Le conseguenze economiche della Brexit

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Il negoziato per la Brexit è solo ai prolegomeni ma già le polemiche infuriano. Più sotto il profilo politiche che sotto quello economico. A metà aprile, sono state esaminate in un convegno alla State University (SUNY) of New York a Buffalo. Del convegno si stanno mettendo on line i paper. Particolarmente, interessante il lavoro introduttivo di Winston W. Chang, intitolato per l’appunto Brexit and its Economic Consequences.

Il procedimento formale della Brexit è già iniziato – afferma lo studio – ma c’è molta incertezza sugli impatti della uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea (UE) in termini del futuro economico, politico e sociale del Paese. Il lavoro tratta degli impatti economici. Dopo un breve sunto delle caratteristiche dei trattati europei come materiale sulla cui base esaminare gli argomenti principali dei due campi, il leave ed il remain, lo studio pone l’accento sul fatto che in ultima istanza gli esiti dipendono dalle specifiche delle conclusioni del risultato. Ogni divorzio comunque costa.

I principali argomenti sul tavolo della trattativa riguardano il commercio di beni e servizi, l’agricoltura e la pesca, la regolamentazione finanziaria e l’immigrazione. Il paper delinea differenti scenari di nuovi possibili regimi commerciali, ciascuno dei quali avrebbe diversi impatti sull’economia britannica. Dato che ciascuna delle due parti ha le proprie carte da giocare, il lavoro esamina le varie strategie possibili di Gran Bretagna ed UE. Chang utilizza la teoria dei giochi ed esamina uno cooperativo che tenga conto anche di altri aspetti come la sicurezza reciproca, la difesa, l’ambiente e i guadagni e le perdite potenziali in caso la Gran Bretagna stipuli altri accordi commerciali con Stati che non fanno parte dell’UE.

Occorre aggiungere al paper che tanto la posizione della Gran Bretagna quanto quella dell’Unione europea nell’ambito dell’Omc sono quanto meno anomale e ambigue. La Commissione europea ha in base al Trattato di Roma, le cui ambizioni si limitavano alla creazione di un mercato comune, il compito di negoziare i trattati commerciali internazionali dato che all’epoca per l’Europa dei Sei tali trattati riguardavano essenzialmente la tariffa doganale comune, e i pertinenti contingenti nonché la politica agricola comune (le cui linee principali vennero definite nel 1963). In effetti, si tratta di un espediente per facilitare il lavoro commerciale internazionale. Non è un compito, però, che la Commissione europea (Ce) possa esercitare in autonomia ma solo sulla base di direttive specifiche degli Stati membri (oggi ancora 28, se si considera anche la Gran Bretagna). La Ce ha però sempre esercitato questo diritto come grimaldello per essere considerata come uno Stato (o un super Stato) al pari degli altri Stati membri dell’Omc. Tale privilegio le è stato sinora negato: è ultimo firmatario del Trattato istitutivo dell’Omc, non ha diritto di voto, non paga i contributi all’organizzazione.

Ci sono già frizioni tra la Ce (che il 3 maggio ha chiesto formalmente al Consiglio europeo  dell’Ue l’autorizzazione a negoziare in nome e per conto dell’intera Unione) e gli Stati membri dell’Ue, su come condurre la trattativa, ad esempio sulla lingua. Da quando la Gran Bretagna è entrata nell’Ue nel 1973, l’inglese ha di fatto soppiantato il francese come lingua di lavoro dell’eurocrazia e anche dei negoziati commerciali. Nelle trattativa intra-Ue i diplomatici britannici si sono dimostrati abilissimi e molto preparati. Per quanto riguarda la Brexit, il capo negoziatore è Michel Barnier che agirà per conto e sotto il controllo dei 27 Paesi che restano e che hanno approvato il mandato di negoziato. Barnier non fa parte della Ce: è stato personalmente designato da Juncker con il consenso dei 27 ma si avvarrà dell’indispensabile sostegno tecnico dei servizi della Ce. È solo un caso che l’attuale presidente della Ce non sia inglese: se lo fosse, il corto circuito Ue-Brexit sarebbe stato visibile anche per i non addetti ai lavori.