lavoro

Lavoro, una riforma prematura

Lavoro, una riforma prematura

Gaetano Pedullà – La Notizia

Una riforma che guarda a sinistra ma non vede lontano. L’abolizione dei contratti di collaborazione coordinata e continuativa, gli ormai famosi co.co.co., insegue un principio giusto: basta con le scappatoie che favoriscono il precariato. E basta con il lavoro palesemente subordinato spacciato per prestazione autonoma o a progetto. Detto questo, il successo delle forme contrattuali nel mirino del ministro Poletti testimoniano come le imprese ancora oggi non abbiano molta scelta nelle assunzioni. La rigidità nella prosecuzione del rapporto anche in caso di difficoltà da parte delle aziende, scoraggiano le assunzioni a tempo indeterminato. E siccome non è vero che le famiglie (e le imprese) si stanno arricchendo – come sostiene il premier – la rincorsa del giusto obiettivo di ridurre la precarietà rischia di rivelarsi un boomerang. La ripresa infatti è ancora lontana e smantellare con tanta fretta uno dei maggiori elementi di flessibilità contrattuale è una mossa prematura. Partiti di sinistra e sindacati ne faranno una bandiera, ma l’effetto concreto sul mercato del lavoro rischia di essere negativo, proprio mentre la crescita all’orizzonte spingerebbe le imprese a investire di più. Un azzardo.

È un errore imperdonabile cancellare la Riforma Biagi

È un errore imperdonabile cancellare la Riforma Biagi

Giuliano Cazzola – Libero

Tra un mese esatto ricorrerà il tredicesimo anniversario dell’assassinio di Marco Biagi. E domani – stando alle anticipazioni – il Consiglio dei ministri, nel dare attuazione alle deleghe del Jobs act Poletti 2.0, prenderà a picconate la legge che porta il nome del professore bolognese. In sostanza, a Matteo Renzi e a Giuliano Poletti riuscirà ciò che venne impedito all’Unione di Romano Prodi nel 2007 e ad Elsa Fornero nel 2012. Eppure, mentre Prodi presiedeva un esecutivo (Cesare Damiano era ministro del Lavoro) sostenuto anche dalle formazioni neocomuniste, Renzi ha nella sua maggioranza i gruppi confluiti in Area popolare, i cui esponenti giustificano loro presenza nella coalizione vantando la partecipazione ad un progetto riformatore.

Da giorni viene annunciato un bel po’ di «macelleria giuridica» nel nome (abusato) della lotta al precariato. Sotto la scure giustiziera del governo legislatore-delegato finirebbero taluni rapporti atipici già rivisitati ampiamente dalla legge Fornero: l’associazione in partecipazione, il lavoro ripartito e quello intermittente subirebbero la gogna dell’abrogazione. Mentre verrebbe fortemente depotenziato l’effetto-innovazione derivante dalla riforma del contratto a termine. E che dire, poi, del «superamento» del contratto di collaborazione a progetto? Il ricorso alla potatura delle forme contrattuali (anche se talune solo di nicchia) prima ancora di essere grave, rappresenta una scelta stupida. Il titolare di un ristorante che ha la necessità di due camerieri in più, la domenica in cui gli capita di ospitare un matrimonio, non sa che farsene del contratto a tempo indeterminato a tutele crescenti; gli serve avvalersi del lavoro a chiamata. Ma l’errore di politica del diritto sta nella convinzione che basti rendere un po’ meno rigido, in uscita, il rapporto di lavoro a tempo indeterminato per potersi sbarazzare delle forme flessibili.

In tutti questi anni, si è diffusa la teoria che i rapporti atipici, regolati con meticolosità e sapienza giuridica da Marco Biagi, consentissero di sottrarsi al giogo di un contratto a tempo indeterminato imprigionato nel «carcere di massima sicurezza» dell’articolo 18 dello statuto. Sarebbe bastato, secondo quella tesi, modificare la disciplina del recesso per riportare quel rapporto al centro del mercato del lavoro. Non era questa l’opinione del mio amico Marco Biagi, il quale non pensava affatto di introdurre, nella legge a lui intestata, tipologie flessibili in entrata, allo scopo di consentire ai datori di aggirare, in uscita, le forche caudine della reintegra da parte del giudice.

Biagi riteneva, giustamente, che la frammentazione esistente nella realtà del mercato del lavoro potesse essere affrontata in modo adeguato e pertinente – ed utile alle imprese ed ai lavoratori – solo attraverso la previsione di una gamma di contratti specifici, mirati a regolare le diversità delle condizioni lavorative, anziché imporre, per via legislativa, una sorta di reductio ad unum nell’ambito di un contratto a tempo indeterminato, sia pure meno oppressivo e poliziesco per quanto riguarda la tutela del licenziamento.

Non è un caso che, in occasione della prima lettura del Senato, nell’emendamento dei partiti centristi a firma di Pietro Ichino, campeggiassero le parole senza alterazione dell’attuale articolazione delle tipologie dei contratti di lavoro. C’era la consapevolezza che il mercato del lavoro non potesse essere rinchiuso in un’unica fattispecie, anche se prevalente e meno vessatoria sul versante del recesso. Per lanciare il contratto di nuovo conio sono arrivati al punto di retribuire i datori di lavoro, i quali, per ogni assunto nel 2015, riceveranno, in ciascuno dei prossimi tre anni, un bonus di 8mila euro. Ciò significa che un’intera annualità di retribuzione (pari a 24mila euro) sarà a carico di Pantalone.

Quelle riforme troppo lente

Quelle riforme troppo lente

Massimo Blasoni – Metro

Il cammino verso le riforme a cui il nostro Paese si è avviato è troppo lento e poco incisivo. Anche se alcuni provvedimenti vanno nella giusta direzione, la loro lenta attuazione rischia di vanificarne gli effetti. I tempi dell’economia sono più rapidi di quelli della politica. Renzi governa da un anno, prima di lui Letta era stato premier per un periodo di poco inferiore, ma ad oggi pressoché nessuna riforma strutturale è pienamente compiuta, compreso il Jobs Act che necessita dei regolamenti attuativi. Sul piano economico – al di là dell’incremento del debito e della riduzione del Pil reale – è interessante mettere a confronto gli indicatori che con riferimento al medesimo periodo emergono dal report annuale di Banca Mondiale/Doing Business e da quello sulla competitività elaborato dal World Economic Forum.
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Per il lavoro una politica industriale

Per il lavoro una politica industriale

Walter Passerini – La Stampa

Quella di oggi pomeriggio è un’occasione importante. L’incontro tra governo e parti sociali, sindacati e imprese, officiato a nome dell’esecutivo dal ministro del Lavoro, Giuliano Poletti, suscita aspettative al di là dell’ordine del giorno formale, che parla soprattutto di Jobs act e di revisione delle tipologie contrattuali. «Speriamo non sia un monologo», commenta Susanna Camusso (Cgil). «È una pagina nuova da scrivere», incalza Anna Maria Furlan (Cisl). «Sono pronto a stupirmi», rincara Carmelo Barbagallo (Uil). Il summit cade due giorni prima del prossimo Consiglio dei ministri, che avrà nell’agenda molti temi e qualche sorpresa, se si sta alle parole di Matteo Renzi, che alla Direzione Pd ha affermato: «Finalmente approveremo cose di sinistra».

All’opinione pubblica e ai cittadini interessa una risposta chiara: che cosa sta facendo il governo per agganciare la ripresa? L’Istat ha comunicato che l’Italia vede la fine della recessione ma la crescita rischia di restare al palo. Quello 0,0% del nostro Pil invariato nell’ultimo trimestre 2014 brucia di fronte allo 0,7% della Germania, allo 0,7% della Spagna e allo 0,3% dell’Eurozona. Bisogna fare di più e in fretta. Sindacati e imprese porranno al governo anche temi includibili: crescita, fisco, pensioni. Va bene disegnare un mercato del lavoro più flessibile, tutelato e dinamico, ma le regole da sole non bastano più, ci vuole sostanza.

Il Jobs Act ha portato a casa troppo poco: venerdì verranno approvati gli unici due decreti operativi (contratto a tutele crescenti e nuovi ammortizzatori), ma molti provvedimenti viaggiano con il freno a mano. Altri tre ne verranno annunciati (cassa integrazione, semplificazione contrattuale e maternità), ma tra quelli rinviati e che più contano ci sono le politiche attive, i servizi per il lavoro e l’Agenzia nazionale per l’occupazione. Regole e contratti sono importanti, ma c’è una poltrona vuota al tavolo delle trattative: le nuove politiche industriali. Un’assenza stridente, un silenzio assordante. Lo testimonia la stessa Confindustria con il direttore generale, Marcella Panucci («Positivo l’investment compact, ma va potenziato»): si tratta di disegni e cornici più fiscali che industriali.

Quali sono i settori economici e produttivi su cui vogliamo puntare? Una domanda oggi senza risposta. Eppure i liberisti Obama e Angela Merkel lo hanno fatto per le loro due locomotive, individuando i settori su cui investire e incentivare. Noi ancora no. Quanto investiremo in made in Italy, nelle quattro A (alimentare, abbigliamento, arredamento, automazione), nel digitale e nel green? Senza dimenticare l’industria manifatturiera, senza la quale non ci sara alcuna ripresa. Lo ricorda la Fondazione Edison con orgoglio: nel manifatturiero siamo sesti al mondo per valore aggiunto, quinti per bilancia commerciale, secondi per quota di esportazione di prodotti dopo la Germania e davanti agli Stati Uniti. Il fatturato manifatturiero dal 2008 al 2013 è cresciuto nell’estero del 17%, ma è calato del 16% all’interno. Le imprese italiane sono tra le più competitive al mondo. La zavorra è il crollo della domanda interna, non la competitività dell’industria.

La dignità del lavoro autonomo

La dignità del lavoro autonomo

Dario Di Vico – Corriere della Sera

Due emendamenti e il governo ha rimesso le cose al loro posto. Nei confronti delle partite Iva erano stati commessi in sede di legge di Stabilità altrettanti errori/amnesie, non erano stati bloccati gli aumenti della contribuzione alla gestione separata Inps e si era ritoccato il regime dei minimi Irpef pasticciando e aumentando di fatto la pressione fiscale. Ieri, dopo lungo penare, e dopo diverse esternazioni del premier Matteo Renzi orientate al pentimento, la maggioranza ha trovato il modo di riparare. Il fatto stesso che il veicolo legislativo utilizzato sia il Milleproroghe – e non potrebbe essere altrimenti – la dice tutta sul carattere last minute di questa scelta. Tra le debolezze della politica dobbiamo abituarci a convivere anche con questa variante: di fronte a problemi che sarebbe facile esaminare con cura e risolvere per tempo si architettano, invece, soluzioni sbagliate per poi correre ai ripari con il fiato corto e all’ultimo minuto. Aggiungo che diversi parlamentari della maggioranza ieri hanno enfatizzato il risultato raggiunto ma vale la pena ricordare loro che stanno festeggiando un pareggio, non certo una vittoria.

Il difficile, per certi versi, comincia adesso. Se il governo, insieme in verità a un folto gruppo di parlamentari dell’opposizione, si è finalmente reso conto che la presenza di tante partite Iva e freelance non è una sciagura per l’economia, bisogna passare a una fase costruttiva che cerchi di tenere insieme riconoscimento professionale, promozione, welfare e carico fiscale. O nestamente non pare che una visione di questo tipo la si possa rintracciare, per ora, nel pur ricco dibattito interno al Pd ancora influenzato dalle problematiche della sinistra novecentesca. Il ministro competente, Giuliano Poletti, avrebbe potuto per tempo spingere in avanti la riflessione e invece gli è mancato il coraggio. Tra i tecnici che accompagnano l’azione del governo c’è sicuramente una maggiore percezione – rispetto al Pd – della discontinuità ma non hanno ancora oltrepassato le colonne d’Ercole del laburismo: il riconoscimento della modernità del lavoro autonomo.

Molte cose, infatti, ci stanno cambiando sotto gli occhi. La scomposizione del ciclo produttivo dovuta alla Grande Crisi è stata profonda e capita che anche in medie aziende ci possa essere un direttore commerciale, pienamente inserito nell’organigramma, ma inquadrato a partita Iva. E che dire del mutamento dei confini tra lavoro in ufficio e lavoro a casa? In quante professioni e in quanti bacini di competenze il numero degli indipendenti sta ormai superando il numero dei dipendenti? Si potrebbe continuare a lungo e portare cento esempi ma per prima cosa occorre cambiare metodo, individuare soluzioni di medio periodo e non solo emendamenti. Penso alla previdenza: i conti in attivo della gestione separata dell’Inps sono stati usati di volta in volta a copertura di altre spese ma è forse arrivato il momento di individuare un altro schema. Qualche idea circola tra gli addetti ai lavori e la si potrebbe vagliare con maggiore attenzione, anche perché quando arriverà a casa dei freelance l’attesissima busta arancione con la previsione delle loro pensioni non sarà un giorno facile per il governo in carica.

Anche sul terreno fiscale forse è giunta l’ora di cambiare registro. Le partite Iva possono concorrere a generare ripresa e ricchezza? Se la risposta è sì, anche le scelte di merito devono essere conseguenti e vanno adottate norme che incentivino a crescere. E non, come capita oggi, norme che inducono a rifiutare lavori per paura di uscire dal regime dei minimi.

A Landini non resta che lo share

A Landini non resta che lo share

Il Foglio

Cinque adesioni su 1.478 dipendenti. È il risultato dello sciopero indetto per il 14 febbraio e per i prossimi due altri sabati, dalla Fiom-Cgil nello stabilimento Fiat Chrysler Automobiles di Pomigliano d’Arco, dove si produce la Panda per la quale c’è un boom di richieste. Il sindacato di Maurizio Landini era stato l’unico a prendere le distanze da quanti – compreso il segretario generale della Cgil Susanna Camusso – avevano salutato come assolutamente, e diremmo ovviamente, positivo l’annuncio di Sergio Marchionne di 1.500 nuove assunzioni all’altra fabbrica di Melfi, oltre alla fine della cassa integrazione. Da Melfi escono la Jeep Renegade, che ha avuto in Italia ed Europa un grande successo e che ora verrà esportata negli Usa, e la nuova 500X, sulla quale sono riposte altrettante attese.

In generale è tutto il settore auto – in pratica FCA – ad aver già registrato un record di produzione a dicembre, più 30,4 per cento rispetto allo stesso mese 2013, e oltre il nove per cento nell’intero anno: una buona spinta alla fine della recessione. A poche ore dalla diffusione di questi dati la Fiom ha invece proclamato i tre sabati di sciopero presentandoli come “non ideologici ma sull’organizzazione dei turni”. Landini, che ha portato Marchionne in tribunale e davanti alla Corte costituzionale (che gli ha dato ragione) proprio per il referendum di Pomigliano che aveva visto sconfitta la Fiom, furoreggia sui media e nei talk-show, dove già minimizza il flop: “Non sono pentito, sapevo che sarebbe andata così”. Non gli resta che lo share. Quello televisivo però, perché in fabbrica è un po’ bassino: cinque su 1.478 equivalgono allo 0,33 per cento.

Premi e assenteismo, se la Corte dei Conti salva solo se stessa

Premi e assenteismo, se la Corte dei Conti salva solo se stessa

Paolo Bracalini – Il Giornale

«Una corruzione devastante per la crescita». Come ogni monito della Corte dei conti anche dall’ultimo esce un Paese allo sbando, una pubblica amministrazione preda di sciacalli, tangentari, ladri di ogni tipo. Ma chi vigila su questo disastro di pubblica amministrazione? La Corte dei conti stessa, per l’appunto. Che però, quando si tratta di giudicare il proprio operato, pur di fronte ad uno scenario descritto come devastante, si promuove a pieni voti. Basta guardare le tabelle sugli incentivi e premi pubblicati dalla magistratura contabile nella sezione «Trasparenza» per l’ultimo anno disponibile, il 2011 (e quelli più recenti?). Anche per i severissimi giudici contabili non ci si distacca da una prassi molto diffusa negli uffici pubblici italiani: la percentuale schiacciante cioè di funzionari modello che si meritano, ogni anno, un premio economico in aggiunta allo stipendio. Nel caso della Corte dei conti, su 2.477 dipendenti totali (circa 600 magistrati), le pecore nere che non hanno avuto incentivi o bonus sono stati soltanto 56, gli altri 2.421 invece hanno incassato premi fino a 1.760 euro a testa per i risultati ottenuti nel controllo di sprechi, opacità e dissesti delle finanze pubbliche, oggetto però di malagestione e corruzione come denunciato dalla stessa Corte. Se la percentuale di premiati si avvicina al 100%, non così avviene per le presenze negli uffici. A gennaio 2014 un terzo degli uffici superava il 30% di assenze, mentre negli ultimi mesi dell’anno ferie e malattie sono calate, anche se con punte del 26% all’Ufficio servizi sociali o e del 27% all’Ufficio centralino.

E come sono i conti della Corte dei conti? Nel decreto di approvazione del bilancio firmato dal presidente Raffaele Squitieri, segnala come le misure della spending review «abbiano inciso in modo evidente anche sulle risorse assegnate alla Corte dei conti». Rispetto al 2014, parliamo di un 5% in meno di fondi. Quest’anno, per il funzionamento della Corte dei conti, andranno 268.427.893 euro, 12 milioni in meno del 2014. La dieta a cui la spending review ha costretto i magistrati contabili – che non sembrano averla gradita particolarmente – non tocca però alcune voci di spesa, definite «non modulabili», cioè intoccabili. Leggiamo: «Risultano incomprimibili le spese non rimodulabili, che incidono per circa il 78% sul totale del bilancio, con una percentuale del 74% riservata alle competenze fisse ed accessorie a favore di tutto il personale. In particolare, per i capitoli relativi al trattamento economico del personale di magistratura si rileva uno stanziamento invariato rispetto a quello del precedente esercizio».

La spesa per gli stipendi e il personale, dunque, resta «incomprimibile». Il totale previsto per questa voce, nel 2015, è di 236 milioni di euro. I vertici hanno subito il taglio della retribuzione al tetto di 240mila euro fissato dal governo. Così, se fino al 30 aprile 2014 al presidente della Corte andavano 311mila euro, ora lo stipendio, al netto di contributi previdenziali e assistenziali, è solo di 227mila euro. Tra i 150mila e i 200mila sono gli altri incarichi di vertice, mentre ai dirigenti vanno dai 70mila ai 135mila. Tra le spese del segretariato generale, «missione tutela delle finanze pubbliche», si trovano 140mila euro per «erogazione dei buoni pasto al personale di magistratura», 475mila euro come «indennità di rimborso spese di trasporto al personale di magistratura per trasferimenti nel territorio nazionale», 84mila per quelle all’estero, 76mila euro per «acquisto mobili e arredi», e 26 milioni complessivi come «retribuzioni corrisposte al personale di magistratura». I quali magistrati, poi, sono spesso impegnati fuori, con incarichi esterni. Il prospetto relativo al primo semestre 2014 conta 76 dipendenti, non solo magistrati, autorizzati a svolgere una funzione in un altro ente pubblico. Comuni, regioni, ministeri, Asl. Dove vengono chiamati a svolgere funzioni apicali. Come il consigliere Luigi Caso, che al ministero del Lavoro ricopre il ruolo di Capo di Gabinetto, o il consigliere Francesco Alfonso, capo dell’Ufficio del consigliere giuridico al ministero dell’Economia; o come i vari magistrati nei consigli di revisori o organismi di controllo di enti pubblici. Cioè proprio quella pubblica amministrazione verso cui la Corte dei conti lancia i suoi ripetuti (e sacrosanti) strali.

Diecimila licenziati in un anno, ora anche il manager è partita Iva

Diecimila licenziati in un anno, ora anche il manager è partita Iva

Dario Di Vico – Corriere della Sera

A suonare l’allarme è stato Silvestre Bertolini, presidente della Cida, la confederazione dei dirigenti pubblici e privati. Secondo i numeri che ha dato ieri a Roma in un’assemblea sono circa 10 mila i manager privati rimasti senza lavoro nell’ultimo anno e per affrontare quest’emergenza la Cida chiede ammortizzatori sociali. In sostanza vuole che il governo nell’ambito dei decreti attuativi del Jobs act preveda contratti di ricollocazione anche per i dirigenti e crei un apposito Fondo presso l’Inps. Ora al di là delle richieste di carattere sindacale è positivo che i riflettori inquadrino il mondo della dirigenza. Va detto innanzitutto che a fronte di quelle 10 mila uscite non si sono persi altrettanti posti di lavoro, il turnover non è bloccato.

Secondo una recente e ampia indagine di Manageritalia – che fa parte del Cida – sui dati Inps, dal 2008 al 2013 il numero dei dirigenti è -4,5% mentre i quadri sono cresciuti del 10%. Capita infatti che persino un direttore di albergo con 80 camere o il direttore di un grosso supermercato venga assunto come quadro. Vale la pena ricordare come per la natura delle imprese italiane i dirigenti in Italia siano di meno che nelle altre aziende europee: nel 67% dei casi sono solo parenti dell’imprenditore.

Il numero complessivo diminuisce anche perché le multinazionali stanno andando verso strutture più piatte, dovute a un processo di accentramento dei livelli decisionali e in qualche caso di accorpamento dei country manager di Paesi limitrofi. Va infine tenuta presente la diffusione di figure contrattuali ibride che vanno dalla consulenza, al co.co.pro. o addirittura alla partita Iva con mono-committenza. In alcune medie aziende persino il direttore commerciale è a partita Iva. Sono state le ristrutturazioni aziendali a determinare quel grosso ricambio nella dirigenza di cui parla Bertolini. Il turnover tra i dirigenti privati è da sempre attorno al 20% l’anno, ma ora si può stimare che si sia passati dai 5 mila licenziati l’anno agli attuali 10 mila e la spiegazione del raddoppio sta nella chiusura di aziende ma anche nell’adozione di strutture manageriali piatte, di modelli organizzativi toyotisti e nel fatto che le Pmi continuano a non utilizzare manager esterni alla famiglia e nell’effetto spiazzante del digitale. Basta pensare l’impatto di una struttura di vendite online sulle tradizionali competenze commerciali.

Secondo l’indagine di Manageritalia prima si stava più a lungo nelle aziende, anche 8 anni, oggi si è passati a una media di 6. «Le competenze diventano vecchie in mesi e non più in anni» commenta Enrico Pedretti, il direttore marketing. Si raccontano così storie di dirigenti diventati tassisti, di altri che hanno dato vita a una start up, aperto un negozio o una catena di lavanderie in Brianza oppure del manager Dior che ha ristrutturato la casa di campagna a Siena e lanciato un agriturismo. Si è abbassato anche il livello delle indennità di buonuscita e spesso sono di soli sei mesi di stipendio e questo ha spinto la Cida a chiedere maggiore interlocuzione con il governo. Da qui a concepire dei veri ammortizzatori sociali però ce ne corre.

Riscoprire la cultura del lavoro

Riscoprire la cultura del lavoro

Maurizio Ferrera – Corriere della Sera

Per il mercato del lavoro italiano il 2015 potrebbe davvero essere l’anno di svolta. Grazie alla ripresa dell’economia, le imprese dovrebbero tornare ad assumere. E il Jobs act le incentiverà a offrire occupazione stabile, disciplinata dal nuovo contratto a tutele crescenti. Secondo gli esperti, entro la fine dell’anno questo tipo di contratto sarà adottato per circa la metà delle nuove assunzioni. Non si tratterà solo di un cambiamento di regole. Gradualmente si affermerà una nuova logica di rapporti fra imprese, lavoratori e Stato: più simile a quella degli altri Paesi europei, più efficace e inclusiva. È una grande scommessa, che sarà vinta solo nella misura in cui ciascuno capirà qual è la posta in gioco e come interpretare bene la propria parte. Per le imprese, tornare ad assumere in forma stabile significa recuperare la cultura del lavoro (quello dei propri dipendenti) come investimento, come un fattore produttivo che va coltivato dall’interno.

Le statistiche segnalano che negli ultimi vent’anni in Italia non si sono registrati molti progressi, ad esempio, in termini di addestramento on the job o di formazione permanente. I dipendenti precari sono stati poi relegati su binari secondari, spesso utilizzati come risorsa «usa e getta». Non è un caso che i lavoratori italiani si sentano molto meno impegnati e coinvolti nell’organizzazione aziendale rispetto ai loro colleghi Ue. Lo scarso successo (sinora) dell’apprendistato e di tutte le forme di raccordo fra scuola e imprese è, almeno in parte, un segnale di poca attenzione per l’insostituibile ruolo che i datori di lavoro devono giocare nel contesto educativo e culturale dal quale reclutano il proprio capitale umano.

Anche per i lavoratori è necessario un cambiamento di mentalità. Veniamo da una tradizione in cui il posto fisso a vita è stato per generazioni l’obiettivo più ambito. Ancora oggi, a dispetto del precariato, l’Italia è il Paese Ue in cui la durata media del rapporto di lavoro è più lunga (15 anni) e in cui il numero di impieghi nel corso della vita è il più basso: due, rispetto ai quattro della Francia e ai cinque della Danimarca. Si tratta di una media che sconta l’inamovibilità del nostro pubblico impiego e l’onda lunga dell’articolo 18. Ma l’aspettativa del tempo indeterminato a vita è ancora molto radicata, anche fra i giovani. Contrariamente a quanto è successo nei Paesi nord europei, l’avvento della flessibilità in Italia ha coinciso con la precarizzazione, ossia uno stato di perenne insicurezza, frequenti interruzioni di reddito, «intrappolamento» nei settori meno qualificati del mercato del lavoro. Non sarà facile recuperare il significato positivo della parola flessibilità e convincere i giovani che – se si svolgono in contesti adeguati – la mobilità territoriale, il cambiamento del posto di lavoro o delle mansioni non sono un dramma e anzi possono diventare un’occasione di crescita. Senza questo salto culturale, le nuove logiche occupazionali sottese al Jobs act non potranno dare i frutti sperati. Per ottenere effetti virtuosi dalla riforma deve cambiare soprattutto lo Stato. Non so se il governo Renzi ne sia pienamente consapevole, ma la sfida è enorme.

La flessibilità non degenera in precarietà solo se l’amministrazione pubblica è in grado di fornire efficienti servizi di ricollocazione e formazione. Il nostro deficit inizia dalle scuole: la metà degli studenti italiani dichiara di non aver ricevuto alcun consiglio e consulenza mirata sui percorsi lavorativi post licenza e sulle proprie potenzialità. Negli altri Paesi questa è la norma per la quasi totalità degli allievi. La metà, di nuovo, dei lavoratori italiani dichiara che, in caso di perdita del posto di lavoro, la probabilità di trovarne un altro è molto bassa. Il dato medio Ue è inferiore di venti punti. Il segnale è chiaro: i servizi per l’impiego sono totalmente inadeguati rispetto alle esigenze di un mercato del lavoro flessibile. Difficile pensare di poterci allineare in tempi rapidi ai modelli nordici. Ma è urgente avviare un processo di riforma almeno simile a quello seguito da Francia e (soprattutto) Germania.

Qualche settimana fa l’Economist ha aperto una discussione sulla crescente diffusione del «lavoro a rubinetto»: la produzione di servizi in forma completamente decentrata da parte di mini-imprese capaci di sfruttare app, cellulari e tecnologia. Sarebbe la fine del lavoro dipendente come l’abbiamo conosciuto finora. È uno scenario futuribile da rivista settimanale, ma anche un segnale di quanto rapidamente l’economia stia cambiando grazie al progresso delle conoscenze. Vista dall’Italia, l’epoca del lavoro a rubinetto sembra un film di fantascienza. Ma non possiamo tirarci indietro rispetto alle concrete sfide di adattamento che oggi ci si pongono davanti. Rimbocchiamoci le maniche e facciamo uno sforzo collettivo per oltrepassare la soglia della flexicurity. Sarebbe un grande successo, e basterebbe per almeno una generazione.