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Il governo festeggia il rating sul ciglio del burrone
Redazione Edicola - Opinioni davide giacalone, economia, libero, rating
Davide Giacalone – Libero
Chi si contenta gode, ma chi s’illude implode. È stato accolto e rilanciato come positivo un pessimo giudizio di Standard&Poor’s. L’agenzia di rating conferma che l’Italia resta a un solo gradino dalla spazzatura, ci basta scendere un pelo sotto il confermato BBB, cui siamo stati declassati all’inizio dell’anno, perché i titoli del nostro debito pubblico sprofondino all’inferno della non negoziabilità. Ed è stato festeggiato come promettente l’outlook, ovvero la previsione, “stabile”. Come se la stabilità di quel giudizio fosse l’opposto dell’instabilità, quindi di una condizione precaria. È vero il contrario: prevedono che noi si resti esattamente dove ci troviamo, senza peggiorare (cadendo nel baratro), ma anche senza migliorare. Mi è ignoto cosa ci sia da festeggiare.
Siamo stati collocati sul ciglio del burrone, progressivamente degradando il giudizio sulla nostra affidabilità, quando gli spread crescevano all’inverosimile. Considerai quella valutazione ingiusta e troppo punitiva, perché il divaricarsi dei tassi d’interesse, relativi ai debiti pubblici, non andava attribuito a una nostra colpa, ma ai difetti strutturali dell’euro, all’incompiutezza istituzionale della moneta unica e all’inerzia della Banca centrale europea. Ma da allora a oggi le cose sono cambiate, la Bce ha preso ripetutamente (e con successo) l’iniziativa, tanto che, immutate tutte le altre condizioni, gli spread si sono molto ridotti (anche se il nostro rimane costantemente e negativamente più alto di quello spagnolo). Perché, allora, siamo considerati ancora sul ciglio del burrone?
Perché tutto quel che di buono è accaduto non è dipeso da noi. La spesa pubblica per interessi si riduce, ma solo grazie alla Bce. Il prodotto interno lordo sarà positivo, quest’anno, dopo tre anni di recessione, ma la nostra crescita è inchiodata alla metà della media dell’eurozona (S&P prevede, per noi, un +0,4, quindi meno di quel che immagina il governo, sicché a una distanza ancora più marcata dagli altri europei). La svalutazione dell’euro è una buona cosa, per un Paese esportatore, ma, anche questo, un effetto di scelte fatte altrove. Per non dire del prezzo del petrolio. I tagli alla spesa pubblica restano una litania inconcludente.
La pressione fiscale cresce e crescerà, anche secondo le previsioni del governo, che a chiacchiere dice il contrario, quindi farà ancora da ostacolo alla ripresa. La Corte costituzionale ci ha messo anche la ciliegina, che poi è un cocomero capace di schiacciare la torta che il pasticcere governativo confezionò togliendo ai pensionati quel che la legge garantiva loro. Insomma, tutto quel che dentro al cortile italico fa titolare sul ritorno del segno positivo e sulla svolta economica cambia significato, visto da una prospettiva comparata: continuiamo a perdere competitività. Tutte cose che qui abbiamo avvertito per tempo, sebbene parlando al muro. In quanto alla filastrocca delle riforme, presentate come rivoluzioni, quel che ci viene detto è: fateci vedere come funzionano e quali benefici portano, altrimenti, sulla parola, restano solo parole.
Non cambio opinione con il cambio delle stagioni, né climatiche né politiche: le agenzie di rating restano l’incarnazione di un colossale conflitto d’interessi, e resta pericoloso far dipendere i mercati dal loro giudizio. Così come ribadisco che quello sull’Italia è ingeneroso. Ma osservo che quel che prima veniva letto come una bocciatura senza appello, adesso lo si legge come una promozione con lode e incoraggiamento. Non è chiaro quale sia il confine fra propaganda e illusione. Lo è, invece, il capovolgimento della realtà. Che porta male.
Renzi sul tetto previdenziale che scotta
Redazione Edicola - Opinioni formiche, giuseppe pennisi, pensioni, previdenza
Giuseppe Pennisi – Formiche
Le pensioni scottano. Specialmente in questi giorni in cui il Consiglio dei Ministri deve decidere che risposta dare alla sentenza della Corte Costituzionale sulla perequazione, a quella sui contributi di solidarietà attesa per giugno ed alla marea di ricorsi che si annunciano. In passato, anche gli avversari, hanno riconosciuto al Presidente del Consiglio una grande capacità di trasformare momenti di crisi in opportunità. Adesso, la “crisi previdenziale” gli offre un’occasione d’oro. I suoi solerti collaboratori hanno certamente portato alla sua attenzione il saggio di Karen Anderson e Michael Kadeing “European Integration and Pension Policy Changes: Variable Patterms of Europeanization in Italy, the Netherlands and Belgium” uscito nelVol 563 N.2 (ppa.231-253) del British Journal of Infustrial Relations.
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Massimo Blasoni a “Tg24 Economia” – Sky
Redazione », Media alessandro marenzi, economia, impresalavoro, massimo blasoni, skytg24
Il presidente di ImpresaLavoro, Massimo Blasoni, ospite a Skytg24 Economia, l’approfondimento condotto da Alessandro Marenzi.
Caos pensioni, ma per i giovani sarà peggio
Redazione Scrivono di noi gianni zorzi, giovani, massimo blasoni, panorama, pensioni
Gianni Zorzi* – Panorama
La recente sentenza della Corte costituzionale che ha bocciato lo stop all’adeguamento al costo della vita introdotto dal decreto Salva Italia del 2011 ha riacceso il dibattito sul tema della spesa pensionistica, e in particolare sulla sua sostenibilità. Nel nostro Paese, infatti, la spesa per le pensioni, anziché diminuire, è aumentata, e l’Italia è ora al primo posto tra i Paesi Ocse sia se si considera l’incidenza delle pensioni sulla spesa pubblica complessiva (il 31 ,9 per cento, quasi il doppio della media Ocse di 17,6) , sia in rappono al Pil (14,9 per cento, oltre una volta e mezza la media Ocse di 9,5). Nel 2050, inoltre, salirà al 15,7 per cento del Pil e il dato potrebbe peggiorare se vi saranno ancora ritardi nella crescita economica.
La situazione peggiore è quella dei giovani, che si ritrovano minori probabilità di garantirsi un reddito elevato e stabile, e hanno tuttora anche il problema della mobilità nell’Unione europea: se lavorano in Paesi diversi, ai fini pensionistici ancora non hanno strumenti agili di armonizzazione diversi da quelli farraginosi determinati dagli accordi bilaterali ora in essere. Le discontinuità nei rapporti di lavoro e nelle carriere lavorative, comunque, possono costituire il problema principale per i nostri giovani, e del resto si riverberano già oggi in un più basso livello di reddito e di patrimonio, ancor prima che di risparmio pensionistico. I dati pubblicati da Banca d’ltalia mostrano che gli under 35, un tempo depositari di oltre il 17 per cento della ricchezza finanziaria delle nostre famiglie (dati 1991), ora ne detengono solo il 4; nello stesso periodo la ricchezza concentrata tra gli over 65 è invece aumentata dal 21 al 34 per cento.
Se i giovani sono meno ricchi e hanno un reddito più incerto e basso, non stupisce che il tasso di adesione alla previdenza complementare in Italia sia molto più elevato per i soggetti vicini alla pensione: ai fondi e ai piani pensionistici è iscritto più di un terzo dei lavoratori over 55, mentre non vi partecipa nemmeno un quarto degli under 45. Le agevolazioni fiscali previste per le forme complementari, del resto, si fondano soprattutto sulla deducibilità ai fini Irpef dei contributi volontari entro il limite dei vecchi 10 milioni di lire annui. Tale sistema di incentivi, che comunque pesa sulla fiscalità generale per oltre 3,5 miliardi di euro all’anno, risulta più vantaggioso, paradossalmente, per chi della previdenza complementare avrebbe oggi meno bisogno, ossia i più ricchi e i più anziani dal punto di vista lavorativo (che sfruttano la deduzione ad aliquote Irpef più alte, e sono i più prossimi all’età pensionabile). Ci si chiede dunque se questo rneccanismo di deducibilità dei contributi volontari sia ade guato a incentivare e rendere conveniente l’adesione dei più giovani alla previdenza complementare, oppure se sia da ripensare, ed eventualmente sostituire in favore di altri interventi più utili alla produttività e alla crescita, come quello di un alleggerimento del cuneo fiscale.
Una ricerca del Centro studi Impresalavoro ha inoltre stimato che il recente aumento delle tasse sui guadagni della previdenza integrativa e sulla rivalutazione del Tfr deprimerà le «pensioni di scorta» di chi si affaccia oggi al mondo del lavoro di un ulteriore importo compreso tra il 5 e l’8,6 per cento, mentre la liquidazione del Tfr subirà un taglio aggiuntivo a fine carriera compreso tra il 3,6 e il 6,2 per cento. Non solo, dunque, i nostri giovani si ritrovano già oggi un carico generazionale pesante e un debito pensionistico elevato sulle loro spalle, ma il sistema fiscale continua a penalizzarli, e sembra pure che «le buone notizie» quando arrivano non li riguardino.
* docente di Finanza dell’impresa e dei mercati, consulente per l’area finanza di ImpresaLavoro (ha collaborato il professor Giuseppe Pennisi)
Una bomba pronta a scoppiare – Massimo Blasoni*
La “bomba previdenziale” che rischia di esplodere nei prossimi anni non è figlia soltanto della sentenza della Corte Costituzionale entrata a gamba tesa sulla “riforma Fornero”. Il nostro sistema pensionistico sconta infatti due grandi crisi, diverse e complementari, che imbrigliano l’Italia: quella demografica e quella economica. Siamo un Paese sempre più anziano e con una popolazione attiva in costante diminuzione, anche perché mancano serie politiche di sostegno alla natalità e alla famiglia (per le quali investiamo molto meno dei nostri partner europei: solo l’1,4 del Pil). Poi c’è la perdurante crisi economica. Senza un deciso cambio di rotta l’incidenza sul Pil della nostra spesa pensionistica è destinata a crescere: il numeratore della spesa per pensioni aumenterà lentamente ma inesorabilmente, mentre il denominatore del Pil rischia di vivere una nuova stagione di bassa crescita e di stagnazione. Così il sistema non è sostenibile. O si attuano riforme radicali in grado di liberare la crescita economica oppure servirà una nuova, pesante, riforma della previdenza.
* presidente del centro studi ImpresaLavoro
Massimo Blasoni ad “Agorà” – Rai Tre
Redazione Media agorà, gerardo greco, immigrazione, impresalavoro, massimo blasoni, pensioni
Il presidente di ImpresaLavoro Massimo Blasoni ospite ad Agorà, l’approfondimento di Rai3 condotto da Gerardo Greco.
Lavoriamo in troppo pochi e non ne usciremo coi “bonus”
Redazione Edicola - Opinioni davide giacalone, lavoro, libero, sviluppo
Davide Giacalone – Libero
Il lavoro è uno scrigno, ma se ne parla così tanto da trasformarlo in un bidone. È energia (sprecata) per lo sviluppo, ma lo usiamo per sparare dati a casaccio. Quello che conta è uno solo: in Italia lavoriamo in troppo pochi. Meno che da noi solo in Grecia e Croazia. Così s’avviluppa il cane che si morde la coda: una crescita economica che si ferma alla metà della media europea non potrà mai generare nuova occupazione in misura superiore che altrove; una partecipazione al lavoro troppo bassa non potrà favorire la crescita di competitività e ricchezza. Smettiamola di prenderci in giro e guardiamo la fotografia del lavoro. Da lì si capisce cosa si può e si deve fare, per rompere l’incantesimo.
I disoccupati non sono quelli che non hanno lavoro, ma quelli che lo cercano. I non occupati che non cercano lavoro non li trovate in statistica. I nuovi contratti di lavoro non sono necessariamente nuovi posti di lavoro, come ieri ha chiarito Maurizio Belpietro, ma possono essere sostitutivi di altri, sicché non aumentare l’occupazione né diminuire la disoccupazione. I nuovi contratti a tempo indeterminato non sono posti fissi senza scadenza, perché la riforma ha cancellato questo concetto. Semmai sono tempi determinati senza limite temporale. I nuovi contratti sono favoriti dalla decontribuzione, il che comporta la contrazione di un debito futuro. Che giusto ci mancava, quel genere di lungimirante politica. Posti questi paletti, veniamo a quel che c’impala: la partecipazione al lavoro, per i cittadini fra i 20 e i 64 anni, è ferma al 59,9%. Lavora un italiano su tre. Peggio di noi solo Grecia (53,3) e Croazia (59,2). Ma noi siamo la seconda potenza industriale europea!
Combiniamo i dati raccolti dalla Commissione europea con quelli dell’Istat. Ecco l’orrore: nel 2017 la partecipazione al lavoro, in Italia, dovrebbe salire al 62,4%. Evviva? Un corno, perché in Germania sarà al 77,7 e in Francia (Paese malato, non una tigre asiatica) al 69,8. Sembra impossibile, ma c’è di peggio: gli obiettivi comunicati dai singoli governi e discussi con Bruxelles fissano al 67% la partecipazione al lavoro degli italiani entro il 2020. Peggiori del nostro ci sono solo gli obiettivi di Croazia e Malta (62,9). Vuol dire che abbiamo già messo nel conto di perdere ulteriormente competitività, lasciando che gran parte degli italiani non faccia nulla. Dopo avere letto questi dati si capisce meglio il livello di certe discussioni, sugli zero virgola e sulle trasformazioni dei contratti: da imbriachi. Per capire l’inganno basti leggere l’ipocrisia dei giornaloni, a cominciare dal Corriere della Sera, che a pagina uno suona la tromba dei nuovi “contratti” e a pagina tre annuncia che non ci sono nuovi posti di lavoro. Eppure questi dati contengono un valore. C’è un nesso evidente fra il lavorare poco e il crescere poco. Ce n’è fra il non lavorare e il lievitare dell’insicurezza.
In queste condizioni è saggio aprire il mondo del lavoro a tutte le forme di coinvolgimento di nuove forze, senza perdere tempo in inutili chiacchiere sulle garanzie. Un reddito assicura fiducia e autonomia più di nessun reddito. E sebbene sia evidente che l’ottimo e avere un lavoro ricco e garantito a vita, assistito da accumulazioni previdenziali, è altrettanto evidente che inseguendo quel mito abbiamo creato le condizioni per stroncare le gambe alla nostra potenza industriale, dove chi non lavora soffre l’esclusione e chi produce soffre una insensata pressione fiscale, con l’alibi che serva a soccorrere gli esclusi. Il cane, in questo modo, non si morde più la coda, si mangia direttamente il fegato. Pompando la Repubblica dei bonus si potranno anche prendere dei voti, ma solo ove gli elettori credano ancora sia da furbi farsi prendere per allocchi. Il lavoro, in Italia, è un giacimento di ricchezza che c’incaponiamo a non sfruttare, piuttosto blandendolo nel mentre lo si tiene fuori dalla produzione.
Voci di un altro salvataggio da 50 miliardi
Redazione Edicola - Opinioni Avvenire, europa, giuseppe pennisi, grecia
Giuseppe Pennisi – Avvenire
Anche se un bonifico di 757 milioni di euro è partito dal Tesoro greco (grazie all’apporto di enti locali e di depositi di istituti di credito) per il Fondo monetario internazionale (evitando il temuto default), le cifre fanno accapponare in ogni caso la pelle: entro metà luglio Atene dovrà trasferire al Fondo altri 3 miliardi di euro e farsi rifinanziare 11 miliardi in scadenza, nonché inviare alla Banca centrale europea 6,7 miliardi di euro. Se le casse sono vuote, il pagamento di stipendi e pensioni è a rischio, con la prospettiva di nuovi disordini sociali. Gli altri creditori di Atene – lo si mormorava nei corridoi della riunione dell’Eurogruppo – hanno ingoiato la pillola di accettare una dilazione dei pagamenti (e forse anche una riduzione). Fmi e Bce, invece, non possono ritardare e tanto meno ridurre i pagamenti a loro dovuti a ragione della ‘sa- cralità’ delle istituzioni finanziarie internazionali: si tratta infatti di creditori privilegiatissimi che devono costantemente avere la fiducia dei mercati e collocare, nell’interesse di tutti, le loro obbligazioni. In questo quadro, discettare su un eventuale referendum greco sull’euro è un’inutile distrazione. Il nodo è come fare fronte alla scadenze e inoltre trovare capitali stranieri (molti di quelli greci sono in fuga) per riattivare l’economia. Secondo stime elaborate da diversi centri studi americani, sarebbe necessario entro l’estate un nuovo salvataggio. Di ben 50 miliardi di euro.
Nessun vuole scottarsi ancora una volta le dita. Allo stesso tempo, però, nessuno vuole che la Grecia vada a picco. Non lo vogliono neanche gli USA, in quanto temono sia lo spappolamento dell’eurozona sia una liaisons dangereuses tra Atene e Mosca.
Si sta affacciando una nuova strada: varare per la Grecia un programma analogo a quello che è stato attuato dal 1990 al 2010 con successo per i Paesi più poveri e più indebitati. In breve, parte dei crediti bilaterali (come quelli dell’Italia) verrebbero non solo dilazionati, ma anche ‘rimessi’. Entrerebbe in gioco la Banca mondiale (che non fa prestiti dal 1979 alla Grecia a ragione del reddito pro-capite allora raggiunto) con operazioni a lungo termine (25 anni) per rimborsare Fmi e Bce e riattivare investimenti. Un’operazione basata su un programma di politica economica concordato e monitorato attentamente, nel caso, da una missione Banca mondiale e Fmi residente ad Atene. La Grecia deve complessivamente all’Italia tra i 30 ed i 40 miliardi: ciò equivale a dieci volte circa l’impatto (al netto delle imposte) sui conti pubblici, della sentenza della Corte Costituzionale sulla perequazione delle pensioni.
Pensioni Inps, chi ciurla nel manico della Consulta
Redazione Edicola - Opinioni formiche, giuseppe pennisi, inps, pensioni
Giuseppe Pennisi – Formiche
Da quando è iniziato il noir della Consulta e della previdenza mi sono chiesto chi è Il Terzo Uomo di questa puntata della saga pensionistica. Vi ricordate il film di Carol Reed da cui Graham Green, autore della sceneggiatura, trasse un romanzo (uscito un anno dopo il thriller cinematografico? Joseph Cotten ed Alida Valli sanno che c’era certamente un “terzo uomo” accanto al carro funebre in cui sarebbe stata la salma di Orson Wells. L’intero avvincente film riguarda la ricerca del Terzo Uomo, il personaggio interpretato da Orson Wells non solo non è stato ucciso come si pensava dopo le prime inquadrature ma sarà lui ad assassinare il portiere dello stabile in cui abita poiché costui era l’uomo che sapeva troppo.
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Renzi vuole l’Internet di Stato
Redazione Edicola - Opinioni davide giacalone, Internet, libero, Matteo Renzi
Davide Giacalone – Libero
Sarà pure una corsa verso la larga banda, ma non è il caso di riarruolare la banda del buco. A qualcuno potrà sembrare una novità, ma solo perché ha la memoria corta: già una volta il governo usò l’Enel per ristatalizzare le telecomunicazioni. E fu una tragedia. Non per tutti, però, perché taluni fecero soldi a patate. Seguono nomi e fatti. Tornatici alla mente quando abbiamo letto (Repubblica) che il governo coltiverebbe questo insano progetto. Subito accompagnato dall’immancabile tweet di Renzi: «La Banda Ultra Larga è obiettivo strategico. Non tocca al Governo fare piani industriali. Ma porteremo il futuro presto ovunque». Per aggiornare e allargare la rete di telecomunicazioni il piano industriale ci vuole. Non è compito del governo stenderlo, ma immaginare di farlo fare ad una società controllata dal governo è una scelta politica.
Quella di Telecom Italia fu la peggiore privatizzazione immaginabile e mai realizzata. L’abbiamo dettagliatamente raccontata. Fatto è che, ripetutamente, il governo prova a ficcar le mani dentro quella che è una società privata. Ci provò il governo Prodi, provocando le dimissioni di Marco Tronchetti Provera. Ci hanno provato i governi Letta e Renzi, tentando di vendere a Telecom una società pubblica, Metroweb. Ora ci riproverebbe creando un concorrente diretto, in capo a una società guidata da vertici scelti dalla politica.
Il governo, naturalmente, non dovrebbe avere nessun motivo per difendere Telecom, che di guai ne ha tanti, essendo passata dall’essere una seria multinazionale, capace di creare ricchezza, a una società dialettale, oberata dai debiti. Ma il dovere del governo consiste nel creare le condizioni capaci di far vincere il miglior concorrente, non il fare concorrenza. Senza contare che le continue voci, l’avere appreso che da Palazzo Chigi si voleva dismettere la rete in rame, poi far entrare Cassa Depositi e Prestiti fra i soci, poi che questa avrebbe preso Metroweb e cosi via, sono turbative di mercato. Telecom è quotata in Borsa. E anche Enel lo è. Le chiacchiere, quindi, non sono solo tali.
Veniamo alla novità: usare Enel e i suoi cavi elettrici per diffondere la larga banda, in questo modo polverizzando Telecom e i suoi immobili vertici. L’ho già sentita. Anzi: l’abbiamo già vissuta. Fate attenzione alle cifre e alle date: nel 1997 il governo Prodi vende il controllo di Telecom per 11,82 miliardi di euro; subito dopo una società pubblica, che gestisce un monopolio, l’Enel, riporta lo Stato nelle tlc comperando Infostrada, e impegnandosi a spendere, a beneficio degli inglesi di Vodafone, 11 miliardi di euro. Lo Stato aveva ceduto il monopolista alla stessa cifra alla quale chiedeva di acquistare un concorrente. In realtà, alla fine, fu pagato il 32% in meno, quindi 7,5 miliardi, perché l’antitrust aveva chiesto di conoscere tutte le carte di questa compravendita e analoga istruttoria faceva l’antitrust europeo, così si era già perso del tempo, compreso quello necessario per discutere i ricordi al Tar. Nel mentre questo procedimento andava avanti erano scaduti i termini, fissati al 28 febbraio 2001, previsti dal preliminare di vendita. In quel tempo, oltretutto, i titoli delle società telefoniche erano crollati in tutte le Borse. Grazie a questo Enel chiese di rivedere il prezzo ed ottenne uno sconto. Ma se fosse stato per Enel la mano pubblica avrebbe consegnato agli inglesi i soldi che aveva incassato cedendo il controllo di Telecom Italia.
E ci sono altre due cose, da non dimenticare. La prima: Infostrada teneva nel suo seno la rete telefonica che era appartenuta alle Ferrovie dello Stato. Quella rete era stata comperata, nel 1997, dalla Olivetti, al prezzo di 700 miliardi di lire, pagabili in 14 anni, ed era stata rivenduta dalla stessa Olivetti alla Mannesmann, l’anno successivo, per 14 mila miliardi di lire, senza rateizzazione. Lo Stato ricomperava quella stessa rete che una sua azienda aveva venduto. La seconda cosa da non dimenticare è che la rete Infostrada non venne acquistata da Wind, la società telefonica del gruppo Enel, perché allora vi erano ancora i soci francesi di France Télécom, i quali non avevano alcuna intenzione di svenarsi per una simile operazione. L’acquisto venne fatto da una società di diritto olandese, la Enel Investment Holding Bv. Una società di Stato che usava strumenti da elusione fiscale. Mica male.
Quando, nel 1998, si tiene la gara per il terzo gestore di telefonia mobile, Telecom fa osservare che si troverebbe come concorrente una società partecipata dallo Stato, retta dai soldi degli italiani che pagano le bollette. Il tutto mentre ancora esisteva (ed esiste) la golden share, che assegna al governo il potere di stabilire chi può essere socio di Telecom. Parlarono al vuoto, tanto che Enel, con Wind, vinse la gara. Ma durò poco, perché nel 2006 vendette tutto a Naguib Sawiris, egiziano. Prezzo della vendita: 1,962 miliardi. La sottrazione, rispetto a quanto è costata questa fugace avventura, fatela voi.
Dunque, per tornare al tweet presidenziale: il piano industriale ci vuole, altrimenti riviviamo lo stesso incubo; non tocca al governo, ma è il potere esecutivo a stabilire se una società controllata dallo Stato rientra in un settore che era statale e fu privatizzato; se è questo che hanno in mente, sappiano che non sono dei rottamatori, ma dei restauratori. Del peggio che ci toccò vedere.


