Con i processi lumaca perdiamo 14 miliardi di investimenti stranieri

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di Adriano Scianca – La Verità

La lentezza della giustizia è un’annosa piaga italiana che, oltre ad avere un impatto sulle vite appese a quelle sentenze che non arrivano mai, costituisce anche una zavorra per l’economia nazionale. Basti pensare che, se riducessimo le cause pendenti alla media europea, gli investimenti esteri ammonterebbero di una cifra tra i 10,8 e i 14,1 miliardi annui. Ridurre di un quarto i tempi dei tribunali in Italia potrebbe incrementare il ritmo di nascita di nuove iniziative imprenditoriali di circa 143.000 unità all’anno. Ci sarebbero, inoltre, nuovi prestiti alle imprese per ben 29,3 miliardi di euro, pari a un aumento del 3,75 rispetto allo stock attuale.

Sono dati che emergono da una ricerca del Centro studi ImpresaLavoro, che ha tentato di quantificare l’impatto negativo della lunghezza dei processi e dell’arretrato di cause pendenti su variabili chiave come l’attrattività degli investimenti esteri, la nascita e lo sviluppo delle imprese italiane, la disoccupazione e i volumi del credito bancario. Leggiamo nello studio: «Gli ultimi dati, benché riferiti al 2014, permettono di inquadrare il problema nella sua gravità. Prendendo in considerazione le sole cause civili e di diritto commerciale, all’ultima rilevazione rimanevano in attesa di giudizio, in Italia, oltre 2.758.000 processi: un record assoluto per tutti i Paesi dell’Europa allargata, in grado di mettere in secondo piano il milione e mezzo di cause pendenti in Francia e le 750.000 scarse della Germania. Il dato assoluto è riferito ai soli processi di primo grado, ed è fortunatamente in calo rispetto agli anni precedenti. Sta di fatto che a fine anno rimangono pendenti, in termini relativi, 45 processi ogni 1.000 abitanti in Italia contro i 24 della Francia, i 18 della Spagna e i soli 9 della Germania».

ImpresaLavoro fa anche notare che, per raggiungere una sentenza di primo grado, ci vogliono in media 532 giorni, il doppio della media europea. Le conseguenze sull’economia sono devastanti. Come noto, l’attenzione dei capitali si rivole sempre ai Paesi in cui è migliore il rapporto tra redditività attesa e livello di rischio. «Se ci riferiamo al caso italiano», spiega la ricerca, «la media degli ultimi tre anni evidenzia investimenti netti annui provenienti dall’estero per un magro 0,72 per cento del Pil. Com’è noto, il dato non si riferisce solo alle acquisizioni di nostre imprese da parte di soggetti stranieri ma all’effettiva apertura di nuovi centri, filiali e strutture in genere da parte dei non residenti: si tratta dunque di nuovi investimenti privati provenienti da investitori internazionali, il cui livello, molto inferiore alla media Ue, mostra la scarsa attrattività del nostro Paese. Ebbene, secondo i numeri di un recente studio pubblicato dalla Commissione Europea, la riduzione delle cause pendenti per numero di abitanti è collegata all’incremento di questo tipo di investimenti: per il nostro Paese, portarle al livello della media europea potrebbe di per sé generare afflussi extra dall’estero per un valore tra lo 0,66 e lo 0,86 del Pil (in sostanza tra i 10,8 e i 14,1 miliardi annui)».

Ma non è l’unica via che contribuirebbe a una più sana e robusta crescita del nostro Paese. «Ridurre di un quarto i tempi dei tribunali in Italia potrebbe incrementare il ritmo di nascita di nuove iniziative imprenditoriali di circa 143.000 unità all’anno: una volta e mezza il tasso attuale. Lo shock positivo sarebbe ancora più evidente nel caso i tempi si dimezzassero, portandosi alla media europea: la stima in questo caso varia tra le 192.000 e le 240.000 nuove imprese all’anno in più rispetto ai ritmi correnti.» Se si potesse raddoppiare la velocità dei tribunali, potremmo attenderci anche una crescita della dimensione delle nostre imprese, per circa l’8,5% in media, come stimato da Banca d’Italia.

Dal punto di vista della disponibilità del credito le conclusioni sono altrettanto importanti: «Diversi studi hanno esaminato il legame tra tempi della giustizia, costo dei finanziamenti e loro disponibilità nel canale bancario: secondo le relazioni più significative, raggiungere il livello medio Ue nei tribunali potrebbe aprire l’opportunità di nuovi prestiti alle imprese per ben 29,3 miliardi di euro, pari a un aumento del 3,7 per cento rispetto allo stock attuale», spiega ancora ImpresaLavoro. Infine, anche il mercato del lavoro ne potrebbe beneficiare. Un’analisi di ImpresaLavoro ha individuato in ben 5,7 punti il potenziale di disoccupazione riducibile nel nostro Paese.

Spiega il presidente Massimo Blasoni: «Il mercato obbliga a competere. Non c’è impresa privata senza il coraggio di rischiare. Non è così nella pubblica amministrazione, giustizia compresa, i cui operatori vengono stipendiati a fine mese indipendentemente dai risultati ottenuti. Per chi vuole fare impresa, il fattore tempo è invece un elemento decisivo. I mesi, molto spesso gli anni, trascorsi nell’attesa del rilascio delle necessarie autorizzazioni nonché i sistematici ritardi nella definizione dei contenziosi giudiziari costituiscono costi rilevantissimi, che vanno quantificati in posti di lavoro persi e minore ricchezza. Il cattivo funzionamento della nostra giustizia civile e amministrativa è un danno per tutti: spaventa gli investitori, deprime gli sforzi degli imprenditori onesti e condanna il Paese al declino economico».