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Lo Stato paga i debiti vecchi, ma non è ancora puntuale: lo stock resta di 74 miliardi

Lo Stato paga i debiti vecchi, ma non è ancora puntuale: lo stock resta di 74 miliardi

Il Tempo

Lo Stato paga i debiti vecchi ma non quelli nuovi. Con il risultato che lo stock di fatture non saldate ai fornitori è rimasto pressocché invariato. A spiegare che il vizietto dei pagamenti lunghi è rimasto una consuetudine nella pubblica amministrazione è il Centro Studi “ImpresaLavoro”. I debiti commerciali si rigenerano con frequenza, dal momento che i beni e servizi vengono forniti in un processo di produzione continuo e ripetitivo. Lo stock di debito commerciale si modifica così continuamente, dal momento che ogni giorno vengono liquidati debiti pregressi e al tempo stesso ne sorgono di nuovi. Liquidare i debiti pregressi di per sé non riduce pertanto lo stock complessivo dei debiti commerciali: questo può avvenire soltanto nel caso in cui i nuovi debiti creatisi nel frattempo risultano inferiori a quelli oggetto di liquidazione. Una condizione che non potrà crearsi fino a quando il livello di spesa della pubblica amministrazione e i suoi tempi medi di pagamento (che al momento sono di 170 giorni) non subiranno una drastica diminuzione.

«Nel caso concreto – dichiara Massimo Blasoni, presidente del Centro Studi “ImpresaLavoro” – stimiamo che dall’inizio del 2014 a oggi siano già stati consegnati alla Pubblica amministrazione italiana beni e servizi per un valore di circa 113,5 miliardi di euro e che di questi, in forza dei tempi medi di pagamento della nostra PA, ne sarebbero stati pagati soltanto 40 miliardi. Con la logica conseguenza che, nonostante le promesse del governo Renzi, lo stock complessivo del debito della PA rimane invariato nel suo livello e cioè pari a 74 miliardi di euro circa». Vanno ricordati in particolare due aspetti: i debiti di cui parla Renzi sono quelli maturati entro il 31 dicembre 2013. Solo per questi, infatti, è possibile per le imprese chiedere la certificazione e la relativa liquidazione di quanto dovuto. Già su questa cifra occorre dire che “ImpresaLavoro”, incrociando il dato della spesa per beni e servizi e quello dei tempi di pagamento, aveva stimato uno stock di debiti di 74 miliardi di euro. Siccome ne sono stati rimborsati “solo” 32,3 (su uno stanziamento complessivo di 40), possiamo senza dubbio affermare che la promessa di Renzi non è stata mantenuta. Non solo: mentre questo processo era in corso, come detto, la PA continuava ad accumulare debito. Nessun indicatore oggi a disposizione ci permette di dire che vi è una diminuzione dei tempi di pagamento. Ciò significa che lo stock complessivo del debito è ad oggi invariato a 74 miliardi. E le imprese che non ricevono il loro saldo in tempo sono costrette ad andare in banca e a pagare 6 miliardi in più complessivamente di interessi.

“Garanzia Giovani” labirinto burocratico: ogni offerta di lavoro è costata 58.700 euro

“Garanzia Giovani” labirinto burocratico: ogni offerta di lavoro è costata 58.700 euro

Emanuela Micucci – Italia Oggi

Garanzia Giovani sale a quota 273.124 iscrizioni, di cui 76.003, il 28%, sono giovani presi in carico e profilati. Mentre 29.229 sono i posti di lavoro disponibili. Un trend, quello delle registrazioni, salito negli ultimi due mesi a 50mila iscrizioni al mese, come ha sottolineato in Commissione Lavoro del Senato il ministro del Lavoro Giuliano Poletti indicandolo come «un buon risultato».

Dedicato ai 2.254.000 giovani tra i 15 e i 29 anni che né studiano né lavorano (i Neet), di cui circa 1,27 milioni hanno fino a 24 anni e tra questi 181mila sono stranieri, cioè il 21% dei ragazzi di questa fascia di età, il programma Garanzia Giovani «più che uno strumento efficace per offrire concrete opportunità di lavoro a centinaia di migliaia di giovani italiani, si è purtroppo rivelato un labirinto burocratico che non conduce da nessuna parte», osserva il Centro Studi ImpresaLavoro nella ricerca “Il labirinto della Garanzia Giovani” (www.impresalavoro.org). Analizzando i report periodici del ministero del Lavoro dall’avvio del programma (il 1 maggio scorso) fino al 9 ottobre, quando vi avevano aderito 250.770 giovani, di cui 59.150 sono stati poi effettivamente presi in carico dal sistema Garanzia Giovani ed erano stati offerti 25.747 posti di lavoro. Numeri leggermente aumentati a fine ottobre, come riportiamo in apertura del nostro articolo, ma che sostanzialmente confermano la conclusione di ImpresaLavoro: ogni ragazzo preso in carico è costato sin qui 25.600 euro e ogni offerta di lavoro ci è costata finora la somma ragguardevole di 58.700 euro.

«Sulla base dei dati sui Neet – spiega Giancamillo Palmerini, curatore della ricerca – il nostro Pese riceverà infatti risorse, a titolo della YEI (Youth Employment Initiative) pari a circa 567 milioni di euro. A questi si dovrà sommare un pari importo a carico del FSE, oltre al co-finanziamento nazionale. La disponibilità complessiva del programma sarà, pertanto, pari a circa 1.512 milioni di euro». Risorse su cui è intervenuto Poletti in Commissione Lavoro al Senato, indicando in 1,5 milioni la platea massima potenziale di giovani e in 900mila quella ragionevole, ma precisando che le risorse disponibili sono in grado di garantire il servizio potenzialmente a 400-500mila giovani». A oggi, ha aggiunto, «complessivamente sono stati impiegati 561 milioni di euro».

Secondo l’analisi di ImpresaLavoro, la maggior parte delle occasioni di lavoro è concentrata al Nord, ben il 71,7%, contro il 14,3% al Centro e il 13,9% al Sud mentre quelle all’estero rappresentano solamente lo 0,1%: percentuali rimaste invariate nel corso del mese.

Pennisi: «Negli Usa un lavoro a tempo è un’occasione per crescere»

Pennisi: «Negli Usa un lavoro a tempo è un’occasione per crescere»

Giulia Cazzaniga – Libero

Ha lavorato negli Stati Uniti, alla Banca Mondiale, è stato dirigente generale ai ministeri del Bilancio e del Lavoro e docente di economia alla Johns Hopkins University e della Scuola Superiore della Pubblica Amministrazione. Oggi Giuseppe Pennisi è presidente del board scientifico del centro studi ImpresaLavoro e insegna all’Università Europea di Roma.

Pennisi, dai dati sembra che i contratti in Europa stiano prendendo un’altra direzione rispetto a quella che il governo ha messo sotto la lente della Riforma. Aumentano i contratti in somministrazione. Come lo spiega?
«L’Europa sta prendendo una strada molto diversa rispetto a quella intrapresa dal governo italiano. Occorre una premessa: non credo affatto che il diritto del lavoro e la sua regolamentazione abbiano effetti sull’occupazione, mai si è verificato nel mondo. Trovo il dibattito italiano su articolo 18 e contratto a tutele crescenti stucchevole, a dire il vero».

Perché?
«Sono stato io stesso promotore in passato delle tutele crescenti, ma il modello è sensato bisogna stare attenti. L’interpretazione di questo contratto infatti può essere: ti assumo, ma prima che la tutela sia troppo elevata prendo un altro lavoratore al tuo posto che mi costa meno».

Gli imprenditori le risponderebbero: se la persona è valida non lo licenzieremo.
«Vero, ma i dati sui contratti in somministrazione dimostrano una prassi che ho riscontrato fin dal tempo in cui lavoravo in Banca Mondiale. Negli Stati Uniti il lavoro somministrato da agenzia è la prassi. Viene addirittura preferito il contratto temporaneo, perché si è tutelati dall’agenzia e perché si affrontano nuove sfide in continuazione. In Giappone, ai tempi del boom, ricordo il colloquio con il rettore di un’università molto importante. È un anneddoto, ma spiega bene il mio pensiero. Lui mi raccontò che tutti i professori erano contrattualizzati soltanto per un anno e che in 35 anni di professione non aveva visto nessun licenziato: il sistema funzionava perfettamente e dava al Paese un valore aggiunto sulla formazione che permetteva di crescere in produttività e competitività. Mettersi alla prova in continuazione, ecco il segreto per vincere le sfide della vita».

In Italia non abbiamo mai avuto una cultura del lavoro simile, pensa sia stata questa la fonte della crisi?
«No, io imputo la maggior parte dei problemi di oggi all’entrata nell’euro: non eravamo pronti e già avevo previsto che avrebbe creato disoccupazione e disagio sociale. Non si può pensare che dovendo sottostare ai parametri di Maastricht saremmo diventati più produttivi. Per inciso, studi recenti dimostrano che ogni volta che l’Italia è arrivata al pareggio di bilancio è sempre seguito un periodo di rallentamento dell’occupazione e della crescita economica. Chiedo quindi: ne vale dawero la pena? Sarebbe poi dovuto cambiare il comportamento di molti, dalle famiglie alla classe politica, perché le conclusioni fossero diverse».

Ovvero?
«In Germania – non posso prevedere se sia arrivato anche per questo Paese il momento di uno “stop” – per salvare la Volkswagen fecero leggi che non avevano il nome del ministro che le creò bensì il nome del capo del personale dell’azienda. A tutto il Paese sembrava che una perdita industriale del genere sarebbe stato un po’ come per noi perdere il Colosseo. I sindacati all’interno dell’azienda sono la vera forza dell’impianto industriale tedesco».

L’Italia è il paese peggiore per fare impresa

L’Italia è il paese peggiore per fare impresa

Il Giornale

L’Italia non è un Paese per imprenditori, nonostante la confermata vocazione all’imprenditorialità dei suoi abitanti. Lo conferma la ricerca che il Centro Studi “ImpresaLavoro” ha effettuato elaborando i dati raccolti nell’ultimo Global Entrepreneurship Monitor (GEM), il monitoraggio dello stato dell’imprenditoria nelle principali economie avanzate che a partire dal 1999 viene condotto ogni anno sotto la guida della London Business School and Babson College. Si tratta di un’analisi puntuale effettuata da quasi un centinaio di Istituti di ricerca e che riesce a mappare il comportamento e le condizioni in cui agiscono gli imprenditori con riferimento al 75% della popolazione e all’89% del prodotto interno mondiale.

L’analisi e l’aggregazione dei 19 indicatori misurati da GEM ha permesso a “ImpresaLavoro” di elaborare un suo “Indice dell’Imprenditorialità” nei 23 principali paesi dell’Europa a 28. Ne esce purtroppo un quadro a tinte fosche: nel 2013 l’Italia è stata il fanalino di coda della classifica europea e ha perso il confronto con tutti i suoi principali competitor. L’indice misura il dinamismo e la propensione a fare impresa di ogni singolo Paese, premiando quei territori in cui gli imprenditori percepiscono migliori possibilità nell’intraprendere e ottengono migliori risultati. Svettano economie in grande crescita come Lettonia, Lituania o Polonia ma fanno segnare ottime performance anche Paesi con economie mature quali Olanda, Portogallo o Irlanda.

In particolare, nel 2013 il nostro Paese si è collocato nella classifica europea al 23esimo posto per la percentuale (2,4%) dei soggetti dai 18 ai 64 anni che sono nuovi imprenditori (non pagando salari, stipendi o altre forme di retribuzione da più di tre mesi), ha perso il confronto con quasi tutte le altre economie per la percentuale (17%) di quanti vedono buone opportunità di avviamento di un’impresa nell’area nella quale vivono ed è risultato al 22esimo posto per la percentuale (12%) delle nuove imprese che si aspettano di assumere almeno 5 impiegati nel prossimo quinquennio. L’Italia si è invece collocata al 15esimo posto – vincendo il confronto con Germania, Spagna, Gran Bretagna e Grecia – per la percentuale (9,8%) di quanti nonostante tutto intendono avviare un’impresa nei prossimi tre anni.

«Nonostante gli italiani abbiano, più o meno, la stessa voglia di intraprendere dei colleghi delle principali economie avanzate europee, difficilmente riescono a dar seguito ad iniziative di successo» osserva Massimo Blasoni, presidente del Centro Studi “ImpresaLavoro”. «L’ambiente in cui sono chiamati a muoversi è infatti particolarmente penalizzante rispetto a quello dei competitor europei in tema di tasse, regole, burocrazia. Concretamente questo si traduce in un bassissimo tasso di nuove imprese (siamo ultimi in Europa) e in un dato preoccupante sul fronte occupazionale: solo la Grecia fa peggio di noi in quanto a imprese che hanno intenzione di ampliare la propria base occupazionale nei prossimi cinque anni. In queste settimane – conclude Blasoni – si è a lungo parlato di regole del mercato del lavoro: il tema delle regole è certamente importante ma dobbiamo affrontare anche il tema della produzione di posti di lavoro da parte delle imprese. Se non nascono nuove imprese e se quelle esistenti non si sviluppano, rischia di rivelarsi inutile anche un’eventuale semplificazione delle regole».

L’ultimo inganno di Bruxelles, la Garanzia Giovani è un flop

L’ultimo inganno di Bruxelles, la Garanzia Giovani è un flop

Sergio Patti – La Notizia

Un’altra grossa fregatura dall’Europa. Più che uno strumento efficace per offrire concrete opportunità di lavoro a centinaia di migliaia di giovani italiani, l’applicazione italiana del Programma comunitario Garanzia Giovani (che il Ministero del Lavoro ha di fatto delegato nella sua gestione alle singole Regioni) si è purtroppo rivelata un labirinto burocratico che non conduce da nessuna parte. Lo dimostra una ricerca del Centro Studi “ImpresaLavoro” (consultabile all’indirizzo www.impresalavoro.org) le cui conclusioni sono sconfortanti, a maggior ragione se si tiene conto che tale programma è volto in particolare a risolvere il fenomeno dei giovani Neet 15-24enni (non impegnati in un’attività lavorativa, né inseriti in un percorso scolastico o formativo), stimabili, in Italia, in circa 1,27 milioni (di cui 181mila stranieri) e che corrispondono al 21% della popolazione di questa fascia di età. Un dato estremamente rilevante in ragione della stretta connessione tra l’identificazione della platea dei destinatari e l’entità delle risorse attribuite, per la gestione della Garanzia Giovani, dalla Commissione Europea.

L’Italia ha peraltro deciso di allargare il target group ai giovani di età compresa tra 25 e 29 anni, per un totale di ben 2.254.000 ragazzi. Sulla base di tali dati il nostro Paese riceverà infatti risorse, a titolo della YEI (Youth Employment Initiative), pari a circa 567 milioni di euro. A questi si dovrà sommare un pari importo a carico del FSE, oltre al co-finanziamento nazionale. La disponibilità complessiva del Programma sarà, pertanto, pari a circa 1.513 milioni di euro. Una montagna di denaro pubblico che ha partorito un costosissimo topolino: la ricerca di “ImpresaLavoro” rende noto che al programma comunitario hanno infatti aderito 250.770 giovani, di cui solo 59.150 sono stati poi effettivamente presi in carico dal sistema di Garanzia Giovani.

Mentre l’Europa chiede ai sistemi Paese ingentissime risorse, persino aumentando il budget dei trasferimenti dei singoli Stati alla Comunità, dall’inizio del programma sono stati offerti ai Neet 25.747 posti di lavoro. Questo significa che ogni ragazzo preso in carico è costato sin qui 25.600 euro e che ogni offerta di lavoro ci è costata finora la somma ragguardevole di 58.700 euro. Mentre molte iniziative valide sono rimaste escluse dai fondi.

Il flop della Garanzia Giovani

Il flop della Garanzia Giovani

Metronews

«Più che uno strumento efficace per offrire concrete opportunità di lavoro a centinaia di migliaia di giovani italiani, l’applicazione italiana del Programma comunitario “Garanzia Giovani”, attuata in ordine sparso dalle Regioni, si è rivelata un labirinto burocratico che non conduce da nessuna parte». Lo rivela una ricerca del Centro Studi “ImpresaLavoro” le cui conclusioni sono sconfortanti. «A maggior ragione – sosiene lo studio – se si tiene conto che tale programma è volto in particolare a risolvere il fenomeno dei giovani NEET 15-24enni (quelli non impegnati in un’attività lavorativa, né inseriti in un percorso scolastico o formativo), stimabili nel nostro Paese in circa 1,27 milioni». L’Italia ha peraltro deciso di allargare il target group ai giovani di età compresa tra 25 e 29 anni, per un totale di ben 2.254.000 ragazzi. Sulla base di tali dati il nostro Paese riceverà infatti risorse, a titolo della YEI (Youth Employment Initiative), pari a circa 567 milioni di euro. A questi si dovrà sommare un pari importo a carico del FSE, oltre al co-finanziamento nazionale. La disponibilità complessiva del Programma sarà, pertanto, pari a circa 1.513 milioni di euro.

«Una montagna di denaro pubblico – spiega Giancamillo Palmerini, curatore della ricerca – che ha partorito un costosissimo topolino». Al programma comunitario hanno infatti aderito 250.770 giovani, di cui solo 59.150 sono stati poi effettivamente presi in carico dal sistema di Garanzia Giovani. Dall’inizio del programma sono stati offerti ai NEET 25.747 posti di lavoro. Questo significa che ogni ragazzo preso in carico è costato sin qui 25.600 euro e ogni offerta di lavoro 58.700 euro. «Sono stati offerti pochi posti perché l’economia non va e nessuno assume solo per un incentivo ma quando ne ha necessità» spiega ancora Palmerini. «Occorrerebbero interventi strutturali con l’adeguamento della formazione alle richieste del mercato e la ricucitura dello scollamento tra scuola e mondo del lavoro».

L’Italia ha dato 60 miliardi ai fondi europei

L’Italia ha dato 60 miliardi ai fondi europei

Libero

L’Italia è contributore netto degli strumenti di stabilità finanziaria europei per ben 60 miliardi di euro. Lo rivela un’elaborazione del Centro Studi “ImpresaLavoro” su dati Bankitalia. Negli ultimi 4 anni, infatti, il nostro Paese ha contribuito con 60 miliardi di euro alla creazione e all’avvio dell’EFSF (European Financial Stabilty Facilty) e dell’ESM (European Stability Mechanism): tutte iniziative di cui l’Italia non ha mai usufruito, pur essendo uno dei principali soggetti contributori.

In termini concreti questo ha un impatto rilevante sui nostri conti pubblici: al netto di quei contributi, infatti, il nostro Paese avrebbe oggi un debito di 60 miliardi più basso, con ovvie conseguenze per la finanza pubblica. «Oggi l’Europa è chiamata a validare i nostri conti pubblici – osserva il presidente di “ImpresaLavoro” Massimo Blasoni – ma non si può ignorare il fatto che l’Italia stia contribuendo più che proporzionalmente rispetto alle sue possibilità a strumenti di solidarietà economica tra Paesi da cui non ricava nessun beneficio».

Con i processi più veloci l’occupazione salirebbe

Con i processi più veloci l’occupazione salirebbe

Metronews

La lentezza dei contenziosi in materia di lavoro costa in media 4, 8 punti percentuali di disoccupazione per ogni anno di durata. Il dato risulta da una ricerca del Centro Studi “ImpresaLavoro” che approfondisce le interessanti indicazioni emerse in materia di disoccupazione e lunghezza dei processi sul lavoro dallo “Staff Report for the 2014 Article IV Consultation / Italy”, pubblicato a settembre dal Fondo Monetario Internazionale e nel quale si sostiene che un dimezzamento dei tempi dei processi per lavoro in Italia porterebbe a un aumento della probabilità di impiego dell’8%. Secondo l’Fmi, infatti, il nostro sistema giudiziario è ancora molto lento in confronto alla media europea, e necessiterebbe di misure più opportune rispetto al mero incremento dei costi del giudizio introdotto di recente quali la promozione e l’uso dei sistemi alternativi di risoluzione delle controversie, una razionalizzazione del tipo di cause che trovano accesso al terzo grado di giudizio, l’introduzione di indicatori di performance per tutti i tribunali nonché la condivisione di best practice regionali.

Imprenditorialità, Italia ultima in Ue

Imprenditorialità, Italia ultima in Ue

Metronews

L’Italia non è un Paese per imprenditori. Lo conferma la ricerca che il Centro Studi “ImpresaLavoro” ha effettuato elaborando i dati raccolti nell’ultimo Global Entrepreneurship Monitor (GEM), il monitoraggio dell’imprenditoria nelle principali economie avanzate che a partire dal 1999 viene condotto ogni anno sotto la guida della London Business School and Babson College.

L’indice misura il dinamismo e la propensione a fare impresa di ogni singolo paese, premiando quei territori in cui gli imprenditori percepiscono migliori possibilità nell’intraprendere e ottengono migliori risultati. Ne esce purtroppo un quadro a tinte fosche: nel 2013 l’Italia è il fanalino di coda della classifica europea e perde il confronto con tutti i principali competitor: Irlanda (settima), Portogallo (decimo), Gran Bretagna (16esima), Germania (18esima), Spagna (19esima), Grecia (20esima) e Francia (21esima). Svettano economie in grande crescita come Lettonia, Lituania o Polonia.

Per quanto riguarda l’indicatore che misura la percentuale dei soggetti dai 18 ai 64 anni che sono nuovi imprenditori, nel 2013 il nostro Paese si è collocato al 23esimo della classifica europea col 2,4%, perdendo il confronto con tutti i principali competitor: Irlanda (decima), Portogallo (14esimo), Gran Bretagna (16esima), Grecia (17esima), Germania (19esima), Spagna (20esima) e Francia (22esima).

Liquidazione in busta, critiche bipartisan

Liquidazione in busta, critiche bipartisan

Stefano Re – Libero

Sindacati, imprenditori, minoranza del Pd, Forza Italia: il fronte che si oppone all’idea del governo di far trovare ai lavoratori una parte di Tfr in busta paga per rilanciare i consumi è ampio e agguerrito. I sindacati sono in rivolta, con Susanna Camusso, segretaria Cgil, preoccupata che la nuova voce in busta paga finisca per essere tassata come le altre. «Nessuno dica che si stanno aumentando i salari dei lavoratori. Quelli sono soldi dei lavoratori, frutto dei contratti e delle contrattazioni e non una elargizione di nessun governo», avverte la leader del sindacato di Corso Italia. Luigi Angeletti è d’accordo: «Capisco l’intenzione di dire che bisogna avere più soldi in tasca», sostiene il capo della Uil, ma la strada giusta consiste nel «continuare a ridurre le tasse sul lavoro». Pure Pier Luigi Bersani, che pure ieri ha assicurato che non sarà da lui che arriveranno colpi bassi al governo, si dice contrario alla proposta. «Sono soldi dei lavoratori», sottolinea l’ex segretario, «e con i lavoratori il governo dovrà parlare se vorrà toccarli».

Considerazioni simili a quelle che fanno molti forzisti. Per Maurizio Gasparri «Renzi finge di non capire che solo abbassando le tasse si rilancia l’economia. Gli 80 euro in busta paga dati ad alcuni non sono serviti a nulla. Lo stesso varrebbe per il Tfr, che anzi rischia di essere tassato come lo stipendio». Maria Stella Gelmini sottolinea invece che le Pmi «vedrebbero ulteriormente stressata la loro liquidità, a fronte di un accesso al credito bancario bloccato». Anche Beppe Grillo, leader del M55, punta il dito sui costi che il provvedimento avrebbe perle aziende: «Togliere il Tfr alle imprese vuol dire metterle in mutande e costringerle a rivolgersi al credito bancario per finanziarsi», scrive sul proprio blog. Ed è proprio sul rapporto con gli istituti di credito che si concentra l’attenzione delle imprese.

Secondo il centro studi Impresalavoro, la manovra sul Tfr prospettata da Renzi colpirebbe oltre 4 milioni di aziende, quelle da 1 a 49 dipendenti, costando loro la cifra complessiva di 876 milioni di euro sotto forma di interessi passivi per l’anticipazione in banca delle risorse necessarie. A meno che, s’intende, non intervenga un eventuale accordo tra governo e Abi, la cui percorribilità però «è ancora tutta da dimostrare». I conti sono presto fatti: i dati Banca d’Italia, spiega il centro studi, dicono che il tasso effettivo globale medio per il quarto tiirnestre 2014 per operazioni relative al finanziamento di capitale circolante è pari all’8,94% annuo. Questo significa che, se il sistema delle Pmi fosse costretto a recuperare risorse per 9,8 miliardi di euro, cioè la cifra complessiva dei Tfr attualmente accantonati in queste aziende, le imprese finirebbero per sostenere oneri finanziari pari a 876 milioni di euro su base annua. Vi è inoltre da considerare, aggiunge Impresalavoro, il caso delle aziende che, per motivi diversi, possono ritrovarsi ad avere uno scoperto di conto corrente senza afidamento, ovvero senza l’autorizzazione della banca. In questi casi, decisamente più gravi, il costo del finanziamento sarebbe nettamente superiore.

Preoccupato anche il presidente di Confcommercio, Carlo Sangalli, per il quale «l’ipotesi di mettere il 50% del Tfr in busta paga, almeno per come sembra formulata sulla base delle indiscrezioni circolate, finirebbe per indebolire ulteriormente il nostro sistema produttivo, accentuando il processo di riduzione occupazionale».

Il governo pare spiazzato dinanzi a queste obiezioni. Il ministro del Lavoro, Giuliano Poletti, assicura che non saranno presi provvedimenti vincolanti nei confronti delle banche, e questo ovviamente non può tranquillizzare le aziende. «Siamo pienamente consapevoli del fatto che le imprese, in particolare le piccole, soffrono dal punto di vista della liquidità», ha detto il ministro intervistato da Porta ci Porta. «Non possiamo obbligare le banche», ha avvisato, «ma lavoriamo a fronte del fatto che anche nelle banche, come in tutti gli operatori e gli italiani, ci sia l’interesse a rendere dinamica l’economia italiana». L’esecutivo pare insomma intenzionato a esercitare una sorta di moral suasíon nei confronti delle banche, la cui efficacia è tutta da dimostrare.