Matteo-Pinocchio: imprese ancora senza soldi

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Stefano Zurlo – Il Giornale

Non siamo in alto mare, ma la riva è ancora lontana. Per arrivare a terra e trasformare l’Italia, almeno su questo lato, in un Paese normale ci vorrebbero altri 35 miliardi di euro. Trentacinque miliardi che le imprese italiane, alle prese con i morsi di una crisi che non vuol passare, aspettano dalla pubblica amministrazione. Niente da fare. Matteo Renzi ha perso la sua scommessa. Qualcosa si è mosso, metà circa dei debiti, a spanne perché pure le cifre sono ballerine e cambiano a seconda di chi le stima, è stata pagata. Ma molto, moltissimo resta da fare. E i tempi della nostra burocrazia sono migliorati ma rimangono lenti. Terribilmente lenti per chi vorrebbe misurarsi con i parametri europei: ci vogliono 165 giorni per saldare il dovuto. Troppi se si tiene a mente che la direttiva dell’Ue indica un periodo che oscilla fra i 30 e i 60 giorni per soddisfare le richieste dei creditori.

È la Cgia di Mestre, l’agguerrita associazione delle piccole imprese venete, a fare due conti e a bacchettare il premier Pinocchio. All’appello mancano almeno 35 miliardi su un totale, quello conteggiato da Bankitalia, di 75 miliardi. Siamo in realtà, considerando anche la porzione di debiti stornata e ceduta agli istituti di credito, a metà, anzi un po’ meno, dell’arduo cammino. Renzi ha illuso gli italiani. La sfida viene lanciata la scorsa primavera quando il premier si presenta nel salotto di Bruno Vespa e azzarda: «Facciamo un contratto serio. Se il 21 settembre, giorno di San Matteo, noi abbiamo sbloccato i pagamenti dei debiti della pubblica amministrazione lei va a Monte Senario a piedi da Firenze». Vespa ridacchia compiaciuto: «Se riuscite a pagare i debiti io vado in pellegrinaggio». San Matteo è arrivato, ma Matteo, fra una promessa e l’altra, non ha fatto il miracolo. Ha accorciato la distanza che separa lo Stato dalle industrie, ma la vergognosa zavorra che frena lo sviluppo è ancora lì. Fra un discorso e un comizio. I fuochi d’artificio non bastano per far guarire il malato Italia. E la Cgia aspetta al varco, sulla linea del calendario, il presidente del consiglio che non ha onorato il contratto stipulato davanti alle telecamere di Porta a porta. «Purtroppo – spiega il leader della Cgia Giuseppe Bortolussi – la promessa non è stata mantenuta».

I numeri sono impietosi: secondo i dati del ministero dell’Economia nel biennio 2013-14 sono stati messi a disposizione 56,8 miliardi. Entro il 21 luglio ne sono stati pagati 26,1. Non basta. A sentire il ministro Pier Carlo Padoan, dopo il 21 luglio la pubblica amministrazione ha versato altri 5-6 miliardi. Dunque, al momento, dovremo essere a quota 31-32. Un totale ragguardevole, ma lontano dalla meta fissata a quota 66,6. Siamo, sempre a spanne, a 35 miliardi di euro dal traguardo fissato appunto a 66,6 perché allo stock di 75 miliardi devono essere sottratti 8,4 miliardi di debiti girati dalle imprese alle banche e dunque fuori dal perimetro del mondo industriale. Certo, Renzi vedrà il bicchiere mezzo pieno, ma alla Cgia notano quel che manca: «Per azzerare complessivamente il debito accumulato con le aziende – prosegue implacabile Bortolussi – la pubblica amministrazione deve pagare, in linea di massima, ancora 35 miliardi». Il traguardo è ancora un miraggio. E Renzi a questo punto dovrebbe fare penitenza. «Se perdo io la scommessa – aveva detto a Vespa nel corso della trasmissione – potete immaginare dove mi manderanno gli italiani. Non sarà a Monte Senario».

Insomma, l’annuncite del premier rischia, col passare del tempo, di trasformarsi in un boomerang. In una somma impresentabile di sconfitte, ritardi, riforme arenate. E il malcostume non è solo un retaggio del passato. «I debiti – attacca Bortolussi – potrebbero aumentare ulteriormente a seguito del perdurare dei ritardi con cui lo Stato paga i fornitori». Siamo intorno ai 165 giorni. Meglio di prima, ma lontanissimi dalle tabelle europee. «Se in questo ambito – è la conclusione – anche le pubbliche amministrazioni di Grecia, Cipro, Serbia e Bosnia sono più efficienti della nostra, vuol dire che il lavoro da fare è ancora molto». Altro che Monte Senario.