli Uffici non hanno un indirizzo d posta certificata) e all’indirizzo Pec della Direzione provinciale II di Milano. Il contribuente attende, sperando di ricevere i suoi 12.269,55 euro oltre gli interessi maturati in trent’anni avendo rinunciato al rimborso delle spese. Nel frattempo il cittadino ha venduto dei titoli per pagare l’Imu e la Tasi che naturalmente sono scadenze che non aspettano.

La spesa pubblica tutta online: 800 miliardi senza più segreti

La spesa pubblica tutta online: 800 miliardi senza più segreti

Andrea Bassi – Il Messaggero

È come se fosse caduta la prima pietra del muro di Berlino. Come l’apertura dell’archivio segreto del Vaticano o della Cia. Sì, perché per anni il Siope, il sistema informativo delle operazioni degli enti pubblici, è stato considerato dalla Ragioneria generale dello Stato come uno degli strumenti maggiormente “confindenziali”. Un segreto, appunto. Tanto che in passato era stato espressamente vietato da un decreto dare accesso esterno a questa infrastruttura informatica nella quale lo Stato, tutto gli enti locali, le università, le aziende ospedaliere, gli enti di ricerca, le comunità montane e qualsiasi altro ente pubblico devono registrare giorno per giorno tutte le loro spese. Per chi ha accesso al Siope, una piattaforma realizzata dalla Banca d’Italia, gli 800 miliardi di denaro pubblico che ogni anno escono dalle casse dello Stato non hanno segreti.

Da qualche giorno questa immensa banca dati è a disposizione di tutti. Basta digitare l’indirizzo www.siope.it, cliccare su “accedi” e il gioco è fatto. Niente password, niente accessi limitati, niente vincoli. Tutte le spese che ogni giorno sono registrate sulla piattaforma sono accessibili a qualsiasi cittadino. Una vera rivoluzione. Fino ad ora persino i sindaci che comunicavano le loro spese non avevano accesso completo alla piattaforma. Potevano inserire i dati ma non consultarli. Segno che il potere della Ragioneria, tempio del rigore e dell’ortodossia nel controllo dei conti, segna sempre più crepe dopo l’arrivo a Palazzo Chigi di Matteo Renzi (che in realtà avrebbe voluto trasferire la struttura sotto il suo controllo).

Il Siope ha e avrà sempre di più un ruolo fondamentale nel controllo della spesa pubblica. Tutti i flussi di cassa dello Stato e delle sue articolazioni passano ogni giorno sulla piattaforma. La navigazione rivela molti dettagli interessanti. Nel primo semestre dell’anno, per esempio, le uscite dello Stato centrale hanno superato i 174 miliardi. Meno della metà dei 421 miliardi spesi in tutto il 2013. Alcuni dettagli sono curiosi. Per esempio si può scoprire che le spese di pulizia e lavanderia da parte dello Stato centrale nel solo primo semestre dell’anno sono state di 43,8 milioni, che si sono spesi 21 milioni in beni alimentari o ben 177 milioni per traslochi e trasporti a favore del personale dipendente. Ma anche qualche dato più allarmante. Come per esempio che la spesa corrente delle Regioni nei primi sei mesi dell’anno è stata di 21,6 miliardi contro i 19,8 dello scorso anno.

Follie della burocrazia: l’imposta sui volontari del soccorso alpino

Follie della burocrazia: l’imposta sui volontari del soccorso alpino

Maurizio Caverzan – Il Giornale

L’ultimo colpo di zelo della burocrazia italiota l’ha scoperto Roger De Menech, parlamentare bellunese del Pd. Riguarda l’attività dei volontari del Soccorso alpino e consiste in una nuova tassa camuffata da pagare per chiedere il rimborso della giornata lavorativa al proprio datore di lavoro quando si è chiamati a un intervento di soccorso. Trentadue euro, non pochi centesimi, in marche da bollo da apporre alla domanda. Nell’Italia del canone speciale preteso dalla Rai dai titolari di partita Iva possessori di pc che potrebbero guardare la tv in azienda e delle tasse per i diritti d’autore chiesti ai possessori di tablet e smartphone che potrebbero scaricare film o musica, può succedere anche questo. In fondo, lo scarso stupore di fronte a queste notizie è la spia della deriva e della rassegnazione. «Voglio sapere chi è il geniale burocrate che ha fatto questa pensata», ha dichiarato De Menech rifiutando di rassegnarsi e annunciando un’interrogazione urgente una volta appresa la nuova prassi introdotta dal ministero del Lavoro. A segnalare il caso è stato il responsabile del Soccorso Alpino bellunese Fabio Bistrot. Ma non è escluso che la nuova, fantasiosa gabella riguardi anche volontari in servizio in altre aree geografiche e per altri tipi di interventi. È esattamente ciò che De Menech, segretario regionale del Pd veneto considerato vicino a Matteo Renzi, vuole sapere. E non a caso il deputato bellunese cita il premier: «Dobbiamo lavorare per uno Stato che sia amico dei cittadini e non ostile, come dice Renzi» sottolinea.

La normativa in questione riguarda i cosiddetti “volontari comandati”. Ovvero quei soccorritori che dipendono dalla Protezione civile,richiesti da un ufficiale dello Stato, solitamente il sindaco o il prefetto, di prestare servizio in caso di calamità o di interventi di soccorso. Finora la domanda in duplice copia per il rimborso dell’assenza dalla giornata lavorativa richiedeva una marca da bollo da due euro. Improvvidamente, per decisione autonoma di alcuni uffici provinciali del Lavoro, il costo della marca è passato da due a 16 euro. «Non c’è una legge che stabilisca di quanto dev’essere il bollo per le domande», precisa De Menech. «Tutto avviene in modo arbitrario. È incredibile che qualcuno voglia spremere soldi dai volontari». In questo modo «lo Stato ne aggredisce la dignità e mina il principio di sussidiarietà». La faccenda risulta ancor più antipatica proprio mentre entra nel vivo la stagione turistica nelle zone alpine e appenniniche dove il servizio dei volontari per garantire la presenza dello Stato e fornire il supporto di prevenzione e sicurezza in questi ambienti è quanto mai indispensabile. «Il risultato inevitabile sarà che, dovendo sborsare 32 euro per ottenere il rimborso, i volontari verranno meno al loro impegno e il soccorso alpino rimarrà sguarnito» prevede De Menech. Che sull’argomento annuncia un incontro in settimana con i rappresentanti del governo. «Questo increscioso episodio – prosegue il deputato bellunese – conferma l’urgenza non solo di riformare la pubblica amministrazione ma anche di quanto sia necessario e indispensabile il ricambio di personale all’interno della burocrazia italiana. L’attuale burocrazia è ostile ai cittadini e ai contribuenti, e interpreta il proprio ruolo non al servizio degli italiani ma come potere d usare contro i cittadini».