il sole 24 ore

Tagli alla spesa pubblica: in Europa si fa sul serio

Tagli alla spesa pubblica: in Europa si fa sul serio

Chiara Bussi – Il Sole 24 Ore

Se esistesse una Coppa europea della spending review a trionfare sarebbe l’Irlanda. A Dublino, infatti, la sforbiciata della spesa pubblica si è rivelata più efficace: dal 2011 al 2013 – secondo i dati di Eurostat – il suo peso sul Pil è diminuito di oltre quattro punti percentuali, passando dal 47,1 al 42,9 per cento. Sul podio salirebbero anche Spagna e Gran Bretagna, dove i tagli procedono secondo la tabella di marcia. L’Olanda, ex “allieva modello” che si è scoperta fragile, dovrebbe invece accontentarsi del quarto posto. Tra i grandi, invece, gli unici in controtendenza sono Italia e Francia. Nel nostro Paese la spesa pubblica sul Pil è cresciuta dello 0,9%, in quello transalpino – al top in Europa per i costi di funzionamento della macchina burocratica – dell’1,2 per cento. Così mentre il governo italiano ribadisce che la spending review è al centro della sua strategia e per Parigi la strada è ancora in salita, il resto dell’Europa fa sul serio. E con ogni probabilità la cura dimagrante della pubblica amministrazione sarà ancora uno degli ingredienti dei budget 2015 che i governi dovranno presentare entro metà ottobre a Bruxelles. Una via obbligata per dare un po’ di ossigeno ai conti pubblici e dare una mano alla ripresa.
Dublino ha scommesso su un piano di risparmi da 7,8 miliardi varato nell’aprile 2010, che prevede un ferreo controllo della spesa, con una stretta sul welfare e una riduzione del numero di dipendenti pubblici entro il 2015. Gli interventi sono valsi al Paese la conclusione del programma di salvataggio di Ue e Fmi a dicembre, ma il governo non si adagia sugli allori e anche quest’anno si è impegnato a rispettare il tetto alla spesa per abbassare ancora il deficit.
Madrid, con un disavanzo fuori rotta, punta a una riduzione di 37,6 miliardi dal 2012 al 2015. La cabina di regia è affidata al Cora, la Commissione per la riforma della Pa, che ha messo a dieta ministeri ed enti locali. Tra le misure previste figurano lo stop alla tredicesima per parlamentari, funzionari e impiegati statali, una riduzione dei giorni di ferie per i dipendenti pubblici, un taglio del 30% del numero di consiglieri comunali e del 20% dei sussidi a partiti e sindacati. Ma anche pesanti interventi su sanità e scuola. Gli sforzi sono stati ribaditi anche nel Programma nazionale di riforma inviato alla Commissione Ue ad aprile, con un impegno a rendere più incisiva la modernizzazione della Pa e a un’ulteriore razionalizzazione dell’organizzazione e delle strutture. Grazie a questi sforzi Madrid ha già ridotto la spesa pubblica dello 0,9% sul Pil. E secondo le ultime stime del governo è già stato messo a segno un terzo dei risparmi previsti, pari a 10,4 miliardi. L’impegno continua e anche per il 2015 il premier Mariano Rajoy ha fissato un tetto di spesa a 129 miliardi, il 3,2% in meno rispetto a quest’anno.

A Londra la spending review imposta dal governo Cameron ha scatenato a luglio uno dei più grandi scioperi del Paese, che ha coinvolto oltre un milione di persone. Dopo i tagli avviati nel 2010, lo scorso anno Downing Street ha annunciato un nuovo round per il 2015 e 2016, con una dieta da 14,3 miliardi (11,5 miliardi di sterline). Dalla scure si salvano solo sanità e istruzione, mentre a soffrire di più sono le risorse destinate a giustizia ed enti locali. Viene introdotto anche un tetto alle spese di welfare, con una stretta sui sussidi di disoccupazione. La spending review non risparmia nemmeno la Bcc: la tv pubblica si appresta a licenziare altre 600 persone, dopo i tagli del 2012. Secondo i dati di Eurostat, Londra si sta muovendo nella giusta direzione: dal 2011 al 2013 è riuscita a contenere la spesa dello 0,8 per cento.
Nel budget 2014 l’Olanda ha invece annunciato tagli per 6 miliardi, con un focus sulla riduzione della spesa sanitaria e una razionalizzazione dei sussidi al welfare. In cantiere c’è anche un piano di modernizzazione della Pa e il congelamento degli stipendi pubblici.
In Francia, infine, il rimpasto di governo a fine marzo con l’arrivo del premier Manuel Valls non ha distolto il governo dalle intenzioni di ridurre la spesa. I piani, che puntano a 50 miliardi di risparmi entro il 2017, sono stati però definiti «ambiziosi» in un recente rapporto della Corte dei conti transalpina. Oltre il 40% degli interventi riguarderanno welfare e sanità, mentre a livello locale si punta sul dimezzamento del numero di regioni e sulla semplificazione dell’organizzazione territoriale. L’obiettivo dichiarato è racimolare un gruzzolo per abbassare le imposte. La Corte punta però il dito su 30 miliardi di risparmi previsti, ma «ancora poco documentati e dall’esito incerto», come l’intervento sui regimi complementari di assicurazione sulla vecchiaia e quelli sulle collettività territoriali.
Comunque vada, insomma, da nord a sud quest’anno il filo rosso d’autunno nella Ue sarà ancora la spending review.

RICETTE DI SPENDING REVIEW A CONFRONTO

ITALIA 53,5 miliardi

È l’obiettivo complessivo della spending review annunciata dal governo nel Def di aprile presentato alla Commissione Ue. Nel dettaglio si tratta di 4,5 miliardi per il 2014, 17 per il 2015 e 32 per il 2017.
Gli interventi
Sotto la scure sono finiti i trasferimenti alle imprese, le retribuzioni dei dirigenti pubblici (con il tetto massimo di 238mila euro) e i costi della politica. Nell’ambito del Patto per la salute sarà interessata anche la sanità e la sforbiciata riguarderà le spese che eccedono i «costi standard». Si dovranno concentrare anche gli acquisti in capo alla centrale della Consip e ad altre centrali a livello di regioni e città metropolitane. Dal piano di razionalizzazione delle partecipate locali annunciato dal Commissario alla spending review, Carlo Cottarelli, è previsto un risparmio di 2-3 miliardi all’anno.

GRAN BRETAGNA 14,3 miliardi

Valore della riduzione della spesa prevista per il 2015 e 2016 dopo le misure già varate nel 2010.
Gli interventi
Tetto dell’1% all’aumento degli stipendi pubblici; tetto alla spesa del welfare dall’aprile 2015, compresi i sussidi per le abitazioni; riduzione del budget per le pensioni del 9,5%; regole più rigide per ottenere i sussidi di disoccupazione. Tagli selettivi alle spese dei ministeri: quello responsabile degli enti locali e la giustizia subiranno un taglio del 10%, mentre trasporti ed energia registreranno una riduzione della spesa del 9% e la cultura del 7 per cento. Restano escluse solo sanità e istruzione. Tagli anche per il budget delle forze di polizia (circa il 6%).

OLANDA 6 miliardi

Riduzione della spesa prevista dal budget 2014. La misura segue un piano di spending review del 2010, che aveva tracciato la rotta da seguire individuando 20 capitoli di spesa.
Gli interventi
La spesa della Pubblica amministrazione diminuirà di 1,4 miliardi, quella sanitaria di 1,5 miliardi. Riduzione delle pensioni minime nel 2014 con tagli progressivi ogni anno fino al 2016. Salvo solo il budget per l’istruzione. Nel Programma nazionale di riforma presentato
a Bruxelles sono stati annunciati un piano per la modernizzazione della Pubblica amministrazione, una razionalizzazione della spesa sanitaria con l’obiettivo di risparmiare oltre 6,5 miliardi nel corso della legislatura e una riforma delle pensioni.

FRANCIA 50 miliardi

È l’obiettivo di riduzione complessiva della spesa annunciato dal Governo dal 2014 al 2017: 15 miliardi per quest’anno, 18 per il 2015 e 14 per il 2017. Di questi 21 miliardi di risparmi deriveranno dal welfare e dalla sanità, altri 18 miliardi da una razionalizzazione della spesa dei ministeri e 11 a livello locale.
Gli interventi
Congelati fino all’ottobre 2015 i contributi di welfare e le pensioni, previsti un freno all’aumento dei salari dei dipendenti pubblici e un blocco delle assunzioni. Miglioramento dell’efficienza della spesa sanitaria, con un maggiore ricorso ai farmaci generici e alle cure ambulatoriali. A livello locale dimezzamento del numero di regioni dal 2017, semplificazione e rafforzamento dell’efficacia del servizio pubblico locale. Salvi i settori prioritari come lavoro, politiche giovanili e giustizia.

SPAGNA 37,6 miliardi

Riduzione della spesa pubblica prevista dal 2012 al 2015. A oggi, secondo il governo, è stato realizzato un terzo dei risparmi, pari a 10,4 miliardi. L’esecutivo assicura che le altre misure sono in dirittura d’arrivo.
Gli interventi
Stop alla tredicesima per parlamentari, funzionari e impiegati pubblici, riduzione dei giorni di ferie per i dipendenti pubblici, taglio del 30% dei consiglieri comunali e del 20% dei sussidi per partiti e sindacati. Pesanti riduzioni del budget per scuola, università e sanità, eliminazione delle agevolazioni ai pensionati per l’acquisto di medicinali. Nel Programma nazionale di riforma presentato a Bruxelles il governo si impegna a modernizzare la pubblica amministrazione e a razionalizzarne le strutture.

IRLANDA 7,8 miliardi

È l’entità del taglio della spesa pubblica varato dal governo con il cosiddetto «Croke Park Agreement» nell’aprile 2010: 2,2 miliardi nel 2014, 2,25 nel 2015, 2 nel 2014 e 1,3 nel 2015.
Gli interventi
Stretta sui dipendenti pubbblici, con l’obiettivo di una riduzione di 37.500 unità (da 320mila) entro il 2015. Riduzione della spesa per il welfare, con un focus sui bonus bebé e i sussidi di disoccupazione, razionalizzazione del sistema dei ticket sanitari e regole più rigide per i certificati di malattia. Risparmi anche dalla “standardizzazione” dei congedi di maternità. Previsto un tetto al bilancio pubblico nel 2012, 2013 e 2014. Bocciata invece con un referendum lo scorso ottobre l’abolizione del Senato, che avrebbe dovuto portare a un risparmio di 20 milioni annui.

Fisco e lavoro, riforme urgenti per la crescita

Fisco e lavoro, riforme urgenti per la crescita

Guido Tabellini – Il Sole 24 Ore

Perché l’economia italiana non riesce a uscire dalla recessione? È da questa domanda che bisogna partire per impostare qualunque strategia di politica economica. La risposta va cercata negli eventi del 2011, quando in seguito alla crisi dell’euro l’Italia fu colpita da un sudden stop, un arresto improvviso nell’afflusso di capitali dall’estero e una fuga di capitali privati, tipico dei paesi emergenti. Il sudden stop ha fatto crollare la domanda interna, attraverso tre canali: i) Una feroce stretta creditizia, imposta da un sistema bancario che dipendeva dall’estero per i suoi finanziamenti, e che poi (non si sa quanto spontaneamente) ha spiazzato il credito privato per comprare il debito pubblico venduto dagli investitori esteri. ii) Una forte stretta fiscale, imposta dall’esigenza di rassicurare i mercati finanziari e i partners europei. iii) Un effetto diretto dell’incertezza e della mancanza di fiducia sugli investimenti e sui consumi di beni durevoli.

Ora il sudden stop è parzialmente rientrato e la liquidità è abbondante, ma è illusorio pensare che ciò sia sufficiente per tornare a crescere. Le tre cause di riduzione della domanda sopra indicate sono ancora operanti, e a queste se ne sono aggiunte altre. Anche se le banche non hanno più difficoltà a finanziarsi, i loro bilanci sono pieni di partite deteriorate (a marzo erano il 10% dei prestiti complessivi, al netto delle svalutazioni), e i prestiti in sofferenza continuano a crescere, sebbene a un tasso che sta progressivamente rallentando. Di conseguenza, la morsa del credito non si è allentata in modo significativo (a giugno i prestiti al settore privato sono scesi del 2,3%). Il deleveraging delle banche è destinato a continuare, anche perché a ottobre si attende l’esito dell’Asset Quality Review della Bce.

La politica fiscale resta restrittiva. Il Def presentato ad aprile dal Ministro Padoan prevede che nel 2014 e 2015 la pressione fiscale rimanga al 44% del reddito nazionale, lo stesso livello raggiunto nel 2012 dal governo Monti. È ancora presto per valutare appieno gli effetti del bonus fiscale, ma è plausibile che essi siano trascurabili, perché solo una piccola parte delle maggiori detrazioni sarà coperta da effettivi tagli di spesa, e perché i vincoli europei impediscono aumenti di disavanzo; più che un taglio d’imposta, il bonus fiscale è stata un’operazione redistributiva.

Quanto alla fiducia, gli indicatori congiunturali suggeriscono un miglioramento. Ma la vulnerabilità dell’Italia è ancora troppo elevata, e il futuro economico troppo incerto, perché gli operatori economici possano scommettere sul futuro con tranquillità e assumere rischi rilevanti. In particolare, il mercato del lavoro è una grave fonte di preoccupazione per le famiglie (a giugno il tasso di disoccupazione era il 12,3%, in calo rispetto a maggio ma in forte aumento rispetto a un anno prima). Inoltre, l’andamento dei prezzi è a un passo dalla deflazione, il che fa salire il peso del debito, e può indurre a rinviare la spesa nell’aspettativa che i prezzi futuri siano ancora più bassi. Infine, la recente incertezza geopolitica ha provocato un arresto della crescita in Germania e in altri Paesi dell’area euro; e purtroppo non si tratta di fenomeni transitori.

Se questo è il quadro, cosa può fare la politica economica nazionale per uscire dalla recessione? Anche se oggi il problema principale è la carenza di domanda aggregata, è comunque urgente realizzare riforme dal lato dell’offerta. Non è un paradosso, è la realtà della moneta unica. Gli strumenti classici di sostegno alla domanda aggregata sono in mano alle autorità europee, che non li stanno usando in modo adeguato. Il loro atteggiamento refrattario riflette anche il timore che i Paesi del Sud Europa (e l’Italia in particolare) non attuino le riforme necessarie a rendere più competitive le loro economie. Sta a noi non offrire alibi.

La riforma più urgente riguarda il mercato del lavoro. Due aspetti sono prioritari: lasciare più spazio alla contrattazione aziendale, evitando che la contrattazione collettiva stabilisca salari minimi inderogabili; e aumentare la flessibilità in uscita per i neo-assunti, secondo lo schema del contratto a tutele progressive nella versione di Pietro Ichino. Riforme innovative del mercato del lavoro non servono solo ad aumentare la nostra capacità di persuasione in Europa, ma sono indispensabili anche per riacquistare competitività. È anche grazie a queste riforme se in Spagna occupazione e produzione stanno tornando a crescere.

Un secondo provvedimento urgente per riacquistare competitività è la svalutazione fiscale. Questo intervento è stato ignorato da tutti i governi che si sono succeduti dal 2011 a oggi, ma è suggerito dall’esperienza dei Paesi emergenti. Quando un Paese è colpito da un sudden stop, la prima cosa che fa è svalutare il cambio. La svalutazione sostiene la domanda aggregata attraverso il canale estero, e, rendendo il Paese più competitivo, facilita il rientro dei capitali dall’estero. Naturalmente l’Italia non può svalutare senza uscire dall’euro. Tuttavia, è possibile riprodurre gran parte degli effetti economici di una svalutazione con gli strumenti di politica fiscale.

Il modo per farlo è tagliare i contributi sociali pagati dalle imprese, coprendo la perdita di gettito con l’aumento dell’Iva e riduzioni della spesa. Il gettito Iva può essere aumentato con accorpamenti delle aliquote più basse. Per realizzare una svalutazione fiscale, i tagli di spesa dovrebbero concentrarsi innanzitutto sui trasferimenti e sussidi ai trasporti locali e ferroviari e ad altri servizi, con corrispondenti aumenti di tariffe. Per evitare effetti regressivi, la manovra andrebbe integrata da un aumento delle detrazioni fiscali sui redditi più bassi. Un intervento di questo tipo allontanerebbe il rischio di deflazione e faciliterebbe la stabilizzazione del debito.

L’evidenza empirica internazionale mostra che eventuali effetti depressivi sulla domanda interna sarebbero più che compensati dalla maggiore domanda estera. Queste sono le priorità a cui dovrebbe ispirarsi la strategia di politica economica, per far uscire l’Italia da un’interminabile recessione. Avrà il governo la lungimiranza per imboccare questa strada? E se lo facesse, troverebbe in Parlamento il consenso per proseguire? Non è detto che la risposta a entrambe queste domande sia positiva. Ma non illudiamoci che vi siano molte altre alternative. Sicuramente non lo è aspettare, sperando che le cose migliorino da sole.

Ue alla svolta, ecco perché coordinare le riforme non è aggressione alla sovranità

Ue alla svolta, ecco perché coordinare le riforme non è aggressione alla sovranità

Carlo Bastasin – Il Sole 24 Ore

Negli ultimi sette anni per sei volte gli europei hanno previsto una crescita maggiore di quella poi realizzata. Si dice che gli ottimisti vivano più felici, ma evidentemente in economia non funziona. Tra il 2008 e oggi la perdita di reddito dell’euro-area rispetto agli Usa è pari all’8% del Pil e molti milioni di posti di lavoro sono andati perduti. Dopo i dati di ieri, la revisione di quest’anno sarà tra le più ampie. Evidentemente ci illudiamo o vogliamo evitare misure eccezionali. Inoltre siamo abituati a utilizzare modelli che non colgono le interdipendenze economiche e le incertezze politiche nell’euro area. Ad esse infatti sono legati la debolezza degli investimenti e dell’export che stanno frenando tutte le maggiori economie dell’euro area.

Se tuttavia vogliamo proprio essere ottimisti, si può dire che le cattive notizie sull’economia arrivano al momento giusto. Il 30 agosto infatti i lavori del Consiglio Ue dei capi di governo riprenderanno sotto la sferza della recessione. Dopo aver risolto il puzzle delle nomine della Commissione (e ancora non mi capacito di come l’Italia stia rinunciando alla presidenza del Consiglio offertale su un piatto d’argento), i capi di governo discuteranno il dossier sui 300 miliardi di euro di investimenti annunciati dal nuovo presidente della Commissione Juncker. Fino a ieri quella di Juncker poteva essere una promessa elettorale, ora è una necessità vitale. Merkel, Renzi e colleghi dovranno decidere in quale modo finanziare l’ingente pacchetto, tra Bei, fondi strutturali od obbligazioni a progetto, e dovranno poi litigare su come destinare le risorse. E questo secondo capitolo promette di essere molto interessante.

La proposta di cui si sente parlare a Berlino è infatti di legare la disponibilità degli investimenti a «condizionalità» specifiche per il governo che riceve i fondi. In parole semplici, la realizzazione delle riforme strutturali diventerebbe la condizione per ottenere gli investimenti finanziati dall’Europa. Ci sono due metodi per far questo: assecondare il vecchio e criticato progetto della cancelliera Merkel di far stipulare accordi bilaterali tra il Paese richiedente e la Commissione Ue, oppure condividere la sovranità delle riforme strutturali. Nel primo caso alla fragilità economica corrisponde minorità politica. Nel secondo caso invece tutti i paesi crescono insieme coordinando le riforme: Jeroen Dijsselbloem, presidente dell’Eurogruppo, ne aveva fatto cenno a maggio a un convegno della Bce; il ministro dell’Economia Piercarlo Padoan ne aveva già discusso con i colleghi a una riunione a marzo e poi in un articolo con il collega tedesco Wolfgang Schaeuble. Altri hanno parlato di un sistema di valutazione congiunta delle riforme strutturali. Il presidente della Bce, Mario Draghi, infine aveva suggerito a luglio di sottoporre le riforme dei singoli Paesi a «una disciplina a livello comunitario».

Alcuni giorni fa Draghi ha ripetuto l’idea della sovranità condivisa ma, per i meccanismi misteriosi del discorso pubblico italiano, si sono levati allarmi di aggressione alla sovranità nazionale. Il paradosso è che coordinando le riforme si fa esattamente il contrario: tutti i Paesi – non solo quelli deboli – procedono verso le stesse riforme negli stessi tempi e si scambiano esperienze e benefici. Un esempio concreto è venuto dall’Eurogruppo del 7 luglio che ha citato 11 Paesi – tra cui Italia, Germania e Francia – a cui chiede di ridurre il cuneo fiscale che grava sul costo del lavoro. I Paesi sono identificati dalla Commissione nelle “raccomandazioni specifiche” che essa ha elaborato e che sono sottoscritte dai capi di governo. Di arcane e oscure potenze nemmeno l’orrida ombra.

Non solo gli investimenti, anche la debolezza dell’export pongono a Merkel e Renzi un interrogativo politico. Buona parte dell’eccezionale crescita tedesca dal 2004 dipendeva dall’esorbitante privilegio di essere l’àncora dell’euro area: finanziandosi a bassi costi e investendo ad alto rendimento nella stessa valuta. Ridottosi questo privilegio con i rischi della crisi e poi con gli interventi della Bce, la crescita tedesca è rientrata nella normalità: 1,1% annuo dal 2013 a oggi. La Germania resta una delle poche economie che cresca al proprio reddito potenziale, ma il suo “limite di velocità” è basso ed esposto a rischi: nel 2014 l’export tedesco verso Usa e Cina sta aumentando del 7-10%, mentre crolla verso Turchia, Ucraina e Russia: il rischio “geo-politico” spiega dunque buona parte del calo del pil ed evidenzia le conseguenze economiche dell’assenza di una forte politica estera comune. L’economia dipende dunque dalla strategia politica europea. Il caso vuole che la presidenza Ue sia in mano italiana. È il momento di giocare bene questa formidabile mano di carte.

Strumenti taglia-debito: tutte le insidie da evitare

Strumenti taglia-debito: tutte le insidie da evitare

Isabella Bufacchi – Il Sole 24 Ore

Non si può proprio dire che la coperta sia corta, quando si lavora su un’operazione taglia-debito degna di questo nome. Un intervento una tantum risolutivo di riduzione dello stock del debito pubblico italiano, su quei 2.168 miliardi che valgono all’incirca il 135% del Pil, deve rimuovere qualche centinaio di miliardi di euro affinché ne valga davvero la pena. La coperta appare enorme, e dài e dài a tagliare in lungo e in largo, a colpi di sforbiciate si toglie questo e quel pezzo. Non si guarda tanto per il sottile, l’obiettivo è nobile: liberare risorse per crescita e occupazione. Ma attenzione a non sottovalutare le insidie, il pericolo di fare a brandelli la credibilità, lo standing creditizio del paese, i bilanci delle banche e la fiducia degli investitori.

La gamma delle operazioni una tantum per la riduzione del debito pubblico è vasta come ampio è il rischio di perdere la faccia sui mercati. La forma più classica e attendibile è la privatizzazione, la vendita delle partecipazioni azionarie in mano allo Stato: l’incasso rimpolpa il fondo di ammortamento dei titoli di Stato, usato dal Tesoro per rimborsare i bond in scadenza. L’impatto sul debito è immediato, lo stock cala all’istante, la credibilità resta elevata. Ma tra il 1992 e il 2000 lo Stato ha dismesso il grosso delle partecipazioni (oltre 180mila miliardi di vecchie lire): nel febbraio 2012 Mediobanca ipotizzava 50 miliardi di euro aggiuntivi ma la cifra si è sgonfiata. Non rimangono tanti gioielli di famiglia. L’attuale programma di privatizzazioni del Tesoro vale lo 0,7% del Pil l’anno (2014-2017 con gli immobili): annovera Poste, Enav, Fincantieri, Cdp reti, Rai way, STMicroelectronics, Ferrovie, altre quote di Eni ed Enel, il piano sta andando avanti, si fa, si farà. Ma le grandi aspettative sono riposte su un altro terreno, più scivoloso, quello delle municipalizzate: piuttosto che agli incassi si mira ai risparmi perché in molti casi si tratta di liquidare, non dismettere. La privatizzazione qui si trasforma in liberalizzazione, lo Stato arretra, promette maggiore efficienza e concorrenza. Ma chi ci ha già provato mette in guardia gli ottimisti dalle insidie del diritto societario, dall’ingente spesa legale per colpa di liti e cause, dai tempi incredibilmente lunghi per chiudere con il passato.

L’asticella delle aspettative si alza di più con la dismissione degli immobili pubblici. Ripetutamente agli italiani e agli stranieri viene detto che il patrimonio immobiliare dello Stato vendibile, in gran parte oramai in mano agli enti locali e alla Difesa, vale fino a 400 miliardi ma la cifra rischia di essere gonfiata. Un censimento ufficiale ed esaustivo non è stato ultimato: molti enti locali non sanno quali e quanti immobili hanno e con quale valore di mercato. Vendere tutto e subito comunque non si può: non c’è una domanda adeguata (neppure straniera) che possa assorbire tanta offerta senza provocare il crollo dei prezzi e i tempi restano biblici per il cambio di destinazione d’uso. Servono risorse upfront che non ci sono, come per smaltire l’amianto. Per velocizzare la vendita degli immobili come con una bacchetta magica rispunta sempre la “spv” (la società veicolo fuori dal perimetro della pa, contabilmente fuori dai conti pubblici).

Fare cassa in questo modo è molto complicato, si torna alle cartolarizzazioni, al sale & lease-back (affitto) redditizie per le banche d’affari che offrono consulenza: la spv in teoria compra un portafoglio di immobili (tra i 100 e i 300 miliardi?) da Stato ed enti locali al fine di gestirli per venderli o valorizzarli con la messa a reddito (affitti e concessioni). La spv acquista gli immobili con i soldi incassati dal collocamento sul mercato (a risparmiatori o investitori istituzionali) di quote o bond o pseudo-azioni: attira fondi promettendo rendimenti attraenti (dal 5% in su?) purché il portafoglio di immobili generi vero reddito. Questa sorta di mattone-bond può funzionare su portafogli snelli e se lo Stato e gli enti locali si prestano a pagare un affitto: il debito pubblico migliora ma il deficit rischia di peggiorare perché i rendimenti di questi nuovi strumenti di finanza strutturata, per attrarre domanda, non possono essere inferiori a quelli dei titoli di Stato. Il trasferimento di patrimonio immobiliare pubblico dallo Stato alla spv, inoltre, rafforza la solidità della società-veicolo ma rende meno solidi (meno garanzie, meno appetibili) i titoli di Stato in circolazione.

Resta la tentazione di far scendere in campo nel ruolo di acquirenti i grandi portafogli italiani, come le compagnie di assicurazione, i fondi pensione e la Cdp. Ma questi investitori sono il mercato, sono esigenti sul rischio/rendimento, sulla tempistica, sulla trasparenza, sull’affidabilità e hanno vincoli di bilancio. La Cassa, la più gettonata nei progetti taglia-debito, ha 147 miliardi di liquidità (fine 2013) parcheggiati sul conto di Tesoreria dello Stato. Questa liquidità però serve in gran parte, va a fronte di oltre 240 miliardi di buoni postali, strumenti a vista in quanto il sottoscrittore può rivenderli alla Cdp in qualsiasi momento con rimborso del capitale alla pari. La Cassa deve rispettare ratios patrimoniali e ha limiti nell’investimento in azioni.

Oltre agli immobili, nel taglia-debito si tirano spesso in ballo le riserve auree della Banca d’Italia: ma non si possono toccare perché «costituiscono parte integrante delle riserve dell’Eurosistema insieme a quelle conferite alla Bce, sono una garanzia di solvibilità». Se invece l’Italia dovesse chiedere aiuto all’Esm, in forma di linea precauzionale, potrebbe contare su una potenza di fuoco congiunta dei due fondi-salva Stato da 450 miliardi e ambire alle OMTs e il QE, gli acquisti della Bce. Ma nessuno al mondo vuole che l’Italia chieda aiuto e per evitarlo il taglia-debito azzarda la ristrutturazione “soft”: c’è chi propone di offrire ai sottoscrittori, tramite il farraginoso processo delle assemblee degli obbligazionisti, la facoltà di scambiare i BTp con altri bond con cedole diverse e soprattutto scadenze più lunghe. Questo swap può interessare i privati (che detengono meno del 10% dei titoli di Stato) e non può riguardare le banche italiane che detengono oltre 400 miliardi di titoli di Stato, acquistati con i prestiti LTRO della Bce che vanno restituiti nel 2015 (o TLTRO fino al 2018). Le banche non possono scambiare BTp con nuovi titoli a 30 anni. E poi, se vacillano i titoli di Stato, vacillerebbe l’intero sistema bancario.

L’Eurozona dovrebbe risolvere per tutti il “debt overhang” creando un fondo dove far confluire quella quota di debito pubblico dei 18 Stati membri che va oltre il 60% del debito/Pil: la “ristrutturazione” sarebbe silente, sostituire i vecchi titoli di Stato con nuovo debito europeo a scadenza extra-lunga, tassi bassi. Sarebbe “mascherata”, senza lo spettro di default e PSI (private sector involvment): per arrivare a tanto, l’Italia dovrebbe garantire il pareggio di bilancio, il trasferimento di asset pubblici e un flusso di entrate tributarie. Ne varrebbe la pena.  

Taglio da 200 miliardi al debito pubblico in tre mosse

Taglio da 200 miliardi al debito pubblico in tre mosse

Isabella Bufacchi – Il Sole 24 Ore

Nel maggio 2005, in tempi non sospetti e un debito/Pil al 105,8%, Il Sole 24 Ore ruppe il ghiaccio con un’intervista al Prof. Guarino che ipotizzava una “sforbiciata” del debito pubblico da 400 miliardi: l’idea destò scalpore. Oggi trasferire immobili, crediti o partecipazioni in holding fuori dal perimetro della pa è un’operazione che affascina, allo studio su molti tavoli. Lo scorso marzo Il Sole 24 Ore ha rilanciato una proposta in tre mosse da 200 miliardi per ridurre il debito: il mattone-bond da 60 miliardi, un ritocco contabile su Efsf-bond da 45 miliardi, privatizzazioni e calo strutturale con avanzo primario per 100 miliardi.

Poter ridurre il debito pubblico dall’oggi al domani per riportarlo in un solo colpo dal 135% almeno sotto il 100% (all’epoca Guarino intendeva passare dal 105% al 70%) è un sogno nel cassetto di tutti i Governi che si sono succeduti negli ultimi vent’anni, compreso quello attuale. L’obiettivo appare alla portata perché il patrimonio dello Stato, tra asset immobiliari, crediti e partecipazioni, è estremamente ricco e variegato, senza contare ovviamente in questo calcolo il patrimonio dei beni culturali.

Sono proprio le dimensioni elefantiache dello stock del debito e la complessità degli asset da dismettere o da valorizzare a non consentire scatti da gazzella. Ecco perché il Sole-24 Ore ha proposto un pacchetto di interventi articolato in tre mosse, categoricamente all’interno del quadro di una gestione dei conti pubblici virtuosa (ma estremamente lenta) che fa leva sull’avanzo primario e l’azzeramento del deficit.

Il primo passo è la privatizzazione concentrata soprattutto nel mondo delle municipalizzate. Un processo che attiverebbe anche risparmi da 800 milioni l’anno. Il secondo intervento è sugli immobili. Il Tesoro ha creato Invimit, una Sgr immobiliare dello Stato: si tratta di uno strumento di mercato dal quale non ci si possono aspettare scatti felini perché la matassa da sbrogliare è quella degli enti locali. Per velocizzare la riduzione del debito, il mattone-bond (proposto dal Sole-24 Ore già nel maggio del 2013) sarebbe realizzabile in tempi ragionevoli, purché circoscritto a un portafoglio di immobili dello Stato smobilizzabili con modalità relativamente semplici, come quelli a solo uso governativo.

Si tratta di trasferire a una società-veicolo questi asset per 60 miliardi: la spv colloca al risparmiatore privato (e forse anche agli investitori istituzionali) quote o azioni (con un trattamento fiscale agevolato o un premio per chi acquista al collocamento e detiene fino a scadenza come nel caso del BTp Italia) e utilizza l’incasso per acquistare gli immobili riducendo il debito pubblico per questa entità.

La remunerazione delle quote o delle azioni verrebbe garantita dal pagamento dell’affitto che lo Stato andrebbe a pagare sugli immobili. Il taglio del debito pubblico non verrebbe abbinato a una contestuale riduzione degli interessi che si pagano ora sul debito: questo deriva dalla formula del “sale-and-lease back” e di tutte le operazioni che mirano a sostituire un BTp con un qualsiasi bond o quota di un fondo o altro strumento d’investimento emesso da una società posta fuori dal perimetro della pubblica amministrazione e non contabilizzata nel debito pubblico: a qualsiasi prodotto finanziario innovativo deve corrispondere un rendimento appetibile, immediato e sicuro per invogliare lo scambio con i BTp. I rendimenti dei titoli di Stato in questo momento sono estremamente bassi e l’investitore privato è a caccia di investimenti sicuri con una remunerazione più elevata rispetto ai BoT e BTp: è un buon momento per proporre alternative, ma lasciare il certo (la cedola di un titolo di Stato) per l’incerto (il dividendo o il coupon di una spv) è un passo da gigante per il risparmiatore.

La terza operazione taglia-debito proposta dal Sole è di natura puramente contabile e vale almeno una quarantina di miliardi: si tratta di trasferire all’Esm le passività dell’Efsf in quanto i bond di quest’ultimo (per una regola Eurostat) gravano sui debiti pubblici nazionali a differenza di quelli del meccanismo di stabilità. La quota degli Efsf bond e dei prestiti bilaterali alla Grecia ammonta ora a 45,6 miliardi per l’Italia. Per consentire questo trasferimento, l’Esm non deve avere bisogno di un aumento di capitale (questo graverebbe sui conti pubblici degli Stati azionisti): in alternativa si possono trasferire asset a garanzia. Nel contesto di questo maquillage, l’Europa potrebbe decidere di utilizzare l’Esm – veicolo per ora mirato al salvataggio degli Stati in crisi e in prospettiva alle ricapitalizzazioni delle banche – anche per finanziare con una sorta di “eurobond” le infrastrutture e gli investimenti per la crescita: e questo avrebbe un impatto indiretto sui conti pubblici nazionali, alleviandoli in parte dal costo delle spese produttive.

Il Sole-24 Ore ha rilanciato altre proposte taglia-debito a firma di Paolo Savona e gli EuroUnionBond ideati da Romano Prodi e Alberto Quadrio Curzio. Un’operazione di peso per il debito pubblico porta la firma di Renato Brunetta, alla quale hanno collaborato Paolo Romani, Luigi Casero e Guido Crosetto e i professori Francesco Forte, Rainer Masera e Paolo Savona che arriva a tagliare fino a 400 miliardi in cinque anni (partendo da 100 miliardi dalla vendita di beni pubblici (15-20 miliardi l’anno); 40-50 miliardi dalla costituzione e cessione di società per le concessioni demaniali; 25-35 miliardi dalla tassazione ordinaria delle attività finanziarie detenute in Svizzera. Il tutto con l’emissione di speciali obbligazioni con durata 5/10 anni e una opzione (warrant). Non da ultimo, Mediobanca ha proposto anche il trasferimento di asset alla Cassa depositi e prestiti (50 miliardi) e l’uso delle riserve auree della Banca d’Italia.

Artigianato, 42mila imprese pronte ad assumere

Artigianato, 42mila imprese pronte ad assumere

Claudio Tucci – Il Sole 24 Ore

Le imprese artigiane che quest’anno intendono assumere nuovo personale sono circa 42.100, pari al 10,1% del totale (erano il 9,6% nel 2013). Un incremento che non basta però a bilanciare le difficoltà congiunturali e occupazionali ancora evidenti nel settore, come dimostra la perdita di altri 41mila lavoratori (stagionali e non stagionali) e la diminuzione dei contratti di lavoro dipendente e atipico che verranno attivati nel corso del 2014 (-0,3% rispetto allo scorso anno). Il mondo delle imprese artigiane sta però cambiando, rilevano i dati diffusi oggi da Unioncamere-ministero del Lavoro, attraverso il sistema informativo Excelsior. In genere vanno meglio le imprese che puntano sull’artigianato digitale e sull’export.

Sempre meno difficoltà a trovare figure artigiane
Si riduce poi la difficoltà di reperimento segnalata dalle imprese artigiane. Essa interesserà solo l’11% delle 77.600 assunzioni previste, un punto in più della media nazionale, ma inferiore di oltre 20 punti rispetto a quattro anni fa. Per alcune professioni, tuttavia, considerando le figure richieste con almeno 100 assunzioni previste, la difficoltà resta alta, interessando un terzo delle entrate programmate. Si tratta dei lattonieri e calderai, con il 51% di assunzioni difficili da trovare, seguiti dai tecnici della produzione manifatturiera (45%), falegnami e attrezzisti di macchine per la lavorazione del legno (40%), tecnici programmatori (37 per cento). Queste difficoltà risultano più marcate nel Nord Est, dove interesseranno il15% di tutte le figure di cui si prevede l’assunzione, e nel Nord Ovest (13%), riguardando in particolare Lombardia, Veneto, Friuli Venezia Giulia, parte della Liguria, Emilia Romagna, Toscana e Umbria e registrando anche casi particolarmente significativi, come quello di Treviso, dove la quota di assunzioni di difficile reperimento raggiunge il 37% del totale. A seguire Pordenone (28%), Terni (26%), Pisa, Mantova e Modena (23-24%). In altre 6 province tale quota si attesta tra il 20% e il 22%. Viceversa, in 13 province (tutte meridionali) questa caratteristica interessa meno del 5% delle assunzioni. I limitati problemi di reperimento segnalati dalle imprese artigiane hanno portato a ridurre anche la quota massima di assunzioni di personale immigrato sul totale delle assunzioni previste: 12% nel 2014, un punto in meno del 2013 e due punti al di sotto della media nazionale. In leggero rialzo è invece la richiesta di una precedente esperienza lavorativa specifica nella professione o nel settore, che raggiunge il 61% delle assunzioni previste, valore superiore di 4 punti alla media nazionale.

Più spazio a innovatori e a operai
Il dettaglio delle professioni non stagionali (52.800 nel 2014, circa mille in meno del 2013) evidenzia infine una ricomposizione della domanda di lavoro da parte delle imprese artigiane improntata al rafforzamento soprattutto di alcuni grandi gruppi professionali a maggior “tasso” di innovatività. Aumenta infatti del 22% la richiesta di professioni intellettuali scientifiche e tecniche (1.040 le entrate programmate) e di operai (24.000 quelli specializzati, con un incremento del +0,8%, e 7.400 quelli generici e conduttori di impianti, aumentati del +10,4%). Diminuisce invece la richiesta di professioni tecniche (-18,9%), di quelle esecutive del lavoro d’ufficio (-14,8%) e di quelle qualificate nelle attività commerciali (-1,7 per cento).  

Cassa integrazione in calo del 25%, ma quella straordinaria cresce del 18%

Cassa integrazione in calo del 25%, ma quella straordinaria cresce del 18%

Claudio Tucci – Il Sole 24 Ore

Continua il calo delle ore complessive di cassa integrazione richieste dalle imprese. Ma la cassa straordinaria aumenta, e il crollo delle ore richieste di cassa integrazione in deroga dipende dai noti problemi di finanziamento dell’istituto che durano ormai da mesi.
A luglio l’Inps ha autorizzato, in totale, 79,5 milioni di ore, in diminuzione dell’8,6% rispetto a giugno, e addirittura del 25% sull’anno (a luglio 2013 erano state autorizzate 106,1 milioni di ore). La contrazione più vistosa interessa la cassa in deroga (-70,8% sull’anno), ma il dato risente “dei fermi amministrativi per carenza di finanziamenti”, conferma anche l’Inps.

Cresce la cassa straordinaria
In discesa sono pure le ore autorizzate di cassa integrazione ordinaria (-38,3% tendenziale). In particolare, la variazione tendenziale è stata pari a -42,8% nel settore Industria e a -24% nel settore Edilizia. In controtendenza invece la richiesta di cassa straordinaria (la Cigs): il numero di ore autorizzate a luglio è stato pari a 50,4 milioni, con un incremento del +18% rispetto al luglio 2013, nel corso del quale sono state autorizzate 42,7 milioni di ore. Questo dato è particolarmente significativo perché sta a indicare come sempre più aziende permangano in difficoltà acute (la Cigs serve infatti per le crisi strutturali).

Disoccupazione in diminuzione

Passando infine alle domande di disoccupazione l’Inps evidenza che nel mese di giugno 2014 sono state presentate 106.206 domande di Aspi, 33.935 domande di mini-Aspi, 234 domande tra disoccupazione ordinaria e speciale edile e 8.229 domande di mobilità, per un totale di 148.605 domande, il -3,3% in meno rispetto alle 153.725 domande presentate nel mese di giugno 2013. Un segnale coerente con i recenti dati Istat che a giugno evidenziavano una contrazione (congiunturale) del numero di disoccupati.

Il convitato di pietra è la domanda interna

Il convitato di pietra è la domanda interna

Fabrizio Galimberti – Il Sole 24 Ore

A guardare alle grandezze finanziarie, l’economia italiana non sembra messa male: la Borsa, malgrado gli inciampi delle ultime settimane, segna un +17% rispetto a un anno fa, i tassi dei titoli pubblici (vedi l’asta BoT di ieri) sono ai minimi storici, i tassi pagati da famiglie e imprese sono anch’essi più bassi di un anno fa… Ma quando si passa alle grandezze reali la musica cambia.

L’inflazione ha cambiato pelle ed è diventata deflazione: dieci città vedono il segno “meno” nella dinamica dei prezzi. Anche se parte della discesa dei prezzi viene da una “deflazione buona” (legata alla tecnologia – vedasi il -9% sui 12 mesi dei prezzi delle comunicazioni), non vi è dubbio che la parte maggiore è una “deflazione cattiva”, figlia della debolezza della domanda. E il resto dell’economia reale? Il calo del Pil fotografa un Paese che prende una polmonite quando il resto del mondo prende un raffreddore.

Come risolvere questa discrasia fra economia finanziaria ed economia reale? Prima di rispondere menzioniamo un’altra discrasia, anzi due. Primo, non tutti i dati recenti sono negativi: alla fine dello scorso trimestre la produzione industriale è risalita, e la disoccupazione è scesa. Secondo, e più importante: i dati “fisici” e quelli della fiducia danno due letture completamente diverse. Sia gli indici Pmi che le inchieste sulla fiducia (delle famiglie e delle imprese), sia le attese di produzione che i “superindici” anticipatori dell’Ocse danno l’immagine di un’Italia che avanza. Anche se alcune di queste buone notizie devono essere prese con le pinze (per esempio, il livello degli indici Ocse indica, per ragioni tecniche, che l’Italia farà meglio rispetto a un “prima” desolante e che non che fa meglio degli altri Paesi), non vi è dubbio che le due letture sono diverse. Insomma, i dati non rimano. Cosa c’è, allora, «sotto ‘l velame de li versi strani»?

A questa domanda si può dare una risposta tecnica e una politica. La risposta tecnica riposa sul fatto che troppe statistiche sono ancora basate su un’economia di “grano e acciaio” e non colgono appieno il divenire di un apparato produttivo che – proprio sotto la sferza della recessione – cambia pelle: cambia la composizione dei prodotti, che non è catturata da indici a pesi fissi, cambiano i segmenti di valore aggiunto e le quantità fisiche sono inadeguate a raffigurare colori e contorni di un’economia che cerca nuove strade.
La risposta politica guarda a una società che ha riposto troppe e messianiche speranze nel nuovo Governo. Le riforme istituzionali, come il superamento del bicameralismo perfetto, sono importanti, anche per l’economia. Ma non hanno effetti immediati e consumano capitale politico.

Altre riforme, come quelle della pubblica amministrazione, sono – era inevitabile – annunci che attendono la fase decisiva dell’applicazione. E il Jobs Act potrebbe – e non è detto – migliorare il mercato del lavoro se detto mercato ricevesse il carburante della domanda. È la (mancanza di) domanda il convitato di pietra al tavolo delle riforme. Quando il Governo Renzi decise di destinare risorse a far ripartire l’economia, poteva agire sulla domanda (sgravi alle famiglie) o sull’offerta (sgravi alle imprese). L’investimento risponde al profitto netto atteso, e avrebbe potuto rispondere a sgravi su imposte e/o costo del lavoro; ma risponde anche e forse soprattutto alle prospettive di domanda, e in questo caso gli sgravi alle famiglie potevano aiutare.

Nella fattispecie, i famosi 80 euro non sembrano aver avuto molto effetto, anche se è presto per giudicare (sono arrivati a fine trimestre) e in ogni caso il giudizio dovrebbe prendere a paragone l’inconoscibile, cioè quel che sarebbe accaduto senza sgravio. Sulle prospettive della domanda pesa anche il futuro. Una piena adesione alle regole cieche del Fiscal Compact impartirebbe un altro duro colpo all’economia italiana. La strategia del Governo Renzi sembrava essere quella di affidarsi alla ripresa per validare a posteriori una politica di bilancio arrischiata, fondata su stime ottimistiche dei risparmi di spesa. E la ripresa non poteva che arrivare dal traino esterno, dato che l’economia italiana non può sollevarsi da sola. Questa scommessa era – ed è – l’unica possibile nell’immediato, e non è ancora persa. L’economia americana tira e la Cina non si ferma. Il punto interrogativo sta nel Paese motore dell’economia europea: una Germania che rallenta restringe sbocchi al nostro export. C’è solo da sperare che il rallentamento favorisca atteggiamenti meno sordi rispetto alle giuste richieste di flessibilità nelle regole di bilancio.

Ma l’economia non è fatta di solo export. La parte maggiore è la domanda interna, anche se l’export può fare da volano. E ci sono modi di favorire la domanda interna: le riforme a costo zero, da tempo proposte. In cima alle quali c’è l’allentamento della più pesante palla al piede che da troppi anni azzoppa l’economia: l’oppressione burocratica, l’incertezza e le lungaggini delle autorizzazioni, le frustranti litanie di ritardi e di veti… Nodi intricati che attendono ancora chi sappia porli in cima alla lista delle cose da fare.

Quegli alibi da non alimentare

Quegli alibi da non alimentare

Salvatore Padula – Il Sole 24 Ore

In questi ultimi giorni, il tema della lotta all’evasione fiscale pare aver ritrovato un sussulto di interesse. Da un lato, è in arrivo il piano del governo sulle strategie di contrasto a chi non paga le tasse (i cui contenuti sono stati ampiamente anticipati sul Sole 24 Ore del 31 luglio), che già nel 2015 dovrà garantire un maggior recupero di evasione per circa 2 miliardi, ma che in prospettiva pone le basi per un’azione di più ampio respiro finalizzata a migliorare l’efficacia dell’attività di repressione degli illeciti.
Dall’altro lato, ci sono le aspettative (in vero, talvolta forse eccessive) legate all’attuazione della delega fiscale che, come sappiamo, è destinata a produrre effetti positivi su un sistema fiscale da anni allo sbando, ma non una svolta così profonda da modificarne strutturalmente la natura. Sul versante del contrasto al sommerso la legge delega propone una ricetta – ancora tutta da scrivere e ampiamente ripresa e rilanciata proprio nel rapporto anti-evasione che il governo sta predisponendo – con molte soluzioni, che vanno dall’accelerazione delle semplificazioni sino all’introduzione di meccanismi premiali per i contribuenti onesti, tutte tese a favorire la tax compliance, ovvero la spinta verso l’adempimento spontaneo alle richieste del fisco. La delega, in realtà, propone anche altre misure quali ad esempio l’introduzione dell’obbligatorietà della fattura elettronica, con il duplice obiettivo di allargare il monitoraggio e il patrimonio informativo sulle attività dei contribuenti e al tempo stesso di alleggerire alcuni adempimenti burocratici che verrebbero soppressi proprio grazie al nuovo sistema di registrazione dei corrispettivi.

Il quadro si completa con l’agenzia delle Entrate che, dopo l’insediamento del direttore Rossella Orlandi al posto di Attilio Befera, la scorsa settimana ha definito la direttiva annuale sui controlli, nella quale spicca (giustamente) la volontà di intercettare i “veri casi di evasione”, ovvero quelli più gravi e che causano maggiori danni all’erario.
La sensazione, però, è che dietro la rinnovata attenzione per l’evasione, fenomeno da sempre preoccupante e di dimensioni enormi, che ostacola fortemente la libertà del mercato e che è causa di iniquità sociale, possa involontariamente nascondersi un messaggio ambiguo sulle modalità con cui lo Stato deve imporre e pretendere il rispetto della legalità tributaria. Il rischio è che si possa insinuare la convinzione dell’esistenza di un’evasione “cattiva” e una “meno cattiva”, una dannosa e una un po’ meno pericolosa, da contrastare con intensità diverse.
Allo stesso modo è un rischio, come qua e là si è sentito, trasmettere l’idea di un nuovo corso del contrasto all’illegalità tributaria fondato in qualche modo sulla contrapposizione tra grandi e piccoli evasori. L’evasione fiscale – comportamento del quale conosciamo tante cose anche se non proprio tutto – è un fenomeno estremamente complesso. È un fenomeno fatto di grandi frodi, tanto sulle imposte dirette quanto, e forse più, sull’Iva; fatto di società di comodo; di false fatture per importi rilevanti; di sedi societarie nascoste in paradisi fiscali; di esterovestizioni; di opachi intrecci internazionali che coinvolgono grandi imprese e multinazionali; di un uso spregiudicato del transfer pricing. Ma occorre essere realisti. L’evasione ha decine di volti e non a caso il rapporto sulle future strategie che il governo invierà al Parlamento individua ben 19 tipologie di evasore.
E in un Paese con milioni e milioni di partite Iva, con una struttura produttiva prevalentemente di piccoli e piccolissimi contribuenti, l’evasione fiscale è anche un fenomeno di massa. È un’evasione di “tanti che evadono poco”, ma con danni ugualmente enormi per la collettività e per le casse dello Stato.
Il fisco ha certamente bisogno di costruire nuove fondamenta su cui far crescere il rapporto con i contribuenti. La solidità, il rigore e la correttezza dell’azione di contrasto all’evasione devono procedere di pari passo con la creazione di un clima di fiducia reciproca, nel quale il cittadino-contribuente non percepisca più quel senso di prevaricazione, talvolta di vessazione e oppressione, con contestazioni tutte basate sull’interpretazione delle norme e sui cavilli di commi e circolari.
Molti studi, in passato, hanno analizzato i motivi che spingono i cittadini a evadere le tasse. Sono gli stessi motivi che gli evasori – grandi e piccoli – utilizzano poi come forma di auto-giustificazione. La casistica è molto ampia: le tasse sono troppo alte; evado per necessità; questa tassa è ingiusta; il sistema è complesso; lo Stato non offre servizi adeguati alle imposte che pretende; l’amministrazione è inefficiente. Si potrebbe continuare e di “scuse” per evadere il fisco se ne troverebbero molte altre. Ma questo è il punto: si faccia attenzione a non fornire altri alibi a chi facilmente riesce già a trovarsene da solo.

Svecchiare in tre mosse

Svecchiare in tre mosse

Jean Marie Del Bo – Il Sole 24 Ore

Per gli studi di settore si avvicina il momento di una profonda ristrutturazione. Che si articolerà su tre passaggi per svecchiare lo strumento di controllo per piccole e medie imprese e professionisti. 

Sono passati, infatti, vent’anni da quando si cominciò a parlare di studi di settore come strumento per affrontare lo storico problema della convivenza, nel nostro sistema economico, di milioni tra Pmi e lavoratori autonomi e di un’evasione fiscale diffusa e capillare. L’idea era quella di elaborare una serie di sofisticati programmi di calcolo che fossero in grado di stimare, in modo più efficace di quanto fatto con strumenti precedenti, il ricavo che le imprese dovevano ragionevolmente avere in base a dati contabili e dimensione aziendale.
Dopo vent’anni il confronto si sta ora spostando sulla valutazione di come cambiare un meccanismo che è entrato tra le prassi consolidate del nostro sistema tributario.
Gli studi di settore, partiti operativamente nel 1998, hanno vissuto nel tempo alcuni passaggi che contribuiscono ora a metterne in discussione il ruolo. In primo luogo, sono stati al centro di una vera e propria rivolta “sociale”, che ne ha fatto il punto di caduta della protesta fiscale, nel momento in cui si è cercato di rafforzarne l’impatto. Poi, sono stati depotenziati nella loro forza probatoria quando la Corte di cassazione ha riconosciuto che gli scostamenti devono essere integrati da altri elementi e da una robusta dose di contraddittorio fra uffici e contribuenti. Infine, sono stati adeguati, con correttivi robusti, all’impatto della crisi sui ricavi. Con l’effetto “collaterale” che, nel momento in cui le difficoltà economiche si sono rivelate di lunga durata, sono diventati permanenti degli sconti che, invece, avrebbero dovuto essere temporanei.

Il problema, a questo punto, è la perdita di efficacia dello strumento nel tempo. La ristrutturazione, però, è già cominciata. E sembra articolarsi in tre “fasi” distinte. Si tratta di introdurre indicatori che consentano di impedire che gli studi di settore vengano usati a piacimento da parte dei contribuenti. Di controllare meglio chi ha abusato del regime premiale che garantisce meno controlli a chi è in regola e, nello stesso tempo, di fare degli studi di settore più uno strumento di selezione dei contribuenti a rischio che di controllo diretto. E, infine, di approfittare del treno della delega fiscale per riscrivere la geografia di questi meccanismi, riducendone l’ambito di applicazione a un minor numero di categorie ma ricalibrandoli per renderli più efficaci.

L’idea, dunque, è quella di abbandonare il mito dello studio di settore capace di tutto, in grado di misurare quasi tutto il sistema economico, pur sapendo che con cinque milioni di partite Iva è quasi impossibile pensare al superamento di un meccanismo che favorisca l’adempimento spontaneo e permetta di selezionare i contribuenti da controllare. Mentre si può ridurre l’area di applicazione degli studi di settore solo ai comparti dove può essere davvero utile ed efficace.
La delega fiscale è una grande occasione per tutti. Lo è proprio perché tutti sanno quanto complesso e deteriorato sia il sistema fiscale italiano. L’occasione, però, non va solo riconosciuta e apprezzata. Va sfruttata in tutti i modi per ricostruire una realtà di minore conflittualità e di maggiore collaborazione fra Fisco e contribuente. L’uscita dalla lunga crisi passa anche da scelte come queste.