Manovra in deficit, aspettando Bruxelles

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Dino Pesole – Il Sole 24 Ore

In attesa che la nuova Commissione Ue dica la sua sulla legge di stabilità, il governo gioca d’anticipo con la mossa congiunta Tfr e bonus Irpef (i 180 euro promessi da Matteo Renzi) e prova a impostare una manovra “espansiva”, per finanziare riduzioni di imposta e nuove spese. Il via libera di Bruxelles tuttavia non è del tutto scontato.

Il nuovo quadro macroeconomico contenuto nella Nota di aggiornamento del Def (Pil a -0,3% quest’anno e a +0,6% nel 2015) con il deficit che staziona tra il 3 e il 2,9%, non offre a bocce ferme grandi margini di azione. Si prova a utilizzare quei margini di deficit che potrebbero aprirsi l’anno prossimo tra il valore del “tendenziale” e quello del “programmatico”, tenendo conto che al momento la manovra da 20-22 miliardi risulta coperta solo per 13 miliardi. Spending review, sforbiciata alle agevolazioni fiscali, maggiore Iva attesa dallo sblocco dei debiti commerciali della Pa, lotta all’evasione, ma anche risparmio in conto interessi. Il tutto senza sforare il tetto massimo del 3% del Pil.

In poche parole, da Roma parte questo messaggio diretto a Bruxelles: l’economia italiana è alle prese con la miscela esplosiva di recessione e deflazione, come confermano le anticipazioni diffuse ieri dall’Istat relativamente al terzo trimestre del 2014. La legge di stabilità non opera correzioni ai saldi di finanza pubblica, ma è interamente “espansiva”. Serve cioè a rendere strutturale il bonus Irpef da 80 euro per i redditi entro i 26mila euro annui, a ridurre di 2 miliardi l’Irap e a finanziare nuove spese: 1 miliardo per allentare il patto di stabilità interno, 1,5 miliardi per gli ammortizzatori sociali, 1 miliardo per la scuola. Si prova in poche parole a scommettere sull’auspicato aumento del Pil, per ora inchiodato nel 2015 attorno a un modesto +0,6%, grazie appunto alle misure che stanno per essere inserite nella legge di stabilità, e all’effetto atteso dalle riforme strutturali in cantiere, in primis il lavoro.

Schema che ha indubbiamente una sua logica, percorso che in parte il ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan ha già anticipato nelle grandi linee al nuovo presidente della Commissione Ue, Jean Claude Juncker, e che ora dovrà essere “validato” da Bruxelles. Non mancano gli elementi di rischio, poiché sulla carta (qualora prevalesse un orientamento più restrittivo all’interno della Commissione) a novembre la Commissione potrebbe anche invitare il governo a “riscrivere” in tutto o in parte la legge di stabilità. D’accordo le circostanze attenuanti in presenza di una prolungata fase recessiva – potrebbe obiettare l’esecutivo comunitario – ma l’Italia risulterebbe inadempiente rispetto ai parametri europei, che possono e devono essere interpretati in modo flessibile ma che tuttavia (fino a quando non verranno modificati) potranno sempre essere posti nuovamente con decisione sul tavolo del confronto bilaterale con il nostro paese. Pur rispettando il tetto del 3%, il deficit nominale resterebbe sempre nei dintorni del tetto massimo. Inoltre non sarebbe rispettata la regola del debito, saremmo comunque in presenza di squilibri macroeconomici eccessivi, non assicurando che la riduzione del deficit strutturale converga verso l’obiettivo di medio termine nei tempi concordati. Lettura eccessivamente ortodossa della disciplina di bilancio, certamente, ma non la si può escludere a priori.

Viceversa – ed è auspicabile che la decisione di Bruxelles vada in questa direzione – verrebbe concessa una sorta di apertura di credito, se pur condizionata e a tempo, nei confronti del nostro paese. Via libera in sostanza alla manovra “espansiva”, soprattutto se accompagnata dalla riforma del mercato del lavoro, e sospensione del giudizio fino alla prossima primavera quando si potranno cominciare a verificare sul campo gli effetti della strategia di politica economica messa in campo dal governo. Un sì condizionato, dunque, e questa pare al momento l’ipotesi più probabile. Sbocco atteso della trattativa con Bruxelles, che tuttavia non ammette ulteriori deviazioni. C’è da chiedersi ad esempio quale sarebbe il giudizio di Bruxelles qualora la riforma del lavoro perdesse pezzi fondamentali nel corso dell’esame parlamentare, o se il fuoco di fila degli emendamenti alterasse l’impianto di partenza della stessa legge di stabilità. Percorso a ostacoli, dunque, meta incerta, obiettivo arduo la cui realizzazione presuppone una forte determinazione politica e un deciso sostegno parlamentare.