precariato

Ma gli italiani non si accorgono della ripresa

Ma gli italiani non si accorgono della ripresa

di Enrico Marro – Corriere della Sera

La crescita dell’economia si consolida, ma la soddisfazione del governo non trova uguale riscontro nelle famiglie. Che spesso non si accorgono di questa ripresa. Perché? Una prima risposta e che essa è piccolina, intorno all’1,5% quest’anno, forse un po’ meno nel 2018. Lontana, per esempio, dalla crescita del 2,1% prevista dall’Ocse per l’area euro o dal 2,2% stimato per la Germania. Inoltre, da noi la recessione è stata più lunga e duratura. Tanto che il Pil in Italia è ancora di circa 6 punti inferiore a quello del 2007. E se il Pil pro capite era di 28.700 euro dieci anni fa, nel 2016 è stato di 25.900 euro. Ogni italiano deve insomma recuperare ancora 2.800 euro per tornare ai livelli pre crisi, sottolinea il centro studi Impresa Lavoro. È vero, nel 2016 c’è stato un miglioramento (che continua anche quest’anno) rispetto ai 25.600 euro di Pil pro capite del 2015, ma si tratta di 300 euro: in media 25 euro al mese a testa, «che non cambiano certo la vita delle persone», osserva Enrico Giovannini, ordinario di Statistica economica all’Università Tor Vergata e portavoce dell’Alleanza per lo sviluppo sostenibile.

Giovannini, già presidente dell’Istat e poi ministro del Lavoro, ha introdotto in Italia gli indicatori del Bes, il Benessere equo e sostenibile, che hanno proprio lo scopo di andare oltre il parametro del Pil per rappresentare lo stato di salute di un’economia. Nel Def dello scorso aprile il governo ha per la prima volta inserito un allegato con quattro indicatori del Bes (su un totale di dodici) messi a punto da una commissione di esperti cui ha partecipato lo stesso Giovannini. Ci sono il reddito medio disponibile pro capite, l’indice di diseguaglianza, il tasso di mancata partecipazione al lavoro, le emissioni di CO2 e altri gas inquinanti. Entro febbraio di ogni anno il governo dovrà presentare una relazione al Parlamento sull’impatto delle politiche di bilancio sugli indicatori del Bes.

Il reddito medio disponibile pro capite «aggiustato», ovvero inclusivo del valore dei servizi in natura forniti dalle istituzioni pubbliche e senza fini di lucro, era nel 2016 di 21.725 euro, meglio del 2015 (e il miglioramento continua nel 2017) ma ancora sotto i 22.154 euro del 2008. Del resto, anche il livello dei consumi delle famiglie, sebbene in ripresa (+1,3% nel primo trimestre dell’anno), è ancora di oltre 3 punti inferiore a quello del 2007. Nel frattempo le persone in condizioni di povertà assoluta sono raddoppiate, da 2,4 milioni nel 2007 a 4,7 milioni nel 2016. E così il tasso di disoccupazione, passato dal 5,7% dell’aprile 2007 all’11,3% del luglio scorso, in pratica da circa 1,5 milioni a 3 milioni di persone in cerca di un lavoro.

È vero, gli occupati sono tornati ai livelli pre crisi, con circa 23 milioni di persone che lavorano. Ma in termini di Ula, cioè Unità di lavoro a tempo pieno, mancano 1 milione di unità, sottolinea ancora Giovannini. Questo significa, tra l’altro, che è aumentata l’incidenza del lavoro a tempo parziale (dal 14 al 19% degli occupati), mentre, come confermano i dati di ieri dell’Osservatorio sul precariato dell’Inps, meno di un’assunzione su quattro (il 24,2%) di quelle effettuate nei primi sette mesi di quest’anno è stata a tempo indeterminato, contro il 38,8% dello stesso periodo del 2015, l’anno della decontribuzione. Esaurita la quale, i contratti precari sono tornati a farla da padrone. E le retribuzioni lorde di fatto restano al palo: perdono nel secondo trimestre del 2017 lo 0,3% rispetto a un anno prima.

La ripresina è stata trainata dalle esportazioni più che dalla domanda interna. Ne hanno beneficiato soprattutto le aziende che producono per l’estero, che hanno goduto anche del petrolio a buon mercato, dei tassi d’interesse ai minimi e del taglio di Ires e Irap. La pressione fiscale azionata dallo Stato è leggermente scesa anche perle famiglie, soprattutto per i lavoratori dipendenti tra 8 e 26 mila euro di reddito, grazie al bonus da 80 euro. Ma il beneficio è stato spesso compensato dalla corsa delle tasse locali. Insomma, nonostante il peggio sia alle spalle, non c’e da scialacquare.

Ricercatori precari a vita, solo uno su cento ce la fa

Ricercatori precari a vita, solo uno su cento ce la fa

Flavia Amabile – La Stampa

Solo un ricercatore precario su 100 nelle università italiane ha davanti a sé una possibilità vera di stabilizzazione, gli altri 99 stanno perdendo tempo. O, più semplicemente, stanno preparando le valigie per andare altrove, a molti chilometri di distanza da un’Italia che, lontano dai proclami dei consigli dei ministri di governi di ogni colore politico, non riesce a fare nulla per i suoi cervelli. L’Apri, associazione dei precari della ricerca, ha analizzato i dati attuali del ministero dell’università. Il ritratto che ne è emerso non è dei più lusinghieri per le università e per la politica italiana. Esistono 2450 ricercatori a tempo determinato di tipo A, cioè quelli che hanno durata triennale, rinnovabili per altri due anni e poi fine, si fermano lì, non possono fare altro. Ci sono 15.237 titolari di assegni di ricerca di vario tipo, in pratica persone che lavorano nelle facoltà come dei borsisti, dopo essersi procurati da soli i fondi per la loro attività ma che non otterranno mai alcuna stabilizzazione. Ed esistono 224 fortunati ricercatori a tempo determinato di tipo B, con contratti di tre anni, gli unici che possono portare alla promozione a professore associato se, al termine dei tre anni, avranno conseguito l’Abilitazione Scientifica Nazionale. Sono 224 persone in tutt’Italia, assunte con contratti basati su una legge del 2010 che ha portato ai primi bandi solo dopo tre anni di attesa, nel 2013. A queste condizioni, quasi 99 ricercatori su 100 saranno espulsi dal sistema accademico, una cifra ancora più negativa di quella dello scorso anno, comunque drammatica, di 96 ricercatori che il sistema avrebbe buttato fuori.

In questa situazione che cosa sta facendo il governo Renzi? La riforma Gelmini che prometteva di risolvere il problema del precariato nelle università ha soprattutto cancellato il problema come dimostrano i dati e come denunciano le associazioni. La ministra Gelmini aveva anche previsto che il 40% delle risorse degli atenei per il turnover fossero destinate obbligatoriamente a posti di ricercatore a tempo determinato. Dopo di lei Francesco Profumo eliminò il vincolo e introdusse l’obbligo di creare un posto da ricercatore a tempo determinato di tipo B ogni nuovo professore ordinario per dare spazio vero ai giovani. Ora che stanno ripartendo i concorsi, la Crui, la Conferenza dei rettori, ha chiesto più volte di abolire la norma di Profumo. Il governo Renzi ha ceduto con una manovra molto furba: nella legge di stabilità si è esteso il vincolo rendendolo valido anche per i ricercatori di tipo A, quelli che non hanno speranze di trovare una sistemazione stabile nelle università.

«Ovviamente nessun ateneo avrà interesse ad assumere ricercatori di tipo B che costano di più e creano problemi in fatto di organico – commenta Luigi Maiorano, presidente dell’Apri -. È inutile, quindi, che anche questo governo annunci di poter risolvere il problema dei precari. L’esito delle decisioni prese dal governo è facilmente prevedibile: avremo più promozioni di associati ad ordinari e più precariato». «Si tratta di una mano di vernice su un sistema ormai arrugginito», spiega Antonio Bonatesta, segretario nazionale dell’Adi, l’associazione dottorandi e dottori di ricerca. «Ci troviamo dinanzi a interventi di maquillage che non si pongono in modo serio e credibile l’ obiettivo di risolvere strutturalmente la drammatica situazione dei giovani ricercatori in Italia». Ed estendere il vincolo, come ha fatto il governo Renzi, significa che – prosegue l’Adi – «Gli atenei -si orienteranno verso la figura che richiede il minor aggravio e cioè quella del ricercatore di tipo «a», sprovvisto di tenure track e più precario».

Abolire la precarietà è abolire la vita

Abolire la precarietà è abolire la vita

Carlo Lottieri

Chiunque appaia in televisione o in un qualunque altro luogo atto a dibattiti e ponga sotto accusa la condizione precaria in cui si trovano le giovani generazioni è destinato ad avere la meglio: basta che parli della “dignità” della persona umana e metta atto accusa il sistema liberale, per definizione “spietato e senza regole”. Eppure – a ben guardare – la polemica contro la precarietà del lavoro è una battaglia contro la vita, il mutamento, lo sviluppo. Essa esprime la pretesa di costruire un mondo di impiegati delle poste, i quali gestiscono pacchi fermi nei depositi e cartoline mai arrivate a destinazione.  Sia chiaro: come avrebbe detto il comico Catalano quando spopolava con le sue ovvietà nel salotto di Renzo Arbore, “è meglio avere un posto di lavoro stabile e ben pagato piuttosto che uno insicuro e mal retribuito”. Bisogna però chiedersi se questo sia sempre possibile e a quali condizioni. Una riflessione sulla precarietà, per giunta, esige che ci si domandi per quale motivo in una società di mercato ogni status è instabile e suscettibile di essere spazzato via.

La radice di tutto è la libertà umana. Se non vengono coartati o rinchiusi in un guLag, gli uomini tendono a decidere sulla base delle loro preferenze. Il susseguirsi dei giorni e delle settimane ci vede compiere scelte assai diverse e – ad esempio – se un tempo ci piaceva un dato gruppo rock, è possibile che poi ci appassioni alla musica barocca. E lo stesso si può dire per ristoranti, barbieri o fruttivendoli. Per questo motivo sul libero mercato nessuna impresa può essere sicura che esisterà tra un anno, dato che il perdurare di ogni attività è strettamente connesso al mutevole favore espresso dai clienti (spesso condizionato dallo stesso evolvere delle tecnologie e dall’arrivo di soggetti più abili nell’intercettare le attese del pubblico). Se le imprese che costruivano valvole sono state soppiantate da quelle che hanno realizzato i transistor, e queste ultime a loro volta da altri ancora, è chiaro che quei posti di lavoro non esistono più. Ma quando un’impresa entra in crisi e si pensa di salvare l’occupazione ricorrendo a strategie assistenzialiste, si finisce per distruggere ricchezza e dirottare risorse verso un’impresa sconfitta perché incapace di andare incontro alle attese dei consumatori.

Certamente vi sono settori sottratti al precariato, e i retori anti-mercato guardano a quel mondo come ad un modello da imitare. I pezzi di “socialismo reale” della società italiana (sanità, università, magistratura, scuola, enti locali, ecc.) garantiscono ai loro dipendenti un posto stabile e per sempre. Non è necessario che un ospedale soddisfi i clienti e guarisca i malati perché sia finanziato – anche contro la loro volontà – dai contribuenti.

Ovviamente, ognuno di noi malsopporta le incertezze della vita, tende a limitare il rischio e è anche pronto a sacrificare una parte del proprio reddito per avere una prospettiva futura più lineare. Ma in un certo senso gli imprenditori esistono proprio per questo, dato che in molti casi si fanno carico quasi completamente degli imprevisti del mercato e scelgono di corrispondere ai dipendenti una retribuzione fissa, sottratta agli alti e bassi di ogni economia reale; e magari garantita per un dato numero di anni. Quando questo avviene è perché il dipendente riceve una retribuzione che sconta la quota di “rischio” sopportata dal datore di lavoro.

Nell’instabile mondo abitato dagli uomini liberi il rischio può quindi essere gestito o minimizzato, ma sicuramente non può essere eliminato. D’altra parte, sul piano individuale come su quello di un’intera società, il miglior modo per contrastare la precarietà nei suoi aspetti peggiori consiste nel crescere ed essere sempre più efficaci. Chi lavora bene, infatti, è ricercato: se perde un lavoro ne trova un altro, e gli è anche più facile ottenere contratti a lunga scadenza. Ma lo stesso vale per la società nel suo complesso, che quando è in espansione è caratterizzata da una cronica carenza di forza-lavoro (con il risultato che i lavoratori finiscono per avere, sul mercato, una maggiore forza contrattuale).

Perché una società progredisca davvero bisogna però tagliare le spese e licenziare i dipendenti pubblici, abbassare le tasse ed eliminare regole ed inciampi. Né bisogna dimenticare che le amare sorprese che può riservare il mercato rappresentano un dato caratteristico di ogni esistenza non pianificata. In una società costretta ad operare come un esercito inquadrato, in cui ognuno agisce obbedendo agli ordini e il cammino è comunque fissato dai generali, il precariato può anche essere abolito perché la libertà stessa è negata. A quanto processano le incertezze del mercato tutto ciò potrà piacere, ma non ci si chieda di condividere una prospettiva tanto illiberale.

L’altra faccia del precariato che a volte i giovani non vedono

L’altra faccia del precariato che a volte i giovani non vedono

Roger Abravanel – Corriere della Sera

Che in Italia il precariato sia molto aumentato non è una novità per nessuno. È anche cosa nota che in Italia il precariato sia particolarmente ingiusto, perché la normativa sul lavoro ha creato un «apartheid» – secondo la definizione di Pietro Ichino – tra precari «cronici» (partite Iva, contratti a progetto), soprattutto giovani e donne, e lavoratori garantiti come in nessun altro Paese al mondo – lavoratori maschi di età media che lavorano in fabbriche che si stanno chiudendo in tutti i Paesi sviluppati e nel settore pubblico.

Eppure esiste anche un’altra faccia del precariato: per cento persone che perdono il lavoro ce ne sono 98 che il lavoro lo trovano. Come è possibile? Per capirlo basta analizzare le statistiche dei nuovi contratti di lavoro, per esempio quelle del 2012, quando sono state registrate ben 10 milioni di nuove assunzioni. Molte hanno brevissima durata, 3 milioni sono sotto il mese, ma ce ne sono almeno 2 milioni che durano più di un anno, un numero pari a quello dei lavoratori a tempo indeterminato. In media le persone che trovano lavoro ne trovano due all’anno, e quindi i 10 milioni di assunzioni corrispondono a 5 milioni di persone che cambiano due lavori all’anno.

Nei 5 anni di crisi si è perso 1 milione di posti di lavoro, il che equivale a 4.000 ogni settimana. Dato però che ogni settimana 200.000 persone vengono assunte (10 milioni diviso 52 settimane), vuole dire che per cento persone che vedono terminare il proprio contratto ce ne sono 98 che, invece, trovano una occupazione (200.000 su 204.000). Molte di queste saranno diverse dai 100 che hanno perso il lavoro, ed è anche possibile che alcuni tra questi ultimi non lo ritrovino più.

Ovviamente, per le cento persone che si ritrovano senza un’occupazione, questo è un male: i trenta-quarantenni che rimangono disoccupati non possono pianificare la propria vita, e per i cinquantenni si tratta di una vera tragedia. Ma la stessa situazione non è invece così negativa per le 98 persone che trovano lavoro. Molti di loro hanno perso il proprio impiego solo la settimana o il mese prima e rientrano nella categoria dei «precari a vita», vittime dell’«apartheid» cui si faceva riferimento. Ma molti di costoro tornano a cercare un lavoro per la prima volta dai tempi del loro debutto nel mercato del lavoro: e per questi ultimi si tratta di una vera opportunità. In particolare, questa rotazione dovrebbe aprire grandi opportunità ai giovani tra i 18 e 24 anni, che hanno meno bisogno di pianificare il proprio futuro.

E invece questo non avviene, perché i giovani rappresentano solo una piccola parte di quei dieci milioni di assunzioni che avvengono ogni anno: una parte molto inferiore a quella che dovrebbe essere. Questo avviene perché molti giovani non sono preparati e non possiedono quelle «soft skills» che i datori di lavoro ritengono necessarie: capacità di comunicare, risolvere problemi, lavorare in team e una forte etica del lavoro. La scuola italiana non insegna loro queste abilità. Ciò che avviene, quindi, è che alla fine il datore di lavoro si orienti sull’«usato sicuro» e non assuma i giovani.

I ragazzi e le ragazze italiani che possiedono queste competenze perché hanno avuto la fortuna di studiare in una buona scuola e/o università, hanno lavorato durante gli studi e si sono presentati non troppo tardi sul mercato del lavoro, hanno invece molte possibilità: ma anche loro devono rivedere l’approccio alla ricerca di una occupazione. Devono soprattutto dimenticare lo Stato e le sue agenzie del lavoro – che non funzionano -, oltre alle raccomandazioni di parenti e degli amici. Come sempre, dove lo Stato non funziona subentrano il mercato e l’innovazione. Le agenzie interinali come Adecco e Manpower si sono trasformate in questi anni in veri e propri protagonisti del mercato del lavoro, con un ruolo ben più ampio di quello, più tradizionale, di assumere i lavoratori di cui l’azienda non vuole farsi carico direttamente per risparmiare i contributi e mantenere la flessibilità di licenziarli. Sono dei gestori della vita professionale di un lavoratore capace, che, se si dimostra serio e con le giuste competenze , alla fine, con il loro aiuto, può rimediare un lavoro, anche a tempo indeterminato. Queste agenzie sono infatti diventate dei veri esperti della selezione del personale, perché hanno dei professionisti molto capaci a capire quelle soft skills che per le aziende oggi sono più importanti delle competenze professionali e che non si possono leggere in un curriculum. Eppure molti giovani italiani ancora oggi le considerano solo come agenzie «interinali».

C’è, inoltre, Internet che aiuta a rendere enormemente più trasparente il mercato del lavoro. Per esempio, gli italiani stanno scoprendo i social network non solo per la vita personale, ma anche per quella professionale. Ben 7 milioni hanno messo il proprio curriculum su LinkedIn, una piattaforma digitale che permette a un datore di lavoro di «pescare» un lavoratore navigando nelle rete alla ricerca delle caratteristiche giuste e chiedendo referenze a chi lo conosce. Grazie alla tecnologia, LinkedIn «distruggerà» il mondo delle raccomandazioni all’italiana.

Eppure, di questi 7 milioni i giovani sono una minoranza. Più in generale non sfruttano a sufficienza la Rete, anche se dovrebbero essere avvantaggiati. Preferiscono «usare Facebook per mostrare i propri muscoli o le proprie curve, piuttosto che LinkedIn per trovare un lavoro», dice il responsabile delle risorse umane di una grande azienda italiana. Il precariato è drammatico per molti lavoratori. Ma presenta anche un’ altra faccia che dovrebbe favorire i giovani. Eppure questo non avviene, essenzialmente per colpa del nostro sistema educativo che non li prepara al mondo del lavoro.