Trenta mesi di favole e le imprese aspettano 61 miliardi dallo Stato

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di Antonio Signorini – Il Giornale

Debiti della Pubblica amministrazione ancora a quota 61,1 miliardi di euro, sostanzialmente lo stesso livello di due anni. Poi ritardi nei pagamenti che solo nel 2016 costeranno alle imprese 5,1 miliardi. Se si conteggiano gli interessi, Matteo Renzi dovrà scalare molto più in alto dei 817 metri di Monte Senario per espiare il peccato di non avere cancellato, come promesso, gran parte dei debiti della Pa. Magari una cima alpina.

Domani è San Matteo e per il terzo anno di fila, ha ricordato ieri il centro studi ImpresaLavoro, non si può che registrare come la promessa di Renzi di ridurre drasticamente lo stock del debito che le pubbliche amministrazioni hanno contratto con privati non sia stata rispettata. Era il 13 marzo del 2014, l’ex sindaco di Firenze si era insediato da poco a Palazzo Chigi e a Porta a Porta promise che il 21 settembre di quell’anno – suo onomastico – avrebbe cancellato i debiti della Pa contratti fino al 2013 oppure sarebbe andato a piedi al Santuario di Monte Senario. A tre anni di distanza non si sono ridotti «i lunghissimi tempi di pagamento di beni e servizi, mantenendo sostanzialmente invariato lo stock di debito commerciale».

Le cifre di ImpresaLavoro, basate su dati Intrum Justitia, sono chiari: oggi lo stock, quindi i debiti accumulati, ammonta a 61,1 miliardi di euro, sostanzialmente stabile rispetto al 2015 e in leggero calo rispetto ai 67,1 miliardi del 2014. La spiegazione è semplice. Inutile cancellare i vecchi debiti se la Pa continua a non onorare quelli nuovi. «Liquidare (e solo in parte) i debiti pregressi di per sé non riduce affatto lo stock complessivo». L’alto livello del debito, insomma, è il risultato del ritardi nei pagamenti della Pa che ci vede ancora tra i peggiori. Lo Stato italiano paga i suoi fornitori in media in 131 giorni: 16 giorni più della Grecia, 33 giorni più della Spagna, 55 giorni più del Portogallo, 73 giorni più della Francia, 91 giorni più dell’Irlanda, 101 giorni più del Regno Unito e addirittura 116 giorni più della Germania. I soli ritardi accumulati dalla Pa nel 2016 determineranno per le imprese italiane un onere relativo alle anticipazioni di 5,1 miliardi di euro.

Gli effetti negativi sono molteplici, spiega Blasoni, che è un imprenditore. «Per un’azienda anticipare in banca per mesi i propri crediti verso lo Stato non solo è molto costoso» ma «ne abbassa il merito creditizio. Insomma, se si usano le proprie linee di credito per far fronte ai ritardi di pagamento della Pa (i propri dipendenti e fornitori vanno pagati) è più complesso trovare risorse per investire o ampliare la produzione». I dati di oggi aumentano il divario tra noi e gli altri stati europei come Germania e Danimarca: «Lì lo Stato è serio e paga in pochi giorni». Peraltro, aggiunge Blasoni, «le lentezze sono spesso frutto di una burocrazia infinita». Il rischio, se l’Italia non perderà questo primato negativo, è che «si rompa definitivamente il patto di fiducia tra Partite Iva e Stato: se l’imprenditore non paga una tassa alla data prefissata scattano Agenzia delle Entrate, Equitalia e ganasce varie, lo Stato invece paga i propri debiti quando vuole e resta impunito».