Camere di Commercio da riformare

CondividiShare on FacebookTweet about this on TwitterShare on Google+Share on LinkedInEmail this to someone

di Massimo Blasoni – Il Tempo

Quando si comincia a dare un’occhiata al totale generale dei costi delle 105 Camere di Commercio italiane sorge qualche dubbio sulla razionalità della spesa per il loro funzionamento. Nel 2014 questi enti pubblici autonomi hanno speso 1 miliardo e 851 milioni di euro (dati SIOPE): 367 milioni per i propri dipendenti e il resto in contributi, acquisto di beni e servizi, investimenti e operazioni finanziarie che hanno generato una miriade di società partecipate.
Come si sa, le Camere svolgono diverse attività utili come la tenuta del registro delle imprese, il rilascio di firme digitali, la gestione degli sportelli unici per le attività produttive in alcuni Comuni, lo studio e la promozione delle imprese. Molte loro prestazioni sono però rese in regime di monopolio e non certo di concorrenza. Ad esempio pressoché solo la Camera di Commercio o professionisti convenzionati possono rilasciare visure, bilanci e notizie sui protesti. E a stabilire il costo di queste prestazioni non è il mercato ma chi le eroga, impiegando ben 7.500 dipendenti. Un po’ troppi, nell’era dell’informatizzazione.
È ad esempio difficile pensare che una gestione più razionale ed efficiente avrebbe portato la Camera di Commercio di Roma ad avere quasi 500 dipendenti, peraltro tutti quanti beneficiati nel 2013 da compensi extra stipendiali (dai 6 mila euro per gli impiegati agli oltre 30 mila euro per i dirigenti). E non si obietti che queste strutture sono finanziate dalle imprese e non dalla fiscalità. Le loro entrate sono infatti derivanti in parte da contributi pubblici, in parte dal pagamento annuale obbligatorio dei diritti camerali al quale sono tenute obbligatoriamente tutte le imprese in ragione del loro fatturato. Un’ennesima tassa, insomma.
Ecco perché una robusta cura dimagrante delle Camere di Commercio risponderebbe a una logica di buona amministrazione. Buona parte della loro attività potrebbe essere facilmente garantita da altri enti: dall’Università (per le attività di studio) alle Regioni (per la promozione delle aziende). Abolire le loro sedi così come le segreterie e gli eccessi di rappresentanza, ridurre il personale addetto e superare in tal modo le duplicazioni consentirebbe di dimezzare gli attuali costi a carico di imprese e cittadini.

10.7 Il Tempo (2)