Una spirale di tasse e di spese da spezzare

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Guido Gentili – Il Sole 24 Ore

Ma se il Fisco continua a rincorrere le maggiori spese pubbliche, quante speranze ha l’Italia di ritrovare la crescita? La risposta è: zero. Spezzare questa spirale perversa per cui la famosa austerity si scarica su famiglie e imprese e non vale per lo Stato (che ha tagliato però gli investimenti in conto capitale e di fatto rinunciato a qualsivoglia ruolo propulsivo) dovrebbe essere una delle “grandi” riforme, al pari di quella, per fare un esempio, che il Governo Renzi ha annunciato per la giustizia civile.

Uno sguardo incrociato alle scadenze tributarie di fine estate e inizio autunno e agli appuntamenti per la politica economica del Governo riporta la questione fiscale in primo piano. Diciamo subito che aver messo nel 2012 il principio del pareggio di bilancio in Costituzione non è un’assicurazione. Non avendo previsto né un tetto alla pressione fiscale né un tetto alla spesa, può accadere che sia quest’ultima ad aumentare di continuo inducendo governi e parlamenti a rincorrerla a suon di aumento delle tasse più che facendo ricorso alla revisione della spesa.

È quello che è successo negli ultimi anni, con i risultati, pessimi, che conosciamo. Non è pertanto un caso che la spesa pubblica si avvii a chiudere il 2014 a quota 825 miliardi (di cui 535 di spese correnti), quasi un +8% rispetto al 2013, mentre la pressione fiscale – superiore di oltre 5 punti alla media europea – raggiunge il 44% in rapporto al Pil (che diventa però oltre il 53% reale se consideriamo l’economia sommersa e oltre il 65% come tassazione complessiva per le imprese).

È su questo sfondo di numeri deprimenti che si gioca la partita. L’attesa revisione del Pil secondo le nuove regole europee (è dato in lieve crescita) non può fare miracoli.

Renzi («No a nuove tasse, sì ai tagli di spesa») pare deciso ad imprimere una svolta dopo il chiacchiericcio estivo alimentato anche da ministri, viceministri e sottosegretari. Vedremo. Tanto più considerato che il calendario fiscale rimette sul piatto dei contribuenti la vicenda Tasi (Tassa comunale sui servizi indivisibili): sono stati a giugno scorso solo 2.187 i Comuni che hanno rispettato le scadenze e dove si è pagata la prima rata di acconto 2014 entro il 16 giugno. Per tutti gli altri, circa 6mila Comuni, l’appuntamento è per il 16 ottobre ed entro il 10 settembre dovranno deliberare le nuove aliquote. Poi, il 16 dicembre versamento per tutti della seconda rata a saldo. La politica fiscale sulla casa, tanto arrembante sul terreno del gettito quanto oggetto di una persistente incertezza regolatoria che ha incrinato la fiducia dei contribuenti, viene così, con la scadenza del 16 ottobre, a battere cassa proprio nei giorni in cui il Governo, dopo aver aggiornato il Documento di economia e finanza (Def) presenta il 15 ottobre a Roma e a Bruxelles la Legge di stabilità per il 2015, sulla quale la Commissione europea esprimerà un giudizio entro il 15 novembre. Si tratta di una coincidenza, ma non è cosa da sottovalutare. E comunque, anche nel momento in cui il Governo Renzi affronterà in Europa un duro negoziato, contribuisce anch’essa a rimettere al centro, se davvero si vuole parlare di ripresa, la questione fiscale che a sua volta ripropone, o dovrebbe riproporre, l’irrisolto nodo della spesa pubblica. Conviene ricordare, per fare un solo esempio, la storia del fondo sanitario dal 2001 ad oggi come ricostruita dal Centro Studi Sintesi per il Sole 24 Ore. Sono stati distribuiti 512 miliardi, ma 87 euro ogni 100 hanno seguito il parametro della “spesa storica”, quello per il quale un anno dopo l’altro chi spende di più è di fatto garantito nella copertura della spesa. Questa componente della spesa avrebbe dovuto ridursi del 9% l’anno fino ad esaurirsi a partire dal 2013. Non è andata così e, a motivo di un ritmo di discesa concordato con le Regioni, o meglio di un piano quasi per nulla inclinato, l’addio è previsto per il 2066. Fantarealtà.