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Mille giorni all’alba

Mille giorni all’alba

Giuseppe Turani – La Nazione

Mille giorni per cambiare l’Italia a molti sono sembrati un’abile fuga in avanti. Un modo per non prendere impegni troppo ‘vicini ‘ e quindi facilmente verificabili. Mille giorni, però, sono probabilmente pochi. Due soli dati per capire come siamo messi male: oggi il sistema Italia, invece di produrre ricchezza, produce mille disoccupati al giorno. È un po’ come se avessimo inventato un’economia che gira all’incontrario Il secondo dato è che nella classifica mondiale dell’alta velocita su Internet (la modernità) siamo al 98esimo posto: siamo dietro alla Grecia e, se può consolarci, davanti al Kenya.

A questo si può aggiungere il fatto che sono almeno 10-15 anni che l’Italia non cresce. E questo nonostante si sia fatto larghissimo ricorso ai debiti. Gli esperti di Oxford Economics, e questa è una buona notizia, collocano il punto di svolta, dove cesseremo di andare indietro, in un momento che si colloca qualche settimana fa. Se hanno ragione, dovremmo già avere imboccato la strada buona. Ma gli stessi economisti ci dicono che nel periodo 2014-2018 la crescita media annuale dell’Italia sarà solo dello 0,9 per cento. Nel periodo successivo (2019-2023) la nostra crescita media annua dovrebbe essere dell’1,1 per cento. E prevedono, nel 2023, una disoccupazione ancora del 9,3 per cento: cioè quasi un italiano su dieci senza lavoro.

Quali siano le cose da cambiare lo si sa da sempre: meno burocrazia, meno spese folli della pubblica amministrazione, sindacati piccoli e grandi meno corporativi, una giustizia ‘umana ‘ nel senso che interviene in tempi ragionevoli). Per fare tutti questi cambiamenti bastano mille giorni? Io dico di no. Allora Renzi mente? No. Penso che speri di farci vedere qualcosa, qualche cambiamento in questi mille giorni, che ci faccia venire voglia di andare avanti davvero, smantellando l’Italia delle caste, dei ceti protetti, delle tonnellate di carta che vagano da un ufficio all’altro. Sono ottimista? Forse. Però se nessuno cambia questa Italia, questa Italia continuerà a essere una piccola cenerentola, mal sopportata dagli altri e che non garantirà niente ai giovani di oggi.

La paralisi delle riforme, mancano all’appello 700 decreti attuativi

La paralisi delle riforme, mancano all’appello 700 decreti attuativi

Valentina Conte e Roberto Mania – La Repubblica

Si fa presto a dire riforme: solo per attuare quella della pubblica amministrazione del ministro Marianna Madia ci vorranno almeno 77 decreti attuativi. Ventisei – ha calcolato la Cgil – per applicare, entro dodici-diciotto mesi, il decreto convertito in legge e pubblicato già sulla Gazzetta ufficiale (quello sulla mobilità degli statali, per capirci) e ben 51 per il disegno di legge delega (il “cuore” della riforma) che deve ancora cominciare il suo iter parlamentare. Tempi lunghi, insomma, al di là della promessa, e degli sforzi, della Madia di rendere totalmente operativo il decreto entro la fine di quest’anno. Anche per il Jobs Act di Giuliano Poletti serviranno per ciascuno dei cinque articoli di cui è composta la legge delega «uno o più decreti legislativi». Dunque almeno cinque. Senza pensare che tra sessanta giorni, altri due decreti legge – giustizia sui processi civili e Sblocca Italia – saranno leggi bisognose di attuazione. E dunque di regolamenti ministeriali. Passo dopo passo, la montagna si è stratificata a tal punto che per dare compimento a tutti i provvedimenti dei governi della Grande Crisi – Monti-Letta-Renzi – servono ancora 699 decreti attuativi, come confermato ieri dallo stesso Renzi e da Maria Elena Boschi, ministro (appunto) per l’Attuazione del programma.

Il passaggio delle riforme dalla carta all’attuazione pratica non è mai lineare e soprattutto non è mai veloce: le Province, per dire, sono ancora vive e vegete. La legge Delrio le avrebbe cancellate, ma senza i relativi decreti attuativi è come se le norme fossero scritte sulla sabbia. I decreti per la loro abolizione dovevano arrivare a luglio, ora tutto è slittato a questo mese. Vedremo. Ma questo è il nostro sistema di produzione legislativa nel quale solo una parte del compito spetta a Parlamento e governo mentre tutta la parte applicativa viene delegata ai “potenti” uffici ministeriali. L’ha scritto Sabino Cassese, uno dei maggiori studiosi italiani del diritto amministrativo: «Ma chi è il legislatore? Formalmente il Parlamento, nei fatti le burocrazie operanti sotto il comando del governo. Per lunghi periodi della storia italiana, attribuzione di pieni poteri al governo, controllo dei governi sul Parlamento, deleghe del Parlamento all’esecutivo hanno consentito alle burocrazie e ai governi di legiferare. Quasi nessuna delle grandi leggi della storia italiana è prodotto del solo Parlamento».

D’altra parte – è il governo Renzi che lo certifica nel suo “Monitoraggio sullo stato di attuazione del programma di governo“ aggiornato al 7 agosto scorso – il 62% dei provvedimenti legislativi varati dall’attuale esecutivo ha bisogno per essere effettivamente attuato di altri decreti, visto che meno della metà (precisamente il 38%) si applica da solo: in termini assoluti, su 40 solo 15 sono autoapplicativi. Risultato: servono 171 regolamenti. In percentuale il governo Renzi si muove nella media dei suoi predecessori. È stato infatti il governatore della Banca d’Italia, Ignazio Visco, nelle sue ultime Considerazioni, a ricordare come delle 69 riforme approvate dai governi tra il novembre del 2011 (quando si insedia l’esecutivo di emergenza guidato dal professor Mario Monti) all’aprile del 2013 (governo di Enrico Letta) solo la metà era stata realizzata a dicembre 2013. Anche questo incide sulla nostra scarsa competitività. Ancora oggi, alla vigilia della nuova legge di Stabilità, mancano all’appello 59 provvedimenti attuativi della legge di Bilancio del governo Letta. Di più: per 25 di quei provvedimenti è addirittura scaduto il termine entro il quale andavano adottati.

Il decreto soprannominato enfaticamente “Decreto del fare” è rimasto al palo per circa la metà dei previsti decreti attuativi: su 79 ne sono stati adottati 40. Ne mancano ancora 39 per 12 dei quali sono pure scaduti i termini temporali. Pensiamo se fosse stato chiamato con un altro nome… Pessima la performance del “Destinazione Italia”: dei 32 decreti attuativi richiesti ne mancano ancora 26, dunque ne sono stati applicati solo sei. Continua ad essere in affanno anche il “Salva Italia” (governo Monti, fine 2011): mancano tuttora 12 decreti attuativi per cinque dei quali è scaduto il termine. Nel complesso ci sono ancora 258 provvedimenti amministrativi da adottare per rendere completamente operative le leggi varate dal governo Monti; 273, invece, per quelle del governo di Enrico Letta. In tutto ce ne sono da varare ancora 531 (ieri la Boschi ha detto che sono scesi a 528) relativi ai precedenti governi che sommati ai 171 dell’esecutivo Renzi fanno 702 decreti mancanti al 7 agosto, ora diminuiti a 699.

Come sempre, in questa lunga stagione di crisi economica, la parte del leone la fa il ministero dell’Economia: sono 36 su 171 i provvedimenti che devono essere definiti dalla struttura guidata da Pier Carlo Padoan. Segue il ministero dell’Ambiente con 24 e poi la presidenza del Consiglio dei ministri con 22. Vero è che il governo Renzi ha smaltito un arretrato del 40% targato Monti-Letta da quando si è insediato, a febbraio (889 provvedimenti da approntare, portati in agosto a 531, ora a 528). Innalzando così la percentuale di attuazione rispettivamente di 12 punti percentuali (governo Monti al 64%) e ben 23 punti (governo Letta al 37%, poco più di un terzo).

Ma ciò che colpisce è l’incredibile vacanza di decreti per leggi importanti, ormai “datate”. È il caso ad esempio della legge Fornero del lavoro, la molto discussa 92 del 2012. Ebbene, anche in questo caso mancano all’appello sei decreti attuativi su 16. Nel frattempo però, si sono succeduti ben due governi, l’attuale ha già modificato la disciplina dei contratti a termine e si appresta a varare il nuovo Codice del lavoro tramite il Jobs Act. La stratificazione normativa e la corsa a legiferare ad ogni costo portano a questi paradossi. Negando benefici concreti a chi poi deve applicare le regole, vecchie e nuove. Anzi aggiungendo confusione e favorendo conflitti interpretativi. Per rimanere nel campo del lavoro, c’è da segnalare l’assurda storia del credito d’imposta previsto dal decreto Sviluppo 83 del 2012 (“Misure urgenti per la crescita del Paese”), entrato in vigore il 26 giugno di due anni fa e predisposto dall’allora ministro Corrado Passera. La norma assicura benefici fiscali (un abbattimento del 35% del costo aziendale per un massimo di dodici mesi) a quelle imprese che assumono a tempo indeterminato ricercatori, laureati o dottorati per svolgere attività di ricerca e sviluppo. Ecco, fino a pochi giorni fa questo bonus non era operativo, pur essendo previsto da una legge dello Stato. L’attuazione era demandata al solito decreto interministeriale da emanare entro 60 giorni. Decreto arrivato il 23 ottobre 2013 (oltre un anno dopo, governo Letta) che a sua volta prevedeva un “decreto direttoriale” del ministero dello Sviluppo, firmato il 28 luglio scorso (governo Renzi) e pubblicato in Gazzetta ufficiale solo il 9 agosto scorso. Oltre due anni dopo la legge che lo istituisce, “urgente” e “per la crescita del Paese”. Con una disoccupazione giovanile alle stelle, la fuga dei cervelli e la spesa in ricerca ai minimi storici, passaggi burocratici biblici come quelli descritti lasciano davvero attoniti.

Solo a settembre 307 mazzate fiscali

Solo a settembre 307 mazzate fiscali

Antonio Spampinato – Libero

Matteo Renzi si è preso 1.000 giorni di tempo per portare a termine la sua agenda di riforme: si va dal lavoro, allo snellimento della pubblica amministrazione, alla giustizia, al fisco, al ridisegno delle istituzioni. Un’indiretta ammissione sull’impossibilità di fare qualcosa di conclusivo nei primi 122 giorni di governo, bollando, di fatto, le precedenti promesse come irrealizzabili, quantomeno nei tempi programmati al momento del suo insediamento. «L’Italia cambia. Con calma e il passo giusto arriviamo dappertutto››, ha detto. Mettiamoci comodi, dunque, che fretta c’è. A proposito di fisco – e a proposito di riforme – ci permettiamo di segnalare che tra i numeri elencati nel corso della conferenza stampa il premier ne ha dimenticato uno, particolarmente caro a tutti: quello relativo alle scadenze fiscali. E, a questo proposito, settembre è uno di quei mesi da bollino rosso.

Tra Irpef, cedolare secca e addizionali varie, il portafoglio si prosciuga, ma soprattutto impazzisce, dovendo stare dietro a un numero spropositato di adempimenti. Il fisco amico, quello aperto al dialogo con i contribuenti, solo per il mese di settembre ha infatti fissato 371 appuntamenti con le famiglie e le imprese italiane. Di questi, 307 riguardano versamenti veri e propri, 17 sono dichiarazioni, 19 comunicazioni, 3 adempimenti contabili, 18 ravvedimenti e 7 tra richieste, domande e istanze. Non tutte da onorare da tutti, ovviamente.

Quello che però vorremmo mettere in risalto sono le catene che legano i contribuenti al fisco, l’esagerato numero di adempimenti che gli italiani sono costretti a segnarsi in agenda per non finire nel libro nero degli evasori. Persino i commercialisti faticano ad aggiornare i loro database, visti i continui ripensamenti e, purtroppo, aggiunte, che i burocrati sfornano in continuazione, quasi non facessero parte anche loro del tartassato mondo dei contribuenti italiani.

Ieri è stato il giorno della prima scadenza del versamento di Irpef addizionali e cedolare secca per i contribuenti non titolari di partita Iva che hanno rateizzato il primo acconto 2014. Dei 51 versamenti previsti, 7 riguardavano l’Irpef, 8 le addizionali, 4 la cedolare secca e poi l’Iva (1), imposte di registro (3) e imposte sostitutive (4). Sotto la voce “altro”, ci sono scadenze quali il versamento dell’imposta dovuta sui premi ed accessori incassati nel mese di luglio 2014 nonché gli eventuali conguagli dell’imposta dovuta sui premi ed accessori incassati nel mese di giugno 2014. Martedì 16 sono previste ben 206 scadenze, di cui 205 relative a versamenti: sempre per Irpef, addizionali e cedolare secca, è fissata la scadenza per i contribuenti titolari di partita Iva che hanno rateizzato il primo acconto 2014. Inoltre, per i pensionati, è previsto il versamento della quota del canone Rai.

E si arriva a venerdì 19 con l’invio del modello 770 relativo all’anno 2013. Ma gli adempimenti del mese di settembre si chiuderanno martedì 30 con l’invio del modello Unico 2014 e del modello Irap 2014. Oltre a 51 diversi tipi di versamenti, anche questi suddivisi per tipologia di contribuente. Ma non è finita qui: a settembre si tornerà a parlare anche di Tasi. Mercoledì 10, infatti, i Comuni devono approvare e inviare alle Finanze le delibere sulla Tassa sui servizi indivisibili, la nuova imposta comunale istituita dalla legge di stabilità 2014. E martedì 30 i Comuni devono approvare il bilancio di previsione (comprese le aliquote Imu e le tariffe Tari, la tassa sui rifiuti). Sul sito dell’Agenzia delle entrate, proprio per venire incontro alla necessaria esigenza di trasparenza, il fisco, sempre quello amico, invece di tagliare con l’accetta il numero di scadenze, ha preferito pubblicare un comodo calendario in cui cittadini e imprenditori possono cliccare su decine, centinaia di link per capire in quale modo possono contribuire al risanamento dei conti pubblici e al rilancio del Paese. La suddivisione è fatta per adempimento e per tipologia di contribuente. Il tutto consultabile standosene seduti davanti al computer di casa o dell’ufficio. Comodo no?

Non solo i gufi sanno leggere i numeri

Non solo i gufi sanno leggere i numeri

Gaetano Pedullà – La Notizia

I conti sono tutti nelle pagine interne. Chi avesse voglia e pazienza di andare a leggere scoprirà che neanche volando sarà possibile realizzare tutto quello che il premier ha promesso ieri. Figuriamoci procedendo passo a passo. A dirlo non sono i gufi, ma i numeri. E i numeri, si sa, sono argomenti testardi. Tra vecchi decreti attuativi mai applicati dall’amministrazione Letta e i nuovi bisognerebbe approvare una media di un provvedimento al giorno; sabato, domenica e Natale compresi.

Palazzo Chigi ha messo il countdown su Internet, ma la sparata è talmente grossa che a questo punto anche a un giornale riformista come questo, dunque ben felice che l’Italia cambi verso, viene un fortissimo sospetto. Anziché andare avanti con proposte ambiziose ma fattibili, vuoi vedere che si sta alzando la posta così tanto da poter poi dire che il Parlamento mette il carro davanti ai buoi e a quel punto giustificare il ritorno alle urne? Se così fosse, si sta commettendo un peccato mortale, perché anziché portarci subito alle urne e provare a dar vita a una maggioranza meno traballante di quella attuale, si sta buttando via altro preziosissimo tempo.

Il perdurare della crisi sta deteriorando oltre ogni limite la tenuta delle nostre imprese, l’assoluta impossibilità dei giovani (e anche dei meno giovani) di trovare un lavoro sta creando un clima depressivo dal quale sarà durissima riprendersi. Mai come in questi tempi i medici stanno prescrivendo tranquillanti e psicofarmaci. La prima riforma, dunque, deve essere quella di non perdere più tempo. E non prenderci in giro.

I mille giorni: un colpo d’ala mediatico e un sentiero che si restringe

I mille giorni: un colpo d’ala mediatico e un sentiero che si restringe

Stefano Folli – Il Sole 24 Ore

Vedremo presto quanto sarà efficace la nuova strategia dei mille giorni e lo slogan autunnale del “passo dopo passo”. Il presidente del Consiglio ha illustrato i suoi propositi con la consueta capacità di “marketing”, ma un punto sembra certo: la magia si è interrotta. E per magia s’intende quella speciale atmosfera, fatta di speranza, di fiducia e di ottimismo, nella quale Renzi aveva inaugurato il suo mandato alla fine di febbraio. Allora era la rivoluzione, annunciata con spavalderia: una grande rivoluzione al mese per sei mesi e l’Italia sarebbe cambiata. Oggi è la prudenza dei mille giorni e la richiesta di essere giudicato non prima del maggio 2017.

Non ci sarebbe da sorprendersi per questo cambio di tattica, se la strategia fosse confermata; se cioè il programma riformatore riproposto ieri si rivelasse davvero in grado di trasformare il Paese in poco meno di tre anni. Sarebbe invece drammatico se il volontarismo renziano fosse fine a se stesso: un modo dinamico, anzi frenetico, di restare più o meno immobili. Non c’è che attendere i prossimi mesi per scoprirlo. Fin d’ora però sembra chiaro che Renzi non può fare affidamento solo su se stesso e sul carisma personale, come è stato nel primo semestre. Ora che l’estate è passata, occorre qualcosa di più concreto per rinsaldare il patto con i cittadini.

In fondo il 41 per cento delle europee era stato il prodotto dello slancio iniziale. Adesso la ricerca del consenso diventa una partita più complicata e richiede tempi lunghi. Per meglio dire, è quasi inevitabile, almeno a breve termine, la contraddizione fra interventi riformatori efficaci e gradimento popolare ai massimi livelli. La tentazione di ricorrere all’arma letale, ossia al populismo per aggirare il contrasto è sempre incombente. Ma sarebbe un errore fatale che segnerebbe la degenerazione dell’esperimento renziano. E infatti il premier evita di farvi ricorso in modo massiccio, se non per gli attacchi alle “rendite di posizione” dei “privilegiati”, rendite che ovviamente devono essere smantellate.

In realtà il problema di cui il premier è consapevole consiste nell’attuare le riforme che l’Europa pretende dall’Italia. Riforme fondamentali nel campo del lavoro, della competitività, della giustizia civile. L’agenda ormai la conoscono tutti. Ma tali trasformazioni sono spesso socialmente dolorose. Non solo. Esse colpiscono feudi politici che quasi sempre coincidono con serbatoi elettorali a cui è molto difficile rinunciare. Quanto alle decisioni che non presentano costi ma solo benefici (dalle assunzioni dei precari della scuola ai mille nuovi asili), è ovvio che non si tratta di riforme, bensì di nuove spese in un momento in cui le risorse non ci sono, ovvero – quando ci sono – andrebbero destinate a ridurre il deficit e a contenere il debito.

Sono questioni ben note dalle parti di Palazzo Chigi. D’altra parte, Renzi è un politico che non intende commettere un suicidio politico. Si rende conto che la Germania non rinuncerà alla religione del rigore, tanto meno adesso che il partito anti-euro tedesco ha preso il 10 per cento in Sassonia. Al tempo stesso, la sua stessa retorica gli impone di continuare a nutrire l’immaginario collettivo con lo scenario consolatorio di riforme che non fanno male, tranne che alla “casta” dei privilegiati. La sfida fra realismo e illusione non è dunque risolta: è solo spostata in avanti.

La strada difficile della ripresa

La strada difficile della ripresa

Mario Deaglio – La Stampa

Moltissimi italiani sono vittime di un terribile equivoco: si illudono che un «buon» governo, non importa se l’attuale o un altro, sia in grado di scaricare sulla loro porta di casa una splendida ripresa già bell’e confezionata, possibilmente senza creare loro alcun incomodo. Così si spiegano le critiche «quantitative» ai provvedimenti del governo, già adottati o di prossima messa a punto, secondo le quali «le risorse non bastano». Come ha detto il presidente dell’Ance, Paolo Buzzetti, «se non ci mettiamo i soldi… i problemi restano tutti lì». E siccome qualche soldo c’è, ma non basta (e questo lo sanno tutti), e non è possibile stamparne tranquillamente degli altri, si direbbe che i problemi sono destinati a rimanere tutti lì, magari per molto tempo. La ripresa che piacerebbe a milioni di italiani consiste nel «riprendere››, appunto, ritmi, modalità di vita e produzione degli anni precedenti la crisi.

Più che una ripresa sarebbe un recupero e una conservazione di valori, da quelli monetari a quelli culturali. E questa ripresa si potrebbe realizzare semplicemente ritoccando qualche legge – possibilmente senza conseguenze scomode per i diretti interessati – e affidandosi al «buon senso». Sarebbe molto bello, soprattutto per un paese in cui gli anziani sono una componente sempre più importante, se la ripresa fosse effettivamente così. Purtroppo le cose stanno andando diversamente. 

Quella che stiamo vivendo a livello globale è una «distruzione creatrice», come l’aveva definita l’economista austriaco Joseph Schumpeter all’incirca settant’anni fa: uno «sciame» di innovazioni irrompe sulla scena economica, altera la struttura dei costi, si presenta di prepotenza con nuovi prodotti, cambia di fatto il nostro modo di vivere e ne instaura un altro, si inventa nuovi mercati e nuovi modi di produrre. 

Lo si vede benissimo osservando con attenzione la nostra vita quotidiana: dopo trent’anni in cui si è limitata a renderci le cose più facili, l’elettronica sta rendendo la nostra esistenza sensibilmente diversa. Iphone e Ipad cambiano i nostri ritmi di vita e di lavoro: con il telefonino (che è sempre meno «cellulare» in quanto passa sempre più da Internet) possiamo acquistare un biglietto ferroviario 0 aereo, effettuare un bonifico bancario, pagare in diretta il posteggio dell’auto. Sempre con questo o altri simili mezzi elettronici potremo «scaricare» e seguire a nostro piacimento interi corsi universitari, tenere la nostra salute sotto controllo, acquistare un numero crescente di oggetti senza passare dal negozio dai supermercati. 

Possiamo legittimamente pensare che tutto ciò sia un bene o sia un male. In ogni caso siamo costretti a muoverci in questa direzione perché gli altri Paesi lo stanno facendo e perché dobbiamo vendere all’estero i nostri prodotti per pagarci l’energia e le materie prime di cui abbiamo bisogno (sempre che non prevalgano i venti di guerra che soffiano sull’Ucraina e sul Medio Oriente, con qualche sinistra somiglianza con quelli di cent’anni fa). La ripresa, insomma, non sarà per niente comoda e rassicurante, sarà scomoda e incerta; offrirà delle opportunità, non garantirà a nessuno di raggiungere i risultati sperati. 

Nessun governo, in nessun Paese, potrà fare meraviglie, tutti i governi e tutti i Parlamenti dovranno mettere i loro cittadini nelle condizioni di “fare”, di rischiare al meglio, di elaborare un progetto di vita che non sia bloccato da ostacoli legislativi antiquati. Le leggi non creeranno ripresa, metteranno i cittadini nelle condizioni di crearla. Per questo sono necessari i «piccoli miracoli individuali» di cui ho parlato in un precedente articolo, un’affermazione alla quale alcuni lettori hanno reagito con fastidio sostenendo che i miracoli li devono fare i governi. 

Per la verità, i giovani italiani stanno cominciando a muoversi in questa direzione. Sono diverse decine di migliaia quelli che, dopo aver conseguito buone lauree in Italia si vedono proporre spezzoni di lavoro, stage non pagati, contratti di pochi euro e senza futuro o al massimo lunghe carriere per arrivare a posizioni di rilievo all’età della pensione; al di là delle Alpi, da Monaco a Londra, ricevono spesso offerte di posti (e salari) adeguati alla loro professionalità da imprese spesso dirette da trentenni o quarantenni. 

I rimedi alla brutta crisi italiana, in sostanza sono solo in piccola parte quantitativi e soprattutto qualitativi; e possono richiamare in un circuito produttivo un po’ di ricchezza finanziaria netta delle famiglie che, secondo la più recente indagine della Banca d’Italia, è pari a circa 8 volte il reddito disponibile lordo delle famiglie italiane, in linea con Regno Unito, Francia e Giappone e sensibilmente superiore a quella di Stati Uniti, Canada e Germania. Se le famiglie italiane non useranno almeno una parte di questa ricchezza (le sole attività finanziarie valgono più del doppio del prodotto interno lordo) è possibile che finiscano con il perderla. E perderemo tutti una parte delle speranze del Paese.

Una manovra di “soli” 16 miliardi il Tesoro fa i conti con la flessibilità

Una manovra di “soli” 16 miliardi il Tesoro fa i conti con la flessibilità

Valentina Conte – La Repubblica

Troppo presto per brindare, visti anche i primi malumori della Merkel. Ma l’ipotesi di una moratoria biennale sul Six pack, la possibilità cioè per l’Italia di non dover incidere brutalmente col bisturi sui conti 2014-2015, risparmierebbe al Paese di certo una legge di Stabilità lacrime e sangue. Nessuna procedura di infrazione, dunque, se il deficit strutturale non è “close to balance”, vicino allo zero, il prossimo anno. Nessuna bacchettata se il percorso di riduzione del debito pubblico parte nel 2016, dodici mesi dopo. Più margini per fare politiche espansive e provare a rianimare il paziente, dopo la cura da cavallo. E cioè a far ripartire la crescita. Insomma, anziché una maxi manovra da 25 miliardi, ad ottobre l’Italia potrebbe evitare altri tagli draconiani o maggiori tasse per 8-10 miliardi. Una cifra pari quasi al costo del bonus degli 80 euro per il 20 1 5. Non male. 

«Un accordo di questo tipo sarebbe un aiuto importante, è evidente», riflette Enrico Zanetti, sottosegretario all’Economia. «Eviteremmo i rischi di inflazione. Resteremmo sotto il 3% nel rapporto deficit-Pil. Le manovra sarebbe meno complicata, da 15-16 miliardi anziché 23-25, coperta dalla spending review. E saremmo in grado di mantenere tutte le promesse, come il bonus, oltre a scongiurare tagli alle detrazioni fiscali. Non dover fare la correzione da almeno mezzo punto di Pil aiuterebbe, certo». Fermo restando, ricorda Zanetti, che oltre alla moratoria «è anche tempo di rivedere, nelle sedi tecniche europee, il Pil potenziale dell’Italia». Così com’è – pari a zero – «ci penalizza e rende gravosi gli aggiustamenti dei disavanzi strutturali».

Per ora vediamo se l’intesa sin qui solamente abbozzata e informale tra Juncker e la commissione Ue uscente reggerà alla prova (tedesca) dei fatti. «Sarebbe però sbagliato vedere la moratoria come una concessione da scambiare ad esempio con minori tutele per i lavoratori», avverte Stefano Fassina, ex viceministro pd dell’Economia. Quell’obiettivo di riduzione dello 0,5% annuo del deficit strutturale, cioè al netto del ciclo economico avverso, «è assolutamente irrealistico, in uno scenario di recessione come l’odierno». Tra l’altro fissato con un’inflazione al 2%, mentre ora l’Eurozona si avvia alla deflazione. «Il Six pack non si applica punto. E non per concessione, ma perché il quadro è diverso». Sorpresa per la svolta europea che si prefigura, Sergio De Nardis, capo economista di Nomisma, ne soppesa però i vantaggi per l’Italia. «Una corda che si allenta, indubbiamente. Gli sforzi per l’aggiustamento del bilancio strutturale si sposterebbero al 2016. Non saremmo insomma costretti a modificare il tendenziale già ora, con la legge di Stabilità di ottobre. Un passo avanti imponente che tuttavia scavalca anche i possibili margini di flessibilità annunciati da Mario Draghi a Jackson Hole e inquadrati “nei limiti del fiscal compact”, le regole di riduzione del debito pubblico”. Qui siamo ben oltre». 

Sarà per questo che la Merkel è in ansia. «Se ci concederanno davvero questo margine, l’impatto sarà minimale sulla recessione», avverte però Luigi Guiso, economista e docente al Luigi Einaudi Institute for Economics and Finance. «Attenzione poi a non farne un uso cattivo. Il bonus da 80 euro doveva essere finanziato con tagli alla spesa. Allentare questo processo e magari usare la nuova flessibilità per coprire quello sconto fiscale potrebbe essere controproducente. Lo sconto ci toglie qualche castagna dal fuoco nell’immediato, certo non ci aiuta a uscire dalla crisi».

Quei dubbi di Marchionne

Quei dubbi di Marchionne

Dario Di Vico – Corriere della Sera

Anche Sergio Marchionne comincia ad avere qualche dubbio. In questi mesi l’amministratore delegato della Fiat, quando ha potuto, non ha mancato di far sentire il suo appoggio a Matteo Renzi, in pubblicoe in privato. Solo per ricordare un episodio vale la pena tornare a Trento, al festival dell’Economia di inizio giugno, quando Marchionne si era disciplinatamente seduto ad ascoltare e ad applaudire l’intervista-fiume del premier con Enrico Mentana. Ieri invece dal palco di un’altra manifestazione, il meeting di Rimini, i toni sono stati differenti. Quegli accenni agli scarsi risultati ottenuti dal governo e ai tanti compromessi ai quali ha dovuto soggiacere segnano sicuramente uno slittamento di opinione. Un giudizio sui provvedimenti e le amnesie che vale molto di più dei commenti che pure Marchionne ha elargito sulle strategie di comunicazione. Anche a lui la copertina dell’Economist non è piaciuta neanche un po’ ma non avrebbe replicato – ha chiosato -, avrebbe fatto a meno di organizzare la gag con il gelato e il carretto.

Prima di Marchionne a prendere le distanze da Renzi era stato un altro protagonista della vita economica italiana, che pure aveva guardato con favore al nuovo governo e al protagonismo del giovane Matteo, Diego Della Valle. In pieno agosto quando il governo combatteva in Senato per far passare il provvedimento di revisione Mister Tod’s aveva rivolto un inusitato appello al capo dello Stato chiedendogli di evitare che a cambiare la Costituzione fosse «l’ultimo arrivato, seduto in un bar con un gelato in mano a decidere cosa fare». Non sapremo mai con certezza se la direzione dell’Economist abbia rubato a Della Valle l’immagine del giovane premier con il gelato ma alla fine è andata così. E comunque quella presa di distanza da Renzi, che l’imprenditore marchigiano aveva seguito con attenzione sin dai suoi primi passi da sindaco, ha generato comunque sensazione.

Marchionne e Della Valle oltre ad essere due esponenti di primo piano dell’industria italiana ne rappresentano anche la parte che più si confronta con la concorrenza, che non vive di tariffe e riconoscimenti governativi e quindi è più libera ed esplicita nella formulazione dei giudizi. Pro o contro che siano. Ma quale orientamento prenderà Giorgio Squinzi che gli imprenditori li rappresenta tutti, quelli globali e quelli non, e che aveva contribuito a dare una spallata al governo Letta? Il presidente della Confindustria ha parlato anche lui a Rimini, appena 24 ore prima di Marchionne: non ha mai citato Renzi e il suo governo ma ha usato parole dure come pietre. Con riferimento alla sostenibilità del welfare ha scandito che «il nostro Paese ha tenuto finora un tenore di vita che non si può più permettere». Ha chiesto poi «provvedimenti straordinari a costo dell’impopolarità» ma soprattutto ha fatto capire che a questo punto si aspetta che l’esecutivo espliciti un disegno strategico, delinei un orizzonte per il Paese e non viva alla giornata. Squinzi parlerà anche stasera alla Festa nazionale dell’Unità a Bologna, da ospite sarà molto attento a calibrare le critiche verso i padroni di casa ma un giudizio netto sullo sblocca Italia probabilmente lo emetterà e sarà drastico: alla fine non c’è un euro in più di investimento pubblico.

Se questo è il catalogo delle disillusioni imprenditoriali e delle critiche (di merito) confindustriali, in attesa delle decisioni di Andrea Guerra in uscita da Luxottica, sono due i capi-azienda che sembrano conservare intatta la loro stima verso Renzi. Il primo è Oscar Farinetti di Eataly secondo il quale il governo «ha fatto 3-4 mosse giuste» e anzi a questo punto dovrebbe dare altre «due bastonate» imponendo, ad esempio, un tetto massimo di 3 mila euro alle pensioni. L’altro è Pier Silvio Berlusconi, che prima dell’estate aveva esplicitamente dichiarato di tifare per Renzi e nei giorni scorsi, con il conforto di Fedele Confalonieri e Ennio Doris, ha ribadito a papà Silvio la sua assoluta fiducia nell’inquilino di Palazzo Chigi.

L’Italia sembra incapace di reagire

L’Italia sembra incapace di reagire

Sergio Marchionne – Il Sole 24 Ore

«Non sopporto più di vedere gente con il gelato in mano, barchette e cavolate varie, gli italiani sono bravi». Lo dice Sergio Marchionne, a margine del suo intervento al Meeting di Rimini di cui pubblichiamo un ampio stralcio.

L’Italia ha l’urgenza, l’assoluta necessità di intervenire per colmare il divario competitivo che la separa dagli altri Stati europei. Saranno almeno dieci anni che dico che abbiamo bisogno d’interventi strutturali, di riforme profonde, che hanno come obiettivo il riposizionamento della competitività del Paese. E chiaramente non sono né il primo né l’ultimo a dirlo.

Ma la realtà è che poco si è mosso. Il sistema sembra totalmente incapace di reagire. Per qualche strano motivo, in Italia – anche di fronte alla recessione e alle sofferenze provocate dalla crisi, un tasso di disoccupazione al 12,6 per cento, una realtà che vede quasi il 43 per cento dei giovani sotto i 24 anni senza lavoro – ci comportiamo come fossimo un’isola felice, dove ciò che esiste deve essere salvaguardato ad ogni costo.
Il nostro Paese continua a vivere chiuso nella sua boccia, incapace di vedere e affrontare le realtà più ovvie, inerte di fronte alla richiesta di modernità di un mondo globale. Abbiamo passato vent’anni a far finta di fare le riforme. Non abbiamo adeguato il nostro sistema di protezione sociale ai cambiamenti del mondo e della società. Non abbiamo modificato la struttura dei costi di gestione.

Non siamo neppure stati capaci di approfittare degli enormi benefici dell’adesione all’euro. Benefici che derivano dalla riduzione degli interessi pagati sul debito pubblico e che si sarebbero dovuti usare per finanziare il programma di riforme. Abbiamo vissuto pensando che il nostro Paese potesse andare avanti prendendo solo se stesso o il proprio passato come riferimento. Abbiamo indirizzato le nostre risorse ad alimentare una dialettica distruttiva, che ha progressivamente indebolito il quadro d’istituzioni e di regole su cui è fondata la nostra nazione. Ci siamo costruiti da soli quell’handicap che oggi tiene lontani gli investitori stranieri, erode la crescita dei salari e mette a rischio le prospettive di lavoro e il tenore di vita delle generazioni presenti e future.

Siamo stati noi il nostro più grande nemico. Quando dico «noi», intendo davvero tutti: chi ha governato il Paese; quegli imprenditori che, in un modo o nell’altro, si sono resi complici dell’inerzia; e quelle tenaci forze di conservazione, di destra e di sinistra, che sono ancora radicate in tanta parte della società. Per chi, come la Fiat, vive e si nutre di trasformazioni continue, guardare un sistema immobile, l’incapacità di accettare – o peggio ancora – di avviare il più piccolo cambiamento… è qualcosa d’inconcepibile.

Riponiamo la massima fiducia nel governo. Lo abbiamo fatto con gli ultimi tre e lo continueremo a fare. Ma la verità è che finora, chiunque abbia guidato il Paese, si è scontrato con un muro di gomma ed è stato costretto a svolgere un ruolo quasi amministrativo. Risultati concreti ne abbiamo visti molto pochi. Compromessi tanti. Iniziative che sono partite bene e poi sono sfociate in una gara al ribasso, con l’obiettivo di toccare meno interessi possibili, di minimizzare gli effetti di qualunque decisione. In un sistema del genere, preoccupato più di conservare se stesso e di alimentare il proprio potere, forse non cambierà mai nulla.

Il presidente Renzi ha di fronte a sé un ruolo arduo e ingrato. Ma è determinato e coraggioso nel voler demolire le forze di resistenza al cambiamento e alle riforme. Nei pochi incontri privati, l’ho incoraggiato a proseguire il suo programma riformatore senza curarsi del clamore e degli attacchi. La sua missione è importante, molto più importante del rumore e della polvere sollevata dagli oppositori. Tutti quanti dobbiamo prendere coscienza della realtà se vogliamo creare nuovi termini di riferimento e avviare nuovi comportamenti. Dobbiamo smettere di aspettare il miracolo. Non possiamo più permetterci di vivere nella perenne attesa che il sistema venga riformato. Se e quando succederà, se le riforme di cui sentiamo parlare da alcuni decenni fossero finalmente varate, saremmo i primi a salutarle con gioia. Ma non possiamo riporre tutte le nostre aspettative e le nostre speranze su un sistema che pare immobile.

A chi si è iscritto alla scuola della rassegnazione – e sono certo che negli ultimi 40 anni qualcuno ha preso anche la laurea – vorrei dire: il futuro non dipende da nessun altro se non da noi. Per chi, invece, aspetta che la soluzione venga dall’alto, che le linee guida del cambiamento arrivino dalle stanze del cosiddetto potere, ho una notizia. Temo non succederà domani mattina. Dovete diventare voi stessi promotori di quel cambiamento che volete vedere nella società. L’idea di poter cambiare le cose rimarrà un’utopia fino a quando ciascuno di noi non deciderà di fare la propria parte. Dobbiamo alzarci ogni giorno e decidere di fare qualcosa in modo diverso da quello che abbiamo fatto finora, nel nostro lavoro come nella vita. Non aspettate che ve lo dica qualcuno, che vi arrivi una direttiva sulla scrivania o un’email sul pc.

Siate voi i primi a rompere gli schemi. Invece che combattere con la realtà esistente, con l’inefficienza e con la burocrazia, pensate a un modello nuovo e più moderno, che renda quella realtà obsoleta. Non lasciate che sia qualcun altro a definire la vostra strada. Fatela da soli. Costruitevi un percorso, seguitelo, disegnatelo da capo ogni volta che volete. Ma iniziate oggi, subito.

Non bastano i treni a far ripartire il paese

Non bastano i treni a far ripartire il paese

Tito Boeri – La Repubblica

Il tempismo, sul piano della comunicazione, è perfetto. Nel giorno in cui l’Istat certifica il ritorno dopo 50 anni alla deflazione e con un mercato del lavoro sempre più in sofferenza il governo vara un decreto dal titolo molto promettente: sblocca-Italia. Interviene in ritardo rispetto allo scadenziario che lo prevedeva per metà luglio, ma proprio per questo permette al governo di reagire ai dati sui consumi degli italiani dopo l’introduzione del bonus di 80 euro, dati che confermano l’impressione che lo sgravio non abbia avuto gli effetti sperati di stimolo della domanda. Se si va al di là dei titoli e dei relativi cinguettii telematici, affiorano però non pochi dubbi sull’efficacia delle misure varate ieri e, a dispetto delle rivoluzioni annunciate, in molte di loro si respira l’odore stantio del déjà vu.

Di sblocco sulla carta ci sono quasi solo i cantieri delle opere su rotaia. Il bonus edilizia viene semmai bloccato, non rinnovato nel 2015 almeno fino all’approvazione della legge di Stabilità. Le 1617 mail ricevute dai Comuni con segnalazioni di ritardi in piccole opere dovranno aspettare. Non ci sono fondi per le misure contro il dissesto idrogeologico. Non è la prima volta che un governo italiano si affida ai trasporti e soprattutto alle Ferrovie dello Stato (che continuano a non assicurare la pulizia dei treni su gran parte delle tratte) per rilanciare un’economia che non riesce a ripartire. I fallimenti del passato, quando peraltro c’erano ben più risorse da destinare a queste opere, non sembrano essere stati metabolizzati.

Sono lastricate le strade di Palazzo Chigi di comunicati in cui si annunciano miliardate di opere pubbliche di immediata attuazione, a partire dalla faraonica legge obiettivo del 2001 per arrivare al “decreto del fare” (e disfare) lasciato in testamento da Letta. Il fatto stesso che si peschi una volta di più dall’elenco annunciato da Berlusconi a Porta a Porta, attuato solo in minima parte (attorno al 10 per cento) in 15 anni, certifica che non basta decretare per avviare i lavori. E anche questa volta, quando si studiano i singoli dossier, ci si accorge che gran parte delle opere non sono immediatamente cantierabili. Tre quarti di queste potranno, nella migliore delle ipotesi, partire nel 2018. Del resto è lo stesso profilo temporale dei finanziamenti a certificare che non si tratta di misure di impatto immediato: 40 milioni nel 2014, 415 nel 2015, 888 nel 2016. Non è questo tipicamente l’orizzonte delle misure congiunturali che vogliono evitare una nuova prolungata recessione agli italiani.

Una volta di più si annunciano queste misure a costo zero, come se destinassero nuove risorse alle infrastrutture senza sottrarle ad altri interventi. Ma come può un governo che chiede un consenso attorno ad un’operazione politicamente costosa come la spending review, come può un esecutivo che dovrà racimolare nella legge di Stabilità qualcosa come 16 miliardi di tagli alla spesa nel 2015, dire agli italiani che ci sono tutti questi miliardi piovuti dal cielo? È fin troppo evidente a tutti che le risorse che verranno destinate a queste opere, anche quelle che vengono da fondi europei, verranno sottratte a destinazioni alternative. È dovere di un governo spiegare perché queste opere sono più importanti di altre cose che si potevano fare con questi soldi. A partire dalle stesse opere infrastrutturali alternative che potevano essere avviate (perché, ad esempio, il terzo valico Milano-Genova e non il raccordo Fiumicino-alta velocità verso Firenze?). Le analisi costibenefici delle singole opere servono proprio a questo, ma non ce n’è traccia. Offrono le stesse valutazioni che ogni imprenditore compie quando deve decidere se fare o meno un investimento. Perché i contribuenti italiani, al pari degli azionisti privati, non devono avere il diritto di sapere come vengono utilizzati i loro soldi rispetto a diversi scenari e opzioni alternative?

La dimensione del dispositivo entrato in Consiglio dei ministri (125 pagine e, come ormai è prassi, non c’è un testo in uscita) e i commi e sottocommi dei diversi articoli danno l’impressione di burocrazie ministeriali tutt’altro che rottamate. Se il decreto avesse mantenuto l’obiettivo della semplificazione normativa, avremmo un precedente cui appellarci sul piano del metodo. Speriamo che dietro al formalismo non si celino troppi giochi di potere: homo homini lupus . E l’impressione è che almeno al ministero dei Trasporti siano ancora le alte burocrazie a governare.

Forse sarebbe stato più saggio ieri limitarsi alle misure sulla giustizia civile, che hanno potenzialmente un rilievo economico molto importante se sapranno davvero intervenire sugli arretrati, e rinviare le altre misure alla prima legge di Stabilità del Governo Renzi, nella quale confluiranno anche le norme sulle società partecipate. Ci dirà qual è la strategia di politica economica di questo governo.