O il coraggio, oppure la manovra

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Alessandra Servidori – Italia Oggi

C’è chi pensa che i numeri negativi per le economie di due partner fondamentali dell’Italia come Francia e Germania rafforzino la richiesta italiana di una maggiore flessibilità nelle regole europee. Ma sicuramente c’è un caso Italia, e se «non siamo il vagone di coda» e «l’Eurozona è in stagnazione» ho i miei dubbi che «l’Italia è in condizione di trascinare l’Eurozona fuori dalla crisi». La tempesta perfetta si è già annunciata con un meteo fuori dal normale mentre la tempesta economica è ancora incalzante.

L’Italia chiede flessibilità e politiche europee orientate alla ripresa economica ma ciò comunque comporta riforme costose nell’immediato, come giustizia, pubblica amministrazione e un’ulteriore diminuzione delle tasse sul lavoro.

Vero è che per l’Italia alla guida del semestre Ue, si apre un varco e un dialogo/alleanza anche con altri paesi nel chiedere correzioni di linea. I primi appuntamenti chiave per capire se questo sarà possibile sono il Consiglio europeo del 30 agosto, dedicato peròsoprattutto alle nomine, e soprattutto l’Ecofin informale previsto a Milano il 13 settembre.

La richiesta del governo italiano potrebbe essere quella di «incentivi» per quei paesi che le riforme le fanno davvero. Incentivi che prevedono più tempo nell’abbattimento del deficit e del debito e maggiori margini di manovra sui conti senza incorrere nelle sanzioni. Certo, la recessione c’è e non ci consola la situazione franco/tedesca. Ma è anche vero che il nostro export coinvolge solo 12-15 mila imprese, la crescita si fa solo con gli investimenti che, a loro volta, sono figli di una politica economica e industriale da «piano straordinario Marshall all’italiana». Non possiamo quindi dare la colpa solo a Bruxelles e Berlino poiché se anche la Germania si è fermata il crollo dell’export è stato con i paesi extra-Ue.

La ripresa è lenta e la recessione è svelta anche se i nostri giovani governanti hanno detto che «non c’è bisogno di fare alcuna manovracorrettiva». Ma stiamo ai fatti: il pil scende al denominatore (tre decimi di punto nel primo semestre), il deficit programmato nel Def al 2,6% sarà comunque entro il 3%? La Ue, stiamo pur certi, non farà sconti e, visto che non ci ha concesso di far slittare il pareggio di bilancio dal 2015 al 2016, ci chiederà di cominciare a limare fin d’ora.Gli 80 euro sono privi di reale copertura poiché non regge la previsione dei proventi derivanti dalla lotta all’evasione e dalla spending review, la vicenda dei pensionati «quota 96» è lì che canta poiché la maggioranza ha dovuto rimangiarsi quanto promesso.

Per effetto della deflazione, gli interessi sul debito ci costeranno altri 17 miliardi, solo parzialmente compensati dai bassi tassi pagati sui titoli di Stato, e il l’intervento correttivo dei conti pubblici, per almeno una ventina di miliardi, è una evidente necessità. La manovra andrà fatta. Ecco perchè va chiesto a chiediamo a Renzi di cambiare passo: sia coraggioso faccia tre passi avanti: il patrimonio pubblico (come da quattro anni insistono ItaliaOggi e Milano Finanza, con il piano SalvaItalia redatto, fra gli altri, da Monorchio e Savona) deve servire sia all’abbattimento dellostock di debito che a rilanciare gli investimenti pubblici e favorire quelli privati, abbassando le tasse sulle imprese e sul lavoro. Metta in pista un piano industriale nazionale che ci consenta di incrementare la quota sul pil del manifatturiero e dei servizi ad alto valore aggiunto. Vada avanti con riforme strutturali vere che siano in grado di tagliare di 7-8 punti sul pil quella spesa pubblica che, ultimi calcoli, nel 2014 arriverà a superare gli 825 miliardi, 16 in più di quanto programmato e il 7,8% in più del 2013.