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L’Italia è spendacciona ma i servizi sono scarsi

L’Italia è spendacciona ma i servizi sono scarsi

di Massimo Blasoni*

Se ne parla poco, l’argomento sembra passato di moda, ma restano un fatto le vistose differenze nella dimensione e nell’andamento della spesa pubblica pro capite consolidata sostenuta nelle varie regioni italiane. I valori fotografati nel Rapporto annuale 2018 della Ragioneria generale dello Stato certificano infatti un abisso tra gli 8.203 euro spesi in Veneto (diminuiti peraltro di 83 euro rispetto all’anno precedente) e i 15.448 spesi in Valle d’Aosta o i 13.431 del Trentino Alto Adige (aumentati rispettivamente di 1.683 e 539 euro rispetto all’anno precedente).

Questo tipo di dato viene ottenuto considerando ogni importo sostenuto in ciascuna regione da qualsivoglia organismo pubblico e tiene dunque conto delle spese dello Stato, della Regione, degli altri enti locali e di ogni Fondo alimentato con risorse nazionali o comunitarie, enti previdenziali compresi. Tutto, insomma. Nella classifica dei più spendaccioni – dopo i già citati Valle d’Aosta e Trentino Alto Adige – seguono Lazio, Friuli Venezia Giulia e Molise. Tra le più parche (a far compagnia al Veneto e alla Lombardia) ci sono invece Puglia, Emilia Romagna, Marche e Sicilia.

L’evoluzione della spesa fa riflettere. Da un lato se ne ricava che l’enorme differenza della quantità di spesa tra Regioni non è semplicisticamente riconducibile alla loro collocazione geografica, dal momento che si spende tanto al Nord quanto al Sud. Dall’altro, oltre alla quantità, occorre considerarne anche la qualità. Prendiamo per esempio la sanità. Il livello dei servizi resi in Lombardia è nettamente migliore di quello calabrese, anche se l’Istat ci dice che il costo pro capite è di poco superiore: 120 euro a cittadino, un’inezia. Si tratta pertanto di spendere meno ma anche e soprattutto di spendere meglio.

Dal trasporto pubblico ai servizi postali, troppo spesso i nostri servizi pubblici sono lontani dagli standard che ci potremmo aspettare visto il loro costo, condizionati come sono da inefficienze ed eccesso di intermediazione politica. Un esempio? Nell’area di Napoli, forse la peggio servita quanto a raccolta e smaltimento rifiuti, si paga una delle tasse sui rifiuti più alte d’Italia. Resta infine l’annosa querelle sui residui fiscali. Ci sono Regioni che ricevono dalla mano pubblica più di quello che versano in tasse e imposte e viceversa: un tema spinoso. Su un punto però siamo tutti d’accordo: la spesa corrente in valore assoluto non accenna a diminuire e restiamo tra i più spendaccioni d’Europa.

*Imprenditore e presidente del Centro studi ImpresaLavoro

Niente ripartenza se le aziende restano a secco

Niente ripartenza se le aziende restano a secco

*di Massimo Blasoni

Si profila purtroppo un 2019 complicato per le imprese italiane e le previsioni di bassa crescita, se non di recessione, del nostro Pil rischiano di avverarsi. Tra i tanti, resta rilevante il problema del credito bancario, lo avvalorano gli ultimi dati disponibili di Banca d’Italia relativi al 2018. Se comparati con quelli del 2011 rivelano che lo stock complessivo dei prestiti alle imprese è sceso da 909 miliardi di euro a 695. Una riduzione di oltre 200 miliardi che solo in parte trova spiegazione nel ridotto merito creditizio o nella minore disponibilità a nuovi investimenti delle nostre aziende. In realtà le banche sono meno inclini a rischiare, con l’effetto che la minore disponibilità di linee di credito concorre a frenare lo sviluppo e l’occupazione. La conclusione del Quantitative Easing,con cui la Banca centrale europea acquistava per decine di miliardi i bond emessi dai singoli Paesi europei, rischia di aggravare il problema. Dobbiamo ricordare che i titoli di Stato italiani erano i terzi per volume di acquisti da parte della Bce: 3,6 miliardi al mese, pari al 16,2% del complessivo. La fine di questo flusso prevedibilmente aumenterà i tassi di interesse e renderà ancora più debole il sistema economico italiano. Le responsabilità degli istituti di credito rappresentano solo uno degli ostacoli per la competitività delle nostre imprese; ovviamente ci sono anche l’eccesso di burocrazia, gli scarsi investimenti pubblici in infrastrutture, la mancata digitalizzazione e molto altro. Bisogna peraltro riconoscere che sono in ripresa i prestiti alle famiglie e che le banche debbono far fronte all’enorme perdita di valore delle loro azioni in borsa. Dall’inizio della crisi ad oggi le banche quotate hanno bruciato 215 miliardi. Tuttavia è chiaro che la restrizione del credito rende più complesso il lavoro delle imprese italiane, basti dire che in Germania e Francia dal 2011 ad oggi i prestiti alle aziende sono aumentati: per i cugini d’oltralpe di oltre 90 miliardi. Senza lo sviluppo delle nostre imprese non ci sono né crescita né nuova occupazione. Un fatto evidentemente non del tutto compreso anche dal governo a guardare l’ultima manovra che riduce gli stanziamenti per il sistema produttivo.

*Imprenditore e presidente del Centro studi ImpresaLavoro

In Italia l’età media per poter andare in pensione è sotto quella dei paesi UE

In Italia l’età media per poter andare in pensione è sotto quella dei paesi UE

di Massimo Blasoni

Il Governo pare acconciarsi a un ridimensionamento dei costi dell’applicazione di “Quota 100” alle pensioni. La misura sarà solo triennale e soprattutto le modalità di applicazione ridurrebbero il primo anno di un terzo le risorse inizialmente stanziate. Soprattutto per i lavori cosiddetti usuranti, l’età di pensionamento rappresenta un tema rilevante, ma è anche vero che decenni di Governi fin troppo disponibili e di pensioni baby hanno portato la nostra spesa pensionistica in rapporto al Pil ad essere una delle più rilevanti d’Europa. C’è un fatto che potrebbe non piacerci, lo rileva uno studio di ImpresaLavoro su dati OCSE. Nel nostro Paese si va in pensione di fatto mediamente ben prima dei 67 anni disposti dal 2019 dalla Riforma Fornero. L’età effettiva di pensionamento in Italia è più bassa della media UE: 62,1 anni contro i 63,2 degli altri Paesi europei. Meno, tanto per citarne due, di quelle del Regno Unito e tedesca che rispettivamente traguardano l’agognata quiescenza a 64,6 e 63,3 anni. Da cosa deriva la differenza tra l’età effettiva di pensionamento e quella teorica? Questo avviene per svariati motivi, primo tra i quali il fatto che soprattutto in passato molti hanno iniziato a lavorare in giovane età e dunque l’uscita dal mercato del lavoro, dopo i canonici 42 anni di versamenti contributivi, avviene relativamente presto. Ci sono poi da considerare gli “sconti” per lauree, servizio militare ed altro. Niente da dire, ma è giusto ripeterlo: la maggior parte degli europei va in pensione ad un’età più avanzata della nostra e dunque, per quanto impopolare, è ragionevole porre qualche dubbio sulla misura prevista dal Governo che abbassa ulteriormente l’età di pensionamento. Non sarà così per i giovani italiani, su cui piuttosto occorrerebbe investire. Avendo iniziato a lavorare tardi ed avendo accumulato spesso “vuoti contributivi” per la flessibilità del lavoro, dovranno aspettare molto più dei loro genitori per andare in pensione. Secondo il report OCSE Pensions at a Glance 2017, un giovane che ha iniziato la lavorare nel 2016 a vent’anni dovrà attendere i 71,2 anni per ottenere la pensione.

Servono gli investimenti, non i sussidi

Servono gli investimenti, non i sussidi

Massimo Blasoni, imprenditore nel settore della costruzione e gestione di residenze sanitarie per anziani con Sereni Orizzonti, uno dei gruppi nazionali leader di settore che occupa circa 3mila persone, cosa pensa della manovra?

«Premesso che non sempre bisogna essere remissivi in Europa – condivido infatti la posizione sui migranti di Salvini – relativamente alla manovra non solo occorre ridurre il deficit ipotizzato ma soprattutto sarebbe necessario spendere diversamente le risorse. Comprendo i motivi per i quali l’Ue giudichi negativamente misure come il reddito di cittadinanza che paiono alludere al fatto che i problemi non si risolvono con il lavoro. È sbagliato credere che una manovra in deficit migliori il rapporto debito/Pil perché il debito aumenta con certezza e lo stesso non si può dire del Pil vista la crescente propensione al risparmio degli italiani in questi mesi di incertezza».

Però esiste un problema povertà in Italia.

«Servono interventi, ma non a debito. Bisogna mettere l’accento sullo sviluppo delle imprese e sulla creazione di occupazione. Il maggior gettito sarebbe utile anche per le misure di contrasto alla povertà».

Cosa dovrebbe fare il governo secondo lei?

«Infrastrutture, sia fisiche che digitali. Nel 2009 lo Stato investiva 50 miliardi in opere pubbliche, oggi sono scesi a 30, mentre il Paese avrebbe bisogno di rendere più rapidi ed efficienti i trasporti e gli scambi. Resta poi il tema della burocrazia, vero macigno sullo sviluppo delle imprese. Secondo il report Doing Business, una concessione edilizia in Italia richiede in media 227 giorni, mentre in Germania ne bastano la metà. Avviata la progettazione nello stesso giorno, mentre mi starò ancora dibattendo tra bolli e permessi, il mio competitor tedesco starà già costruendo da mesi. Competere così non è facile, visti la diversa disponibilità e costo del denaro e il devastante peso delle tasse, tra le più alte d’Europa».

Il governo afferma di aver pensato alle imprese.

«Misure blande in confronto a reddito di cittadinanza e quota 100. Servirebbe, invece, un grande sforzo per innovare. Andiamo verso un mondo nel quale la metà delle professioni attuali potrebbe essere automatizzata e nel quale i nostri figli che oggi frequentano le elementari potrebbero svolgere un mestiere che ora neppure esiste. L’Italia investe poco in digitale e istruzione. Secondo l’indice Desi della Commissione Ue siamo tra gli ultimi in Europa».

Cosa non si dovrebbe fare?

«Non funziona l’irrigidimento del mercato del lavoro determinato dal decreto Dignità. Non si devono fermare le grandi opere come la Tav. Si dovrebbe evitare lo statalismo insito nelle ipotesi di salvataggio pubblico di Alitalia e di trasformazione di Cdp in una nuova Iri. Non funziona, infine, il reddito di cittadinanza. Mi spiace dirlo, ma tutto quello che M5s vorrebbe fare proprio non va».

Sul lavoro Italia ancora in ritardo

Sul lavoro Italia ancora in ritardo

di Massimo Blasoni

Il mercato del lavoro è in grande mutamento. L’innovazione tecnologica rende già oggi molte professioni automatizzabili e la rivoluzione digitale cambia molti dei modelli a cui eravamo abituati. Purtroppo da noi le regole sull’occupazione continuano invece a restare rigide. A sottolineare questo e altri aspetti sono i dati appena pubblicati nel report annuale del World Economic Forum.

Relativamente all’efficienza del mercato del lavoro, su 140 Paesi censiti risultiamo 79esimi al mondo e quart’ultimi in Europa. Per quanto riguarda la collaborazione tra impresa e lavoratore e il legame tra salari e produttività, il report ci attribuisce un ranking pessimo a livello europeo, inferiore a quello di Portogallo e Polonia. Ci collochiamo oltre il centesimo posto anche quanto alla facilità nelle pratiche di assunzione. I nostri contratti restano poi più parametrati alla quantità di tempo impiegata dal lavoratore che non al numero e all’efficienza delle prestazioni rese in quel medesimo tempo.

La scarsa flessibilità nella determinazione dei salari si accompagna inoltre a un’elevata tassazione del lavoro: il cuneo fiscale ci schiaccia al 100esimo posto su 140. Non dobbiamo quindi sorprenderci se non riusciamo a trattenere i nostri talenti né tantomeno a attrarne di nuovi.

Si potrebbe sospettare che l’autorevole studio del WEF sia troppo severo ma la bassa crescita dell’occupazione in Italia rispetto al 2007 (ultimo anno pre-crisi) conferma purtroppo le sue analisi. È vero che rispetto ad allora abbiamo 130mila occupati in più ma questo dato impallidisce di fronte all’aumento, nello stesso periodo di tempo, dei lavoratori in Germania (+2 milioni e 300 mila) e in Gran Bretagna (+1 milione e 600 mila).

Possiamo consolarci osservando come rispetto all’anno scorso il nostro mercato del lavoro abbia scalato, in termini di efficienza ed efficacia, 37 posizioni nella graduatoria internazionale e 3 in quella europea. È senz’altro una nota positiva, ma molto resta ancora da fare.

Per avere una pensione più alta basta uscire dalla gestione pubblica

Per avere una pensione più alta basta uscire dalla gestione pubblica

di Massimo Blasoni

Pensioni: converrebbe passare dall’attuale sistema a ripartizione a un modello a capitalizzazione individuale? Con l’attuale sistema versiamo, sostanzialmente senza alcun rendimento, contributi all’Inps che servono a pagare gli assegni di chi è in quiescenza oltre alle prestazioni assistenziali: Cassa Integrazione, indennità di malattia o invalidità.

Concentriamoci sulla quota di contributi che serve a pagare le nostre pensioni lasciando a parte la componente che serve a far fronte alle prestazioni assistenziali. Facciamo un esempio: ipotizziamo che questa parte sia pari a 10.000 euro annui versati per trentanni e con un rendimento del 3% superiore alle esigue rivalutazioni che oggi l’Inps ci riconosce. Accumuleremmo un montante di 490.000 euro, cioè il 40% in più di quello che oggi accantoniamo. Tradotto, sarebbe possibile andare in pensione con le attuali soglie ma con un assegno più ricco del 40%, ovvero anticipare di molto la pensione con un assegno almeno pari a quello che avremmo comunque ottenuto. Ovviamente il passaggio da un sistema all’altro sarebbe estremamente complesso ma non impossibile, soprattutto se avvenisse per gradi e con un mix iniziale tra l’attuale previdenza obbligatoria e la previdenza integrativa.

D’altro canto il tema va affrontato con coraggio. Secondo l’Istat, nel 1974 la spesa pensionistica italiana era pari aff’8,15% del Pil e nel nostro Paese si erogavano 21,59 pensioni ogni 100 abitanti. Oggi spendiamo invece in assegni pensionistici il 16,3% del Pil e il numero di pensioni in rapporto ai cittadini è quasi raddoppiato, circa 38 ogni 100 abitanti.

Attualmente nessun altro Paese Ocse spende quanto noi: il 31,9% della spesa pubblica italiana è assorbito dalla previdenza contro una media del 18,1%. Lo sbilancio annuale dell’Inps inoltre è diventato un’abitudine, così come il ciclico azzeramento del suo patrimonio e la conseguente ricapitalizzazione con i nostri denari. Il nostro sistema pensionistico è sostanzialmente collettivistico, così togliendo ingiustamente agli individui la libertà di organizzare la propria vita. Un argomento che potrebbe essere confutato sul piano ideologico, se non fosse per un piccolo particolare: la realtà è lì a dimostrare che il modello italiano sta crollando sotto il peso della sua insostenibilità.

Provate a non pagare puntualmente le tasse. Lo Stato lo fa da impunito con i suoi fornitori.

Provate a non pagare puntualmente le tasse. Lo Stato lo fa da impunito con i suoi fornitori.

di Massimo Blasoni*

Il rapporto tra Stato e cittadino non è sempre equilibrato, vale anche per gli imprenditori. Provate – ve lo sconsiglio – a non pagare le tasse. Sono, giustamente, guai seri. Quando però è lo Stato a dover saldare i propri fornitori, la musica cambia perché la Pubblica amministrazione paga quando vuole. Per le imprese il costo di questi ritardi supera i 4 miliardi all’anno. Vediamo perché.

Il Centro Intrum Justitia stima i tempi medi di pagamento dei fornitori delle Pubblica amministrazione in tutta Europa. Quest’anno ci troviamo tristemente ultimi in classifica e con una performance addirittura peggiore rispetto al 2017: ben 104 giorni di attesa, 9 in più dell’anno scorso. Facciamo peggio di Grecia e Portogallo, dove sono necessari 73 e 86 giorni per saldare il debito commerciale dello Stato, e sembriamo delle lumache rispetto a Germania (33 giorni) e Regno Unito (26 giorni).

Il dato non è puramente statistico ma purtroppo segnala l’ennesimo gravame sulle imprese italiane. Essere pagati in ritardo costringe ad anticipare per più tempo i propri crediti in banca. È ovvio: se per fornire la Pubblica amministrazione l’imprenditore ha dovuto pagare materiali e dipendenti e non viene a sua volta saldato non può che rivolgersi al sistema bancario. Un sistema di norma piuttosto costoso e a cui non è facile accedere. Ogni anno questo costo. I dati da considerare sono sostanzialmente due: 7,32% cioè il costo medio dell’accesso al credito, con modalità che vanno dallo sconto fatture al factoring, agli sconfinamenti e così via. E 57 miliardi, ovverosia lo stock complessivo dei debiti della Pubblica amministrazione quantificato da Bankitalia per l’anno 2017. L’incrocio dei due dati consente di stimare in oltre 4 miliardi all’anno il costo che le nostre imprese sono così costrette a sostenere.

Per i suoi ritardi l’Italia è stata deferita alla Corte di giustizia dell’Unione europea. Dal 2013, in seguito al recepimento nel nostro ordinamento della direttiva comunitaria contro i ritardi di pagamento, i tempi non potrebbero superare di norma i 30 giorni. Va poi considerato che dover anticipare in banca per lungo tempo i crediti verso la Pubblica amministrazione riduce per le nostre aziende la capacità di ottenere affidamenti, rendendo così più complesso innovare e investire.

Competere con le imprese straniere è già difficile per motivi che vanno dal costo dell’energia alla burocrazia, alla lentezza della giustizia civile. Aggiungere a questo elenco il ritardo dei pagamenti delle Pubblica amministrazione certamente non aiuta. Vorremmo finalmente essere esentati dal pagamento di una sorta di tassa in più, grazie alla quale lo Stato si finanzia a spese degli imprenditori.

* imprenditore e presidente del Centro studi ImpresaLavoro

Gli immigrati pesano sui costi, non aiutano

Gli immigrati pesano sui costi, non aiutano

di Massimo Blasoni

L’apporto dei lavoratori immigrati regolari al bilancio dell’Inps è incontestabile. Così non è invece per le tesi del Presidente Boeri, che auspica la loro crescita per far fronte allo sbilancio previdenziale (come noto, ogni anno occorre attingere alla fiscalità generale per ripianare le perdite). Sono tre gli elementi che a mio avviso rischiano di essere sottovalutati. Primo: il lavoro degli immigrai è utile ma deve concorrere a un aumento degli occupati e non sottrarre posti agli italiani. Questo fenomeno purtroppo esiste, nell’ultimo decennio si è registrata una crescita degli occupati stranieri che ha sfiorato il milione e una contemporanea diminuzione di 846mila lavoratori italiani. Secondo: quando si fanno i calcoli sull’importante apporto dei contributi previdenziali versati dagli immigrati non si può non considerare anche il debito implicito che si va formando. Si tratta di lavoratori a cui le pensioni dovranno essere in futuro pagate. Un’obbligazione che lo Statosi assume sia per le pensioni da lavoro sia per quelle assistenziali, che non sono correlate ai contributi corrisposti. A oggi sono finora 49.852 gli stranieri titolari di pensioni sociali che non hanno effettuato alcun versamento. Un numero destinato ad aumentare sulla base dei meccanismi di ricongiungimento familiare. Terzo: appare inoltre rilevante il numero di stranieri che svolgono professioni certo utili come colf e badanti, ma che prevedono bassi versamenti contributivi. Esiste così il rischio che un domani l’ammontare di queste pensioni risulterà superiore ai versamenti effettuati. Si tratta di temi che toccano tutti i lavoratori, connazionali e non,ma che obiettivamente ridimensionano il ruolo salvifico dell’immigrazione. Aggiungo che se i lavoratori stranieri in parte sostituiscono quelli italiani, questi non lavorando avranno bisogno di sostegno pubblico: un’indiretta promozione del reddito di cittadinanza. Il rischio insomma è un cortocircuito assai poco virtuoso.

La previdenza integrativa salverà le pensioni

La previdenza integrativa salverà le pensioni

di Massimo Blasoni

Il superamento della Riforma Fornero è stato forse l’unico punto in comune tra i programmi elettorali della Lega e del Movimento 5 Stelle. Si tratta di un obiettivo non facile ma necessario: la stessa Ocse ci ricorda infatti che – tenuto conto del coefficiente di trasformazione legato all’aspettativa di vita media – un giovane italiano che inizi oggi a lavorare potrà andare in pensione solo dopo i 71 anni e a condizione che in tutto il suo percorso professionale non si siano registrati vuoti contributivi. La difficile sostenibilità del nostro sistema previdenziale è dovuta al basso tasso di occupazione: la percentuale di lavoratori sul totale degli italiani tra i 15 e i 64 anni è infatti di appena il 58%, dieci punti sotto la media europea e addirittura venti rispetto al dato tedesco. Anche a non voler considerare la spesa assistenziale, tra contributi versati e pensioni erogate dobbiamo così far fronte ogni anno a uno sbilancio di oltre 21 miliardi. L’incidenza della spesa pensionistica sul nostro Prodotto Interno Lordo è nel frattempo salita al 16,5% (la più alta in Europa, dopo quella della Grecia) mentre Germania e il Regno Unito non vanno oltre l’11%.

I motivi dell’elevata spesa pensionistica sono noti. Si è elargito troppo allegramente in passato quando, con il metodo retributivo, l’assegno percepito non era proporzionale all’ammontare dei contributi versati. Di qui un debito implicito – quello che lo Stato deve per le future pensioni – ben più gravoso del già pesante debito pubblico. Resta da capire quali possono essere le soluzioni, dal momento che la Consulta non ha ammesso l’ipotesi di un ricalcolo retroattivo, sulla base del metodo contributivo, degli assegni più alti.

In questo contesto non restano che due ambiti in cui poter agire. Il primo e più rilevante è quello della crescita: solo incentivando l’occupazione (e dunque l’ammontare dei versamenti contributivi) si può ridurre il disavanzo annuale del nostro sistema e attenuare le rigidità imposte dalla Riforma Fornero. Per ottenere questo risultato sono però necessarie liberalizzazioni, privatizzazioni e una forte riduzione del perimetro di attività dello Stato. L’altro ambito è invece quello dell’incremento della previdenza integrativa gestita direttamente dai cittadini: deve infatti maturare la consapevolezza che non è frutto di un ordine necessario che i denari delle nostre pensioni vengano totalmente e obbligatoriamente gestiti (male) dallo Stato. A ben vedere, dunque, le soluzioni non sono due ma soltanto una: quella liberale. Si tratta di applicarla.

Molto meglio aumentare i super ammortamenti

Molto meglio aumentare i super ammortamenti

di Massimo Blasoni – Italia Oggi

Ridurre le tasse è ormai il mantra del programma elettorale di ogni partito. Un obiettivo ovviamente lodevole, quantunque non sempre siano esplicitamente evidenziate le coperture per la sua attuazione. Di più, se la ripresa del Paese non può che essere conseguenza dello sviluppo delle nostre aziende va condiviso l’obiettivo di agire innanzitutto sulle imprese. Negli Stati Uniti ad esempio Trump ha ridotto dal 35% al 21% la corporate tax e meglio ancora si è fatto nel Regno Unito dove da aprile 2017 si è abbassata l’imposta sul reddito d’impresa al 19%. Occorre però chiedersi se l’obiettivo di ridurre imposte e gabelle sulle imprese si possa conseguire anche indirettamente e promuovendo ancor più crescita e investimenti. Diciamolo semplicemente, ridurre l’Ires incrementando gli utili d’impresa non ha come conseguenza necessaria che quelle risorse vengano poi reinvestite in azienda o con altri acquisti. Non è improbabile che nel clima attuale, ancora di incertezza, la destinazione di parte rilevante di quegli importi potrebbe essere il risparmio. Quest’ultimo è virtuoso ma di certo non genera sviluppo. Secondo Banca d’Italia ci sono mille miliardi parcheggiati sui conti correnti degli italiani. Forse sarebbe meglio incrementare i super ammortamenti per gli investimenti fatti in azienda, allargando lo spettro di quelli attualmente ammessi.
La misura, parte del programma Industria 4.0, sta ottenendo importanti risultati ma potrebbe essere resa molto più vantaggiosa. Se si aumentano gli ammortamenti si riduce l’imposizione fiscale ma questo beneficio si ottiene solo a patto di investire con conseguenti sviluppo e innovazione. Un’ultima considerazione. L’edilizia in Italia è il comparto che più ha sofferto la crisi economica con una contrazione del 32% della produzione dal 2010 ad oggi. Consentire il super ammortamento anche degli investimenti in questo settore -quindi sull’acquisto di immobili- rappresenterebbe un eccezionale volano. Meno tasse sì, ma anche più investimenti.