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Lavoro: in Italia i cittadini extracomunitari trovano lavoro più facilmente dei nostri connazionali

I Paesi europei in cui i cittadini stranieri sono occupati più e meglio dei cittadini nazionali si contano sulle punte delle dita di una mano. E l’Italia è uno tra questi. Secondo una ricerca realizzata dal Centro Studi ImpresaLavoro su elaborazione dei dati Eurostat 2016, il tasso di occupazione dei cittadini italiani tra i 15 e i 64 anni residenti nel nostro Paese è del 57,0%, un dato che ci accomuna alla Croazia e che risulta nettamente inferiore alla media sia dell’Unione a 28 membri (67,1%) sia dell’area Euro (66,1%). In tutta Europa soltanto la Grecia (52,0%) ha un mercato del lavoro meno efficiente del nostro. In questa particolare classifica siamo quindi nettamente superati da tutti i nostri principali competitor: Svizzera (82,5%), Germania (76,5%), Olanda (75,6%), Regno Unito (73,8%), Portogallo (65,3%), Francia (65,2%), Irlanda (64,7%) e Spagna (59,9%).

Se si prende in considerazione la percentuale di occupati tra i lavoratori extra-Ue residenti in Italia, la posizione in classifica del nostro Paese vola invece verso l’alto, dal penultimo al sedicesimo posto: il nostro 57,8% risulta infatti largamente superiore alla media sia dell’Unione a 28 membri (53,7%) sia dell’area Euro (52,5%).

Si tratta di un dato in netta controtendenza rispetto a quanto avviene abitualmente negli altri Paesi e soprattutto nelle altre economie avanzate del continente. Oltre all’Italia, solo altri tre Paesi europei hanno tassi di occupazione più bassi tra i propri connazionali rispetto a quelli fatti registrare tra i lavoratori extracomunitari: si tratta di Repubblica Ceca (-3,8 punti percentuali), Slovenia (-0,9) e Grecia (-0,3). Un dato che stride con la media sia dell’Unione a 28 membri (+13,4 punti percentuali) sia dell’area Euro (+13,6). In tutto il resto d’Europa la differenza, espressa sempre in punti percentuali, risulta infatti a favore dei cittadini dei Paesi presi in esame: Portogallo (+1,0), Spagna (+6,2), Irlanda (+7,2), Regno Unito (+12,5), Svizzera (+17,8), Francia (+20,9), Germania (+24,8) e Olanda (+26,3).

«La cosa che veramente stupisce è il basso tasso d’occupazione dei nostri lavoratori» commenta l’imprenditore Massimo Blasoni, presidente del Centro Studi ImpresaLavoro. «Non è immaginabile una grande potenza industriale con numeri di questo livello. Ma in quadro economico così fragile e con una ripresa tanto debole, è anche sorprendente riscontrare che il tasso d’occupazione dei residenti extracomunitari sia addirittura superiore a quello dei nostri connazionali. Un’anomalia che, almeno in parte, dipende dalla disponibilità di questi lavoratori ad accettare occupazioni che ormai gli italiani si rifiutano di prendere in considerazione. Ma questo non spiega tutto. Il nostro mercato del lavoro sconta un disallineamento strutturale tra offerta formativa e fabbisogni occupazionali delle aziende. E i nostri giovani sono costretti a percorsi di studio che li portano ad entrare tardi e male nel mercato del lavoro, rimanendo inoccupati per lunghi periodi di tempo».

Immigrazione: 64,5 miliardi di euro di rimesse dal 2005 al 2015. Italia al terzo posto in Europa per volume, dopo Francia e Spagna

Immigrazione: 64,5 miliardi di euro di rimesse dal 2005 al 2015. Italia al terzo posto in Europa per volume, dopo Francia e Spagna

Dal 2005 al 2015 (ultimo dato disponibile) le rimesse dei lavoratori stranieri in Italia ai loro Paesi di origine hanno raggiunto la cifra considerevole di 64,522 miliardi di euro. Lo rivela un’analisi del Centro Studi “ImpresaLavoro” su elaborazione di dati Bankitalia. Osservando la ripartizione per anno, si osserva come la crisi economica italiana abbia comportato negli ultimi anni una significativa contrazione delle somme inviate da questi lavoratori alle loro famiglie di origine: dai 7,394 miliardi del 2011 ai 6,833 miliardi del 2012 (-7,6%) fino ai 5,251 miliardi del 2015 (-28,98%). Stime prudenziali contenute in alcuni paper pubblicati dalla Banca d’Italia sembrano suggerire che a queste cifre che transitano via intermediari ufficiali (money transfer, banche, poste) vadano aggiunti circa 700 milioni l’anno di rimesse che sarebbero inviate all’estero tramite canali “informali”.

Limitatamente a quest’ultimo anno, si osserva inoltre come i lavoratori stranieri che hanno trasferito in patria il maggior quantitativo di denaro siano stati quelli residenti in Lombardia (1 miliardo e 156,6 milioni), nel Lazio (920,2 milioni), in Toscana (564,1 milioni), in Emilia-Romagna (449,7 milioni), in Veneto (411,3 milioni) e in Piemonte (303,984 milioni). Quanto alle diverse nazionalità, nella classifica stilata dal Centro studi ImpresaLavoro (che contempla cittadini di 229 nazionalità differenti) risulta che nel 2015 i lavoratori stranieri in Italia che hanno trasferito in patria il maggior quantitativo di denaro sono quelli romeni (847,621 milioni), cinesi (557,318 milioni), bengalesi (435,333 milioni) e filippini (355,360 milioni). A seguire, fortemente distanziati, si collocano quelli provenienti dal Marocco (262,851 milioni), dal Senegal (261,883 milioni), dall’India (248,363 milioni), dal Perù (205,038 milioni), dallo Sri Lanka (175,539 milioni) e dal Pakistan (166,776 milioni).

Decisamente più contenute risultano invece le somme di denaro che i lavoratori provenienti dai principali Paesi dell’Unione europea hanno trasferito in patria nell’ultimo anno: al primo posto della classifica risultano i polacchi (43,123 milioni) seguiti dai bulgari (41,940 milioni), dagli spagnoli (40,143 milioni), dai tedeschi (29,208 milioni), dai francesi (27,711 milioni), dai britannici (21,135 milioni) e infine dai greci (8,966 milioni). Ampliando il confronto a livello europeo, emerge inoltre come le rimesse inviate all’estero dai lavoratori stranieri residenti in Italia siano elevate in confronto a quelle di altri Paesi. L’Italia è infatti al terzo posto per volume di rimesse verso l’estero dopo la Francia e, seppur di misura, la Spagna.

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Canton Ticino, perché il muro contro muro è nefasto

Canton Ticino, perché il muro contro muro è nefasto

Formiche.net – di Massimo Blasoni

L’esito del voto referendario nel Canton Ticino può sorprendere soltanto chi s’illude che, in tempi di crisi economica, il tema dell’immigrazione non condizioni pesantemente l’opinione pubblica europea, comunitaria e non. Ieri il 58% dei votanti si è di fatto espresso contro l’utilizzo dei circa 62mila italiani transfrontalieri (un quarto circa dell’intera forza lavoro nel Cantone), chiedendo di istituire per legge una corsia preferenziale per i residenti in Svizzera nell’assegnazione dei posti di lavoro. Tutto il mondo è Paese, e gli svizzeri non fanno eccezione. Questa consultazione, promossa dal partito della destra nazionalista, conferma come anche i cittadini tra i più abbienti del Continente siano sempre più disposti a irrobustire col loro voto le ricette populiste. Occorre però chiedersi se proprio in area moderata non vada cercata la colpa dei notevoli dividendi elettorali incassati dalle forze populiste più estreme in vari Paesi. Insomma, l’espressione di voto è anche figlia del rilevantissimo numero di migranti economici che stazionano nelle nostre città, della lentezza nel discernere tra chi ha effettivamente diritto all’asilo e del non aver posto un adeguato accento sui doveri oltre che sui diritti.

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Immigrazione, governo pigro

Immigrazione, governo pigro

di Massimo Blasoni – Panorama*

Per frenare i flussi diretti nel nostro continente correttamente la Commissione Europea ha correttamente proposto iniziative di sviluppo nei Paesi di origine dei migranti. Resta però una grande incertezza sui tempi e sull’entità dei finanziamenti e per il momento continuano gli sbarchi sulle nostre coste. Bloccata o quasi la rotta balcanica, in questa fase siamo la porta di accesso all’Europa. Ma quanto ci costa l’emergenza? Una stima per il 2016, prudenziale, è contenuta nel Def, il Documento di ecoomia e finanza proposto dal governo e approvato dal Parlamento. Secondo il governo il costo è di 4 miliardi e 115 milioni, cioè un miliardo e mezzo in più rispetto a quanto abbiamo speso l’anno scorso. Gli importi si dividono tra soccorso in mare, spese di accoglienza, sanità e istruzione a cui si aggiungono gli altri costi dei ministeri degli Interni e della Giustizia.

La solidarietà è lodevole e spesso necessaria, nulla da dire, tuttavia camminando per le nostre città è difficile non avere la sensazione che i profughi siano davvero molti, in prevalenza giovani maschi e forse non tutti in fuga da una guerra. È evidente che l’emergenza non è stata gestita bene ed è diventata dopo dieci anni un fenomeno ormai strutturale. Le fotosegnalazioni sono troppo lente ed è infinita la prassi che consente ai richiedenti asilo di fermarsi nel Paese anche in caso di diniego e sino agli esiti dell’appello. Tutto ciò con spese legali e mantenimento a carico della collettività. Non va dimenticato poi che il numero dei profughi sbarcati è nettamente superiore a quello degli oltre 100mila presenti nelle strutture di accoglienza. È un fatto: quelli che non risiedono nei vari Cara (Centri di accoglienza per richiedenti asilo) e Cas (Centri di accoglienza straordinaria) o sono andati all’estero o si sono “persi” nel nostro Paese. Ben pochi per il momento si sono visti riconosciuto il diritto d’asilo, un po’ per la lentezza della nostra burocrazia, un po’ perché obbiettivamente non ne avevano diritto essendo migranti economici e non profughi.

L’Europa non si è dimostrata particolarmente solidale con il nostro Paese nella gestione della crisi. Sia chiaro, la concessione al nostro governo di maggiore flessibilità di bilancio per questi fini da parte di Bruxelles rappresenta semplicemente l’autorizzazione a spendere i nostri denari. Il concreto contributo europeo all’Italia è stato unicamente di 120 milioni nel 2015 e le previsioni per il 2016 sono in linea. Una cifra irrisoria se pensiamo che i costi superano i 4 miliardi. Non è così per tutti. Per la Turchia sono stati stanziati 3 miliardi di euro per gestire l’emergenza siriani. Di questi uno è a carico del bilancio europeo, il resto a carico degli Stati membri. Fatti due conti il nostro apporto supera i 300 milioni. Il fatto è che nel nostro Paese non solo aumentano gli sbarchi ma in assenza di rimpatri il numero dei migranti fisicamente presenti cresce senza un freno. Le soluzioni ovviamente non sono facili ma non è nemmeno accettabile rinviare ogni azione ad iniziative tutte ancora da definire sui territori di provenienza dei migranti. Ci sono in Europa governi pigri ed altri più autorevoli. Difficile non ascrivere il nostro alla prima categoria.

* Da “Panorama” del 21 luglio 2016

Immigrati, le risorse da Bruxelles sono inadeguate

Immigrati, le risorse da Bruxelles sono inadeguate

Massimo Blasoni – Metro

Quanto spendiamo ogni anno per salvare e accogliere profughi e clandestini? Sembra incredibile ma non esiste ancora una contabilità ufficiale. Eppure il fenomeno riguarda ormai 300mila persone sbarcate in due anni e quasi 100mila migranti ospitati nei nostri centri di accoglienza. Uno studio di ImpresaLavoro, pubblicato integralmente sul nostro sito, ha provato a colmare questo deficit di trasparenza.

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Scaricare colpe sulla Ue? I profughi li abbiamo voluti noi

Scaricare colpe sulla Ue? I profughi li abbiamo voluti noi

Davide Giacalone – Libero

Di corbellerie ne sono state dette e fatte troppe. Si provi a presentarsi al Consiglio europeo del 25 giugno con proposte sensate. Sul fronte dell’immigrazione non possiamo giocarci né l’umanità, né la dignità e nemmeno la legalità. Si dovrebbe far la voce grossa quando si hanno le carte in regola, e s’è taciuto, invece si alzano i toni quando si è intellettualmente afoni.

Il problema è troppo serio per abbandonarlo ai branchi contrapposti di ipocriti buonisti e insensati cattivisti. Purtroppo le cose dette dai governanti, fin qui, non incarnano soluzioni possibili, ma manifestano il panico di chi parla al solo scopo di non mostrarsi ammutolito e disorientato. Anche il governo s’è iscritto al piagnisteo generale, sperando di potere scaricare sull’Europa le proprie colpe. È diventata una cantilena: sale il debito pubblico? L’Europa non ha politiche serie; non parte la ripresa? L’Europa conosce solo il rigore; sbarcano i disperati? L’Europa è egoista. Cantilena fessa assai.

Hanno sbagliato tutto quello che potevano sbagliare. Il semestre europeo è stato sprecato per farsi fotografare, laddove il solo potere della presidenza di turno è quello di fissare l’ordine del giorno e convocare conferenze informali. Se ne è fatta una sull’immigrazione? No. Sono state fatte proposte percorribili? No. In compenso ci siamo autotruffati, adottando il vocabolario della confusione e chiamando “migranti” situazioni e soggetti diversi. Nel diritto si dividono in: richiedenti asilo, rifugiati che lo hanno ottenuto, immigrati economici con il permesso e clandestini. Riunirli sotto un solo vocabolo rende irrisolvibile la faccenda. Il problema non sono gli immigrati regolari, che si segnalano per integrazione e per positivo contributo alla crescita del prodotto interno lordo. Il problema è non sapere distinguere e frullarli con gli altri.

L’inizio della soluzione non consiste nello smontare il regolamento di Dublino (secondo cui i richiedenti asilo, quindi solo una parte del flusso, restano nel Paese d’approdo, fino al riconoscimento del diritto e alla loro finale destinazione), ma nel mettere il processo di distinzione, accoglienza o respingimento, in capo ad una comune amministrazione europea. Quello è l’obiettivo da raggiungersi. Non serve un manuale d’istruzioni, così come immaginato dalla Commissione Ue, serve la gestione comune. Senza la quale non ci sarà divisione di quote. O funzionerà male e per poco tempo (magari solo aspettando il ritorno del cattivo tempo e affidando alla meteorologia quel che la politica non sa fare).

Per gestire assieme è necessario che la terra su cui gli extracomunitari mettono piede non sia soggetta ad alcun diritto interno (italiano, spagnolo, greco o altro), ma risulti extraterritoriale rispetto a tutti. Non una zona nell’Ue, ma una a diretto governo Ue. L’immigrazione scatena reazioni, razionali e irrazionali, in tutto il mondo ricco, che talora ne è minacciato e più spesso se ne immagina minacciato, ma è ozioso e sciocco scambiarsi l’accusa di egoismo. Il solo effetto che si ottiene è far crescere l’antieuropeismo irragionevole, indebolendo la propria posizione nazionale. Ed è questa la più grave colpa di una classe dirigente inadeguata. Si accantonino questi argomenti, quindi, li si lasci ai bar e alle piazze, sapendo che il solo modo per combatterli è trovare soluzioni. Che sono: l’extraterritorialità e la gestione comune, con comune potere di accoglienza e respingimento.

Le altre trovate sono burlette, da disperati disperanti. Supporre di costringere le navi che salvano i naufraghi a portarli nel Paese di cui battono bandiera non è solo contrario al diritto della navigazione, ma anche al più banale buon senso (immaginate una nave canadese che fa rotta verso Suez e che, avendo salvato delle persone nel Canale di Sicilia debba portarle in Canada!). Lasciar correre furbate allocche, come quella dei permessi temporanei, per smentirle in pasticciato ritardo, è segno che oltre alla cravatta s’è persa anche l’idea di cosa sia un governo della Repubblica. Se l’obiettivo è quello di farsi dare dei buffoni, lo strumento individuato è efficace. E più si discute di tali scempiaggini, più ci si dimostra incapaci, più crescono il panico e le reazioni irrazionali. Foraggio per buonisti e cattivisti, ruminanti con due stomaci e punto cervello.

Negli ultimi 10 anni rimesse per 60 miliardi di euro

Negli ultimi 10 anni rimesse per 60 miliardi di euro

La Notizia

Una cifra davvero ragguardevole. Dal 2005 al 2014 le rimesse dei lavoratori stranieri in Italia ai loro Paesi di origine hanno raggiunto la cifra considerevole di quasi 60 miliardi di euro (per la precisione 59 miliardi e 266 milioni). Lo rivela un’analisi del Centro Studi “ImpresaLavoro” su elaborazione di dati Bankitalia. Osservando la ripartizione per anno, si osserva come la crisi economica italiana abbia comportato negli ultimi anni una significativa contrazione delle somme inviate da questi lavoratori alle loro famiglie di origine: dai 7,394 miliardi del 2011 ai 6,833 miliardi del 2012 (­7,6%) fino ai 5,533 miliardi del 2014 (­38%).

I residenti in Italia – fenomeni sbarchi a parte – dal canto loro aumentano e si avvicinano a quota 5 milioni (l’8% circa della popolazione). La comunità più numerosa è quella dei rumeni (presenti in oltre un milione, il doppio rispetto ad albanesi e marocchini, gruppi entrambi sotto le 500mila unità) e conferma il sorpasso sui residenti cinesi (la quarta nazionalità più numerosa, sono circa 260mila) quanto a valore delle rimesse: circa 880 milioni contro 820. Proprio le rimesse dei cinesi – dai dati che mergono dall’ultimo studio della Fondazione Moressa sulle “Rimesse verso l’estero degli immigrati in Italia” – lo scorso anno hanno regisrato la contrazione più forte (­26%) e ora la cifra con cui contribuiscono al benessere dei parenti rimasti a casa è pari a meno di un terzo rispetto a quella spedita nel 2012 (circa 2,7 miliardi). Nel complesso, a fronte di alcune nazionalità che hanno incrementato gli importi (Romania, Bangladesh, Marocco, Senegal, Perù e Sri Lanka), sono soprattutto i cinesi ad aver determinato la contrazione delle rimesse nel 2014 (­4%).

 

 

Una zona frana al posto di “Dublino”

Una zona frana al posto di “Dublino”

Davide Giacalone – Libero

In tutta Europa si affronta il problema dell’immigrazione ipnotizzati dal pendolo dell’emotività. In Italia c’è un sacco di gente che su quel pendolo si culla, compiacendosi delle cose che dice e alimentando un buonismo e un cattivismo che sono i gemelli dell’inutilità. Ricordando che il saldo previdenziale e fiscale, oltre che produttivo, dell’immigrazione regolare è attivo, quindi ci guadagniamo, ritengo che affrontare la questione, freddamente e ragionevolmente, sia possibile. A patto di non perseverare in tre colpe e dedicarsi a tre rimedi.

La prima colpa è dell’Onu. L’Africa e il Medio Oriente non sono problemi europei, ma globali. Il Paese che investe di più, in Africa, è la Cina. Se la fuga dalle guerre e dalla miseria ha una sponda geografica in Europa, e segnatamente in Italia, questo non attribuisce a quest’area l’esclusiva del problema. È evidente che i profughi non dovrebbero essere soccorsi mentre affogano, ma già quando scappano. L’Onu ha grandi uffici lussuosi e tanti esponenti pronti a far la morale a tutti, ma non ha campi raccolta dove servono e quanti ne servono. Non è una mancanza, è una colpa.

La seconda colpa è europea: con Schengen si è raggiunto un grande e positivo risultato, descrivendo frontiere comuni, ma il regolamento di Dublino (ex Convenzione), che dovrebbe regolare l’immigrazione, è un fallimento. Perderemo Schengen, se non sapremo rimediare. Ed è una colpa europea anche discutere di Triton e Mare Nostrum, magari con l’occhio solo ai costi, perché nessuna di queste soluzioni potrà mai funzionare. ed entrambe diventano collaborazionismo con gli schiavisti, se non hanno alle spalle una comune amministrazione dei migranti.

La terza colpa è italiana: persi nelle baruffe demagogiche sembriamo non vedere che i due poli, del respingimento e dell’accoglienza, sono privi di senso. I migranti di oggi sono già più del doppio del picco 2011, nonché dieci volte la media di questo secolo.Affrontarli con gli strumenti culturali dell’accoglienza e del respingimento è come presentarsi con una pinza nel mentre vien giù una diga.

Veniamo ai rimedi. Il primo rimedio è la sincerità. Il contrasto alle guerre tribali e agli attacchi fondamentalisti consiste nel far la guerra ai nemici della civiltà e della convivenza. In molti casi questa è anche la precondizione per rendere efficaci gli aiuti allo sviluppo. Noi (Europa e Occidente) non possiamo far la guerra a tutti. Si tratta di rendere noto cosa intendiamo e possiamo fare, evitando che alle parole non corrispondano i fatti. Le guerre sono brutte, ma perdere la credibilità è peggio. Perde credibilità anche chi, dopo avere combinato disastri in Libia, usa le stragi per regolare conti petroliferi.

Il secondo rimedio consiste nel predisporre le retrovie dei salvataggi. Noi non potremo mai accettare di assistere alla morte dei migranti. Non per bontà ipocrita, ma perché il giorno in cui l’avremo accettato saremmo già finiti. Come civiltà. Quindi, comunque si chiami la missione, continueremo a salvare migliaia di persone. E poi? Questo è il punto su cui è necessaria l’Unione europea: poi li si porta sulla terra ferma, in zona Ue che non sia sotto una sola giurisdizione nazionale, li si identifica, si destinano i profughi alla loro residenza finale, si accolgono i migranti “economici” che si ritengono utili e si riportano tutti gli altri al punto di partenza. In sicurezza e con determinazione. L’infezione italiana non è l’immigrazione, ma la tolleranza della clandestinità, e il regolamento di Dublino ci designa quali depositari di quell’infezione. Va cambiato subito. Anche per chiarire ai trafficanti che mescolare profughi e clandestini non potrà più portare loro profitti lordi di sangue.

Terzo rimedio: attacco alla Flotta dei barconi. Spetterebbe al governo locale, in difetto del quale è un diritto di chi è minacciato da quelle barche, ed è un atto d’umanità verso quanti ne riempiono e ne riempiranno le stive. Non serve a nulla invocare l’intervento europeo o gemere perché si è rimasti soli. Serve indicare la soluzione possibile. Mettere più soldi negli errori già in atto serve solo a prolungare lo strazio e annegare nelle parole inutili.

L’immigrazione non è invasione, ma basta assistenzialismo

L’immigrazione non è invasione, ma basta assistenzialismo

Carlo Lottieri

La questione dell’immigrazione è tornata al centro delle cronache e, nell’imminenza di importanti elezioni, è diventata pretesto di opposti populismi.
Da un lato, a sinistra, si difende l’idea di un’immigrazione assistita, statizzata, a carico dei contribuenti, con l’idea che non si dovrebbe porre alcune limite all’arrivo di lavoratori e famiglie da Africa, Asia e America latina. Sulla base di logiche egualitarie e sostanzialmente illiberali, si afferma la tesi che i cittadini dell’Occidente, in generale, e dell’Italia, in particolare, avrebbero non soltanto l’obbligo morale di aiutare chi sta peggio, ma anche l’obbligo giuridico-politico di destinare le risorse provenienti dalle imposte a porre le basi per l’accoglienza e l’ospitalità di chiunque venga a vivere da noi.
Al populismo socialista si contrappone, sempre più, un populismo di segno opposto che è alimentato dalla stessa spesa assistenziale a favore dei nuovi arrivati. I centri di accoglienza sono ormai al centro della battaglia politica di chi, come Matteo Salvini, vede nel contrasto alla “invasione” la maniera più semplice per fare della Lega Nord un partito nazionale. In questo caso, si lascia intendere che meno immigrati vi sono e meglio è. Il progetto è quello di un’Italia solo italiana, anche sulla base della tesi – economicamente indifendibile – che gli immigrati sottrarrebbero posti ai lavoratori indigeni.
In questa situazione un progetto autenticamente liberale dovrebbe chiedere di “depoliticizzare” il tema. Bisogna riconoscere che una buona immigrazione può solo avvantaggiarci (basti pensare all’aiuto che tante famiglie ricevono dall’arrivo di badanti filippine, ucraine o romene), ma al tempo stesso si deve comprendere che la spesa pubblica in tema di immigrazione è benzina buttata sul fuoco degli odi razziali e della xenofobia.
Qualche elemento essenziale va ricordato. La maggior parte dell’immigrazione ha luogo tramite voli aerei ed aeroporti, o anche grazie a bus e treni. Silenziosamente, senza richiamare l’attenzione di giornalisti e senza suscitare tensioni di opposta natura, ogni giorno migliaia di persone fanno scalo in Italia con visti turistici e poi entrano in clandestinità. Nel suo insieme, l’immigrazione illegale è un fenomeno che non si risolve, allora, con la militarizzazione delle coste e il respingimento dei barconi.
In secondo luogo, bisogna tenere a mente che quanti arrivano via mare spendono somme rilevanti e in tal modo finanziano organizzazioni criminali. Bisognerebbe utilizzare quelle risorse in altro modo, incanalandole verso una gestione diversa della selezione di chi vuole venire da noi e facendo sì che non siano più i contribuenti a sostenere l’onere dell’ospitalità dei migranti. Chi arriva deve sapere che dovrà saper badare a se stesso e quindi dovrà utilizzare le molte migliaia di euro che oggi dà a chi senza scrupoli li carica sui barconi per acquistare un biglietto aereo e per gestire quelperiodo di tempo cercherà un lavoro, una casa e tutto il resto.
Lo Stato ponga legge semplici e chiare per gestire la selezione dei nuovi arrivati, e poi le faccia rispettare. Ma non spenda più soldi per un assistenzialismo che non aiuta gli stessi assistiti. Nemmeno ci si deve illudere che il flusso verso l’Europa si possa totalmente annullare, sebbene la crisi economica oggi abbia fatto sì che il numero degli italiani che se ne va è superiore a quello degli stranieri che vengono da noi.
È necessario comprendere che esistono già individui e realtà sociali che possono e vogliono farsi carico dei costi dell’accoglienza. In primo luogo, sono disposti a pagare – al punto che oggi finanziano la medesima criminalità che gestisce lo spostamento illegale di esseri umani – i migranti stessi, ma oltre a loro ci possono essere imprese pronte a dare opportunità a queste persone che vengono da lontano. È già così, se si considera il rapporto – in particolare – tra molte imprese agricole e i loro dipendenti pakistani o indiani, ma anche le famiglie che ospitano al proprio interno quelle donne che si prendono cura dei nostri anziani.
Per giunta, se qualcuno vuole aiutare per generosità o anche perché infatuato dal mito egualitarista può sempre farlo: non già chiedendo allo Stato di intervenire, ma sostenendo di tasca propria quegli enti filantropici, religiosi e no, che già oggi sono attivi nel sostegno agli immigrati.
Una società chiusa è una società morta. L’esigenza di aprirsi al dialogo, al commercio, alla globalizzazione e ai contributi più diversi implica anche la capacità di vedere nell’immigrazione una opportunità. Ma oggi l’assistenzialismo e la burocrazia hanno statizzato questo fenomeno, hanno creato talora perfino disparità di trattamenti, non di rado hanno dato argomenti a chi parla alla pancia di tanti solo sulla base di calcoli elettoralistici.
Dobbiamo invece aprirci al mondo sulla base di regole chiare e comportamenti responsabili, che tengano conto delle esigenze delle imprese e che non scarichino anche stavolta sui contribuenti oneri di solidarietà che non hanno alcuna valida giustificazione. Se la buona immigrazione è un gioco “a somma positiva” (che avvantaggia quanti vengono da noi e quanti, tra di noi, sanno valorizzare il lavoro e le intelligenze dei nuovi arrivati), non si capisce perché non possa alimentarsi da sé e abbia bisogno di poggiare su meccanismi redistributivi.
Su questi temi, nel corso degli ultimi trent’anni, sono stati commessi molti errori: dal momento che quasi ogni parte politica ha inseguito il consenso delle scelte demagogiche invece che orientarsi verso decisioni razionali, davvero in grado di favorire un migliore futuro per tutti. C’è bisogno che a destra e a sinistra si affermi insomma un linguaggio diverso e prenda corpo un modo più responsabile di trattare le questioni. Nel mondo dei voli low cost e delle imprese globali non si può più continuare a ragionare nei termini nazionalistici e statocentrici di questa vecchia destra e di
questa vecchia sinistra.