Diciamoci la verità, sul debito pubblico ci eravamo distratti

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Francesco Daveri – Corriere della Sera

Nelle 192 pagine delle sue previsioni autunnali la Commissione europea descrive per il 2015 uno scenario di crescita appena positiva e di inflazione quasi a zero per i Paesi della Unione nel suo complesso. È un quadro molto peggiorato rispetto a quello descritto solo sei mesi fa nei documenti di primavera della stessa Commissione. Per l’Italia c’è la conferma di dati negativi sul Prodotto interno lordo (Pil) che dovrebbe attestarsi su un meno 0,4 per cento nel 2014 per poi tornare a un piccolo segno più (0,6 per cento) nel 2015. Per il nostro Paese, però, a differenza che per altri partner europei, il rinvio al futuro di una ripresa più decisa ha implicazioni particolarmente pesanti per la finanza pubblica.

Senza una crescita più robusta peggiora il deficit, non casualmente proiettato dalla Commissione al 3 per cento per il 2014 e al 2,7 per cento per il 2015 nel caso in cui siano attuate le misure della legge di Stabilità annunciate dal governo. A preoccupare Bruxelles, non è però tanto il deficit italiano (Francia e Spagna sono messe peggio di noi), ma il dato sul debito pubblico. Nel 2013 – ricorda la Commissione – è solo grazie alla recente revisione dei conti nazionali che il debito italiano è sceso al 127,9 per cento del Pil. Già nel 2014, invece, senza la crescita e dovendo – finalmente – onorare parzialmente il rimborso dei debiti della Pubblica amministrazione, è previsto in risalita sopra al 130 per cento del Pil (al 132,2 per cento) per poi toccare il 133,8 per cento a fine 2015, e stabilizzarsi lì intorno negli anni successivi.

Le note preoccupate della Commissione ricordano una verità: se è vero che (vedi il Giappone) si può convivere senza andare in default con un grande debito pubblico, è però altrettanto vero che una grande massa di debito pubblico pesa sulle spalle di qualsiasi economia. Nel caso dell’Italia l’onere comincia con gli 80 miliardi di euro di interessi che ogni anno lo Stato deve versare ai suoi creditori. Rispetto a prima della crisi, oggi una gran parte di questo debito è nelle mani di italiani e di banche italiane. Ma il risultato (tasse più alte per pagare gli interessi di un debito che non scende mai e anzi continua a crescere) è una partita di giro di cui si fatica a vedere la ragione ultima se non l’estrema ratio di un Paese che vuole solo galleggiare senza pensare al futuro.

Il peso del debito pubblico va però oltre l’onere degli interessi sull’indebitamento passato e si estende alla necessità di trovare acquirenti ai tassi prevalenti sul mercato per un enorme ammontare delle quote in scadenza. Il conto è presto fatto: se la rapida ripresa dell’economia americana – ipotesi tutt’altro che campata per aria – portasse con sé un aumento di un punto percentuale dei tassi di mercato, nei prossimi 12 mesi lo Stato italiano dovrebbe pagare 3,2 miliardi di euro in più sui 323 miliardi di euro di debito in scadenza da rinnovare. L’analogo della risicata spending review di quest’anno. Sostenere un debito pubblico grande come quello italiano è una scommessa rischiosa sull’evoluzione dei tassi e delle condizioni del credito nel mondo su cui l’Italia è per ora assicurata dall’impegno della Bce a difendere l’euro. Fino a quando, rimane da vedere. Certo, il,peso del debito pubblico è oggi meno evidente. È meno evidente perché lo spread, la differenza nel costo del debito italiano rispetto al debito tedesco, oscilla intorno ai 150 punti, cioè 400 punti base in meno della fine del 2011. Ma – lo dice la Commissione nelle poche righe finali della sua scheda sull’Italia – il problema resta.

Sotto ai dati contabili, detta legge l’algebra impietosa del debito. Al di là delle occasionali revisioni contabili, un Paese può rientrare dal suo accumulo passato senza tirare la cinghia degli avanzi di bilancio solo se cresce rapidamente: lo hanno fatto la maggior parte dei Paesi europei nel secondo Dopoguerra e, negli anni Novanta, i Paesi scandinavi, ma godendo di favorevoli condizioni di ripresa globale. Per l’Italia di oggi diventa allora urgente affiancare al graduale riequilibrio di bilancio e alle riforme per promuovere la crescita, le privatizzazioni, già contabilizzate da Bruxelles per uno 0,5 per cento del Pil e per ora assenti dall’agenda politica. Privatizzazioni che – vale la pena di ricordarlo – potrebbero essere un’altra occasione per riattivare la crescita e non solo per fare cassa.