Banche popolari, tante ombre che non giustificano un decreto legge

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Gianfranco Polillo – Il Garantista

Che le banche popolari fossero l’ultimo lembo di quella “foresta pietrificata”, che fu la caratteristica del sistema bancario, prima della riforma Amato, è un fatto assodato. Il jurassic park del capitalismo italiano: luoghi di intrighi, di scorrerie finanziarie, di un rapporto privilegiato con il territorio – è vero – ma all’insegna dell’opacità. Di una gestione del credito centrata più sulle comuni cordate che non sulla volontà di allevare squadre di imprenditori meritevoli. Con la loro voglia di far crescere le proprie aziende, nella sfida del mercato. Si è parlato spesso del modello Sparkassen o delle Volksbanken, tipiche del capitalismo tedesco. Banche locali, che solo l’intransigenza di Angela Merkel ha sottratto alla vigilanza unica europea. Adducendo più o meno le stesse motivazioni. Ma con una differenza: la Germania è la Germania. Che la riforma si dovesse fare è, quindi, fuori discussione. Ma come farla? Questo è il punto vero della questione. Nel governare la fuoriuscita progressiva della Fondazioni bancarie dal capitale degli Istituti di credito ci sono voluti anni. Punteggiati da resistenze e ritorni indietro.

In alcuni casi, come per MPS, quest’obiettivo è stato conseguito solo a seguito di quella crisi che ha portato alla distruzione di un patrimonio accumulato in oltre cinquecento anni di storia. E solo recentemente la terza banca italiana, quella che una volta era la più patrimonializzata, ha assunto una veste normale. Quella di un soggetto contendibile. In cui le azioni, a differenza del vecchio capitalismo familiare italiano, pesano e non si contano. Come avveniva una volta in quel grande gioco degli specchi messo su da Enrico Cuccia. Al tempo stesso, tuttavia, baluardo contro le guerre di conquista dei boiardi di Stato. La grande industria pubblica, che fu il lascito dell’esperienza fascista e della grande crisi del 1929. Nel capitalismo contemporaneo la contendibilità non è un vezzo. Ma lo strumento attraverso il quale si cambiano manager che non funzionano. Ristabilendo il giusto rapporto tra mercato e tecnocrazia. L’esatto contrario della governance in voga presso le principali popolari italiani: dove erano le alchimie interne a decidere la sorte di chi poteva avere, in effetti, lo scettro del comando. Con il loro intreccio perverso tra politica ed affari, potentati locali e esponenti, ormai trombati di una vecchia nomenclatura.

Presidente della Banca popolare dell’Etruria e del Lazio, la banca in cui Pier Luigi Boschi, il padre della ministra per le riforme costituzionali, è Giuseppe Fornasari. Vecchia volpe democristiana. Più volte deputato. Qualche incarico governativo, come sottosegretario all’Industria. Ed ora coinvolto in quello che rischia di annunciarsi come un clamoroso fallimento. Due ispezioni della Banca d’Italia. Le procure di Arezzo e Firenze che aprono un fascicolo. Multe milionarie all’intero consiglio d’amministrazione. Un carico gigantesco di crediti insoluti che dimostrano quanto sia facile finanziarie opere dubbie, se gestite dagli amici. Ed infine, proprio in questi giorni, la decisione di commissariare definitivamente l’istituto da parte della Banca d’Italia. Ma solo alcuni giorni fa dal 19 al 23 gennaio, mentre il decreto legge per la trasformazione della Banca in Spa prendeva corpo, il titolo andava a ruba. Con un aumento dei corsi pari al 62,17 per cento.

Più che una stranezza un vero e proprio miracolo, visto i fondamentali della banca. Stravaganza né unica né rara. Il Credito Valtellinese ha goduto di rialzi più limitati (30,93), ma ugualmente significativi collocandosi al secondo posto. Mentre per tutti gli altri istituti interessati, i margini sono stati ben più modesti. Esclusi i primi due campioni del listino, il guadagno medio è stato pari al 18,6 per cento. Niente male se si paragona al normale andamento del comparto bancario che, in quegli stessi giorni, aveva totalizzato guadagni in media pari all’8,68 per cento. Ma come spiegare tanta differenza? Il rendimento delle quotazioni della Banca popolare dell’Etruria è stato pari a quasi 3 volte e mezzo quello della rimanente pattuglia. Quello del Credito Valtellinese una volta e mezzo. Mani forti, come si dice in gergo, che hanno comprato a più non posso, mentre nei mesi precedenti si erano tenute lontane da quegli stessi prodotti.

Spiegazione relativamente semplice. Il decreto legge è figlio diretto di una direttiva europea, che rende obbligatorio la trasformazione degli assetti proprietari per quegli istituti di credito che avevano un volume d’affari superiore a 30 miliardi. La Borsa, nel tempo, aveva quindi scontato un possibile rialzo dei relativi titoli. Il governo, invece, ha voluto strafare, abbassando la soglia a 8 miliardi. Includendo quindi nel conto, titoli, in precedenza, giustamente trascurati. E quali sono questi istituti, all’improvviso, miracolati? La Banca popolare dell’Etruria e del Lazio, il Credito Valtellinese, la Banca popolare di Bari, che, tuttavia, non è quotata in borsa. Ed ecco allora che il piombo si trasforma in oro. Sarebbe avvenuto la stesso se si fosse seguita la strada di un normale disegno di legge? Probabilmente no. Solo un decreto legge determina i suoi effetti giuridici fin dalla sua promulgazione. Chi ne era al corrente con qualche anticipo, a quanto è dato di sapere, ha operato con tempestività, comprando e vendendo a distanza di qualche giorno. Utili stimati: circa 10 milioni di euro. Gli altri sono rimasti semplicemente a guardare.