Se la media nasconde importanti verità: analisi dei Pil regionali durante la crisi

CondividiShare on FacebookTweet about this on TwitterShare on Google+Share on LinkedInEmail this to someone

di Paolo Ermano

RIASSUNTO
Andando oltre il dato nazionale sulla crescita economica, che vede un’Italia anemica e bisognosa di scosse, per indagare lo sviluppo regionale, si scopre allo stesso tempo sia un’Italia disgregata nella sua capacità di crescere dal 2000 ad oggi, sia un’Italia in cui la dinamica demografica condiziona le performance dei territori. Un Paese con il PIL sostanzialmente invariato dal 2000 al 2014, fino a quando non lo si pesa rispetto alla popolazione: nello stesso periodo, il PIL pro-capite è diminuito di 8 punti a causa dell’aumento demografico; con un Sud depresso e relativamente svuotato, un Nord che sembra resistere se non fosse per gli effetti migratori, e un Centro che pian piano cerca di avvicinarsi al Nord.

LA MEDIA DEL TASSO DI CRESCITA DEL PIL
E’ uno dei grandi caratteri italiani quello della diversità fra regioni e soprattutto fra Nord e Sud. Una varietà di atteggiamenti, paesaggi, storie che rende l’Italia uno dei paesi più vivi e ricchi del mondo. Ma queste molteplicità di forme si traducono, dal punto di vista della politica economica, in un serio problema di gestione della complessità. Ad esempio, ricette adatte allo sviluppo della Liguria potrebbero rivelarsi controproducenti in Sicilia, e viceversa. Da questo dovrebbe discendere la necessità di maggior autonomia dei territori nelle scelte di politica economica; autonomia da accompagnare a una maggiore responsabilità e a un difficile dialogo sulle modalità di redistribuzione delle risorse collettive. Il tema è complesso e molte fra le migliori intelligenze del Paese hanno più volte cercato di sbrogliare la matassa. Eppure, oltre le questioni di economia e di diritto, questa varietà, se non osservata adeguatamente, non permette di inquadrare bene la situazione del Paese al fine di proporre le giuste contromisure per affrontare la più profonda crisi economica dal dopo guerra a oggi. Una delle ragioni è presto detta: ogni volta che vengono forniti dati sulla situazione economica del Paese, spesso ci troviamo di fronte a dati aggregati che perdono quelle specificità dei territorio o delle macro aree (Nord, Centro, Sud) utili per avviare una seria riflessione sullo sviluppo del nostro Paese dopo il grande spartiacque del tracollo dell’economia mondiale del 2008.

LA SITUAZIONE DISAGGREGATA
Se prendiamo l’andamento del PIL dal 2000 al 2014 sia in Italia che nelle regioni che la compongono (tabella 1), la varietà di situazioni di cui si è accennato emerge con chiarezza. Come si può osservare, l’evoluzione dell’economia italiana dal 2000 al 2014 è tutt’altro che di facile lettura.

tab1-andamento-pil

Tutti i territori, come vediamo, hanno vissuto un periodo di crescita fra il 2000 e il 2007, dove il Nord e il Centro crescevano a una velocità rispettivamente doppia e tripla rispetto al Sud. Se non fosse intervenuta la crisi, c’è da immaginare che le distanze fra queste aree sarebbe rimaste molto ampie, con un Sud che rincorreva un’Italia certamente non brillante come altri Paesi ma non per questo priva di slancio. La discussione sul futuro del Paese sarebbe stata diversa in questo caso, essendo più facile gestire un divario economico in periodo di crescita economia che in un periodo di contrazione generale dell’economia. Invece, la realtà ci consegna una situazione in cui per quanto l’Italia nel suo insieme arretri dal punto di vista economico di 1 punto in 14 anni, il Sud ne perde 10, di punti, il Nord resta stabile mentre il Centro guadagna poco più di 2 punti. Nel 2007, 15 regioni su 21 crescevano meno dalle media nazionale; nel 2014 erano 14 le regioni che crescevano meno: ad eccezione delle regioni del Sud, Piemonte, Liguria, Friuli Venezia Giulia e Umbria sono le uniche regioni del Centro-Nord a crescere meno della media nazionale nell’arco di tempo considerato. E’ in questi luoghi che la scusa della crisi può essere giustamente considerata tale, visto che i limiti allo sviluppo emergono ben prima del 2008. Nel complesso dopo 14 anni emerge come il Centro abbia distanziato il Sud di oltre 11 punti, più per colpa dell’arretramento del Sud che per le brillanti performance del Centro. A livello aggregato, lo stipendio dell’italiano medio nel 2014 era dell’1% più basso rispetto allo stipendio del 2000. Ma se avessimo analizzato la situazione a Napoli, per esempio, avremmo constatato come in termini assoluti il territorio poteva definirsi nel 2007 più felice di molte altre aree del Sud, visto che il reddito complessivo era cresciuto di più del 5% in 7 anni. Il risultato si sarebbe ribaltato nel 2014 quando l’analisi dei dati avrebbe evidenziato sul reddito complessivo un crollo pari a più di 17 punti rispetto a quanto maturato nel 2007: un PIL decurtato di quasi 1/5 in pochi anni. Di contro, a Roma potevano vantare una crescita del reddito complessivo del Lazio di più di 6 punti in 14 anni: niente di straordinario, a confronto con altri partner europei, ma pur sempre un risultato degno di nota per una territorio ad una ora di macchina dalla Campania.

LA SITUAZIONE MIGRATORIA
L’analisi appena avanzata presenta due limitazioni. La prima è che ponendo pari a 100 il reddito prodotto dalle singole regioni (il PIL) nel 2000, si perdono le differenze assolute fra regioni. Per capirsi, nel 2007 il PIL della Lombardia era pari a circa €350 miliardi, cresciuto di poco del 10% dal 2000; il PIL della Campania era invece pari a €110 miliardi, cresciuto, come si diceva, del 5% rispetto al 2000. La crescita è in Campania è stata la metà di quella lombarda, ma i valori di partenza erano molto diversi: nel 2000, nello stesso tempo impiegato per produrre €1 in Campania, in Lombardia se ne producevano €3,18; nel 2014 il rapporto era €1 per €3,57. Differenze tutt’altro che marginali. La seconda riguarda gli abitanti. Mentre l’economia italiana era stazionaria, la popolazione dal 2000 al 2014 è cresciuta di poco più di 3 milioni di unità, circa il 6% in più. Usando lo stesso espediente applicato al PIL, se nel 2000 la popolazione era pari a 100, nel 2014 avrebbe raggiunto un valore poco superiore a 106. Quindi, dove nel 2000 a ogni persona corrispondeva una unità di reddito (100 unità di reddito per 100 persone), nel 2014 ogni persona deve accontentarsi di meno di una unità di reddito (98,7 unità di reddito per 106 persone: circa 0,92 unità di reddito pro-capite). Spesso si sorvola sul fatto che la popolazione cambia e che, alla fine, quello che conta è il reddito pro-capite, più che il valore assoluto del PIL. Per questo, non si deve dimenticare che alcuni territori hanno visto la propria popolazione crescere (Nord e Centro), altri no (Sud). Per certi versi è logico che sia così: al Nord e al Centro l’economia cresceva più che al Sud, creando così incentivi affinché le persone si muovessero dove potevano trovare più opportunità di lavoro. Il risultato complessivo dopo 14 anni, però, è dal punto di vista economico ancor più problematico (tabella 2).

tab-2-pil-pro-capite

Pesando la crescita economica con la crescita della popolazione, la fotografia del paese è ancor più sciapida: fra il 2000 e il 2014 il reddito pro-capite è sceso di quasi 8 punti! Un’emorragia di produzione e redditi. Nel 2007, nessuna regione del Nord cresceva più della media italiana, e solo 6 Regioni potevano vantare una dinamica del PIL pro-capite superiore alla media. Nel 2014, solo 5 regioni superano la media nazionale. Andando un po’ più nel dettaglio, paradossalmente i dati sul Sud sono meno negativi di quelli del Centro-Nord. Dove il Sud vede un crollo del reddito pro-capite praticamente in linea con il valore complessivo dei redditi prodotti nel territorio, assorbendo con il flusso emigratorio la pessima performance dell’economia, il Nord, con una dinamica migratoria più vivace, non riesce a sostenere uno sviluppo adeguato alle sfide demografiche che sta affrontando: a livello pro-capite, la Lombardia perde più di 5 punti ma sono di nuovo il Piemonte, la Liguria e il Friuli Venezia Giulia a fare una pessima figura, ottengono un risultato peggiore della media del Sud Italia. Solo la Provincia Autonoma di Bolzano, uno dei territori meno popolati d’Italia, riesce a stare sopra alla pari. Preoccupante la situazione dell’Umbria. Ribadiamo che questo non significa che queste regioni sono ora più povere di altre regioni del Sud: ponendo pari a 100 il reddito pro-capite di tutti nel 2000, appiattendo le differenze, si perdono di vista le diverse condizioni di partenza. E’ però certo che guardare in questi termini lo sviluppo del Paese appare chiaro come i mostri sacri di un tempo, quelle regioni del Nord produttive e ricche, appaiono oggi altrettanto appesantite e rigide quanto lo erano e sono le regioni del Sud per anni bistrattate e lasciate a se stesse. Insomma, il Nord non è stato capace di curarsi e di rilanciarci quanto ci si sarebbe dovuto aspettare.

CONCLUSIONI
Una fotografia di un Paese dovrebbe restituire nel ritratto le caratteristiche del territorio descritto. Spesso in Italia si preferisce guardare la foto di gruppo per paura di dover descrivere e giudicare le singole aree che la compongono. In un periodo di forte crisi economica e culturale, in Italia come altrove, è ancor più necessario aver la forza di osservare nei dettagli i territori e le loro caratteristiche. Ciò che emerge da questa analisi basata su due indicatori, il PIL e il PIL pro-capite, è un’Italia a molte velocità, non facilmente definibili nelle categorie di Nord-Centro-Sud. Per questo è importante sottolineare che se le dinamiche economiche hanno condizionato lo sviluppo dei territori negli ultimi tre lustri, non meno hanno pesato le condizioni demografiche.