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E sul Tfr in busta paga scoppia la rivolta bipartisan

E sul Tfr in busta paga scoppia la rivolta bipartisan

Gian Maria De Francesco – Il Giornale

Il Tfr in busta paga? È la «politica dell’uovo oggi» mentre «la gallina sta morendo a causa della crisi». Il copyright è di Renata Polverini, deputata di Forza Italia ed ex segretario dell’Ugl. Toni forti ma che spiegano come il nuovo fronte aperto dal premier Matteo Renzi rischi di trasformarsi in un boomerang. La paura di finire politicamente stritolati dalla crisi è tanta. Lo dimostra la premessa alla Nota di aggiornamento del Def del ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan. «In termini cumulati, la caduta del Pil in Italia è superiore rispetto a quella verificatasi durante la Grande depressione del ’29», scrive.

Il fine giustifica i mezzi, quindi? Per ora, l’unica certezza è che, dopo lo scontro sull’articolo 18, gli avversari di Renzi, come Susanna Camusso e Pier Luigi Bersani, hanno trovato altre munizioni da sparargli contro. In più, il presidente del Consiglio potrebbe alienarsi le simpatie di coloro che lo hanno sponsorizzato o che, per lo meno, non gli sono pregiudizialmente ostili. È il caso dell’Alleanza delle Cooperative, formata da LegaCoop (la «patria» del ministro Poletti), Confcooperative e Agci. «Così indeboliamo ancora di più le imprese», ha detto Mauro Lusetti, numero uno delle cooperative rosse. I numeri li ha snocciolati il leader di Confcooperative, Maurizio Gardini. «Sono interessate – ha chiosato – oltre il 90% delle imprese cooperative e il 30% delle persone occupate, circa 400mila, perciò parliamo di risorse importanti: 160 milioni». Occorre ricordare che il progetto mirato allo sblocco delle «liquidazioni» è ancora in fase embrionale. Non ci sono certezze sulle modalità e, soprattutto, sulla tassazione che sarà applicata. Né, tantomeno, si sa se gli istituti di credito utilizzeranno i prestiti Tltro della Bce per finanziare le imprese che perderanno questi preziosi accantonamenti. Si sa, però, che per queste ultime sarebbe comunque una tragedia.

Fidarsi di un governo che non rispetta gli impegni, infatti, è molto difficile. «Le cooperative a fine 2013 vantavano un credito verso la Pa di 12 miliardi di euro e ne risulta pagato circa il 40%», ha concluso Gardini evidenziando come manchino ancora 7,5 miliardi circa. L’Alleanza delle Coop ha inoltre ricordato come il 10% delle associate nel secondo quadrimestre abbia ricevuto richieste di rientro sui fidi da parte delle banche. E i prestiti continuano a costare parecchio. Secondo il Centro studi ImpresaLavoro, l’erogazione del Tfr costerebbe alle pmi 9,8 miliardi di euro. Per recuperare queste risorse, ovviamente, ci si dovrebbe rivolgere al mondo del credito che applica tassi medi dell’8,94% annuo con un aggravio di costi di 876 milioni di maggiore spesa per interessi. Insomma, per dare ai lavoratoti al massimo 100 euro in più ogni mese senza confermare il bonusda 80 euro al superamento della soglia di reddito massimo (26 mila euro annui lordi), si può correre il rischio di affossare definitivamente il sistema imprenditoriale come denunciato dal presidente di Confcommercio Carlo Sangalli.

La mossa, infine, non migliora i rapporti del premier con la sinistra. «Sono soldi dei lavoratori», dicono all’unisono Susanna Camusso e Pier Luigi Bersani puntualizzando che il Tfr non è un regalo. La leader della Cgil ha messo l’accento sulla libertà di scelta per i lavoratori, anche quella di destinare le risorse alla previdenza integrativa. L’ex segretario Pd, in perenne polemica con Renzi, ha rilevato che «bisogna sempre esser cauti quando ci si mangia oggi le risorse di domani», alludendo alla possibilità di detassare ulteriormente i versamenti ai fondi pensione complementari. Il fatto che non si tratti di pretesti ideologici, ma di problemi concreti rende l’idea di quanto impervia sia la strada di Renzi.

Pressione fiscale da Guinness, e con la crisi sale ancora

Pressione fiscale da Guinness, e con la crisi sale ancora

Sergio Patti – La Notizia

La crisi vale per tutto, ma non per il fisco. Tutto cala – spese, consumi, risparmi – ma la pressione tributaria no. Anzi, l’Italia ha uno dei sistemi fiscali più pesanti e inefficienti d’Europa: la pressione fiscale è elevata, soprattutto su lavoro e impresa, e il sistema fiscale è amministrativamente oneroso. Un quadro che durante la crisi è ulteriormente peggiorato per via dell’aumento della pressione fiscale reso necessario dall’impossibilità politica di tagliare la spesa pubblica. Lo evidenzia una ricerca del Centro Studi ImpresaLavoro che analizza la struttura delle entrate fiscali nel nostro Paese, la loro evoluzione nel tempo e le loro caratteristiche rispetto ai maggiori paesi europei: Germania, Francia, Gran Bretagna e Spagna.

Considerando la pressione fiscale al 1990 al 2012, si osserva come negli ultimi anni l’Italia – assieme alla Francia – abbia visto un forte aumento delle entrate fiscali, di quattro punti di Pil, nonostante la gravissima crisi economica. Buona parte dell’aumento risale agli anni immediatamente precedenti la crisi, per controllare il debito pubblico la cui virtuosa riduzione si era arrestata negli anni precedenti, ma le entrate fiscali hanno continuato ad aumentare. La classe dirigente italiana ha cioè preferito preservare l’ingente spesa pubblica anche a costo di danneggiare ulteriormente l’economia reale, contribuendo ad aggravarne la crisi. È da considerare che l’Italia è caratterizzata da un maggior peso dell’economia sommersa rispetto agli altri paesi europei considerati, e quindi a parità di pressione fiscale sul Pil complessivo (che include anche una stima del sommerso), la pressione fiscale effettiva è ancora maggiore che negli altri paesi.

La ricerca, elaborata dal fellow dell’Istituto Bruno Leoni Pietro Monsurrò, si sofferma inoltre sui costi indiretti del sistema fiscale, ad esempio i tempi e le procedure necessari ai contribuenti per pagare le tasse. «Il carico e la struttura del sistema fiscale contribuiscono alla stagnazione del Paese riducendone la competitività e riducendo gli incentivi a produrre, lavorare e risparmiare» ha commentato Massimo Blasoni, presidente del Centri Studi ImpresaLavoro.

In Italia c’è il fisco più pesante d’Europa

In Italia c’è il fisco più pesante d’Europa

Metronews

L’Italia ha uno dei sistemi fiscali più pesanti e inefficienti d’Europa: la pressione fiscale è elevata, soprattutto su lavoro e impresa, e il sistema fiscale è amministrativamente oneroso. Durante la crisi la situazione è ulteriormente peggiorata per via dell’aumento della pressione fiscale reso necessario dall’impossibilità politica di tagliare la spesa pubblica: a evidenziarlo è una ricerca del Centro Studi “ImpresaLavoro” che analizza la struttura delle entrate fiscali nel nostro Paese, la loro evoluzione nel tempo e le loro caratteristiche rispetto ai maggiori paesi europei.

«Considerando la pressione fiscale dal 1990 al 2012 – si legge nel Rapporto – si osserva come negli ultimi anni l’Italia, assieme alla Francia, abbia visto un forte aumento delle entrate fiscali, di 4 punti di Pil, nonostante la gravissima crisi economica. Buona parte dell’aumento risale agli anni immediatamente prima della crisi, per controllare il debito pubblico la cui virtuosa riduzione si era arrestata». Analizzando ad esempio l’Itr sul lavoro (il livello di tassazione implicito), si osserva come l’Italia sia abbondantemente sopra i maggiori paesi europei, 3 punti più della Francia, 5 più della Germania, e addirittura 9 e 18 rispetto a Spagna e Gran Bretagna. E rispetto alla Germania, l’Italia nel 2012 aveva una pressione fiscale superiore di ben 4 punti di Pil, pari a 65 miliardi di euro.

L’insostenibile (quanto sproporzionata) pesantezza del Fisco

L’insostenibile (quanto sproporzionata) pesantezza del Fisco

Stefano Natoli – Il Sole 24 Ore blog

L’Italia ha uno dei sistemi fiscali più pesanti e inefficienti d’Europa: la pressione fiscale è elevata, soprattutto su lavoro e impresa. Durante la crisi la situazione è ulteriormente peggiorata per via dell’aumento della pressione fiscale reso necessario dall’impossibilità politica di tagliare la spesa pubblica. Lo evidenzia una ricerca del Centro Studi “ImpresaLavoro” che analizza la struttura delle entrate fiscali nel nostro Paese, la loro evoluzione nel tempo e le loro caratteristiche rispetto ai maggiori paesi europei: Germania, Francia, Gran Bretagna e Spagna. Considerando la pressione fiscale dal 1990 al 2012, si osserva come negli ultimi anni l’Italia – assieme alla Francia – abbia visto un forte aumento delle entrate fiscali (quattro punti di Pil) nonostante la gravissima crisi economica.
Da uno studio diffuso sempre oggi dalla Uil emerge, inoltre, che 7,2 milioni di contribuenti si sono ritrovati nel 2014 buste paga più leggere – in media di 58 euro – per “colpa” delle addizionali regionali. Nell’anno in corso sei Regioni (Piemonte, Liguria, Umbria, Lazio, Molise e Basilicata) hanno aumentato o rimodulato in alto le aliquote a fronte di due che le hanno diminuite (Provincia Autonoma di Bolzano e Abruzzo), mentre le restanti le hanno confermate. Il federalismo fiscale è anche questo.
Bruxelles, intanto, invita l’Italia ad accelerare decisamente nell’attuazione della legge delega di riforma fiscale entro marzo 2015, approvando i decreti che riformano il Catasto. Fra gli altri obiettivi: sviluppare ulteriormente il rispetto degli obblighi tributari, semplificare le procedure, migliorare il recupero dei debiti fiscali, modernizzare l’amministrazione fiscale. Fra le questioni calde resta la madre di tutte le battaglie, ovvero la lotta all’evasione fiscale. Se le tasse le pagassero tutti, avremmo infatti conti pubblici e privati più a posto e un welfare decisamente diverso.

Occupazione, il mercato italiano 136esimo per efficienza

Occupazione, il mercato italiano 136esimo per efficienza

Il Mattino

Il mercato del lavoro italiano è ultimo per efficienza in Europa e 136esimo su 144censiti nel mondo. In termini di efficienza ed efficacia si situa infatti a un livello leggermente superiore a quelli di Zimbabwe e Yemen ed inferiore a quelli di Sri Lanka e Uruguay. Lo rivela un’elaborazione del «Centro studi ImpresaLavoro» sulla base dei dati pubblicati dal World Economic Forum. Rispetto al 2011 retrocediamo di 13 posizioni a livello mondiale in termine di efficienza generale del nostro mercato del lavoro e soprattutto perdiamo 19 posizioni con riferimento alla collaborazione tra impresa e lavoratore così come altre 15 per la complessità delle regole che ostacolano licenziamenti e assunzioni. L’unico settore in cui non si registra un arretramento dell’Italia è quello relativo alla partecipazione delle donne al mercato del lavoro: conserviamo infatti la comunque assai deludente 93ma posizione che avevamo raggiunto nel 2011. Tra i Paesi delI’Europa a 27 siamo ultimi per la collaborazione nelle relazioni tra lavoratori e datore di lavoro (ai primi tre posti ci sono Danimarca, Austria e Olanda). E siamo terz’ultimi per flessibilità nella determinazione del salario.

Lavoro in Italia ultimo per efficienza

Lavoro in Italia ultimo per efficienza

Metro

Il mercato del lavoro italiano è ultimo  per efficienza in Europa e 136mo su 144 censiti nel mondo. In termini  di efficienza ed efficacia si situa infatti a un livello leggermente  superiore a quelli di Zimbabwe e Yemen ed inferiore a quelli di Sri  Lanka e Uruguay. Lo rivela un’elaborazione del Centro Studi  ImpresaLavoro sulla base dei dati pubblicati dal World Economic Forum. Rispetto al 2011 retrocediamo di 13 posizioni a livello mondiale in  termine di efficienza generale del nostro mercato del lavoro e  soprattutto perdiamo 19 posizioni con riferimento alla collaborazione  tra impresa e lavoratore così come altre 15 per la complessità delle  regole che ostacolano licenziamenti e assunzioni. L’unico settore in cui non si registra un arretramento dell’Italia è  quello relativo alla partecipazione delle donne al mercato del lavoro: conserviamo infatti la comunque assai deludente 93ma posizione che  avevamo raggiunto nel 2011.

«Questa performance negativa è frutto certamente dei difetti strutturali del nostro sistema ma i provvedimenti legislativi degli ultimi anni non hanno certo aiutato a migliorare la situazione» spiega Massimo Blasoni, presidente di “ImpresaLavoro”. «L’elaborazione del Centro Studi chiarisce come i problemi del nostro mercato del Lavoro siano sempre gli stessi e abbiano subito un peggioramento piuttosto marcato dal 2011 a oggi, complice con ogni probabilità l’irrigidimento delle regole stabilito dalla cosiddetta legge Fornero».

Collaborazione
Scarsa collaborazione in Italia nelle relazioni tra datori e lavoratori. Tra i Paesi dell’Europa a 27, infatti, il Belpaese si posizione ultimo in classifica proprio per quanto riguarda i rapporti tra dipendenti e imprenditori. AI primi tre posti ci sono Danimarca, Austria  e Olanda.

Tassazione
In tema di retribuzioni siamo il peggior Paese europeo per capacità di legare lo stipendio alla produttività.  Dati che vanno letti assieme a quelli sugli effetti dell’alta tassazione: nessun Paese Ue fa peggio di noi quanto a effetto della pressione fiscale sull’incentivo al lavoro.

Meritocrazia
Italia arretrata in Ue  nella qualità del personale impiegato.  Siamo penultimi (davanti solo alla Romania) per la capacità di affidare posizioni manageriali in base al merito (e non per amicizia, parentela, raccomandazioni) e finiamo in coda anche per l’incapacità di attrarre talenti.

Sud sempre più in affanno
Secondo il rapporto annuale dell’Eurispes, la  situazione dell’economia meridionale risulta essere “particolarmente  critica; quasi tutti gli indicatori sono decisamente inferiori  rispetto a quelli delle altre aree del paese e alle medie nazionali”.

Modifiche all’articolo 18 domani in Commissione
Riparte questa settimana la discussione in merito alla  modifica dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, nell’ambito del Jobs Act. Domani la commissione Lavoro del Senato esaminerà le proposte di modifica dell’articolo 4, che riguarda lo Statuto e che delega al Governo il riordino delle forme contrattuali. I partiti centristi della maggioranza vorrebbero inserire le modifiche sui licenziamenti , mentre la sinistra Pd chiede di non modificare il perimetro della delega. Obiettivo del Jobs Act, in Aula al Senato dal  23 settembre, è modernizzare il mercato del lavoro.

Lavoro, Italia ultima nell’Unione europea per efficienza

Lavoro, Italia ultima nell’Unione europea per efficienza

Repubblica.it

Mentre in Senato ci si appresta ad affrontare il nodo dell’articolo 18 all’interno della discussione sul Jobs Act, alcuni dati mostrano che il mercato del lavoro italiano è ultimo per efficienza in Europa e 136mo su 144 censiti nel mondo. In termini di efficienza ed efficacia si situa infatti a un livello leggermente superiore a quelli di Zimbabwe e Yemen ed inferiore a quelli di Sri Lanka e Uruguay. Lo rivela un’elaborazione del Centro Studi ImpresaLavoro sulla base dei dati pubblicati dal World Economic Forum.

Rispetto al 2011 retrocediamo di 13 posizioni a livello mondiale in termine di efficienza generale del nostro mercato del lavoro e soprattutto perdiamo 19 posizioni con riferimento alla collaborazione tra impresa e lavoratore così come altre 15 per la complessità delle regole che ostacolano licenziamenti e assunzioni (hiring and firing process). L’unico settore in cui non si registra un arretramento dell’Italia è quello relativo alla partecipazione delle donne al mercato del lavoro: conserviamo infatti la comunque assai deludente 93ma posizione che avevamo raggiunto nel 2011.

L’indicatore dell’efficienza è in realtà un aggregato di più voci che bene evidenziano le difficoltà che il nostro sistema attraversa e rendono plasticamente l’idea del peggioramento delle condizioni del nostro mercato del lavoro negli ultimi tre anni. Inoltre, i principali indicatori analizzati ci pongono agli ultimi posti per efficacia nel mondo e, quasi sempre, all’ultimo posto in Europa. Tra i Paesi dell’Europa a 27, ad esempio, rileva ImpresaLavoro, “siamo ultimi per quanto concerne la collaborazione nelle relazioni tra lavoratori e datore di lavoro (ai primi tre posti ci sono Danimarca, Austria e Olanda). Siamo terz’ultimi per flessibilità nella determinazione del salario, intendendo con questo che a prevalere è ancora una contrattazione centralizzata a discapito di un modello che incentiva maggiormente impresa e lavoratore ad accordarsi. E proprio in tema di retribuzioni siamo il peggior Paese europeo per capacità di legare lo stipendio all’effettiva produttività. Dati questi che vanno letti assieme a quelli sugli effetti dell’alta tassazione sul lavoro: nessun Paese in Europa fa peggio di noi quanto a effetto della pressione fiscale sull’incentivo al lavoro”.


E l’Italia è ancora ultima per l’efficienza nelle modalità di assunzione e licenziamento. Anche la qualità del personale impiegato mette in luce l’arretratezza del nostro Paese: siamo penultimi (davanti alla sola Romania) per la capacità di affidare posizioni manageriali in base al merito e non a criteri poco trasparenza (amicizia, parentela, raccomandazione) e finiamo in coda anche con riferimento alla capacità di attrarre talenti (quart’ultimi) e di trattenere talenti (23mi su 28).

“Questa performance negativa è frutto certamente dei difetti strutturali del nostro sistema ma i provvedimenti legislativi degli ultimi anni non hanno certo aiutato a migliorare la situazione”, commenta Massimo Blasoni, presidente di ImpresaLavoro. “L’elaborazione del nostro Centro Studi – sottolinea Blasoni – chiarisce come i problemi del nostro mercato del lavoro siano da tempo sempre gli stessi e abbiano subìto un peggioramento piuttosto marcato rispetto al 2011, complice con ogni probabilità l’ulteriore irrigidimento delle regole stabilito dalla cosiddetta Riforma Fornero. Gli alti tassi di disoccupazione, soprattutto giovanile e femminile, e i cronici bassi tassi di attività sono una diretta conseguenza di un sistema tributario e di regole che rendono sempre più difficile assumere e creare occupazione”.

Jobs Act, al pettine il nodo dell’articolo 18. Efficienza mercato del lavoro, Italia ultima in Europa

Jobs Act, al pettine il nodo dell’articolo 18. Efficienza mercato del lavoro, Italia ultima in Europa

ilsole24ore.com

Presto al pettine il nodo del Jobs Act, la modifica dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori. Martedì la commissione Lavoro del Senato esaminerà le proposte di modifica dell’articolo 4, che riguarda lo Statuto e che delega al Governo il riordino delle forme contrattuali. I partiti centristi della maggioranza (e Renzi) vorrebbero inserire le modifiche sui licenziamenti per le imprese che superano i 15 dipendenti, mentre la sinistra Pd chiede di non modificare il perimetro della delega. Obiettivo del Jobs Act, in Aula a palazzo Madama del 23 settembre, è modernizzare il mercato del lavoro, che secondo un’elaborazione del Centro Studi ImpresaLavoro sulla base dei dati del World Economic Forum è ultimo per efficienza in Europa (e in particolare nelle modalità di assunzione e licenziamento) e 136mo su 144 censiti nel mondo.

Donne e lavoro, confermato il 93° posto (su 144) 
Nella classifica dell’efficienza il nostro mercato del lavoro si piazza infatti poco sopra a Zimbabwe e Yemen, e viene superato da Sri Lanka e Uruguay. Rispetto al 2011 retrocediamo di 13 posizioni a livello mondiale in termine di efficienza generale, e soprattutto perdiamo 19 posizioni con riferimento alla collaborazione tra impresa e lavoratore, così come altre 15 per la complessità delle regole che ostacolano licenziamenti e assunzioni (hiring and firing process). L’unico settore in cui non si registra un arretramento dell’Italia è quello relativo alla partecipazione delle donne al mercato del lavoro: conserviamo infatti la comunque assai deludente 93ma posizione che avevamo raggiunto nel 2011.

Efficacia, Italia fanalino di coda in Europa 
La performance del nostro mercato del lavoro è negativa anche per i parametri relativi all’efficacia, che ci vedono tra gli ultimi nel mondo e, quasi sempre, all’ultimo posto in Europa. Tra i Paesi dell’Europa a 27, ad esempio, rileva ImpresaLavoro, «siamo ultimi per quanto concerne la collaborazione nelle relazioni tra lavoratori e datore di lavoro (ai primi tre posti ci sono Danimarca, Austria e Olanda). Siamo terz’ultimi per flessibilità nella determinazione del salario (contrattazione nazionale prevalente su quella decentrata). Siamo anche il peggior Paese europeo per capacità di legare lo stipendio all’effettiva produttività e per l’alto livello di tassazione sul lavoro.

Mercato del lavoro bloccato, siamo tra gli ultimi al mondo

Mercato del lavoro bloccato, siamo tra gli ultimi al mondo

Sergio Patti – La Notizia

Ovvio che trovare un impiego in Italia è quasi impossibile. Il nostro mercato del lavoro è ultimo per efficienza in Europa e 136esimo su 144 censiti nel mondo. In termini di efficienza ed efficacia si situa infatti a un livello leggermente superiore a quelli di Zimbabwe e Yemen ed inferiore a quelli di Sri Lanka e Uruguay. Lo rivela un’elaborazione del Centro Studi ImpresaLavoro sulla base dei dati pubblicati dal World Economic Forum. Rispetto al 2011 retrocediamo di 13 posizioni in termine di efficienza generale del nostro mercato del lavoro e soprattutto perdiamo 19 posizioni con riferimento alla collaborazione tra impresa e lavoratore così come altre 15 per la complessità delle regole che ostacolano licenziamenti e assunzioni (hiring and firing process). L’unico settore in cui non si registra un arretramento dell’Italia è quello relativo alla partecipazione delle donne al mercato del lavoro: conserviamo infatti la comunque assai deludente 93esima posizione che avevamo raggiunto nel 2011.

Quadro che peggiora
Lo studio evidenzia le difficoltà che il nostro sistema attraversa e dimostra il peggioramento delle condizioni del nostro mercato del lavoro negli ultimi tre anni. Dati che ci pongono agli ultimi posti per efficacia nel mondo e, quasi sempre, all’ultimo posto in Europa. Tra i Paesi dell’Europa a 27, ad esempio, siamo ultimi per quanto concerne la collaborazione nelle relazioni tra lavoratori e datore di lavoro (ai primi tre posti ci sono Danimarca, Austria e Olanda). Siamo terz’ultimi per flessibilità nella determinazione del salario, intendendo con questo che a prevalere è ancora una contrattazione centralizzata a discapito di un modello che incentiva maggiormente impresa e lavoratore ad accordarsi.

Troppe tasse
E proprio in tema di retribuzioni siamo il peggior Paese europeo per capacità di legare lo stipendio all’effettiva produttività. Dati questi che vanno letti assieme a quelli sugli effetti dell’alta tassazione sul lavoro: nessun Paese in Europa fa peggio di noi quanto a effetto della pressione fiscale sull’incentivo al lavoro. E siamo ancora ultimi per l’efficienza nelle modalità di assunzione e licenziamento: un indicatore determinante, perché evidenzia quanto questi processi siano ostacolati dal sistema delle regole e da disposizioni quali quelle, ad esempio, dell’art. 18 dello Statuto dei lavoratori.