La politica che frena le privatizzazioni

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di Massimo Blasoni

Completare il piano di privatizzazioni? In Italia resta una chimera. Di perdita effettiva del controllo pubblico di Poste, Enav o Ferrovie dello Stato ci si limita a parlare senza far seguire fatti concreti. Addirittura non manca qualche nostalgico della stagione d’oro delle partecipazioni statali. Le prime privatizzazioni italiane firmate Amato e Draghi datano 1992. All’epoca lo Stato controllava quasi interamente il sistema bancario e interamente quello ferroviario e aereo, le autostrade, il gas, l’elettricità e l’acqua, la telefonia, larga parte dell’industria siderurgica e altro ancora. Quel piano di privatizzazioni fu dettato dall’urgenza dei conti pubblici. Nacque così la stagione delle grandi dismissioni bancarie e assicurative, dal Credito Italiano alla Banca Commerciale Italiana. Poi fu la volta di Ciampi e di Telecom Italia. Nel 1999 il governo D’Alema privatizzò le autostrade e porzioni di Enel, conservandone però il controllo. Resta ancora molto da fare, soprattutto occorre convincersi che tra i compiti dello Stato non deve esservi la gestione delle imprese.

Di recente, per un paio d’anni, si è parlato di quotare e dismettere fino al 40% del capitale di Ferrovie dello Stato, ancora interamente in mano al Ministero dell’Economia. Adesso l’obiettivo sembra limitarsi a portarne in Borsa soltanto la divisione a lunga percorrenza (Frecce e Intercity), rendendo flottanti solo quote di minoranza. La controllata Rete Ferroviaria Italiana, che gestisce i binari, dovrebbe invece restare saldamente in mano pubblica. Si tratta di un’operazione dai tempi ancora indefiniti e che comunque dovrebbe portare nelle casse dello Stato solo un miliardo dei 3-4 inizialmente previsti. Non va dimenticato che FSI vive di interventi pubblici, riceve circa 12 miliardi all’anno tra sussidi alla rete ferroviaria, ai servizi, agli investimenti e al fondo pensioni. Per quanto riguarda invece Poste, lo Stato al momento ne controlla il 64,7% tramite Ministero delle Finanze e Cassa Depositi e Prestiti. Nell’ottobre 2015 una prima tranche di privatizzazione ne ha collocato sul mercato il 35,3%, ottenendo un ricavo di 3,1 miliardi. La collocazione della tranche successiva (29,7%) continua ad essere rinviata, dovrebbe valere tra i 2 e i 3 miliardi. E che dire della dismissione o chiusura delle ottomila società partecipate di Comuni e Regioni? Tutto langue nei Ministeri.

Resta da rispondere al quesito: perché completare le privatizzazioni? Citerò due ragioni. La gestione politica di una società pubblica spesso non ha come obiettivo l’efficienza e su di essa pesano costi impropri volti a creare consenso e a mantenere clientele, con svantaggi e disavanzi a carico dei consumatori/contribuenti. La seconda ragione è che le privatizzazioni consentono allo Stato di introitare il denaro derivante dalle cessioni senza che per questo motivo venga a cessare il servizio a vantaggio dei cittadini. Si tratta di risorse di cui avremmo grande bisogno ad esempio per ampliare e innovare la rete di infrastrutture viarie e digitali del nostro Paese. Risorse utilissime, che ovviamente occorre spendere bene. Esattamente quello che non si è fatto con i proventi delle privatizzazioni del passato, finiti perlopiù ad alimentare il fiume inesauribile della spesa corrente.