E il Nord guarda all’estero

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di Elisa Qualizza – Panorama

La fuga degli italiani all’estero è un fenomeno sempre più evidente, notevolmente aggravatosi negli anni della crisi fino a toccare livelli record a fine 2015. Lo scorso anno il numero di italiani andati a vivere oltreconfine ha superato per la prima volta la quota di 100mila unità: due volte e mezza la media registrata tra il 1995 e il 2010, e superiore di oltre 13mila unità al dato relativo all’anno precedente, come testimoniano i numeri presentati da una ricerca del Centro Studi ImpresaLavoro basata su dati Istat.

L’equivalente di un piccolo capoluogo di provincia ogni anno, dunque, emigra: un flusso che dal 2010 cresce in media del 21 per cento all’anno, e che potrebbe raggiungere le 123mila unità già nel 2016, a meno che la tendenza recente non si smentisca. Quest’anno, pertanto, a lasciare la propria nazione potrebbero essere oltre due italiani ogni mille, un livello già raggiunto lo scorso anno in Trentino-Alto Adige (ben il 2,5 per mille di italiani emigrati), Friuli-Venezia Giulia e Valle d’Aosta (per entrambe il 2,1 per mille), Sicilia e Lombardia (2 per mille).

Il fenomeno si sta aggravando ma con dinamiche differenti tra le regioni del Sud e quelle del resto d’Italia. Rispetto alla media 1995-2010, il flusso in uscita si è accentuato molto di più in regioni del Nord come Lombardia ed Emilia-Romagna: assieme a Veneto, Valle d’Aosta, Marche e Umbria, queste regioni hanno infatti visto il proprio tasso di espatrio quadruplicarsi in pochi anni. La crescita delle migrazioni è quindi diffusa ma ben altri numeri ne descrivono le dinamiche nelle regioni del Sud: anche qui i flussi risultano per la gran parte in crescita ma in termini relativi in alcuni casi non sono ancora raddoppiati (come in Sicilia e Puglia), in altri risultano stabili (Basilicata) o addirittura in leggera flessione (Calabria) rispetto alle medie storiche. Sono in linea con la tendenza nazionale (aumento del 150 per cento) invece i dati di Lazio, Liguria e Friuli-Venezia Giulia. La classifica delle regioni da cui si emigra di più verso l’estero si è rivoluzionata negli anni: rispetto al 2002 la Lombardia è passata dal 12° al 5° posto per espatri in rapporto alla popolazione ed è ora tra le regioni più colpite, mentre la Basilicata è scesa dal quarto all’ultimo posto e la Puglia dal quinto al quart’ultimo.

Un ulteriore aspetto riguarda gli italiani che decidono di rimpatriare. Il dato medio di circa 30mila unità all’anno è sostanzialmente stabile dal 2008, anche se inferiore di oltre un quarto rispetto al quinquennio precedente (picco di 47.500 unità annue riferito al 2003). Se si considera il saldo tra italiani che rientrano e italiani che emigrano, il bilancio appare strutturalmente negativo fino al 2001 per quasi 12mila unità annue in media, mentre è positivo nel triennio successivo e, seppur di poco, anche nel 2007. Dal 2008 in poi la tendenza si inverte nuovamente raggiungendo il saldo record di meno 38mila unità nel 2012 per poi arrivare a quello ancor più ampio di meno 72mila nel 2015.

I dati non consentono di rilevare sostanziali differenze tra classi d’età. A emigrare sarebbero più i giovani, ma la tendenza non sembra rilevante e il fenomeno è piuttosto stabile, con la metà degli espatri in una fascia d’età tra i 18 e i 39 anni. Qualche considerazione in più è invece possibile esprimerla sulla destinazione: nel 73 per cento dei casi si tratta di Paesi europei, con una tendenza più forte rispetto al passato. Il Regno Unito sembra aver acquisito maggiore attrattività ricevendo il 15,2 per cento degli italiani che emigrano: è una quota doppia in termini relativi e quintupla in termini assoluti se paragonata alle cifre del 2002. Ha ripreso quota anche la Germania (oltre il 16 per cento), destinazione preferita in assoluto secondo i dati più recenti, e la Svizzera (quasi il 12 per cento), in terza posizione. Per quanto riguarda i giovani, la meta più popolare è decisamente il Regno Unito: la sceglie uno su cinque. Più distaccate Francia (scelta in poco meno del 10 per cento dei casi), Spagna (il 5 per cento, in flessione) e Belgio (meno del 3 per cento).

L’emigrazione rischia di assumere i contorni di un fenomeno strutturale. Un numero sempre maggiore di connazionali sceglie infatti di emigrare e, se questa tendenza si consoliderà ai ritmi che stiamo osservando, lo faranno presto a una velocità tripla rispetto al passato. Un’accelerazione che non riguarda solo le aree più disagiate: già oggi l’aumento sembra colpire maggiormente Nord e Centro. Così come, dal punto di vista demografico, l’emigrazione riguarda, oggi, trasversalmente tutte le fasce della popolazione in età da lavoro e diversi territori: segnali che indicano una tendenza che si sta facendo via via una normalità e che non viene invertita da una ripresa economica debole, da un prodotto interno lordo ancora lontano dai livelli pre-crisi e da un mercato del lavoro che non pare in grado di offrire opportunità di occupazione e crescita.

«IN ITALIA MANCANO LE OPPORTUNITÀ»

di Massimo Blasoni – Imprenditore e presidente di ImpresaLavoro

Andare a lavorare per qualche tempo all’estero di per sé non è un male. Il problema è che poi moltissimi italiani decidono di non tornare in Italia perché privi di una qualsiasi prospettiva. Il nostro mercato del lavoro è infatti asfittico perché prigioniero di regole sbagliate. D’altronde i dati Ocse parlano chiaro, purtroppo. La disoccupazione giovanile in questi anni è aumentata nel nostro Paese di 17,4 punti percentuali, passando dal 21,4% (ultimo trimestre 2007) al 38,8% (ultimo trimestre 2015). Nello stesso periodo di tempo la categoria dei Neet, i giovani non occupati che non frequentano né scuole né corsi di formazione, è inoltre cresciuta di 7,4 punti percentuali (passando dal 19,5% al 26,9%). In entrambi i casi il nostro Paese si colloca ai gradini più bassi nelle rispettive classifiche a livello europeo.