il foglio

Gufi e Pil

Gufi e Pil

Enrico Cisnetto – Il Foglio

Anch’io, come l’ottimo Giovanni Orsina, mi domando se Renzi mi abbia inserito nella lista dei “gufi” che da mesi evoca come i suoi veri oppositori (già, gli altri o fanno parte della maggioranza parallela o si sono liquefatti). E temo – pur contando sulla sua amicizia – che l’Elefantino mi voglia schiaffare d’autorità in quella che lui chiama, non senza ragione, «carognesca èlite» perché ho il vizio di badare alla fastidiosa variabile che si chiama andamento (congiunturale e strutturale) dell’economia. Sì, quel viziaccio che mi aveva procurato guai con il facondo Berlusconi (quello dei «ristoranti pieni»), con l’iracondo Tremonti (quello dell’Italia che «sta messa meglio degli altri»), con l’algido Monti (quello del «cresci Italia») e con il cocciuto Letta (quello della «luce in fondo al tunnel»). Tuttavia accetto il rischio e scanso ogni esitazione: l’avevo detto.

Sì, l’avevo detto che delle ripresa non c’era neppure l’ombra, anzi che saremmo tornati in recessione. L’avevo detto che gli 80 euro non si sarebbero tramutati in consumi e che quella non era la misura giusta (se non ai fini elettorali) per far riprendere la nostra economia. L’avevo detto che l’export non sarebbe bastato, intestato com’è a solo 12-15mila imprese, e che la crescita si fa solo con gli investimenti, a loro volta figli di una politica economica e industriale da piano Marshall. Così come avvertito di non dare la colpa a Bruxelles e Berlino – che pure ne hanno – perché sono un alibi a non fare. Come ora è un alibi dire che siamo in recessione perché si è fermata la Germania: il crollo dell’export è stato con i paesi extra Ue. Già, avevo visto meglio del Def (ci vuole poco). Ma non me ne vanto. E non traggo (ancora) conclusioni su Renzi e il suo governo. Insomma, io (come altri) guardavo la realtà, non facevo né il pessimista piagnone né tantomeno tifavo per la conservazione, né quella ideologica né quella in nome di interessi. Ho avuto ragione, ma me ne dolgo.

Non godo affatto nel sentire tornare la parola recessione nel lessico quotidiano. Non mi piace dover mettere in fila ben 17 trimestri con il Pil in rosso sui 28 trascorsi da inizio 2008. Anzi, soffro a vedere che ben 12 degli ultimi 13 trimestri hanno il segno medio davanti (unica eccezione il quarto trimestre 2013). E mi cospargo il capo di cenere. Sinceramente. Chiedo, però, solo una cosa: vorrei che chi ha sbagliato previsioni e scenari almeno avesse la franchezza di ammetterlo. E, soprattutto, che non diventasse recidivo. Eh sì, perché tra Renzi e Padoan non solo autocritica saltami addosso – abbiamo fatto tutto bene, la ripresa è lenta (veramente è la recessione ad essere svelta) ma se perseveriamo arriverà – ma pure giurano che «non c’è bisogno di fare alcuna manovra correttiva». Sicuri? Mi pare improbabile che, con il Pil che scende al denominatore (tre decimi di punto nel primo semestre), il deficit programmato nel Def al 2,6 per cento non sia da ricalcolare. Starà comunque entro il 3 per cento? Forse, ma sappiamo che l’Ue non farà sconti e visto che non ci ha concesso di far slittare il pareggio di bilancio dal 2015 al 2016 potrebbe chiederci di cominciare a limare fin d’ora. Inoltre molti dei provvedimenti del governo, a cominciare dagli 8 euro, sono assolutamente privi di reale copertura – se non si vuole usare la solita presa in giro dei proventi derivanti dalla lotta all’evasione e dalla spending review – e da qualche parte dovranno pur saltar fuori, e i margini di manovra sono stretti, come ha palesato la vicenda dei “quota 96” in cui la maggioranza ha dovuto rimangiarsi quanto promesso. Se infine aggiungiamo che, per effetto della deflazione, gli interessi sul debito ci costeranno altri 17 miliardi, solo parzialmente compensati dai bassi tassi pagati sui titoli di Stato, si capisce come l’intervento correttivo dei conti pubblici – per almeno una ventina di miliardi – sia una necessità e non l’ennesima invenzione dei menagramo. Anzi, rimandare a domani quello che andrebbe fatto oggi provocherà solamente l’acutizzarsi dei problemi e la necessità di intervenire ancor più pesantemente in futuro. No, purtroppo non c’è alcun iperbolico avanzo primario che tenga. La manovra andrà fatta. A meno che…

Ecco, c’è un solo modo per evitare i soliti tagli lineari e le solite tasse più o meno occulte: cambiare completamente registro. Sì, dotarsi di coraggio e dare la scossa che serve al paese attraverso una tripla azione di governo. Da un lato, un’operazione straordinaria sul patrimonio pubblico finalizzata sia all’abbattimento dello stock di debito che a rilanciare gli investimenti pubblici e favorire quelli privati, abbassando le tasse sulle imprese e sul lavoro. Dall’altro come ha suggerito il viceministro Calenda, un piano industriale nazionale che ci consenta di incrementare la quota sul Pil del manifatturiero e dei servizi ad alto valore aggiunto. Infine, avviare riforme strutturali – vere – che siano in grado di tagliare di 7-8 punti sul Pil quella spesa pubblica che, ultimi calcoli, nel 2014 arriverà a superare gli 825 miliardi., 16 in più di quanto programmato e il 7,8 per cento in più del 2013. Lo so, si tratta di politiche impegnative, faticose. Ma, senza, l’esito è già scritto. E ora, se credete, imbalsamatemi e mettetemi pure nella stanza dei gufi. Sic.  

La nostra burocrazia è già fallita

La nostra burocrazia è già fallita

Edoardo Narduzzi – Il Foglio

Le recessioni non vanno mai sprecate perché sono una formidabile occasione per riformare. Ma le recessioni sono anche uno choc che mette a nudo le debolezze di un sistema. Nelle situazioni normali o tranquille, quando la barca galleggia, debolezze e criticità restano nascoste. Poi, quando il ciclo economico volge al brutto, tutto viene a galla. È quanto è successo al sistema Italia con la peggiore recessione dal secondo Dopoguerra. Una crisi profonda che ha fatto sparire il 10 per cento del Pil e azzerato le capacità di crescita di un Paese incatenato alle politiche economiche di sempre: più tasse, più imposte, più tributi. Perché non si vuole vedere negli occhi la verità della crisi italiana. E la verità è, invece, chiarissima: è bastata una recessione con la erre maiuscola per certificare quello che tutti sapevano della Pubblica amministrazione italiana. Che è un postificio costruito con decenni di lottizzazione a vantagio dei partiti e dei sindacati, sulla pelle delle imprese e dei cittadini che competono nel mercato globale. Una macchina senza alcuna produttività che è stata messa facilmente knock out dal iù lungo ciclo negativo dal 1929.

Sarebbero circa 800 le norme varate dagli esecutivi Monti e Letta ancora in attesa di attuazione da parte della Pa. Norme pensate per attirare politiche antcicliche, quindi pro sviluppo, che una amministrazione terzomondista, del tutto irresponsabile per quello che non fa e per i danni che arreca al Paese, ha lasciato marcire nei suoi cassetti ministeriali. Si possono fare decine di esempi di norme abbandonate sulla Gazzetta ufficiale e mai diventate operative. Mancano i decreti amministrativi di attuazioni o le circolari ministeriali. Le recessione vera ha messo alle corde la burocrazia italiana, il vero spread con il resto dell’Eurozona che condanna il Pil alla stagnazione. Il monopolio di una cultura giuridica formale totalmente sganciata dalla logica del risultato da conseguire è alla base di questo autentico default sistemico. Del resto, come poteva essere altrimenti. Per decenni la Pa è stata militarmente occupata dalla non-meritocrazia. Monopolizzata dalle assunzioni familiari, sindacali, politiche, particolari, così è diventata un abnorme strumento para-keynesiano per dare finta occupazione agli amici e ai protetti. I processi sono diventati una eventualità e la qualità dei servizi da erogare a cittadini e imprese un’estrazione del lotto.

Il sistema burocratico italiano era già fallito negli anni Novanta, ma la capacità dell’economia di produrre un minimo di crescita nascondeva questa realtà. L’ultima recessione ha tolto la maschera alla Pa: una truppa di giuristi fanatici dei bollini, dei timbri, delle firme e della carta. Una realtà migliaia di chilometri distante dalla Googleconomics, 45 giorni a far diventare operativa una piattaforma informatica che è stata partorita ben 26 mesi dopo la norma che la concepiva, il dl “Cresci Italia” del giugno 2012. Così nulla è salvabile, non esiste nessun eccezionalismo imprenditoriale italiano che può farsi carico di un tale fardello.

Cosa fare? In tempi non sospetti, negli ani Sessanta del boom economico, uno dei più formidabili matematici che l’Italia del Novecento ha avuto, Bruno de Finetti, proponeva di fare una bad company della Pubblica amministrazione per riformarla ex novo. Ed erano anni nei quali la burocrazia italiana, rispetto a quella contemporanea, era un gioiello. Nel suo scritto del 1962 intitolato “Sull’opportunità di perfezionamenti e di estensione di funzioni dei servizi anagrafici”, il padre delle tavole di mortalità ancora oggi utilizzate dall’Istat invitava a utilizzare le nuove tecnologie dell’epoca per rivoluzionare i processi burocratici.

«Gioverebbe ben poco dotare di mezzi migliori il servizio anagrafico se esso continuasse a essere concepito come fine a se stesso, capace di comunicare con altri solo tramite la fabbricazione di tonnellate di certificati, di cui ogni mentecatto burocrate o legislatore può obbligare i concittadini a munirsi per ogni futile motivo», e invitava a realizzare quella che oggi chiameremmo una Pubblica amministrazione orientata a erogare servizi in maniera univoca e da un unico punto per tutti.

Rottamare in toto la Pa direbbe Renzi oggi, per rifondarne una nuova su nuove regole e con una nuova cultura. Ora, inevitabilmente, servono decisioni mai viste prima. Il premier David Cameron nel Regno Unito ha avuto il coraggio di licenziare 500mila dipendenti pubblici e ora il suo Pil corre al più 3,1 per cento. In Italia nulla si taglia, nulla si riforma e il Pil resta fermo a zero. Del resto alternative non ce ne sono: o si rivoluziona la Pa oppure la burocrazia ci porta al default.

Meglio tardi che mai. Non è Cottarelli ad aver sbagliato, è fallimentare l’idea stessa di un commissario alla spesa pubblica

Meglio tardi che mai. Non è Cottarelli ad aver sbagliato, è fallimentare l’idea stessa di un commissario alla spesa pubblica

Enrico Cisnetto – Il Foglio

Non ne sentiremo la mancanza. Se è vero che “mister spending review”, alias Carlo Cottarelli, lascerà l’incarico per riapprodare al Fondo monetario, da dove proveniva prima che qualcuno avesse la fessa idea di chiamarlo a sforbiciare la nostra spesa pubblica, inefficiente prima ancora che eccessiva, trattasi di una buona notizia. Anzi, potrei dire meglio tardi che mai, visto che a marzo in questo stesso spazio scrissi una sorta di lettera aperta a Renzi suggerendogli di “rottamare” il commissario alla revisione della spesa come primo costo da tagliare. Ma non per Cottarelli, che non conosco personalmente e nei confronti del quale non ho alcuna riserva tranne quella derivante dal fatto che a suo tempo avesse accettato un siffatto incarico. Anche perché non fu Renzi ad aver avuto la cervellotica pensata di nominare un commissario che con un lanternino si mettesse a cercare eccessi di spesa e di sprechi – sia chiaro, non per i 258mila euro del suo emolumento, che queste sono le miserie populiste cui si attaccano coloro che non hanno idee in zucca – e dunque decidere che a dover essere rottamato non è Carlo Cottarelli ma la figura stessa del commissario non rappresenterebbe per il presidente del Consiglio alcuna forma di autocritica (pratica cui non sembra avvezzo).

Il vero problema, infatti, sta nell’aver immaginato che il governo potesse delegare il compito di ridurre e riqualificare la spesa pubblica – perché di entrambe le cose c’è bisogno, in Italia – a un soggetto privo di rappresentanza e responsabilità politica. E non solo perché ciò denuncia la tendenza della politica a sfuggire ai propri obblighi, cosa che contribuisce in modo devastante al processo di delegittimazione delle istituzioni già in atto, ma anche e soprattutto perché non è così che si ottengono i risultati che si dice di voler perseguire. La spesa pubblica è stata per decenni ed è tuttora il perno intorno a cui ha ruotato buona parte dell’economia italiana e su cui si è retto l’equilibrio sociale del Paese. Ora, renzianamente parlando, il sistema va “rivoluzionato”, e ciò si ottiene solo con le riforme strutturali, non con la ricerca dello spreco qui e della corruzione là, importante nella comunicazione politica ma del tutto secondaria nella realtà macro dei fatti. La rivoluzione non si fa tagliando il numero di auto blu e mettendone qualcuna all’asta. Tantomeno si realizza con i tali lineari, che incidono carne morta e viva allo stesso modo. Anzi, l’obiettivo primario non è neppure la riduzione della spesa bensì le riforme di sistema. Nel senso che quei 7-8 punti di spesa sul Pil di cui dovremmo liberarci diventano conseguenza delle riforme stesse. Le quali non possono che essere concepite e realizzate da governo e Parlamento. Anche perché altrimenti si finisce con scrivere manovre di bilancio che prevedono riduzioni di spesa immaginarie. Come i 14 miliardi ipotizzati per il 2015, di cui non si vede neppure l’ombra.

Prendiamo la previdenza, che nella classifica della spesa è al primo posto. Non va bene che eventuali tagli alle pensioni siano immaginati per ridurre la spesa corrente in modo da far rientrare nei pagamenti il deficit, perché l’equilibrio della spesa previdenziale deve essere calcolato nel lungo periodo. Né tantomeno ha senso che interventi, anche piccoli e una tantum, siano oggetto di spending review – come quelli indicati nello stesso studio presentato da Cottarelli al governo – perché non possono e non devono essere concepiti al di fuori delle sedi istituzionali proprie.

Altro esempio: la sanità, che è al secondo posto in classifica. Ora il commissario può anche scoprire che il posto letto o la siringa in Calabria costano molto di più che in Lombardia, ma la questione va affrontata alla radice a monte. Ha senso che esistano venti sanità diverse? Ha funzionato il passaggio delle competenze alle Regioni, visto che ben sei sono commissariate e almeno altrettante dovrebbero esserlo? No. E allora si faccia la (contro)riforma del Titolo V avendo il coraggio di riportare in capo allo Stato centrale una spesa regionalizzata che in molti casi è del tutto fuori controllo. E già che ci siamo, semplifichiamo un decentramento amministrativo elefantiaco che produce burocrazia e corruzione. L’obiettivo è ridare efficienza alla macchina amministrativa e ripensare il fallimentare Sistema sanitario. Ma vedrete che, come conseguenza, avremm anche un risparmio di spesa, a regime, di almeno 100-120 miliardi. Un lavoro che non può essere affidato ad alcun commissario, neppure fosse il miglior tagliatore di costi del mondo e per di più lavorasse gratis.

Dunque, Renzi approfitti dell’addio di Cottarelli per cambiare strada. Anche perché, se non gli riuscirà di andare a elezioni in autunno – cosa difficile, anche se i maghi del filibustering ce la stanno mettendo tutta per dargli una mano – gli toccherà fare una manovra correttiva prima di fine anno che non potrà certo essere fatta di maggiori entrate fiscali da lotta all’evasione e minori spese da spending review. Non se le beve più nessuno.

Come aggredire il debito pubblico senza i soliti provvedimenti demagogici

Come aggredire il debito pubblico senza i soliti provvedimenti demagogici

Paolo Cirino Pomicino – Il Foglio

Mentre Roma discute Sagunto brucia, scriveva Tito Livio diversi secoli or sono. E mai come ora Sagunto è l’Italia che polarizza energie, tensioni, scontri su temi decisamente importanti come la riforma del Senato e più ancora del titolo V (le competenze delle Regioni, tanto per intenderci) ma certamente meno urgenti della messa a punto di una politica economica che metta al centro la ripresa di una crescita economica assente da quasi 20 anni. Ed invece su quest’ultimo terreno emerge da un lato una sorta di non consapevolezza dello stato drammatico dell’economia del paese e dall’altro per l’ennesima volta si affaccia il tema di una manovra correttiva per avere un deficit di bilancio al di sotto del 3 per cento. Sono venti anni che tutti si interessano del numeratore nel rapporto deficit Pil e mai nessuno del denominatore la cui crescita è il vero strumento per risanare stabilmente la finanza pubblica. Allora è bene chiarire subito come stanno le cose per non aggiungere errori ad errori.

Dopo 5 anni di recessione e uno di stagnazione economica la prima cosa da non fare è tagliare la spesa pubblica perché qualunque taglio manda all’economia reale un nuovo imput recessivo. Altra cosa è, naturalmente, la diversa allocazione delle poste di bilancio per recuperare una diversa efficacia della spesa pubblica il cui taglio può, al contrario, avvenire solo quando la crescita si sia consolidata a livelli almeno del 2 per cento l’anno. Se a nostro giudizio non va fatta, dunque, una manovra correttiva per tagliare la spesa pubblica va rapidamente messa a punto una manovra di finanza straordinaria per aggredire il debito e liberare risorse dall’unico bacino disponibile, quello della spesa per interessi forte di oltre 85 miliardi di euro l’anno. Ciò che sfugge al governo e alla maggioranza, ma in verità anche alle opposizioni, è che se anche riuscissimo a restare al di sotto del 3 per cento cosa cambierebbe per l’economia italiana? Nulla. Alla stessa maniera sarebbe un disastro immaginare per un periodo di poter rilanciare l’economia del debito che può essere una soluzione transitoria ma in un paese che non abbia un debito alto come quello italiano (è il caso di molti paesi europei, a cominciare dalla Francia). Basterebbe guardare gli ultimi 20 anni in cui l’Italia si è avviata in un circuito perverso fatto di bassa crescita e di un debito che aumentava in maniera esponenziale senza che nella società vi fossero tensioni sociali come quella vissuta nella stagione del terrorismo e men che meno livelli inflazionistici allarmanti. È tempo, dunque, di cambiare linea e di immaginare una attenzione esclusiva verso l’aumento della crescita, che ha bisogno di risorse nuove capaci di consentire di ridurre la pressione fiscale e contributiva su famiglie e imprese e di accentuare investimenti pubblici concentrati su obiettivi specifici capaci di trascinare con sé investimenti privati a fronte della ripresa di una domanda interna figlia a sua volta di un aumento dell’occupazione.

Il dibattito demagogico di questa settimana parla di tagliare le pensioni al di sopra di 3mila o di 5mila euro mensili, quasi che questo taglio consentisse l’aumento dei trattamenti pensionistici bassi. L’unica cosa che produrrebbe una misura demagogica di questo tipo è che gli italiani sarebbero tutti più eguali nella povertà. L’alternativa coraggiosa, invece, è l’aggressione al debito pubblico accompagnata da misure minori e da nuovi strumenti capaci di accelerare la spesa di investimenti pubblici e di quelli privati per far ripartire la crescita. Proposte in questa direzione sono state avanzate da più parti ma è il governo a dover prendere una iniziativa adeguata. Il superamento del bicameralismo paritario è una linea ormai condivisa ma lungo quella direzione vanno garantiti il rapporto eletto-elettore e un equilibrio tra poteri ma quel tema, lo ripetiamo, importante nel medio periodo per un ammodernamento delle istituzioni democratiche, è certamente meno urgente e può tranquillamente coesistere con una nuova politica economica per evitare che l’Italia, come Segunto, bruci nell’angoscia di una povertà crescente mentre discute di un periodo lontano nel quale il paese rischia di arrivarci con implosioni sociali devastanti.

Armageddon sindacale, i beati distaccati della PA forzati a tornare a bottega

Armageddon sindacale, i beati distaccati della PA forzati a tornare a bottega

Nunzia Penelope – Il Foglio

Il giorno del giudizio ha una data e per il sindacato è il 31 luglio 2014, quando saranno resi noti i nomi degli oltre mille sindacalisti che dovranno lasciare l’incarico per tornare, come si dice, in produzione. È l’effetto Renzi, o meglio l’effetto Madia, che con la riforma della Pubblica amministrazione si è conquistata il titolo di rottamatrice “ad honorem” del sindacato del pubblico impiego. La riforma prevede infatti un taglio del 50 per cento ai distacchi sindacali con effetto immediato: entro il 1° settembre. Tradotto in cifre, significa che sugli attuali 2.136 distaccati, 1.158 cesseranno di essere tali; tradotto in fatti, invece, significa che Cgil, Cisl e Uil del settore pubblico perderanno di colpo il 50 per cento del gruppo dirigente. I distaccati, infatti, negli anni – o nei decenni – hanno fatto carriera, sono diventati segretari nazionali, generali: difficile rimpiazzarli in un mese. E poi, pagarli come, con che soldi? Oggi sono a carico dello Stato: i pubblici dipendenti passati a incarichi sindacali continuano a ricevere lo stipendio da ministeri, scuola, sanità, per un costo totale di circa 100 milioni annui.

Da settembre, invece, o si torna al lavoro o sarà il sindacato ad accollarsi il peso delle retribuzioni. Improponibile, per le casse delle confederazioni: se la Cgil, per dire, ha spalle economicamente abbastanza solide, per la piccola Uil si profila una mazzata. Ma improponibile sarebbe anche rinunciare a battaglioni di dirigenti, rischiando la paralisi dell’attività. Infatti, dal giorno in cui il governo ha approvato la riforma, nelle confederazioni è scoppiato il panico: uno su due dovrà lasciare l’incarico e tornare al lavoro. A chi toccherà? Per evitare le già incombenti guerre fratricide, ogni confederazione si è attrezzata a modo duo. La Cgil ha deciso, salomonicamente, di tenerseli tutti, ma a metà: vale a dire, tutti gli interessati (circa 600) torneranno al lavoro ma part-time, mentre l’altra metà del tempo proseguiranno l’attività nel sindacato. Le spese, in questo modo, saranno ripartite: una parte ancora a carico dello Stato, un’altra sulle casse di Corso Italia. Alla Cisl, invece, l’elenco dei “rientrandi” (circa 500) è già pronto, a partire da quelli del settore scuola. Urgente il loro rientro in vista dell’anno scolastico che, dopo decenni, li vedrà nuovamente operativi. Ma i più “graduati” resteranno nel sindacato, e per loro varrà la legge 300 sui distacchi non retribuiti: in altre parole la loro busta paga, da settembre, la firmerà Raffaele Bonanni.

Anche nelle varie amministrazioni, però, serpeggia il panico: questi mille e rotti che tornano, dove diavolo li metteranno? I loro posti di lavoro sono previsti dalle piante organiche, ma sono virtuali: in quindici, vent’anni sono stati ridistribuiti ad altri. Trovare un impiego per i figliol prodighi non sarà facile. Senza contare che stiamo parlando di ultracinquantenni: e già si immaginano le facce sperdute di chi, in età avanzata, dovrà ricominciare da zero in un ambiente ormai sconosciuto. Quanto ai risparmi, non ce ne saranno: i 100 milioni attuali lo Stato continuerà a pagarli (e a questi si dovranno sommare il salario accessorio, gli straordinari e i buoni pasto, non previsti per i distaccati) ma il succo è che non ne godranno più i sindacati. Cgil, Cisl e Uil, tuttavia, hanno incassato il colpo senza fiatare. In privato maledicono la riforma, ma in pubblico non una sola dichiarazione contro. Qualcuno mugugna: «L’unico provvedimento con effetti immediati è quello contro di noi. Tutti gli altri, i controlli sugli appalti, i tagli ai costi della politica, rinviati a babbo morto. Strano, no?». Ma nessuno osa protestare davvero. E del resto, come si fa?

Nel paese dei privilegi per pochi e della crisi per molti, è più facile che i cittadini facciano la ola a un governo che rimanda al lavoro i sindacalisti piuttosto che schierarsi al loro fianco. Il caso Montecitorio, ad esempio, insegna: i dipendenti che protestano per il taglio ai loro (sontuosi) salari si sono ritrovati isolatissimi. Adesso fischiettano, non potendo fare molto altro. E insegna qualcosa anche il referendum sugli accordi integrativi dell’Alitalia che va verso l’intesa con Etihad; dei 13mila aventi diritto, solo 3.500 sono andati a votare. E sicuramente non perché gli altri erano già tutti in ferie.

Continuano a chiamarla competitività

Continuano a chiamarla competitività

Il Foglio

Dopo riunioni intense e lavori in notturna, è arrivato in Aula al Senato il decreto competitività su cui il governo ha posto la fiducia. Si tratta di un maxiemendamento che tocca gli argomenti più disparati, dall’Ilva all’anatocismo, dalle bollette ai debiti della Pa, il cui scopo è rilanciare la capacità di produrre ricchezza. Quanto però il paese sia resiliente al cambiamento e all’innovazione lo si vede non da ciò che nel decreto c’è ma da ciò che manca. Un esempio su tutti sono gli emendamenti bocciati in commissione che abbozzavano una leggera liberalizzazione nel settore del trasporto pubblico non di linea. Niente di rivoluzionario, solo la rimozione di qualche barriera anacronistica che differenzia il servizio taxi dal noleggio con conducente (Ncc). Non si tratta di ridisegnare il sistema sul modello di concorrenza assoluta perseguito da Trevis Kalanick, il fondatore di Uber che ama “distruggere i monopoli”, ma semplicemente, come ricorda in un recente studio sul tema l’Istituto Bruno Leoni, di seguire le proposte che da almeno un decennio segnala l’Antitrust: eliminare barriere all’ingresso, tariffe minime e distorsioni concorrenziali. «È necessario abolire gli elementi di discriminazione competitiva tra taxi e Ncc in una prospettiva di piena sostituibilità dei due servizi – scriveva pochi giorni fa l’Authority nella sua segnalazione annuale – anche in considerazione delle nuove possibilità offerte dall’innovazione tecnologica (leggi Uber, ndr) che consente un miglioramento dell’offerta in termini sia di qualità sia di prezzi». E invece si respinge l’innovazione e ignora la realtà. Pare il pensiero di un vecchio tassinaro.

Il 28esimo trimestre

Il 28esimo trimestre

Enrico Cisnetto – Il Foglio

È destino. L’Italia si occupa sempre di altro rispetto a quello che sarebbe più urgente e necessario. Ora, per esempio, l’attenzione è morbosamente focalizzata sulla “rottamazione” politico-istituzionale in corso – di cui tra l’altro stiamo ancora aspettando la traduzione delle intenzioni, peraltro non sempre encomiabili, in fatti concreti – mentre, viceversa, troppo poco concentrata sul florilegio di dati negativi che sul fronte della congiuntura economica escono quotidianamente. Ultimi quelli di ieri sulla caduta delle vendite al dettaglio e la diminuzione della fiducia dei consumatori, con ciliegina sulla torta la previsione del Fmi di un pil in crescita solo di tre decimi di punto a fine anno (e speriamo sia quella giusta, visto che per Bankitalia sarà dello 0,2 per cento e per Confindustria sarà “piatta”). Ma, ancor più importanti sono i dati sull’export, cui è stato dedicato un centesimo dello spazio giornalistico riservato alla riforma del Senato o a quella della legge elettorale (entrambe pessime, senza per questo sposare le assurde tesi sulla “dittatura di Renzi”). Infatti, le esportazioni italiane verso i paesi fuori dai confini europei a giugno sono calate del 4,3 per cento rispetto a maggio e del 2,8 per cento nei confronti del giugno 2013, considerato che la flessione annuale è stata particolarmente intensa per i beni di consumo durevoli (-9,7 per cento), l’energia (-5,6 per cento) e i beni strumentali (-4,4 per cento). Questi dati fanno scopa con quelli sulla produzione industriale. A maggio è stato certificato il peggior risultato della produzione industriale da novembre 2012 (con un calo dell’1,2 per cento su aprile e dell’1,8 per cento sull’anno precedente) e il peggior dato degli ultimi otto mesi sugli ordini industriali (-2,1 per cento su base mensile e -2,5 per cento annuo), con un allarmante calo del 4,5 per cento degli ordinativi esteri.

Basta guardare i numeri sciorinati da Francesco Daveri su LaVoce.info per capire la dimensione epocale del fenomeno: fatto 100 l’indice della produzione industriale dell’aprile 2008 (pre-crisi), lo scorso maggio il dato depurato dalle componenti stagionali ha fatto registrare un deludente 74,7. Mancano cioè 25,3 punti di produzione rispetto a prima dello tsunami. Una voragine che non solo non si chiude, ma rischia di allargarsi ulteriormente se anche le imprese che esportano, cioè che stanno sull’unica frontiera che ha retto alla crisi e su cui si può ragionevolmente contare per i prossimi anni, danno segni di cedimento. E quel quarto di capacità produttiva andata perduta – e che è inutile pensare di poter recuperare – è una media, perché ci sono settori in cui la caduta è ancora più forte. Per esempio quello dei beni di consumo durevole (automobili ed elettrodomestici bianchi in particolare) che fanno segnare 63,3 punti, cioè quasi 38 in meno rispetto all’aprile 2008. Ma sotto la media è stata anche la produzione di beni strumentali (per esempio mezzi di locomozione acquistati da imprese, non da consumatori) e di beni intermedi (produzione di componenti). Questo significa che non si fanno investimenti (si rinviano al futuro o si eliminano del tutto) e che le imprese maggiori usano sempre meno l’indotto italiano, preferendo il ricorso alle delocalizzazioni di intere filiere sub-produttive.

Tutto questo con conseguenze disastrose sull’occupazione. Un po’ meno pesanti per i fatturati aziendali, che hanno comunque almeno parzialmente beneficiato delle riduzione delle materie prime, delle riduzioni di costo consentite dalla delocalizzazione nell’est Europa e in Asia e, in alcuni casi, dall’apertura di nuovi mercati. Come testimonia l’indagine campionaria di Bankitalia su industria e servizi: per il 2014 le imprese si attendono infatti una ripresa del fatturato nella misura del 2,1 per cento, mentre la dinamica dell’occupazione rimarrebbe negativa, scendendo di un 1 per cento come lo scorso anno. Se a questo si aggiunge che lo scenario mondiale non aiuta – il Fondo Monetario, preso atto della frenata americana e delle prospettive meno rosee relativi ad alcuni mercati emergenti, ha rivisto al ribasso di tre decimi di punto la crescita del pil planetario, che nel 2014 sarà del 3,4 per cento per poi accelerare al +4,0 per cento (stima confermata) nel 2015 – è evidente che il nostro ritorno a un tangibile livello di ripresa e crescita è sfumato per quest’anno e si fa molto incerto per il prossimo, quando entreremo nel 28esimo trimestre dall’inizio della “grande crisi”. Che tale ormai non si può più definire, perché la parola crisi presuppone una fase – necessariamente non troppo lunga – di frattura di una traiettoria, che poi si va a ricomporre per consentire a quella curva di riprendere la sua precedente tendenza. No, qui la frattura è ormai tra un prima e un dopo, e quest’ultimo non potrà mai più essere come fu. Ecco perché si sente l’urgenza dell’azione politica, cui spetta il compito di resettare il paese e la sua economia su basi nuove, obbligatoriamente diverse da quelle precedenti. Solo che mentre essa diventa sempre meno rinviabile, il sistema politico-istituzionale si divide su ben altre questioni e pensa di risolvere le proprie contraddizioni ricorrendo all’arma delle elezioni anticipate. Occhio, perché potrebbe rivelarsi un’arma letale. Per il paese, ma prima di tutto per chi la usa.

 

Partecipate riluttanti

Partecipate riluttanti

Il Foglio

Il governo sta trovando qualche difficoltà tenere nei ranghi le società a controllo statale riluttanti a seguire gli ordini dell’azionista pubblico, ordini già inseriti negli impegni votati dal parlamento e inviati in Europa. Il caso di Poste lo testimonia. Il nuovo capo azienda, Francesco Caio, nominato dal governo Renzi a maggio, ha invertito i piani predisposti dal predecessore Massimo Sarmi (e benedetti dall’esecutivo Letta). La privatizzazione di Poste tramite quotazione parziale, programmata per fine anno, è da ridiscutere nei tempi e nelle modalità anche per oggettive difficoltà tecniche di un collocamento in Borsa frettoloso. Il ruolo di facilitatore passivo dell’operazione Alitalia-Etihad – di cui il cda di Poste condivide «la logica industriale e di mercato» – sta poi stretto a Caio, che non vuole accollarsi solo gli oneri con il trasferimento di capitale nella sola bad company ma intenderebbe investire nella nuova costituenda compagnia con gli emiratini e i soci italiani. Eventualità che ha irritato le banche creditrici e spiazzato l’esecutivo alla vigilia della risposta alle richieste di chiarimenti della Commissione Ue, sollecitata da Air France-Klm e Lufthansa in conseguenza dell’intervento di Poste nella ricapitalizzazione di Alitalia di fine 2013 in quanto costituirebbe, dicono i critici, aiuti di Stato.

Se le Poste ostentano una logica finanziaria e di discontinuità, alla Rai invece nulla cambia rispetto a qualsiasi novità, risparmio, minima privatizzazione. La cessione di rai Way, la società che gestisce gli impianti di trasmissione, è persa nelle nebbie mentre il piano di accorpamento tra Tg3 e RaiNews24 “spaventa” l’Usigrai, il sindacato interno. Che chiede se «si voglia chiudere il Tg3»: la stessa ipotesi, ma di fusione con il Tg2, non aveva invece sollevato problemi. Siamo sempre lì: un’azienda ferma e un sindacato imbizzarrito che non pagano dazio alla crisi (quella «preoccupante» di un’editoria non ingessata, Napolitano dixit) e non per merito ma ritenendosi immuni e diversi. Il governo non deve concedere altre deroghe se vuole essere preso sul serio in Italia, all’estero e sul mercato.

L’Italia è un Paese tossico per le multinazionali di successo

L’Italia è un Paese tossico per le multinazionali di successo

Edoardo Narduzzi – Il Foglio

E se l’Italia fosse già diventata un semplice mercato, una country, una semplice linea di affari nel bilancio consolidato di una multinazionale di successo nel mercato globale? Mentre proseguono le inutili polemiche post acquisizione della Indesit da parte della Whirlpool con le solite grida «Al lupo! Al lupo!» per segnalare il pericolo di un made in Italy sotto attacco da parte dei predatori internazionali, si registrano altre fughe dal Belpaese di multinazionali macina utili. L’italianissima Gtech, un tempo Lottomatica, ha appena concluso l’offerta sull’americana Igt, leader mondiale dei casinò e nel social gaming, per 4,6 miliardi. Ne nasce il gruppo più importante del pianeta nel settore del gioco, anche di quello digitale. Contestualmente all’acquisto Gtech ha annunciato che sposterà la sede fiscale del gruppo dall’Italia a Londra e che procederà al delisting del titolo da Piazza Affari. Qualche mese prima era stata la Fiat di Sergio Marchionne a muovere la sede fiscale del nuovo gruppo nato dalla fusione con Chrysler, Fca, a Londra e quella legale in Olanda.

I commentatori banali si fermerebbero a evidenziare il solo shopping fiscale come ragione prevalente, se non unica, della fuga dall’Italia. La realtà, purtroppo, è ben più negativa per l’Italia e il motivo fiscale è solo uno dei tanti. Certo, l’Irap che esiste e si paga solo in Italia e che è incomprensibile alla totalità dei manager internazionali nelle sue logiche di calcolo e nella sua peculiare base imponibile, che ne fa una patrimoniale sulle imprese, non aiuta a trattenere le multinazionali. Certo, il tax rate fino a 10 punti più alto di quello che offre il Regno Unito di Dabid Cameron, che ha per ben due volte ridotto l’aliquota sugli utili societari, è una sirena alla quale è difficile resistere. Certo, il cuneo fiscale più alto perfino di quello tedesco non può non fare da acceleratore della fuga. Ma, se l’Italia avesse una Pubblica amministrazione degna nella sua qualità media e nei suoi meccanismi di funzionamento dell’Eurozona, gran parte dei problemi fiscali potrebbero essere gestiti. Le multinazionali di successo scappano da un paese con una giustizia civile da quinto mondo e con una macchina burocratica pensata per essere un postificio, un atipico strumento di politica occupazionale keynesiana capace solo di scavare buche laddove strade e ponti non saranno mai costruiti. La Pa italiana non garantisce i servizi essenziali per le multinazionali contemporanee in termini di qualità media e tempi di lavorazione e le nostre multinazionali fanno shopping burocratico all’interno della Ue. Eppoi, le multinazionali italiane di successo scappano anche da un mercato dei capitali periferico e da un sistema bancario nel quale il credito è non solo rarefatto ma anche senza grandi protagonisti internazionali in grado di accompagnare il business dall’America alla Cina, dalla Russia al Canada.

Gtech in qualche modo è l’idealtipo del made in Italy di successo nell’high tech. Apparentemente è una società che fa business con lotterie e gratta&vinci, nella realtà una formidabile Amazon del gioco digitale capace di anticipare i megatrend mondiali del settore. In parte grazie alla deregolamentazione del comparto dei giochi adottata nel passato dall’Italia (liberalizzare fa sempre bene e produce crescita e sviluppo), in parte grazie a un management di ottima qualità, negli anni Lottomatica ha saputo costruire delle piattaforme proprietarie per gestire i suoi tanti giochi e capire che le stesse potevano facilmente diventare degli erogatori di servizi nei vari mercati della globalizzazione. L’evoluzione della tecnologia nella direzione del cloud e delle app ha consacrato questa visione di business.

Gtech e Fca che fanno rotta all’estero segnalano quanto sia concretamente difficile fare business per una multinazionale che oggi si presenta sui mercati internazionali a raccogliere capitali con base in Italia e strategia operativa a livello globale. Gli azionisti, in primis quelli istituzionali operativi nei vari continenti, non amano avere in portafoglio titoli o azioni made in Italy. Su questi titoli, stante la comprovata atipicità italica, chiedono un premio per il rischio aggiuntivo per investire. Premio che non ha senso pagare e che nessuna multinazionale che vuole essere davvero competitiva si può permettere di pagare.

Ecco spiegato perché, mentre a Palazzo Chigi vengono presentate e illustrate le dettagliate slide che spiegano le molte riforme di cui l’Italia ha bisogno, i ritardi accumulati nel passato spingono alla delocalizzazione le nostre migliori multinazionali. Ovviamente, la colpa non è del bravo e determinato premier che è arrivato al governo da soli quattro mesi. Ma è altrettanto ovvio che di tempo Matteo Renzi non ne può più guadagnare: o riforma per davvero e rapidamente oppure si ritrova a governare un paese condannato a crescere dello zero virgola ogni anno.

Il supplizio di Italo

Il supplizio di Italo

Il Foglio

Antonello Perricone, presidente della società privata che gestisce Italo, treno ad alta velocità, è un manager a cui certamente non mancano grande garbo e grande equilibrio. Ma l’altra sera, dopo aver ascoltato la relazione annuale dell’Autorità dei trasporti, ricca di buoni propositi e di puntuali raccomandazioni al governo, ha abbandonato per un momento il suo tradizionale aplomb e ha dettato alle agenzie di stampa una dichiarazione durissima: «A parole, in sede elettorale, tutti sono sempre a favore della concorrenza, quando però occorre dimostrarlo nei fatti arrivano i problemi». Un richiamo pesantissimo non tanto all’Authority appena istituita ma a quanti nelle istituzioni dovrebbero garantire libertà di impresa e di mercato. E come dargli torto?

La storia di Ntv, società che vede tra i principali azionisti Luca di Montezemolo e Diego Della Valle, è la storia di una lotta impari tra la concorrenza e il monopolio, tra chi ha investito un miliardo di euro per creare una nuova occasione di sviluppo e di occupazione e chi invece vuole mantenere le cose come stanno, senza nulla rischiare e nulla creare, tanto i cittadini non hanno scelta e se i bilanci traballano c’è sempre una misericordiosa mano pubblica pronta a tappare buchi e voragini, a ripianare deficit e storture.

La storia di Ntv, di fatto, è la storia di un supplizio. In due anni di vita, anziché ricevere agevolazioni e incoraggiamenti, i treni nati per sfidare sul mercato le Frecce rosse hanno dovuto superare ostacoli addirittura grotteschi, come il cancello della stazione Ostiense con il quale le Ferrovie dello Stato impedivano ai passeggeri in partenza da Roma di raggiungere i convogli targati Italo. Uno stillicidio di norme controvento che purtroppo non accenna a fermarsi. Anzi. L’ultima pena è legata all’aumento della bolletta elettrica, previsto dall’articolo 29 del decreto sulla competitività. Un aggravio di 1,20 euro per ogni chilometro percorso che, fatti i dovuti calcoli, significa per Italo una batosta pari a 20 milioni di euro l’anno. Un colpo alla nuca per la società e per gli oltre mille giovani che in questa impresa hanno trovato lavoro. Perricone non ha dubbi: se la norma non cambia, il governo di Matteo Renzi «si assume una responsabilità gravissima: cambiare, in corsa e in peggio, le regole del gioco e aprire le porte al ritorno di una situazione di monopolio». Un pessimo esempio per tutti quegli investitori stranieri ai quali chiediamo continuamente di considerare l’Italia un paese moderno, agile e produttivo.