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La crisi taglia le rimesse: sono ai minimi dal 2007

La crisi taglia le rimesse: sono ai minimi dal 2007

Repubblica.it

La crisi colpisce anche le rimesse dei lavoratori stranieri in Italia: negli ultimi 10 anni le somme dirette verso i paesi d’origine dei migranti hanno raggiunto i 60 miliardi di euro, ma il trend rilevato da un’analisi del Centro Studi “ImpresaLavoro” su elaborazione di dati Bankitalia mostra chiari segnali di sofferenza.

Osservando la ripartizione per anno, infatti, si osserva come la crisi economica italiana abbia comportato negli ultimi anni una significativa contrazione delle somme inviate da questi lavoratori alle loro famiglie di origine: dai 7,394 miliardi del 2011 ai 6,833 miliardi del 2012 (-7,6%) fino ai 5,533 miliardi del 2014 (-38%), il livello più basso dal 2007.

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L’Italia divisa in due – Leggi il paper completo

L’Italia divisa in due – Leggi il paper completo

Di Paolo Ermano

In una recentissima relazione che la Commissione Europea ha indirizzato all’Italia intitolata didascalicamente: “Relazione per paese relativa all’Italia 2015 comprensiva dell’esame approfondito sulla prevenzione e la correzione degli squilibri macroeconomici “, nella sezione 3.5 intitolata “Tema Speciale: Disparità Regionali” viene messo in luce come la crisi economica continui ad aggravare in maniera sostanziale la differenza nelle performance economiche fra Sud e Centro-Nord. Per dirla con il sintetico linguaggio del governo europeo: “La crisi ha aggravato lo storico divario socioeconomico tra il Centro-Nord e il Mezzogiorno “.
Nel Mezzogiorno d’Italia vivono poco più di 20 milioni di abitanti, circa 1/3 della popolazione totale del Paese. Il Sud rappresenta, quindi, una porzione rilevante del Paese; eppure sembra comportarsi come un’area a sé, un’area sempre più indirizzata verso un declino economico che molto probabilmente rischierà di portare con sé un collasso sociale. Invece, il resto d’Italia, il Centro-Nord, dove gli altri 40 milioni di abitanti vivono, è un insieme di regioni che, come vedremo, si attesta a livello di sviluppo vicini ai migliori partener europei, una situazione di squilibrio economico che si riflette inevitabilmente sulle possibilità di governo del Paese.
L’elemento sorprendente dell’analisi che segue su Centro-Nord e Mezzogiorno è la sua semplicità. Prendendo a prestito 4 grafici dal rapporto della Commissione Europea, si può rappresentare una storia del Mezzogiorno di declino, un declino legato all’impossibilità di fare attività d’impresa, un declino fatto di disoccupazione, di scarsa capacità imprenditoriale e, forse soprattutto, di una governance disastrosa.

1. Mercato del lavoro

Come si vede nel primo grafico (Grafico 3.5.1.), il progresso occupazionale al Centro-Nord ha subito una battuta d’arresto con l’avvento della crisi, dopo un trend ascendente che perdurava dagli inizi degli anni ’90. E’ interessante notare come nonostante tutto, in quest’area la tremenda crisi degli ultimi anni non ha ridotto l’occupazione come invece accadde alla fine degli anni ’80, segno che di un sistema economico-sociale che, per quanto farraginoso, ha tenuto.

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Invece nel Mezzogiorno siano letteralmente davanti a un disastro: a fine 2013, l’occupazione nel Mezzogiorno si attestava a valori inferiori a quelli raggiunti nel 1977, di quasi 5 punti percentuali inferiori. Mentre dall’inizio della crisi quest’area osservava il tracollo degli occupati, registrava anche un aumento del tasso di disoccupazione di quasi 10 punti percentuali, circa la metà di quanto accadeva al Centro-Nord.
Un’Italia a due velocità, dove mentre 1/3 della popolazione annega e gli 2/3 galleggiano e si allontanano.

2. Il Costo del Lavoro

Fra le ragioni economiche di questo tracollo, certo non le uniche variabili utili a comprendere quanto accade, sicuramente dobbiamo considerare un mercato del lavoro estremamente rigido. Il tema centrale in questo caso non è tanto la flessibilità contrattuale, quanto la difficoltà che squilibri fra domanda e offerta di lavoro incontrano nell’indurre una variazione delle retribuzioni.
Come emerge da questo grafico, l’Italia detiene il primato dello squilibrio del tasso di occupazione regionale (Grafico 3.5.3. A): l’asticella, che ha ai vertici la regione con il più alto tasso di occupazione e al vertice opposto quella con il più basso, più lunga è sicuramente quella del nostro Paese.

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Eppure, a questa grande disparità di occupati, e quindi di offerta di lavoro, non corrisponde un altrettanto ampio divario nei costi del lavoro del settore privato (grafico 3.5.3. B). Anzi, l’Italia si inserisce nel gruppo con i paesi aventi la minore disparità regionale, una situazione illogica, alla luce della disparità di performance dei mercati del lavoro nel Mezzogiorno e al Centro-Nord.
Ad esempio il costo del lavoro in Calabria è poco inferiore al costo del lavoro in Piemonte. Considerando la presenza di un livello di infrastrutture superiore, di servizi pubblici e privati relativamente più efficienti, e della qualità della pubblica amministrazione, è molto più probabile che un’impresa si sviluppi in Piemonte, rispetto alla Calabria: il differenziale di costo del lavoro è troppo basso per avviare un processo di sviluppo privato in Calabria.

3. La Produttività

Basterebbe abbassare il costo del lavoro per far ripartire il Mezzogiorno, magari attraverso una modifica nelle regole del mercato del lavoro?
Questo sarebbe sicuramente un primo passo, ma non sarebbe sufficiente. Come che si vede nel grafico 3.5.4, nel 1980 produrre nel Mezzogiorno comportava un risparmio in termini di costo del lavoro di circa il 20% rispetto al Centro-Nord, e così accade ancora nel 2013. Da questo punto di vista, il Sud non ha raggiunto il Centro-Nord, le distanze non si sono attenuate.

produtt

Tuttavia, la chiave per comprendere “la questione meridionale” è nella relazione fra costo del lavoro e produttività: infatti, l’uno senza l’altra non è permette di sviluppare un’analisi completa.
Nel Mezzogiorno la produttività è bassa, troppo bassa: rispetto al resto del Paese, in 33 anni il Mezzogiorno ha perso 10 punti percentuali di produttività.
Per fare un esempio esplicativo, in media un operaio di Osoppo produce nella stessa unità di tempo il 20% in più del suo omologo a Foggia.
La somma di questi due effetti, costo del lavoro che cala e produttività che cala, fa sì che nel Mezzogiorno la produzione di un singolo bene nel settore manifatturiero costi di più che nel Centro-Nord. E il contesto meridionale, come vedremo, non incentiva certo lo sviluppo industriale
Insomma non conviene, dimostrando una volta di più che con la produttività si può competere con chi ha un costo del lavoro inferiore al tuo.

4. E le Amministrazioni?

Una risposta immediata ai problemi prima illustrati può venire dalle istituzioni: è impensabile aspettarsi che un tessuto imprenditoriale emerga spontaneamente nelle regioni del Mezzogiorno, vivacizzando il territorio. E’ impensabile perché non vi sussistono le condizioni per cui questo accada.
Solo l’amministrazione pubblica, agendo attraverso regole migliori e con un’adeguata politica di investimenti a tutto campo potrebbe creare le precondizioni per lo sviluppo. La domanda è: quale amministrazione? Quella locale o quella nazionale?
La domanda non è banale, principalmente perché i poteri dell’amministrazione centrali non sono poi così ampi nell’imporre scelte a livello regionale, né quelli delle amministrazioni regionali sono spesso sufficienti per varare un piano di così ampio respiro. La questione è complessa e questa non è la sede adatta per trattarla.
Tuttavia, una cosa è certa: anche a livello di governance locale, il Mezzogiorno è profondamente deficitario rispetto al Centro-Nord.
Nel grafico 3.5.5. sono riportati i dati relativi alla qualità della governance fra diverse regioni di diversi Paesi.
governance
Di nuovo, l’Italia brilla per l’ampiezza dello spettro di possibilità. Mentre le provincie di Trento e Bolzano possono vantare un ambiente socio-economico che si assesta fra il 10% delle migliori regioni europei, “le Regioni del Sud (e il Lazio) sono tra le peggiori dell’UE”, relegando il paese in quinta posizione dal basso nella graduatoria europea.
In sostanza, la nostra migliore regione ha un livello di governance pari al miglior esempio tedesco, mentre la nostra peggiore si attesta al di sotto della peggior regione rumena, davanti solo alle regioni bulgare.
Se queste sono le condizioni ambientali in cui sviluppare l’economia, è inutile sperare nell’attività privata: bastano le regole delle amministrazioni locali ad affossare ogni tentativo di sviluppo. Ma proprio queste amministrazioni locali, così come sono ora, sono le meno adatte a innescare un processo di sviluppo strutturato: non ne hanno né la capacità, né la forza. Solo un intervento diretto dall’alto, coordinato magari dalle istituzioni europee, in funzione di garanti di un processo di riordino del sistema adeguato e incisivo, porterebbe a un sostenuto cambiamento di rotta per il Mezzogiorno, favorendo così lo sviluppo dell’intero Paese.
Tuttavia qualcosa si potrebbe già fare, senza grande clamore.
La relazione della Commissione Europea termina con una serie di esempi pratici che danno la cifra del ritardo del Sud e ne indicano, allo stesso tempo, una prima via di uscita dal declino.
“Ad esempio, ottenere le autorizzazioni per la costruzione di un magazzino richiede 164 giorni a Bologna (Emilia-Romagna) con un costo equivalente al 177% del reddito pro capite, mentre a Potenza (Basilicata) sono necessari 208 giorni con un costo pari al 725% del reddito pro capite. Far eseguire un contratto richiede in media 855 giorni e costa il 22% del credito a Torino (Piemonte), rispetto ai 2 022 giorni e un costo pari al 34% del credito a Bari (Puglia). I tempi per l’avviamento di un’impresa variano da 6 giorni a Padova (Veneto) fino a 16 giorni a Napoli (Campania), mentre la registrazione di una proprietà necessita di 13 giorni a Bologna e di 24 giorni a Roma” .
Questi sono tutti procedimenti amministrativi che impattano sulla possibilità di sviluppo economico: se, ad esempio, Napoli copiasse Padova, e Potenza copiasse Bologna qualcosa inizierebbe a cambiare.
È inaccettabile fallire per 200 milioni (non) dovuti a Equitalia

È inaccettabile fallire per 200 milioni (non) dovuti a Equitalia

Massimo Blasoni – Libero

Conoscevo l’imprenditore Riccardo di Tommaso, un uomo della mia terra che insieme alla madre Teresa aveva aperto nel 1975, a San Giorgio di Nogaro, un negozio di abbigliamento che doveva semplicemente servire a finanziare i suoi studi universitari. Senza confidare in altro che non nella sua tenacia, in pochi anni era invece riuscito a trasformare quell’intuizione nel Gruppo Bernardi (il cognome appunto di sua madre), con centinaia di punti vendita in tutta Italia e nel mondo.
All’indomani della sua morte prematura nel 2010, il gruppo è poi passato nelle mani della moglie e dei due figli. È vero che negli ultimi anni stava vivendo qualche difficoltà a causa della grave crisi internazionale, ma questa situazione si sarebbe potuta superare grazie all’intervento del gruppo Coin, che in quel momento stava trattando l’acquisizione dei suoi negozi. A compromettere il piano di salvataggio è stato però l’arrivo di una cartella esattoriale monstre di 200 milioni di euro che contestava mancati versamenti Iva e Irap, con conseguente pignoramento della somma contestata eseguito proprio presso il fornitore Coin. Il sistema bancario ha poi subito bloccato ogni tipo di accesso al credito.
Da qui il fallimento, dovuto non a incapacità commerciale ma all’intervento improvvido della cieca burocrazia fiscale. Oggi veniamo infatti a sapere dalla stampa che quella cartella dell’Agenzia delle Entrate era illegittima, niente altro che un errore marchiano: quei denari non erano dovuti. Chi risarcirà adesso il danno di un’impresa che non c’è più e di centinaia di dipendenti rimasti senza lavoro? E soprattutto, quante altre realtà imprenditoriali si trovano in questo momento nella stessa situazione? Qui nel Nord Est c’è gente che nella sua azienda ha messo tutta la sua vita, che partendo dalla classica fabbrichetta in un capannone ha saputo conquistare i mercati internazionali.
Eppure troppe volte quel sogno viene infranto non dalla crisi ma dagli eccessi di una burocrazia che decide di passare sopra a tutto e a tutti.
Indice della Libertà Fiscale 2015 – GLI AUTORI

Indice della Libertà Fiscale 2015 – GLI AUTORI

Pierre BESSARD (Svizzera) dirige l’Institut Constant de Rebecque di Losanna e il Liberales Institut di Zurigo.
Alexander FINK (Germania) insegna economia all’università di Lipsia.
Petar GANEV (Bulgaria) è senior researcher dell’Institute for Market Economics di Sofia.
Pierre GARELLO (Francia) insegna economia all’università di Aix-Marseille e direttore delle ricerche dell’Institut for Research in Economic and Fiscal issues (IREF).
Dan JOHANSSON (Svezia) insegna economia alla Örebro University ed è ricercatore per l’HUI di Stoccolma.
Kaetana LEONTJEVA (Lituania) è un’analista del Lithuanian Free-Market Institute (LFMI) di Vilnius.
Arvid MALM (Svezia) è un dottorando in economia del Royal Institute of Technology (KTH) di Stoccolma.
Pavol MINARIK (Repubblica Ceca) insegna al CEVRO Institute di Praga.
Pietro MONSURRÒ (Italia) è ricercatore all’università Sapienza di Roma e fellow dell’Istituto Bruno Leoni (IBL) di Torino.
Radu NECHITA (Romania) insegna economia all’università di Cluj-Napoca.
Mikael STENKULA (Svezia) è un ricercatore dell’Institute of Industrial Economics (IFN) di Stoccolma.
Alex WILD (Regno Unito) è direttore delle ricerche della TaxPayers’ Alliance di Londra.
Lo Stato taglia gli investimenti ma aiuta i Sindaci a sperperare

Lo Stato taglia gli investimenti ma aiuta i Sindaci a sperperare

Antonio Castro – Libero

In tempi di crisi si taglia, salvo poi trovare un escamotage per rinviare i possibili risparmi. Entro martedì prossimo il testo (riscritto e corretto la notte scorsa) del decreto Milleproroghe deve essere convertito in fiducia (scade il 3 marzo), e tra gli altri provvedimenti contiene anche il rinvio dell’obbligo per i Comuni di dotarsi di una centrale unica per gli acquisti o di rivolgersi alla Consip (la centrale unica di acquisto della pubblica amministrazione).

Storie di ordinarie gelosie tra branche dello Stato? Non proprio, o non solo. L’emendamento approvato la notte scorsa dalle commissioni Bilancio e Affari Costituzionali prevede uno slittamento dal 1 gennaio al 1 settembre di quest’anno dell’obbligo, per i Comuni non capoluogo di provincia, di acquisire lavori, beni e servizi tramite una centrale aggregatrice di acquisto. In sostanza: fino ad agosto i sindaci saranno liberi di acquistare dove e più gli pare forniture o servizi, infischiandosene magari anche dei risparmi. Un bel segnale non c’è che dire, con buona pace degli sbandierati risparmi per il bilancio pubblico.

C’è da dire che i pesanti tagli ai trasferimenti finanziari statali agli enti locali hanno ridotto sensibilmente la facoltà di spesa degli amministratori dei Comuni. Ma questa proroga rischia ora di inficiare gli eventuali risparmi di spesa previsti dalla legge di Stabilità 2015. Posticipando a settembre l’obbligo di acquisto tramite centrale unica, si sollecitano gli amministratori locali a spendere come più gli aggrada e quanto prima possibile. Legittimo, se non fosse che la Consip ha certificato nel giugno 2014 un risparmio medio del 22% rispetto ai prezzi di mercato (dati 2013).

Insomma, far slittare a settembre l’obbligo di certo non aiuterà a risparmiare. L’estate scorsa la società del Tesoro per gli acquisti aggregati ha stimato in almeno 2,3 miliardi l’anno i risparmi ottenibili se tutte le amministrazioni facessero la spesa in Consip. Mentre si chiede ai contribuenti di pagare di più e di tirare la cinghia («c’è la crisi»), il ministro Padoan non riesce proprio ad imporre un po’ di moderazione agli amministratori locali. Magari – se a settembre sarà rimasto qualche spicciolo in cassa – i primi cittadini saranno più oculati con i quattrini pubblici.

Eppure, visto il calo verticale della spesa pubblica per investimenti bisognerebbe essere formichine più che cicale. Rispetto al 2009 infatti – secondo l’analisi condotta dal Centro studi “ImpresaLavoro” – l’Italia ha tagliato del 30% la spesa pubblica per investimenti. Che è scesa dai 54,2 miliardi del 2009 ai 38,3 del 2013, con una riduzione di circa 15,9 miliardi di euro. In termini reali si deve tornare indietro al 2003 «per riscontrare un dato inferiore». Tradotto su basi relative, spiega lo studio di “ImpresaLavoro”, l’Italia spende ora solo il 2,4% del Pil per investimenti pubblici (il calo rispetto al 2009 è di un intero punto), mentre è salita la spesa per interessi (+0,4% sul Pil) e le altre voci di spesa. Insomma, la crisi ci ha imposto di tagliare gli investimenti, ma si continua a dare agli amministratori locali piena libertà (almeno fino a settembre) di spendere i quattrini drenati con le tasse.

Cosa serve alle imprese

Cosa serve alle imprese

Massimo Blasoni – Metro

Il nostro Paese decresce dello 0,4% nel 2014, andando peggio di quanto il Governo avesse stimato a inizio anno. Nel frattempo negli Usa la crescita è pari al 5%, un abisso legato sia alle politiche espansive americane che a un problema specifico della nostra economia. L’Italia è l’unico tra i principali Paesi europei ad avere un Pil reale che si è ridotto di dieci punti dall’inizio della crisi. La via d’uscita per il rilancio dell’economia sono le attività imprenditoriali, ma è difficile fare impresa in Italia. Lo studio annuale della Banca Mondiale ci pone agli ultimi posti tra i Paesi in cui è più facile fare affari e il peso complessivo delle imposte sulle imprese sfiora il 65%. Burocrazia, tempi della giustizia, cuneo fiscale: tutto concorre a frenare il rilancio. Concentriamoci su appena due delle tante critiche che si potrebbero muovere al Governo Renzi sul tema aziende.
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