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Lavoro pubblico, pensioni, aiuti alle imprese e trasferimenti per sanità, scuole e servizi principali: in Meridione più del 50% della ricchezza arriva dallo Stato.

Lavoro pubblico, pensioni, aiuti alle imprese e trasferimenti per sanità, scuole e servizi principali: in Meridione più del 50% della ricchezza arriva dallo Stato.

di Sandro Iacometti

Quando c’è da mangiare a spese dello Stato in Italia non si tira indietro nessuno. Per avere un’idea di quanti quattrini pubblici ogni anno vengano distribuiti sul territorio, in attesa che il reddito di cittadinanza faccia lievitare a dismisura la torta, basta sfogliare il dettagliato rapportone sulla spesa regionalizzata che la Ragioneria generale compila periodicamente con pazienza certosina. Nell’elenco ci sono i costi della produzione dei servizi locali, ma anche i flussi monetari sotto forma di trasferimenti ad enti, operatori, associazioni, imprese e famiglie. E già così si tratta di una bella sommetta. Il totale nel 2016 (ultimo anno disponibile)ammontava a 225 miliardi. Se a questo aggiungiamo la montagna di quattrini che esce dalle casse dell’Inps, i fondi comunitari e le erogazioni di altri enti si arriva alla modica cifra di 565 miliardi. Valore che rappresenta oltre i due terzi della spesa pubblica complessiva, di circa 830 miliardi, che comprende anche gli interessi sul debito e la quota di esborsi non regionalizzata.

Alla mangiatoia, ovviamente, si cibano tutti. Senza troppi complimenti. Se mettiamo a confronto il numero di abitanti con il denaro che piove, scopriamo che la Valle D’Aosta è in testa alla classifica, con 15.448 euro pro capite. Seguono il Trentino Alto Adige (13.431) e il Lazio (12.259). All’ultimo posto, invece, spunta a sorpresa la Campania (8.198), preceduta da Veneto (8.203) e Puglia (8.257). Il valore medio italiano è di 9.318.

RICCHEZZA

Messa così, sembrerebbe che i nemici dell’autonomia regionale o coloro che si indignano per chi pensa che il Sud, per ripartire, abbia più bisogno di olio di gomito che di altri finanziamenti statali, non abbiano tutti i torti. Certo, ci sarebbe da obiettare che con quegli 8mila euro di soldi governativi per abitante la Campania offre servizi di gran lunga inferiori a quelli di cui possono usufruire i cittadini della Lombardia, per cui lo Stato spende a testa più o meno la stessa cifra (8.364 euro). Ma la sostanza resta: la spesa pubblica italiana è troppo elevata e ovunque ne approfittano.

Discorso chiuso? Non proprio. Basta cambiare prospettiva, per accorgersi che la musica è ben altra. I territori italiani non differiscono solo per la qualità dei servizi, ma anche, e soprattutto, per la quantità di ricchezza che riescono a esprimere, per quello che producono, per i redditi che entrano nelle tasche degli abitanti. È su questo terreno che si fa la differenza, che si riducono i debiti, che si crea il benessere.

Ed ecco allora la vera domanda: quanti quattrini dello Stato incassano le regioni rispetto ai soldi che circolano? La risposta ce la fornisce ImpresaLavoro, il think tank animato dall’imprenditore Massimo Blasoni, che si è preso la briga di mettere in correlazione i dati della Ragioneria con il Pil del territorio.

RESISTENZE

Utilizzando questo criterio la classifica è dominata da un blocco massiccio di regioni del Mezzogiorno, dove la spesa statale consolidata supera addirittura il 50%della ricchezza prodotta. Si va dal Molise (56%) fino alla Campania (45%), passando per Calabria (55%), Sardegna (54%), Sicilia (52%) e Puglia (47%). Per essere chiari, in queste aree per ogni 100 euro di retribuzione incassata, di fattura emessa o di utile guadagnato, 50 sono a carico della collettività, sono quattrini rastrellati attraverso le tasse. In fondo all’elenco, manco a dirlo, troviamo la Lombardia (22%), il Veneto (25%) e l’Emilia Romagna (25%). Proprio le regioni che, guarda caso, chiedono una maggiore trasparenza e autonomia nella gestione delle risorse pubbliche.

I dati della Ragioneria e le elaborazioni di ImpresaLavoro spiegano bene le resistenze dei politici del Mezzogiorno. Chi avrebbe il coraggio di spiegare ai propri cittadini che uno stipendio su due rischia di restare in tasca al suo legittimo proprietario, che lo ha finanziato a colpi di balzelli?

La Valle D’Aosta è in testa alla classifica della spesa consolidata regionalizzata, con 15.448 euro pro capite. Seguono il Trentino Alto Adige (13.431) e il Lazio (12.259). All’ultimo posto la Campania (8.198).

IN RAPPORTO AL PIL: La spesa pubblica consolidata in rapporto al Pil vede ai primi posti tutte regioni del Sud: Molise (56%) Calabria (55%), Sardegna (54%), Sicilia (52%), Puglia (47%) e Campania (45%). In fondo ci sono Lombardia (22%), Veneto

La scheda (25%) ed Emilia Romagna (25%). Una manifestazione di qualche anno fa dei Nuovi disoccupati autorganizzati ad Acerra per protestare contro la mancanza di lavoro. Alcuni di loro si erano arrampicati sulle ciminiere del termovalorizzatore minacciando di buttarsi di sotto se la Regione Campania non li avesse assunti

Ridurre la spesa si può: chiedete a Maroni

Ridurre la spesa si può: chiedete a Maroni

Massimo Blasoni – Panorama

Nei primi anni Settanta il peso di tasse e imposte sul Pil italiano non arrivava al 25%. Oggi supera il 50% in termini reali. È necessaria una significativa riduzione di questo carico che grava sui consumi degli italiani e frena la possibilità di fare impresa e di attirare investimenti esteri. Ciò è possibile solo a patto di comprimere il perimetro di attività dello Stato: Regioni, Province e Comuni hanno moltissimo,incrementando costantemente costi e attività svolte anche quando, con vantaggio, potevano essere lasciate al mercato. Oggi si ipotizza di abolire la Tasi, ma ogni annuncio di minori tasse che non parta da una precisa elencazione delle spese che si vogliono tagliare, rischia di risultare poi disatteso. Ovvero di produrre nuove imposte in luogo di quelle abolite: è già successo.
Nelle intenzioni del Governo il minor gettito derivante dall’abolizione della tassa sulla prima casa e altro dovrebbe essere compensato da tagli per almeno 10 miliardi di euro. Operazione non facile se pensiamo che negli ultimi anni la spesa è sempre cresciuta malgrado tutti i propositi di razionalizzarla. I dati del DEF sono impietosi: nel 2012 la spesa corrente al netto degli interessi sul debito era pari a più di 671 miliardi, cresciuti nel 2013 a 684 e poi a 692,3 miliardi nel 2014. Non è ovunque così, tanto che il governo di David Cameron in Inghilterra è riuscito a ridurre tra il 2010 e il 2013 la spesa di quasi 50 miliardi e oggi l’economia britannica, nonostante sia stata colpita da una crisi finanziaria più grave di quella che investito l’Italia, cresce tra il 2 e il 3% annui. In Italia invece, diversamente dagli altri partner europei, si riduce la spesa per investimenti anziché quella corrente. Lo Stato ha tagliato tra il 2009 e il 2013 15,9 miliardi di euro di investimenti – dato Eurostat – ma malgrado ciò la spesa complessiva è salita.
Quanto a incremento di spesa corrente negli ultimi anni, meritano un richiamo le Regioni. Dai dati resi noti dalla Corte dei Conti sui flussi di cassa necessari a sostenere la loro spesa, si rileva che dal 2011 al 2014, in pieno periodo di spending review, questa è cresciuta da 141,7 a 145,6 miliardi. Non tutte le Regioni si comportano ugualmente, però. Nello stesso arco temporale la virtuosa Lombardia ha ridotto del 11,6% le proprie spese, mentre il Lazio le ha accresciute del 33%. In termini assoluti per ogni cittadino la Lombardia spende 1.739 euro, poco più della metà del Lazio, la Regione che, con i suoi 3.129 euro di spesa corrente procapite, fa segnare l’esborso più alto tra tutte quelle a statuto ordinario. Questa rilevante differenza, a parità di competenze, fa riflettere e, se proiettata a livello nazionale, ci convince ancor di più che ridurre la spesa pubblica è possibile. In questo caso la Lombardia insegna.

 

9.17 Panorama