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Senza sorpresa

Senza sorpresa

Davide Giacalone

Più del declassamento spaventa l’incoscienza della reazione. Il giudizio è ingiusto, ma fondato. Il nostro debito non è meno sostenibile di quello spagnolo, ma la nostra politica è assai meno lucida di quella ispanica. Se si continua a credere, e a cercare di far credere, che il debito si accudisce con gli avanzi primari, imposti a un corpo economico in recessione, allora si calca il terreno dell’inverosimile. Se si crede che la ripresa passi dallo sforamento del deficit e dall’aumento della spesa pubblica, allora siamo in piena sindrome da alcolista, che per star meglio beve un bicchiere in più.
Noi lo scrivemmo quando i giornaloni e i politicanti si compiacevano per il passaggio dell’outlook, della previsione, da peggiore a stabile. Ma che festeggiate? Un Paese in recessione non sta meglio ove si preveda che resti in quella condizione. Se fosse vero quel che hanno detto dal governo, e che a pappagallo è stato ripetuto da molti, ovvero che Standard & Poor’s ha comunque valutato positivamente le riforme (una, quella del lavoro) governative, allora il declassamento si sarebbe dovuto accompagnare a una prospettiva di miglioramento: siete meno affidabili, ma state facendo il necessario per guadagnare posizioni. Invece è stabile: perdete affidabilità e fate tante chiacchiere, per crederci dovremo vedere qualche cosa di reale e tangibile.
Ci declassano ancora perché il debito cresce, la ricchezza prodotta no, mentre la macchina Stato, a cominciare dalla giustizia, è impantanata e impantanante. Quale sarebbe l’obiezione? Che alle altre riforme stiamo provvedendo? È ridicolo, se solo si pensa che per la giustizia una delle cose previste è l’aumento dei tempi della prescrizione, il che vuole dire curare i processi lenti non accorciandone i tempi, ma allungando quelli dell’inquisizione. Il mondo legge e deduce. Il che crea un danno in parte ingiusto, perché dal punto di vista patrimoniale il nostro è fra i debiti più affidabili. Ma sapete cosa significa? Che o si mette la patrimoniale sui cittadini e le imprese o la si mette sullo Stato. Al momento si fa solo la prima cosa, aggravando la recessione, mentre si consente la straultraschifezza di RaiWay, patrimonio pubblico venduto per finanziare spesa corrente. È gravissimo, ma nessuno reagisce. I governanti addirittura si felicitano. Il mondo vede e deduce. Senza dimenticare che le agenzie di rating, in un trionfo di conflitto d’interessi e con regole finanziarie che ne sopravvalutano i responsi, distorcendo il mercato, quelle agenzie saranno pure severe, ma sempre meno degli italiani intervistati dal Censis, visto che il 60% è convinto di diventare più povero. Appunto: più si diventa poveri e meno il debito si sostiene.
Non è tanto il declassamento, quindi, a preoccupare, quanto il modo in cui si reagisce. Con il fastidio di chi non vuole essere distratto dalle proprie beghe cortilane. Ma dopo quel declassamento, ennesimo, figlio di una serie storica così lunga da essere essa stessa significativa in sé, c’è una sola cosa che divide il vascello Italia dall’onda devastante della speculazione: la diga della Banca centrale europea. Quella che noi abbiamo fatto di tutto per indebolire, facendole mancare gli argomenti per crescere di altezza, quindi per offrire maggiore protezione. Siamo qui a sofisticare sulle parole di Mario Draghi, non volendo ammettere che si tratta della sola azione fruttuosa di marca europea. Con l’aggravante, che si aggiunge all’unicità, di essere condotta da una sede che, per sua natura, è priva di legittimità democratica. Fosse solo il declassamento, non si dovrebbe far altro che stringere i denti e andare avanti. Ma viste le reazioni si vien presi dalla voglia di morderne gli svagati protagonisti.
Vendere, non dilapidare

Vendere, non dilapidare

Davide Giacalone – Libero

I nostri cattivi sospetti hanno trovato conferma. Ma c’è di peggio, perché il presidente del Consiglio ritiene che sia esemplare quella che, invece, a me sembra una pessima pratica. Il sospetto era che si quotasse RaiWay allo scopo di far cassa e alimentare la spesa corrente. Siamo stati i soli ad avvertire che questo era il pericolo. La macchina non si è fermata e si sono chiamati investitori esteri facendo passare per un gran successo di mercato quel che è un trasferimento di ricchezza dalle casse della Rai a quelle dei fondi acquirenti. Il cliente di Rai Way, infatti, è il proprietario. E ora sentite cosa dice il direttore generale della Rai, Luigi Gubitosi: «Dei 240-280 milioni di euro che entrano in cassa, 150 ci consentono di compensare il prelievo deciso dal governo». Esattamente quel che non sarebbe dovuto succedere: usano la vendita di patrimonio per alimentare la spesa corrente. Due terzi dell’incasso se ne vanno per finanziare un solo anno, mentre il patrimonio se ne va per sempre. Il rimanente terzo è destinato, bontà loro, a investimenti. Ma sapete in che consistono? La bonifica degli uffici di Viale Mazzini. E questo sarebbe un investimento?

Dice Matteo Renzi: «Avercene privatizzazioni come Rai Way. Era stata stimata per 150 milioni e ne abbiamo incassati 250. E c’è qualcuno che protesta pure». Esatto, protesto. Intanto perché il governo non incassa un solo centesimo, visto che i soldi finiscono nella fornace Rai. Poi perché se si procede a quel modo l’Italia si troverà sempre meno dotata di patrimonio e sempre più indebitata. Ricetta assassina. Dopo di che non basterebbe certo uscire (essere cacciati) dall’euro, si dovrebbe uscire dalla ragioneria e dal pianeta. Fatta la schifezza di questa quotazione c’è solo una cosa che possa aggravarla: considerarla esemplare.

Il 2015 vedrà sul piatto la vendita di quote Eni ed Enel, oltre che la corsa perla quotazione di Ferrovie e Poste. Il problema non è solo stabilire cosa si vende e quando, decisioni da prendersi puntando al migliore incasso, ma anche fissare inderogabilmente la destinazione dei proventi. Che devono andare al Fondo ammortamento del debito pubblico, istituito nel 1993 per ritirare dal mercato quote del nostro debito, e agli investimenti veri, che non consistono nel rifare gli uffici della dirigenza ma neanche nel finanziare la spesa sociale bensì nel mettere benzina nel motore dei lavori pubblici. Più alla prima che alla seconda destinazione, comunque non alla spesa corrente.

Tutta la gnagnera della riforma elettorale e dei grandi cambiamenti nella legislazione del lavoro s’annuncia tale da lasciare le cose in grande parte come stanno. Palestre d’eloquio per politici verbosi e sbandieratori inconcludenti. Mentre le vendite sul modello Rai Way sono operazioni che vanno in ogni modo impedite. E guardate cosa tocca scrivere a chi si batte per le privatizzazioni e la dismissione di patrimonio pubblico. Il fatto è che una cosa sono le vendite e le dismissioni, tutt’altra le dissennatezze e gli sprechi, destinati a far quadrare bilanci che restano compromessi dai debiti. L’anello della nonna si vende una sola volta, quella successiva ci si vende la casa e al terzo giro si va sotto ai ponti, se i soldi precedentemente incassati li si spende per comprare la moto cromata e pagare il prezzo di una vita d’inutili vizi e smisurata incoscienza.

Vicolo cieco

Vicolo cieco

Davide Giacalone – Libero

Ci siamo infilati in un vicolo cieco. Lo percorriamo con baldanza, ma sempre budello ostruito è. Per rendersene conto si leggano, con attenzione e senza inutili polemiche, le cose dette dal ministro dell’economia, Pier Carlo Padoan, in Parlamento: la pressione fiscale diminuirà nel 2015, ma tornerà a crescere dal 2016. La diminuzione, come si legge nella legge di stabilità, è prevista in appena lo 0,1%. Non solo ci vorrà il microscopio, per vederla, ma sarà annullata dalla crescita delle addizionali locali. Se anche così non fosse, comunque è previsto che cresca dello 0,4 nel 2016. E il cielo non voglia che scattino le clausole di salvaguardia, altrimenti sarà uno schizzo poderoso. Posto che la disoccupazione non è prevista mai in discesa sotto il 12% e il prodotto interno lordo non è previsto mai in crescita più dell’1% (considerato già meta da sogno, comunque insufficiente), se ne trae la conclusione che siamo in un vicolo cieco.

Supporre di servire il debito pubblico, che intanto cresce, usando solo gli avanzi primari, in un’economia che non cresce, non è neanche un vicolo cieco, ma un nodo scorsoio. Di operazioni straordinarie non se ne vedono all’orizzonte. I dossier Cottarelli restano chiusi nel cassetto. Anzi, se Enrico Letta disse di volere usare il cacciavite, non essendo riuscito a trovare l’impanatura, Matteo Renzi ha promesso il caterpillar, ma fin qui siamo alle pinzette per la depilazione.

Sarebbe sciocco, oltre che inutile, attribuire tutte le responsabilità agli attuali governanti. Ma è non meno sciocco, e ancor più inutile, pretendere di negare la realtà. Nella legge di stabilità non solo mancano i tagli profondi della spesa pubblica, ma si opera in deficit senza che questo favorisca la ripresa. Non solo mancano le vendite di patrimonio per abbattere il debito, ma si consentono porcherie come la quotazione di Rai Way, che dismette patrimonio per foraggiare spesa corrente. Dov’è, allora, il punto di rottura oltre il quale si dovrebbe cambiare andazzo, o verso? Rispondere che consiste nelle riforme in cantiere, posto che su quelle (dal lavoro alla giustizia) c’è gran clangore di spade politiciste, gran vociare di pupi avversi, ma opacità profonda circa le concrete misure e i loro effetti nella realtà, è propagandismo spicciolo. Tanto non ha senso, una risposta di quel tipo, che ora si puntano gli occhi sulle manovre europee, a cominciare dai 300 miliardi di cui parla il presidente della Commissione Ue, Jean Claude Juncker.

Ammesso (e non concesso) che quei soldi esistano, noi e i francesi stiamo facendo di tutto per dare scuse a chi non vuole utilizzarli. Non è tanto la polemica sui burocrati, che di suo è insensata (piuttosto: nelle istituzioni europee c’è certamente troppa burocrazia, spesso ottusa, come tutte le burocrazie, ma noi italiani manchiamo di alti burocrati capaci e influenti, da quelle parti, avendo continuato a spedirci gli altrimenti non collocabili). Quanto l’ostinarsi a non capire che le politiche espansive, che siano monetarie o frutto d’investimenti pubblici, richiedono rigore nell’amministrazione della spesa pubblica, altrimenti ci si indebita per niente. Tecnica che noi conosciamo bene. Se non si stoppa la spesa corrente improduttiva l’espansione monetaria somiglia alle trasfusioni fatte a un signore con la giugulare aperta: più pompi e più svasi. Vedo medici pazzi che corrono dicendo: più sangue, altrimenti muore. Ne serve uno che sappia cucire, in modo da rendere sensato il sangue trasfuso.

I numeri che il governo stesso mette nero su bianco descrivono una cartella clinica da morte celebrale. Il paziente non reagisce. Poi, per carità, facciamo un regalo all’imminente vedova, con 80 euro al mese, e uno alla figlia, con 80 euro per l’allattamento, ma non si riprende un accidente, dato che prendiamo 81 euro allo zio che ha comprato un appartamento e 82 al cugino che ha dei risparmi. Fatti i conti: a quella famiglia freghiamo i soldi. Fa rabbia, perché una tale sorte non è affatto ineluttabile. Gli strumenti per cambiare direzione di marcia ci sono eccome. Ma qui ci si trastulla litigando, sperando che le mazzate nascondano il vuoto retrostante.

Sulla cattiva way

Sulla cattiva way

Davide Giacalone – Libero

La quotazione di Rai Way è depauperazione di patrimonio pubblico e incentivo allo spreco. L’esatto contrario di quel che il governo dovrebbe fare e consentire che si faccia. L’azionista è la Rai, quindi lo Stato, che avrebbe il dovere di fermarla. Invece non solo è prevista per il prossimo 19 novembre, ma i mezzi di comunicazioni pubblicano le veline dei dati finanziari senza capire quel che significa l’operazione. O, dopo averlo capito, tacendolo.

Fra i tanti taglietti di spesa pubblica, che non sono una strategia di riduzione ma solo il tentativo (inadeguato) di far quadrare i conti, ci sono anche 150 milioni in meno di trasferimenti dallo Stato alla Rai. In un Paese in cui si volesse far scendere la spesa pubblica la conseguenza di quel taglio dovrebbe essere un taglio, almeno pari, delle spese della televisione pubblica. Invece no, perché i vertici Rai rimediano andando a prendere circa 300 milioni, il doppio, dal mercato, vendendo poco più del 30% della società che ha in pancia gli impianti di trasmissione. Non a caso il presidente di Rai Way altri non è che il Cfo, il responsabile della finanza, di Rai.

Al mercato raccontano che l’operazione sarà coronata dal successo, perché gli investitori affronteranno un rischio molto basso. Come mai? Perché Rai Way ha una redditività pari al 50% del fatturato e un fatturato che discende per l’83% dalla Rai. A questo si aggiunga che non è escluso, anzi esplicitamente considerato, che ai futuri azionisti sarà distribuito il 100% dell’utile. In altre parole: gli azionisti avranno una redditività dell’investimento che dipende dai soldi che la Rai (dello Stato) continuerà a spendere, senza che nulla resti alla società stessa. Ciò vuol dire che si quota un pezzo di una società che è dello Stato, allo scopo di rimediare a un taglio di trasferimenti operato dallo Stato, sistemando così un paio di bilanci (non andranno oltre uno e mezzo, perché i soldi che ci sono si spendono con gran facilità), talché, fra due anni, saranno con lo stesso problema e con meno patrimonio. Non stiamo parlando di una società privata, governata da viziosi, ma di una società dello Stato, di un patrimonio collettivo, affidata a galleggiatori temporanei.

Non è finita, perché inebriati dall’imminente sbarco in Borsa i vertici della società già annunciano che potrebbero comprare gli impianti di Wind. Mirabile capolavoro, tenuto presente che lo Stato (s)vendette gli impianti di Telecom Italia, con la peggiore privatizzazione della storia universale, per poi avere un’impresa di Stato, l’Enel, che tornò nel mercato delle telecomunicazioni, da cui lo Stato era appena uscito. Dettaglio: per tornarci, in posizione marginale, spese più di quello che si era incassato vendendo l’operatore dominante. Dopo di che, comunque, l’operazione fu un fallimento, quindi ri(s)venduta a privati. E ora l’idea è quella di ricomprare gli impianti che furono comprati e (s)venduti. Possibile che nessuno salti sulla sedia e si metta a urlare?

Non è escluso, dicono, che in futuro si comprino anche gli impianti di Ei Towers, vale a dire quelli che servono le reti Mediaset. Operazione da macchina del tempo, perché aveva un senso farla trenta anni addietro. Ma non si fece, perché era contraria la Rai. Credo fossero contrari anche quelli di Fininvest (il nome di allora), ma non ebbero neanche bisogno di dirlo. Oggi a cosa serve, la santa alleanza, a fermare i concorrenti? Tranquilli: entrano dalla voragine digitale. Perché certi costumi no, ma il resto del mondo è cambiato.

Infine, sapete da cosa deriva la forte posizione di Rai Way, nel mercato degli impianti di trasmissione? Certamente dagli investimenti Rai e dall’alto valore dei suoi tecnici. Ma anche dal fatto che la Rai ha costantemente violato le regole nazionali ed europee relative all’uso e all’occupazione delle frequenze. Compreso il fatto che interi settori, come la radio digitale (Dab), non sono mai decollati dato che continuava ad occupare spazi che il piano di ripartizione destinava ad altri usi e ad altre imprese.

È largamente probabile che alcuni degli attuali governanti neanche conoscano la metà di queste storie. Come è probabile che qualcuno, nel 2017, dirà che la quotazione fu una scemenza distruttiva di valore, capace solo di rendere meno interessante l’operazione che andrebbe, invece, fatta: la vendita della Rai. Mi limito ad avvertire che sarà un filino tardi.

Bondage tributario

Bondage tributario

Davide Giacalone – Libero

Dal governo dicono: aboliamo il canone Rai. Bravi. Bravissimi. Applausi. Poi leggi con attenzione: hanno in animo di abolire la tassa per il possesso del televisore, ma introducono un obbligo di finanziamento della Rai, proporzionale al reddito e ai consumi, che grava su tutti i contribuenti, anche quelli che non possiedono il televisore. Meno bravi. Molto meno. Vabbe’, non lo aboliscono, ma lo riducono, facendolo passare dagli attuali 113.50 euro a una somma variabile fra 35 e 80 euro. Bravini. Però poi ci ragioni e ti accorgi che no, alla fine il prelievo fiscale aumenterà. E non solo perché sarà più facile colpire l’evasione, ma anche perché sarà lecito colpire le persone oneste. Che non è una bella cosa.

Come al solito, ci tocca ragionare sugli annunci. Costantemente divisi dai testi di legge da un congruo lasso di tempo. Questa volta l’attesa dovrebbe essere breve, dato che siamo alla fine di ottobre e sono prossimi alla stampa i bollettini da inviare agli italiani, in partenza a gennaio. Quei bollettini dovrebbero sparire e il corrispettivo dovrebbe essere pagato con il modello F24. Qui comincia la nebbia, perché dal governo dicono che ciascuna “famiglia” pagherà in ragione del reddito e dei consumi. Ma le famiglie non compilano dichiarazioni dei redditi e non pagano modelli F24, quelli sono i singoli contribuenti. Chi e come calcola il reddito e i consumi familiari? Ancora prima: cos’è una famiglia? Domanda pertinente, perché oggi la Rai non considera “famiglia” neanche marito e moglie, ove risiedano in case diverse, arrogandosi, una televisione di Stato, il diritto di stabilire che non basta un canone, ma ne devono pagare due. Una famiglia, due canoni. Del resto, pensate a tutte le unioni di fatto, etero od omosessuali: in attesa che si concluda l’ozioso dibattito su matrimoni, equiparazioni e diversità, fin qui era chiaro che se sto a casa mia (proprietà o affitto, non cambia) e pago il canone, ove ospiti, a scopo di lussuria o conversazione, un altro individuo, del mio sesso o di sesso diverso, quell’altro non è tenuto al pagamento del canone. Con la novità, invece, paghiamo tutti: quattro conviventi, quattro canoni.

Con la novità, del resto, paga il canone anche la badante del nonno. È stata assunta per assisterlo e conviverci, già oggi la Rai le manda il bollettino, trattandola da evasore senza che minimamente lo sia, ma domani non riceverà la missiva, non avrà casa propria, non possiederà un televisore, ma dovrà pagare. Diciamo che le stiamo fornendo una ragione in più per sposare il nonno. Sperando che il vegliardo sia ancora nelle condizioni di accorgersene e usufruirne, ma mettendo in conto che, in quel modo, ella s’appropria di una parte dell’eredità. Tirate le somme, si raggiunge una vetta d’illogicità ideologica: dopo avere sostenuto la bischerata che se pagassimo tutti pagheremmo meno, si realizza un sistema nel quale paghiamo tutti, paghiamo meno, ma ci costa di più. Segnalo la cosa perché, se riescono a farla, è degna dei manuali sulle perversioni fiscali. Una specie di bondage tributario.

Chiudo segnalando il reiterato imbroglio, dato che la Rai, nel succedersi di vertici politici, tecnici, professorali, al di sopra e al di sotto delle parti, continua a ripetere sempre la stessa solfa: il canone italiano è fra i più bassi d’Europa. È falso. Quel gettito copre il 50% del finanziamento Rai, ed essendo l’altra metà procurata da introiti pubblicitari, facilissimi da raggiungere perché con spazi illimitati, venduti anche a prezzi stracciati, in reti rette da soldi pubblici, ne deriva che ciò che lo Stato, con le sue leggi, garantisce alla Rai è il doppio del canone. Che, a quel punto, non è proprio per niente fra i più bassi d’Europa, ma il più alto. Si obietta: molti lo evadono. Sono dei cattivoni, perché non si evade. Ma hanno ragione, perché è un prelievo iniquo e insensato. Apposta sostengo che va abolito, cancellato, incenerito. Non camuffato e illegittimamente travestito da imposta progressiva sui redditi, quale con questa riforma diviene. E la Rai, come fa a campare? Vende, si ridimensiona. Magari prova anche a fare il servizio pubblico, sempre che si trovi qualcuno in grado di stabilire cosa sia.

Tassa Rai, paga pure chi non ha la tv

Tassa Rai, paga pure chi non ha la tv

Paolo Bracalini – Il Giornale

Un «contributo», nemmeno più un «canone Rai», più basso per tutti ma dovuto da tutte le famiglie, anche da chi in casa non ha tv, né radio, né internet, e usa solo carta, penna e telefono. Le slide sono già pronte, con le simulazione di quel che entrerà alla Rai, e di quel che pagheranno gli italiani con il nuovo sistema di finanziamento del servizio pubblico messo a punto dal ministero dello Sviluppo economico (Mise), nella persona del sottosegretario Giacomelli. Si attende solo il via libera del premier Renzi (che potrà così annunciare: «Abbassiamo il canone Rai», ben consapevole che si tratta dell’imposta più odiata dagli italiani), e la decisione se farlo passare come decreto legge, sempre che il Quirinale ne riconosca il carattere di urgenza, quella cioè di vararlo entro dicembre, prima che partano i bollettini del «vecchio» canone 2015.

Cosa cambierà? Molto, se non tutto. Intanto le cifre. Il nuovo canone, che il ministero non chiama più così ma «contributo al servizio pubblico radio-tv», sarà molto più basso. Si pensa ad una forbice tra i 35 e gli 80 euro, a seconda delle capacità di spesa dei nuclei famigliari (calcolata sul reddito, ma anche sui consumi e altre variabili). Nessuna famiglia, dunque, nemmeno le più ricche, pagherà più di cento euro per finanziare il servizio pubblico radio-tv, e molte pagheranno parecchio di meno, fino ad un terzo rispetto agli attuali 113,50 euro del canone Rai (mentre si studia un’esenzione per le famiglie con soglie di reddito minime). Fin qui tutte notizie positive.

Ma l’altro aspetto difficilmente farà contenti molti contribuenti, quelli ad esempio che hanno fatto disdetta del canone Rai, quelli che non lo pagano perché non posseggono televisori né apparecchi «atti alla ricezione del servizio radio televisivo» (quasi tutti evasori secondo i calcoli governativi, visto che il 98% delle case, dicono le indagini, ha un tv in casa). Ebbene, anche loro, col nuovo sistema che potrebbe entrare in vigore già dal 2015, dovranno pagare il contributo alla Rai, pensato in verità come contributo generico al servizio pubblico, quindi in teoria e in misura parziale, se si riuscirà, anche alle tv locali.

Si rottama insomma il cardine della vecchia legge sul canone Rai, che vincola l’obbligo del pagamento al reale possesso (tutto da accertare, impresa impossibile di fatto, come lamenta a Mix24 il direttore dell’Agenzia delle entrate Rossella Orlandi) di un televisore in salotto, e trasforma l’obolo in un contributo strutturale delle famiglie al servizio pubblico, un servizio che lo Stato offre e che i contribuenti finanziano. La stessa legge, che si articola in una riforma radicale della Rai, prevede anche che le risorse affidate a Viale Mazzini siano effettivamente usate per svolgere il servizio pubblico, e su questo vigilerà un nuovo organo ad hoc. Scompaiono quindi anche i bollettini di pagamento della Rai, si vocifera che l’importo verrà pagato insieme alle tasse, forse con un F24, di certo Viale Mazzini non seguirà più direttamente la riscossione del tributo (a proposito, che fine faranno i dipendenti della direzione canone Rai?). Le simulazioni del Mise garantiscono un gettito di 1,8 miliardi di euro, quello che entra attualmente alla Rai dal canone, ma recuperando tutta l’attuale evasione, stimata nel 27%. In più si potrà giocare su un extragettito preso dalle lotterie, che però varrà qualche decina di milioni d’euro, non di più. Pagare meno, pagare tutti.

I rumors da Viale Mazzini però non trasmettono grande euforia dai vertici Rai. Sia il dg Gubitosi che la presidente Tarantola in ogni occasione ribadiscono che il canone Rai è un’eccezione in Europa perché è il più basso di tutti. Abbassarlo, e di tanto, suscita perplessità. Anche perché nella legge di Stabilità è previsto un prelievo statale del 5% su quel gettito, un’idea partorita dal Tesoro indipendentemente dal Mise. E che sta già terremotando Viale Mazzini. L’assemblea dei giornalisti esprime «grave preoccupazione per il nuovo taglio al servizio pubblico» e prepara una diffida ai vertici Rai per costringerli ad adire le vie legali. Cosa che il consigliere Antonio Verro è già intenzionato a fare: «Nel prossimo Cda chiederò formalmente che i consiglieri si esprimano con un voto sull’opportunità di procedere in sede giudiziaria a tutela del patrimonio aziendale». E come non pensare ai 150 milioni di euro già chiesti dal governo alla Rai. Insomma, il fronte già aperto tra Renzi e la Rai rischia di diventare ancora più caldo. «Una riforma radicale del canone – dice il sottosegretario Giovannelli – che introduca equità e dia certezze e risorse, e che sia vissuta in modo meno negativo dai cittadini». Forse non da tutti.