Una catasta di errori seppellisce il nuovo catasto

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Davide Giacalone – Libero

La riforma del catasto è stata seppellita da una catasta d’errori. Se ne parla da anni, è stata annunciata come cosa fatta nel luglio del 2013, la legge delega è stata approvata a novembre 2014, il tempo entro il quale il Consiglio dei ministri deve approvare il decreto legislativo scade sabato (27), ma giunti al limite estremo bloccano tutto. Matteo Renzi s’è accorto che rivalutando gli estimi e non abbassando le aliquote l’imposizione fiscale cresce al punto da potere raddoppiare. Complimenti per la prontezza di riflessi, noi lo scrivemmo nel luglio dell’annuncio, mentre dal novembre dell’approvazione andiamo ripetendo che il principio dell’invarianza fiscale, contenuto nella legge, va saputo maneggiare. Accatastiamo allarmi e suggerimenti tra le parole al vento.

Il catasto attuale è irrealistico. Cambiarlo è necessario, cercando di portare i valori degli immobili almeno vicino a quelli di mercato. Ma è del tutto evidente che se si rivalutano quei valori deve contemporaneamente scendere l’imposizione sulle case, altrimenti ne risulta un salasso insostenibile. Non è che ci voglia un genio, per rendersene conto. Capisco, naturalmente, che una cosa è scriverlo e altra tradurlo in pratica, ma anche scrivere la ricetta della pasta con le vongole è cosa diversa dal cucinare quel piatto, pero, dopo un po’ di spaghetti scotti, condimento slegato e vongole sabbiose non è che si solidarizza con lo sfortunato cuoco, gli si suggerisce di dedicarsi ad altri mestieri. l lavoro delle commissioni censitarie andava seguito e predisposti i meccanismi di correzione. Accorgersene all’ultimo minuto non è segno di occhiuta vigilanza, ma di cieca incapacità.

La legge delega, del resto, con tiene il principio dell’invarianza fiscale. Il che non vuol dire che non cambia quel che ciascuno paga, perché se così fosse ci si potrebbe risparmiare la fatica e lasciare le cose come stanno. Significa che verranno rimodulati i carichi fiscali e la loro distribuzione, in modo da dare un senso alla rivalutazione degli immobili. L’invarianza nazionale, quindi, significa che qualcuno pagherà di meno e altri pagheranno di più. Il “chi” dipende dal modo in cui il catasto riformato riporta i valori immobiliari. Il “quanto” dipende da diversi fattori: la logica della legge delega è che parte dell’imposizione sarà stabilita dai Comuni, che essendo migliaia, solitamente inadempienti e in ritardo, è evidente che non si potrà mai essere anticipatamente certi che il gettito complessivo resterà invariato. Allora si devono predisporre i meccanismi compensativi, talché l’eventuale superamento del gettito dell’anno precedente si traduca in restituzione di soldi ai cittadini, in quello successivo.

Queste cose le scrivevamo l’anno scorso, non appena letta la legge. Le trovavo anche piuttosto scontate. Ovvie. Peccato che a poche ore dalla scadenza della delega si accorgono di non averci pensato. Ora, per metterci una pezza e non buttare via il lavoro legislativo fatto (in un clima di positiva collaborazione fra governo e Parlamento, di cui va resto merito a Daniele Capezzone, presidente della commissione Finanza, che ha interpretato il ruolo istituzionale senza nulla concedere al suo essere oppositore), si dovrà trovare un’uscita d’emergenza. Così mettendo le premesse per il rigoglioso crescere di uno sport nazionale, quello del ricorso amministrativo. Non è il destino cinico e baro, ma il governante sprovveduto e incapace di dominare la macchina che pilota. Per una cosa simile, ove esistesse corrispondenza fra potere e responsabilità, dovrebbero saltare gli uffici legislativi.

Nel frattempo non ci si dimentichi di quel che qui abbiamo segnalato, ovvero le ulteriori patrimoniali sulle case, mascherate da libretti e controlli sui sistemi di riscaldamento e raffreddamento. Ora è norma anche l’Ape, che sarebbe l’Attestato di prestazione energetica: le solite ditte convenzionate dovranno essere chiamate per verificare che in ciascun immobile sia tutto a posto. Normalmente le chiami se qualche cosa si guasta, invece si deve chiamarle e pagarle perché è guasta l’anima di un’amministrazione pubblica che dispone di fantasia satanica nell’imporre nuovi obblighi e nuove gabelle.