I neomarxisti del welfare e del parassitismo

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di Carlo Lottieri

Ammettiamolo: c’è uno spettro che si aggira di nuovo per l’Occidente e questo spettro – di nuovo – è il marxismo. Se in America pare abbia qualche chance di successo uno come Bernie Sanders e i laburisti inglese hanno scelto quale presidente Jeremy Corbin, questo vuol dire che il successo editoriale di un Picketty o l’avanzata elettorale del nuovo socialismo nel Sud Europa  (dalla Grecia alla Spagna, alla stessa Italia dei teorici dei “beni comuni”) non sono fatti di poco conto. Il clima politico e culturale è sempre più favorevole alle tesi di Karl Marx.

E al tempo stesso colpisce dover constatare come questa riverniciatura del Capitale prescinda da un tema che era centrale in quel complesso lavoro, e cioè il tema della produzione.

Nel suo sforzo di leggere il procedere della storia, la filosofia marxiana si basava su un progetto preciso: si trattava di “superare” il capitalismo, a cui era comunque riconosciuto il merito di avere espresso una capacità di trasformazione del mondo mai vista in precedenza. D’altra parte Marx visse a lungo a Londra, che era il cuore dell’economia liberale, ed era persuaso che la rivoluzione proletaria si sarebbe affermata nel mondo di lingua inglese, avanguardia del capitalismo più dinamico. Rileggendo la storia in termini economici, egli intendeva enfatizzare il dato cruciale della produzione come motore primo del cambiamento sociale.

Se la modernità aveva esaltato la creatività economica, al socialismo spettava il compito di andare oltre, eliminando l’iniquità della sottrazione del plus-valore.

Sotto vari punti di vista, il nuovo socialismo che pretende di richiamarsi al filosofo di Treviri si regge allora su due elementi che erano assenti in Marx: la redistribuzione operata dal welfare State e l’ecologismo. In questo senso, i vari Tsipras utilizzano i richiami al materialismo dialettico solo per evocare slogan avversi al capitalismo, incuranti di questioni che erano invece cruciali nella riflessione di Marx. In effetti una teoria che ignori i temi della produzione non può dirsi marxista ed è chiaro che la nuova sinistra che si colloca tra Syriza e Podemos, e che trova perfino più di un’eco nei Paesi anglosassoni, non è primariamente interessata a come produrre, ma solo ai processi allocativi. La ricchezza non esce dall’impresa e non emerge dagli scambi: semmai essa è uno stock, che oggi è iniquamente distribuito. La rivoluzione non è allora invocata per cambiare i sistemi di produzione, ma per togliere a qualcuno e dare a qualcun altro.

E così si può prendere ai tedeschi per dare ai greci, ma anche alla finanza per dare ai lavoratori, all’1% per dare al 99%. Se il marxismo era comunque una filosofia della produzione, questa sua rivisitazione mediterranea si focalizza sulla redistribuzione e sull’idea che tutti gli uomini hanno diritto alla soddisfazione dei loro desideri. Non a caso, oggi cresce il numero di quanti sono favorevoli a quell’espansione monetaria che è in grado di fare avere banconote (seppure inflazionate) a tutti.

Le premesse teoriche di tale rilettura distorta del marxismo, che ne muta profondamente vari presupposti, erano già per certi aspetti riconoscibili in un movimento intellettuale che coinvolse soprattutto economisti e filosofi come Philippe van Parijs, Jon Elster, G.A. Cohen e altri, riuniti in quello che si autodefinì come September Group. Per vari anni a partire dal 1979 questi studiosi si incontrarono a Londra e altrove con l’obiettivo di rielaborare il marxismo alla luce della filosofia analitica, ma quella che ne derivò fu soprattutto una visione che impose nel dibattito pubblico il “basic income” (reddito di base) e, più in generale, una teoria della redistribuzione che criticava “da sinistra” le tesi di John Rawls.

La celebrazione dello Stato quale dispensatore di benefici – in un articolo Van Parjis difese pure il diritto dei surfisti di disporre di un reddito di cittadinanza che permettesse loro di divertirsi tutto il giorno – discende da un vero disinteresse per l’economia quale attività produttrice. E qui entra il campo la riformulazione della sinistra operata dall’ambientalismo.

Mentre il marxismo riconduceva la prosperità al lavoro umano, per gli ecologisti la vera ricchezza è nella natura. La ricchezza sono le risorse. Ma se le cose stanno così, si capisce come l’attenzione si sposti dall’esigenza di produrre a quella di distribuire. Per taluni di questi neo-marxisti ogni proprietà stessa è viziata dal peccato originale di un’occupazione originaria che ha sottratto terra, acqua o altro dalla comune disponibilità di tutti.

In Marx non c’è nulla che ne possa fare un ecologista e un fautore di politiche che collettivizzano i profitti per costruire rendite parassitarie. Ma nell’Europa meridionale innamorata dei “diritti sociali” ci si presenta come marxisti al solo scopo di salvare prebende. Questo gioco però non può durare in eterno, dato che – come disse Margaret Thatcher – il dramma del socialismo è che i soldi degli altri prima o poi finiscono. E insomma il tema della produzione non può essere del tutto eluso e per sempre.