Siamo il Paese che spende meno di tutti per la famiglia

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di Riccardo Torrescura – La Verità

È vero: la natalità di un Paese non è soltanto una questione di soldi. Esistono Stati molto più poveri dell’Italia che vivono un boom demografico, e nel corso della storia sono esistite società molto più fiorenti della nostra che hanno comunque continuato a mettere al mondo bambini. Dunque è evidente che a renderci una «terra desolata» e sostanzialmente sterile è prima di tutto la visione della vita che si è imposta a livello massivo. Non facciamo più figli perché la sterilità è in crescita a causa delle nostre abitudini; non li facciamo perché stiamo diventando, nemmeno troppo lentamente, «particelle elementari». Insomma, non ci riproduciamo perché non ci interessa farlo. Tuttavia, prima di rassegnarci alla scomparsa o alla sostituzione, dovremmo per lo meno avere un rigurgito di orgoglio, un sussulto di vitalità. Dovremmo almeno tentare di invertire la tendenza.

I dati Istat usciti un paio di giorni fa sono agghiaccianti. Al primo gennaio del 2017, la popolazione italiana ammontava a 60.579.000 persone, cioè 86.000 in meno rispetto all’anno precedente. Nel 2016 sono nati qui appena 474.000 bambini. Nei due anni precedenti non è andata meglio, e ogni dodici mesi si registra un nuovo minimo storico. Una donna italiana, in media, ha 1,34 figli. In compenso, continuano ad aumentare gli stranieri: non solo quelli che arrivano a bordo dei barconi, ma pure quelli che ottengono la cittadinanza.

Di fronte a un quadro del genere, un governo che si rispetti dovrebbe provare a correre ai ripari, mettendo in campo misure che aiutino i pochi coraggiosi che ancora figliano. Però non avviene. Le politiche del nostro Paese a sostegno della natalità e della famiglia si riducono a un’elemosina. Lo dimostra una ricerca della fondazione ImpresaLavoro, presieduta dall’imprenditore Massimo Blasoni. Dallo studio, realizzato elaborando dati Eurostat, risulta che l’Italia – per il sostegno a famiglia e natalità – spende appena l’1,5% del Pil. In media, i Paesi dell’Unione europea e dell’area euro spendono l’1,7% del loro Prodotto interno lordo.

Che cosa si intende per sostegno alla natalità e alle famiglie? Si tratta, spiegano i ricercatori di ImpresaLavoro, «di quella parte di spesa pubblica destinata a: protezione sociale a favore di famiglie con figli a carico; indennità o sovvenzioni per maternità, nascita di figli o congedi per motivi di famiglia; assegni familiari; sovvenzioni per famiglie con un solo genitore o figli disabili; sistemazione e vitto fornito a bambini e famiglie su base permanente (orfanotrofi, famiglie adottive, ecc.); beni e servizi forniti a domicilio a bambini o a coloro che se ne prendono cura; servizi e beni di vario genere forniti a famiglie, giovani o bambini (centri ricreativi e di villeggiatura).» Insomma, stiamo parlando di tutto quello che uno Stato può fare per aiutare i suoi cittadini con figli a carico o comunque intenzionati a riprodursi.

I dati Eurostat elaborati da ImpresaLavoro prendono in considerazione 30 nazioni, ed è proprio facendo il paragone con tutti gli altri Stati che emerge la tristezza della situazione italiana. Nella classifica dei vari Paesi basata sul totale della spesa a favore di natalità e famiglia, l’Italia si piazza al diciassettesimo posto. Poco sotto la metà, potrebbe dire qualcuno, mica male. E invece no. Perché tra le grandi nazioni europee fanno peggio di noi solo Portogallo e Olanda (1,1%.), Grecia e Spagna (0,6%). Il Regno Unito spende quanto noi (1,5%), gli altri fanno tutti meglio: dal Belgio (2,4%) all’Austria (2,3%), dall’Irlanda (2,0%) alla Germania (1,6%) fino alla Francia (2,5%). Piccolo particolare: tutte queste nazioni hanno un tasso di natalità superiore al nostro (che infatti è il giù basso d’Europa e tra i più bassi del globo).

ImpresaLavoro, però, non ha calcolato solo le percentuali. Ha anche elaborato una classifica sulla base della spesa pro capite. In questo caso il nostro Paese sale di due posizioni, piazzandosi al quindicesimo posto (sempre su 30). Significa che «ogni anno in Italia vengono stanziati e spesi per la famiglia 413,99 euro a cittadino. Una cifra in valore assoluto superiore a quella di Spagna, Grecia e Portogallo (dove però la vita costa sensibilmente di meno) ma nettamente inferiore a quella di tutti gli altri grandi Paesi continentali». Quindi anche da questo punto di vista andiamo piuttosto male. Non è nemmeno il caso di paragonarsi ai Paesi nordici, dove la gestione delle finanze pubbliche è molto diversa rispetto alla nostra. Possiamo tuttavia fare un confronto con la Francia, dove la spesa pubblica a favore della famiglia è il doppio della nostra: 813,17 euro a cittadino (399,18 in più dell’Italia). Ma ancora di più fanno la Germania (595,12 euro pro capite) e il Regno Unito (590,18 euro pro capite). «Il nostro dato», spiegano i ricercatori di ImpresaLavoro, «è sensibilmente inferiore sia rispetto a quello dell’Unione Europea a 28 (dove la media è di 501,67 euro pro capite) sia rispetto a quello dell’area Euro (530,93 euro pro capite)».

Secondo Massimo Blasoni, la misura più urgente per il nostro Paese sarebbe «ridisegnare il nostro sistema tributario per alleggerire il peso fiscale che le famiglie italiane sono costrette a sopportare». Sacrosanto. Però, per fare una cosa del genere, bisognerebbe decidere di investire seriamente sul futuro del popolo italiano. E non sembra che gli attuali governanti siano intenzionati a farlo. Preferiscono investire sugli stranieri, che tra il 2011 e il 2016 ci sono costati oltre 11 miliardi di euro (al netto dei contributi dell’Unione europea). I costi dell’accoglienza previsti per il 2017 ammontano a 4,174 miliardi di euro. Chissà, magari un po’ di questi denari potrebbero essere utilizzati diversamente.