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Mercato del Lavoro, Italia tra gli ultimi nel mondo

Mercato del Lavoro, Italia tra gli ultimi nel mondo

RaiNews.it

Il mercato del lavoro italiano è ultimo per efficienza in Europa e 136mo su 144censiti nel mondo a un livello appena superiore a quelli di Zimbabwe e Yemen ed inferiore a Sri Lanka e Uruguay. Lo rivela un’elaborazione del Centro Studi ImpresaLavoro sulla base dei dati di World Economic Forum. Rispetto al 2011 retrocediamo di 13 posizioni a livello mondiale in termine di efficienza generale del nostro mercato del lavoro e soprattutto perdiamo 19 posizioni con riferimento alla collaborazione tra impresa e lavoratore.

Le aziende cercano 30mila posti. Se sei straniero è più facile lavorare

Le aziende cercano 30mila posti. Se sei straniero è più facile lavorare

Francesco De Dominicis – Libero

L’Italia dei paradossi. Con migliaia di posti di lavoro «vacanti», perché non ci sono figure professionali all’altezza, e l’occupazione sempre meno «tricolore». Sono gli effetti della crisi e pure di un Paese che non è capace di formare i giovani secondo le effettive esigenze delle aziende né di mettere gli imprenditori di offrire «posti» con condizioni allettanti (o almeno ragionevoli) agli italiani, spesso superati dagli stranieri, più portati ad accettare condizioni, mansioni e salari snobbate dai «locali». Tuttora in piena crisi e forse non ancora completamente fuori dalla più dura recessione della storia, l’Italia si mette davanti allo specchio e scopre di non essere capace di far lavorare i suoi cittadini. Una fotografia piena di ombre che viene fuori mettendo insieme i risultati di due recenti ricerche.

Quella del Centro studi ImpresaLavoro rivela che l’analisi dei tassi di occupazione degli stranieri in Europa ci consegna un dato davvero curioso: l’Italia è uno dei pochi paesi dell’Unione europea in cui gli stranieri sono occupati più e meglio dei cittadini nazionali. I dettagli: la Penisola sconta un basso tasso di attività tra i suoi cittadini residenti (59.5%), di circa 9 punti inferiore alla media europea. E il nostro Paese, come accennato, è uno dei pochi in grado di garantire agli stranieri residente un tasso di occupazione migliore (61,9%) di quello che riescono a far segnare i cittadini italiani. Il dato, peraltro, è in controtendenza con tutti i maggiori paesi Ue: confrontando il tasso di occupazione dei francesi (70,6%) e quello degli stranieri residenti in Francia (55,9%), si scopre che i locali sono in vantaggio del 4,7%; in Germania i tedeschi (78.7%) sono in vantaggio del 13,7% sugli stranieri (65,0%). E ancora: in Spagna i locali sono avanti del 6,7%, in Gran Bretagna del 5%, in Grecia del 3,1%. Insomma, o l’Italia è troppo generosa o qualcosa non va.

Che il motore sia inceppato, in ogni caso, lo dimostra pure la ricerca della Cgia di Mestre: su ben 29mila nuovi posti di lavoro, quasi 8.500 corrono il rischio di non essere coperti perché non reperibili sul mercato del lavoro. C’è da dire che si tratta di un dato, quest’ultimo, molto inferiore a quello riferito al 2009 che, in termini assoluti, era pari a quasi 17.600. In buona sostanza, negli ultimi sei anni i «lavoratori introvabili» sono pressoché dimezzati. Di là dal calo, gioco forza cagionato dalla bufera finanziaria e dalla crisi, esiste una lunga lista di professioni poco «coperte», dove la difficoltà di trovare personale è molto elevata: si tratta di analisti e progettisti di software, tecnici programmatori, ingegneri energetici e meccanici, tecnici della sicurezza sui lavoro ed esperti in applicazioni informatiche. In questi ultimi sei anni, secondo l’analisi Cgia che ha messo a confronto i dari di quest’anno con quelli riferibili all’inizio della crisi, c’è stata una profonda trasformazione del mercato del lavoro, sia per la domanda sia per l’offerta. La geografia delle professioni – e con essa anche la graduatoria dei lavoratori più difficili da reperire – è mutata profondamente. Se all’inizio della crisi non si trovava oltre la metà degli infermieri e ostetriche, dei falegnami e degli acconciatori, nel 2014 le professionalità più difficili da trovare (per numero o per caratteristiche personali o di competenza) risultano gli analisti e i progettisti di software (37,7%), i programmatori (31,2%), ingegneri energetici e meccanici (28,1%), i tecnici della sicurezza sul lavoro (27,7%) ed i tecnici esperti in applicazioni informatiche (27,/1%), figure con alta specializzazione e competenza.

Massimo Blasoni: «Per tornare sani servono 28 anni, non mille giorni»

Massimo Blasoni: «Per tornare sani servono 28 anni, non mille giorni»

Chiara Daina – Il Fatto Quotidiano

La risposta per le rime a Renzi arriva da Massimo Blasoni, 49 anni, imprenditore udinese, che ha comprato un’intera pagina su Il Giornale di ieri. Due tondi, una con la foto del premier come è adesso, l’altro con un fotomontaggio che lo ritrae anziano e canuto. Sotto, la scritta “Torneremo ai livelli del 2008 quando Renzi avrà 67 anni”. Non è una stima sparata a caso. All’inizio di agosto Blasoni ha fondato il centro studi ImpresaLavoro, che ha ipotizzato il conto e di cui fa parte anche Salvatore Zecchini, presidente del gruppo di lavoro dell’Ocse su Pmi e imprenditoria.
Come è venuto in mente di comprare una pagina di giornale?
«Volevo comunicare a Renzi con un linguaggio schietto e mediatico come il suo. Il governo aveva previsto un livello di crecita del Pil dello 0,8 per cento. Balle. Per tornare ai livelli pre-crisi, considerando una crescita media tra il 2008 e il 2014 dello 0,3%, ci serviranno altri 24 anni».
Cosa le fa più paura?
«Quella di Renzi è solo una politica degli annunci. La pressione tributaria non è diminuita. Nessuna semplificazione burocratica per le imprese e nessuna facilitazione per l’accesso al credito. Imsomma, zero segnali di ripresa, nonostante le belle parole. Lo sa quanto costano i ritardi nei pagamenti della Pa alle imprese?».
Quanto?
«Cinque miliardi di euro l’anno. Lo abbiamo calcolato nella nostra prima ricerca».
Lei ha votato Renzi?
«No, anche se all’inizio gli davo fiducia. Ma di riforme vere finora neanche l’ombra. Renzi è un politico di vecchio corso con una faccia da giovane. Ma noi l’abbiamo già invecchiato».
Il mattone cola a picco

Il mattone cola a picco

Simone Boiocchi – La Padania

C’era una volta il mattone. Bene rifugio per eccellenza dove i piccoli e medi risparmiatori del Paese deponevano non solo le loro speranze, ma anche il loro futuro. Costruire una casa per la propria famiglia era il sogno di tutti e l’obiettivo della vita per ogni genitore. C’era poi il mattone industriale. Quello che serviva ai capitani d’impresa per costruire aziende che davano lavoro al Paese. C’era una volta. Sì, perché la crisi economica ha avuto sul settore dell’edilizia un impatto che non ha eguali in altri settori economici: lo dimostra il fatto che i permessi rilasciati nel Paese nel 2012 per la costruzione di nuovi edifici residenziali sono stati praticamente la metà di quelli del 2007, ultimo anno pre-crisi.

Dal punto di vista geografico (come rivela uno studio di “ImpresaLavoro”, elaborato sulla base di dati Istat) il danno più contenuto l’ha fatto registrare il Trentino Alto Adige con un calo di “appena” il 18,3%. Molto negativi, al contrario, sono i dati registrati in Lombardia (-52,6%), nel Lazio (-53,9%), in Toscana (-60,2%) e soprattutto in Emilia-Romagna, dove i permessi rilasciati nel 2012 sono meno di un terzo di quelli utilizzati nei livelli pre-crisi (-67,2%). Si tratta di un arretramento che non ha che fare soltanto con la difficoltà del settore immobiliare residenziale ma che è generato anche dalle complessive difficoltà economiche del sistema-Paese. A subire una contrazione decisa rispetto i livelli pre-crisi sono, infatti, anche i permessi di costruzione rilasciati per immobili non residenziali. Questi sono complessivamente diminuiti del -33,8%.

Analizzando i singoli settori di attività, desumibili attraverso la destinazione d’uso degli immobili per cui è stato richiesto il permesso di costruire, si osserva una sostanziale tenuta solo nel settore dell’agricoltura, nel quale i permessi di costruzione nel 2012 sono calati “soltanto” del -12,9% rispetto ai livelli pre-crisi, con le regioni del Nord che hanno fatto segnare un confortante segno positivo, trainate in particolare da Piemonte ed Emilia Romagna. Particolarmente negativo risulta invece il dato relativo alle richieste di permesso per la costruzione di immobili destinati all’industria e all’artigianato. Qui il calo rispetto al 2007 è stato addirittura più consistente del comparto residenziale: -63,7%, con un’omogeneità territoriale che non risparmia le tradizionali locomotive produttive del Paese.

«Oltre alla crisi – spiega il presidente di “ImpresaLavoro” Massimo Blasoni – sul dato pesano anche fattori negativi esterni: su tutti una politica fiscale che in questi anni ha fortemente penalizzato gli investimenti immobiliari, storicamente considerati dagli italiani una forma d’investimento sicuro. Come ha rilevato Confartigianato, tra il 2011 e il 2013 la tassazione è aumentata del 102% e l’introduzione della Tasi potrebbe rappresentare un ulteriore aggravio stimato tra il 12 e il 60%. È chiaro che politiche fiscali di questo tipo finiscono per scoraggiare qualsiasi tipo di investimento nel mattone». Ma il danno rischia di essere ancora più grande. Il blocco del sistema delle costruzioni non rappresenta solo la situazione di stallo del Paese, ma va a ripercuotersi inevitabilmente sui dipendenti e sui lavoratori dell’indotto. Meno permessi per costruire vuol dire meno lavoro. Meno lavoro, meno entrate, più disoccupazione. Una situazione tutt’altro che rassicurante che Renzi e i suoi fanno finta di non vedere. Almeno fino a quando la crisi del settore diventerà l’ennesima crisi del Paese. A quel punto si darà la colpa alla difficile congiuntura economica. Ma intanto non ci sarà più nulla da fare. Come al solito.

Crisi, nessun settore sta pagando quanto l’edilizia

Crisi, nessun settore sta pagando quanto l’edilizia

Giovanna Tomaselli – La Notizia

La crisi economica ha avuto sul settore dell’edilizia un impatto che non ha eguali in altri settori economici: lo dimostra il fatto che i permessi rilasciati nel Paese nel 2012 per la costruzione di nuovi edifici residenziali sono stati praticamente la metà di quelli del 2007, ultimo anno pre-crisi. Lo rivela uno studio di “ImpresaLavoro”, elaborato sulla base di dati Istat. Dal punto di vista geografico, il danno più contenuto l’ha fatto registrare il Trentino Alto Adige con un calo di “appena” il 18,3%. Molto negativi, al contrario, sono i dati registrati in Lombardia (-52,6%), nel Lazio (-53,9%), in Toscana (-60,2%) e soprattutto in Emilia-Romagna, dove i permessi rilasciati nel 2012 sono meno di un terzo di quelli utilizzati nei livelli pre-crisi (-67,2%).
Si tratta di un arretramento che non ha che fare soltanto con la difficoltà del settore immobiliare residenziale ma che è generato anche dalle complessive difficoltà economiche del sistema-Paese. A subire una contrazione decisa rispetto i livelli pre-crisi sono, infatti, anche i permessi di costruzione rilasciati per immobili non residenziali. Questi sono complessivamente diminuiti del -33,8%.
Analizzando i singoli settori di attività, desumibili attraverso la destinazione d’uso degli immobili, si osserva una sostanziale tenuta solo nel settore dell’agricoltura, nel quale i permessi di costruzione nel 2012 sono calati “soltanto” del -12,9% rispetto ai livelli pre-crisi, con le regioni del Nord che hanno fatto segnare un confortante segno positivo, trainate in particolare da Piemonte ed Emilia Romagna.
Particolarmente negativo risulta invece il dato relativo alle richieste per la costruzione di immobili destinati all’industria e all’artigianato. Qui il calo rispetto al 2007 è stato addirittura più consistente del comparto residenziale: -63,7%, con un’omogeneità territoriale che non risparmia le tradizionali locomotive produttive del Paese. Per il presidente di “ImpresaLavoro” Massimo Blasoni “oltre alla crisi, sul dato pesano anche fattori negativi esterni: su tutti una politica fiscale che in questi anni ha fortemente penalizzato gli investimenti immobiliari”.

Dai debiti arretrati della Pa buco di 30 miliardi per le aziende

Dai debiti arretrati della Pa buco di 30 miliardi per le aziende

Paolo Baroni – La Stampa

Andranno anche in pagamento entro il 21 settembre, giorno di San Matteo, gli arretrati della pubblica amministrazione. E alla fine saranno almeno 60 miliardi di euro che torneranno in circolo. La «ferita» nei conti delle impresa però resta molto profonda. Solo l’anno passato – denuncia Impresa lavoro, centro studi di ispirazione liberale guidato dall’economista Giuseppe Pennisi – i ritardi nei pagamenti da parte delle amministrazioni pubbliche hanno comportato oneri per 6,8 miliardi, in deciso aumento dispetto agli anni passati. Perché nonostante lo stock di arretrati si sia lievemente ridotto, passando dagli 87,3 miliardi del 2012 ai 74,2 dell’anno passato, nel frattempo sono diventati più onerosi i finanziamenti bancari. se si allarga lo sguardo al periodo 2009-2013 si vede poi che il costo complessivo a carico del sistema produttivo è stato pari a 29,9 miliardi di euro. Un buco enorme, che ha avuto riflessi a cascata arrivando a “coinvolgere imprese subfornitrici e i dipendenti”.

Il Centro Studi ImpresaLavoro elenca così i principali effetti negativi, che sono minori investimenti operati dalle imprese in conseguenza della minore disponibilità di capitale, la riduzione di dipendenti e quindi la distruzione di posti di lavoro, i costi del dissesto delle imprese che, per le conseguenze dei ritardi di pagamento della Pa, si sono trovati in una situazione di insolvenza, fino ad arrivare (nei casi più gravi) al fallimento, e infine i costi diretti ed indiretti a carico dei contribuenti.

Questo perché, a partire dal 1 gennaio 2013, il recepimento di una direttiva europea ha obbligato tutta la pubblica amministrazione a versare gli interessi di mora sui ritardi, calcolati sulla base del tasso di riferimento Bce maggiorato di 8 punti percentuali su base annua. “Tale misura non compensa del tutto il costo del capitale a carico delle imprese italiane ma grava comunque sui cittadini italiani per oltre 3 miliardi di euro all’anno”. Anche questo un peso considerevole.

Del resto, come si evince dai dari Eurostat – segnala ancora ImpresaLavoro – “l’Italia è il paese che presenta il maggiore stock di debito commerciale, ed anche di quello insoluto. Già dal 2010, a il peggior rapporto tra debiti commerciali e Pil, superando sia la Spagna che la Grecia, gli unici in Europa a parte l’Italia a superare il 3% in questo rapporto”. E anche i tempi di pagamento medi della Pa italiana, in base alle stime di Intrum Justitia, sono ancora i più lunghi d’Europa.

I ritardi dei pagamenti ed i costi che le imprese sono costrette a sostenere producono una distorsione anche sul piano della concorrenza con i fornitori esteri che appartengono ai paesi più virtuosi: in termini di assorbimento di capitale, il costo di una fornitura standard per un’impresa italiana che lavora con la Pubblica amministrazione è infatti pari al 4,2% del fatturato ed è di gran lunga più elevato rispetto a quello di Germania (0,6%) e Francia (1,2%).

ImpresaLavoro, il nuovo centro studi liberale e liberista

ImpresaLavoro, il nuovo centro studi liberale e liberista

Francesco De Palo – Formiche

Un centro studi con piglio liberale e liberista per stimolare gli esecutivi a dare spazio ai temi cari alle imprese e al mondo dell’imprenditoria, nella consapevolezza che senza un taglio netto alla spesa pubblica e senza un abbattimento della pressione fiscale per le pmi, il Paese non potrà rialzarsi. E’ la traccia su cui si muoverà il centro studi ImpresaLavoro, una nuova realtà di analisi e paper fondata da Massimo Blasoni.

Biasioni è un imprenditore di prima generazione, con un’azienda di 1300 dipendenti che costruisce e gestisce residenze sanitarie, convinto che dove la politica ha fallito serve che intervengano direttamente le imprese e le idee di matrice liberale.

FARE COSA
Discutere di economia, approfondire tematiche e trend del Paese al fine di effettuate una sorta di “checking” sull’attività del governo e divulgare “numeri e tesi dei nostri ricercatori”, dice Blasoni a Formiche.net. Produrrà ricerche sulle tematiche che interessano il mondo del lavoro e dell’impresa, effettuerà sondaggi rivolti agli imprenditori e al mondo del lavoro , avanzando proposte misure e possibili soluzioni a sostegno dell’impresa italiana.

PERCHE’ IMPRESA LAVORO
“Diciamo che ImpresaLavoro assomiglia ad un altro soggetto come la Cgia di Mestre, ma sarà vicino agli spunti di centrodestra, con un profilo liberale e liberista”, spiega Blasoni. Uno degli obiettivi resta quello della rivoluzione liberale che in Italia ancora non si è fatta. In che modo? La spending review non è stata realizzata, “i 7 che poi sarebbero dovuti diventare 14 e dopo 32 miliardi di tagli non si vedono e forse non si faranno”. Senza quei tagli e senza una “vera sforbiciata – non omeopatica come gli 80 euro – alle tasse per le imprese l’Italia non uscirà dall’impasse”. E mette l’accento sul fatto che Palazzo Chigi non ha mostrato alcun coraggio in questa direzione, anzi, “siamo perfettamente consapevoli che sarà necessaria una manovra perché non vi è spazio nel rapporto deficit-pil”.

PAGAMENTI DELLA PA
Il primo paper prodotto dal centro studi – che vede come coordinatore l’economista Giuseppe Pennisi – è quello relativo ai pagamenti alle aziende da parte della Pubblica amministrazione.Immaginare che tutto possa essere risolto entro il prossimo 21 settembre, osserva Blasoni, “soprattutto alla luce della contrazione del pil mi sembra impensabile”. Secondo il presidente di ImpresaLavoro a questo punto il rischio concreto è che, anche per il 2014, le imprese saranno costrette a “subire” costi indotti dall’inefficienza pubblica del cattivo pagatore statale per 7 miliardi di euro: “Una tassa occulta che rischia di diventare insostenibile per un sistema produttivo già fortemente provato dalla difficile congiuntura economica, dalla stagnazione dei consumi e dalla stretta creditizia”.

NUMERI
Mettendo insieme, rileva Blasoni, quanto costa il denaro ad un imprenditore italiano e quanto il tempo di attesa, “mi rendo conto che il costo di lavorare per la PA in Italia è quattro volte più alto della Francia e sette rispetto alla Germania, per cui su 100mila euro di fornitura il 4,2% finisce per essere un costo”. Per cui, è il ragionamento su cui si basa l’azione del centro studi, quella cifra che la PA non paga in tempo alle imprese finisce per essere una zavorra sulla minor competitività delle stesse.

BOARD
Scorrendo il board di ImpresaLavoro si trova Giuseppe Pennisi, economista, già Banca Mondiale e dirigente generale dei Ministeri del Bilancio e del Lavoro; Cesare Gottardo, docente di materie economiche all’Università di Udine, dove insegna nelle facoltà di Agraria, Giurisprudenza e Ingegneria; Salvatore Zecchini, docente di Politica Economica Internazionale all’Università Tor Vergata di Roma, anche presidente del Gruppo di Lavoro dell’OCSE su PMI e Imprenditoria; Luciano Pellicani, già direttore di “Mondoperaio”, docente di Sociologia alla Luiss “G: Carli” di Roma; Carlo Lottieri, Direttore del Dipartimento di Teoria Politica dell’Istituto Bruno Leoni, è nel comitato di redazione del Journal of Libertarian Studies ed è Fellow dell’International Centre of Economic Research.

Pil in calo, tutti chiedono una scossa al governo

Pil in calo, tutti chiedono una scossa al governo

Avvenire

I dati resi noti dall’Istat sul Pil in calo. O meglio sullo stato di recessione, hanno aperto un dibattito intenso e molto vasto. Impossibile riassumerlo in tutti i sui aspetti. In sintesi politici, economisti e imprenditori chiedono una scossa al governo per uscire dalla recessione. E dal governo si fa sapere che si andrà avanti con decisione per fare le cose che vanno fatte:

” Un dato negativo, ma ci sono anche aspetti positivi, la produzione industriale sta andando molto meglio e i consumi continuano seppur lentamente a crescere”. Il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan commenta il dato sul Pil del secondo trimestre e punta sul positivo e sulle cose da fare. “Se ne esce – dice Padoan – continuando con la strategia del governo, riforme strutturali, semplificazioni, aumento della competitività”. Il ministro poi assicura ancora una volta che non ci saranno manovre autunnali.

“Certo questi dati sul Pil non ci fanno stare contenti, ma tutto quello che stiamo mettendo in campo lo stiamo facendo proprio perché ci rendiamo conto della straordinaria urgenza della situazione – spiega  il ministro allo Sviluppo economico Federica Guidi – Ma i primi segnali di inversione di tendenza ci sono: ad esempio  sono tornati a salire i mutui per le famiglie. E  questo di solito è un dato che precede una ripresa su più larga scala. Anche il credito al consumo sta migliorando e gli stock di crediti per le piccole e medie imprese si sono stabilizzati” Sulla necessità di attrarre investimenti, Guidi ha poi ha sottolineato che la frammentazione che abbiamo oggi non funziona: senza spendere un euro di più dobbiamo accorpare le strutture esistenti, dall’Ice a Invitalia, e renderle più efficienti. Quindi, puntare ad avere una cura maniacale nell’attrarre investimenti con una attenzione alle esigenze di ogni azienda.

 

“Dal 2007 al 2010 – fa notare Giuseppe Bortolussi, segretario della Cgia – il Dpef veniva presentato tra giugno e settembre. Pertanto, i tecnici avevano maggiori livelli di certezza statistica che consentivano di avvicinarsi più puntualmente al dato reale di crescita di quell’anno. Dal 2011, invece, l’Ue ha obbligato il Governo in carica a presentare il Documento di Economia e Finanza ad aprile. Questa anticipazione ha reso il lavoro dei tecnici molto più arduo – sostiene Bortolussi – con il risultato che la forbice si è allargata e gli obbiettivi di bilancio sono stati raggiunti solo attraverso manovre correttive redatte in autunno”.

“Sapevamo, come ho sempre detto, che il problema nostro è del secondo semestre, gli effetti li vedremo nel secondo semestre quindi non c’è bisogno di allarmarsi”. Così il sottosegretario Graziano Delrio, uscendo da Palazzo Chigi, valuta i dati sul Pil, sostenendo che “questo secondo trimestre era abbastanza scontato che avesse un’inerzia simile al primo, ma sono più preoccupato del dato complessivo europeo”.

“Il nostro senso di responsabilità ci porta a dare un contributo decisivo in materia di riforme. Ma non possiamo non rilevare l’inadeguatezza di Renzi e del suo governo di fronte alle vere esigenze del Paese”. Lo afferma il senatore Maurizio Gasparri (FI).

 “È evidente che non possiamo affrontare le difficoltà che si I dati disastrosi del Pil sono una nuova mazzata su un’economia che già soffriva di stagnazione, disoccupazione e chiusura di migliaia di imprese.” Lo sostiene in una nota Marco Venturi, presidente della Confesercenti: È un’Italia in quarantena da 11 trimestri, mentre aumenta il rischio di gettare al vento anche il 2014″. “Se il 2014 terminasse con un -0,3% di Pil, secondo nostri calcoli l’aggravio di spesa pubblica sarebbe nell’ordine di 10-15 miliardi di euro, ovvero preziose risorse sottratte alla crescita. Anche sul fronte dei consumi ci troveremmo nuovamente a mal partito con una prevedibile flessione nel 2014 di circa 814 milioni di euro”, aggiunge Venturi: “è inutile girarci attorno, siamo all’allarme rosso. Bisogna reagire in fretta”.

“Il dato del Pil relativo al secondo trimestre comunicato oggi dall’Istat va oltre ogni previsione negativa e unito a quello del I trimestre mostra un Paese in recessione. A questo punto bisogna assolutamente accelerare ogni investimento pubblico e provare rapidamente a raddrizzare la barca per chiudere l’anno con un segno di crescita positiva”. Lo affermaGuglielmo Epifani, presidente della commissione Attività Produttive della Camera, secondo il quale “Tutto il Paese si deve concentrare attorno al tema dell’economia e dell’occupazione”.

 “Il Paese è da ricostruire, ma non servono altre manovre, piuttosto ci vogliono investimenti in nuove fabbriche e infrastrutture”. Così l’economista Giacomo Vaciago commenta il calo del Pil nel secondo trimestre e il ritorno dell’Italia in recessione. “Il 12 febbraio scorso – spiega l’economista – una settimana prima di lasciare Palazzo Chigi, Enrico Letta ha scritto: l’Italia è ancora fragile, ma è pronta per essere ricostruita. Quella dichiarazione la sottoscrivo in pieno. Fragile vuol dire che quando ci sono guai in giro per il mondo, vedi l’Ucraina a un tiro di schioppo, l’Italia ne subisce le conseguenza. Da ricostruire vuol dire che dobbiamo rimboccarci le maniche, fare gioco di squadra e smetterla di litigare stupidamente in Senato per far ripartire l’economia a ricostruire il Paese”. “Ma attenzione – precisa Vaciago – ricostruire non vuol dire fare manovre e dunque continuare a flagellarci, ma significa fare investimenti. Il Paese non cresce da venti anni e va indietro da cinque. È stato come un terremoto, abbiamo perso il 20% delle nostre fabbriche. Dobbiamo ricostruirle e fare nuove infrastrutture, andare avanti”.
“La recessione in atto dell’economia italiana – che purtroppo si colloca in un quadro europeo complessivamente stagnante – richiede lo stimolo di straordinarie riforme strutturali rivolte a  cambiare il mercato del lavoro, il sistema tributario, la pubblica amministrazione con particolare riguardo alla giustizia”. Ha invece detto in una nota Maurizio Sacconi, capogruppo al Senato del Nuovo Centrodestra aggiungendo che “il ceto politico non può fuggire dalle proprie responsabilità. Esso deve, al contrario, incoraggiare a fare cose che in condizioni migliori possono risultare più difficili. Questa è l’ora delle grandi scelte”.
“In questa fase più che interventi di riforma strutturale, sono necessari maggiori stimoli alla domanda che coinvolgano l’Europa: politiche per il sostegno della congiuntura nei paesi core e rimodulazione del percorso di consolidamento del fiscal compact nei periferici”. È quanto sostiene il capo economista di Nomisma, Sergio de Nardis.
 “Diventa sempre più complesso, garantire il pagamento dei debiti della Pubblica amministrazione entro il 21 settembre così come annunciato nei giorni scorsi dal Governo”. È quanto osserva il presidente di ImpresaLavoro Massimo Blasoni.  “Con questi numeri il governo rischia di trovarsi le mani legate – sostiene Blasoni – da un lato ha molte meno risorse libere da impiegare per lo sblocco dei crediti della Pubblica amministrazione, dall’altro non potrà ricorrere agevolmente a nuovo debito per procurarsi le dotazioni necessarie al pagamento completo di queste somme, così come immaginato in un primo momento. Il rischio concreto è che, anche per il 2014, le imprese saranno costrette a ‘subire’ costi indotti dall’inefficienza pubblica del cattivo pagatore statale per sette miliardi di euro: una tassa occulta che rischia di diventare insostenibile”.
“Dalla caduta non si salva neppure l’agricoltura”, nota il presidente della Cia-Confederazione italiana agricoltori, Dino Scanavino, secondo il quale il settore “paga anche gli effetti del clima, sempre più segnato da eventi estremi. Serve uno scatto in avanti dal governo, con misure strutturali a sostegno dei redditi delle famiglie e provvedimenti attenti ai bisogni reali delle imprese settore produttivo, neanche l’agricoltura che nei primi tre mesi dell’anno era stato l’unico comparto a crescere con un aumento del 2,2% del valore aggiunto. Purtroppo la situazione di stagnazione del Paese, con i consumi fermi e la deflazione a sottolineando come il quadro dei consumi delle famiglie sia completamente negativo anche per quanto riguarda gli alimentari”.
Bisogna essere tutti i giorni sulla stampa internazionale per spiegare ciò che l’Italiaha detto e fatto, dimostrare quanto abbiamo resistito alla crisi senza chiedere aiuto a nessuno e con numeri impressionanti: basta vedere gli interessi sul debito. Nessun altro Paese Ue può reggere il paragone”. Fa notare l’economista Alberto Quadrio Curzio in un’intervista: “L’Italia ha dimostrato nella crisi una capacità di resistenza straordinaria che è quella tipica dei maratoneti. È l’unico Paese dell’Eurozona che ha sopportato manovre di finanza pubblica senza nessun cappello protettivo dal punto di vista dei poteri spettanti alla Commissione e al Consiglio d’Europa”.
“Ma con queste manovre correttive – continua l’economista – il nostro Pil è andato dov’è andato: perché con una pressione fiscale al 54% del Pil c’è poco da fare crescita”. Adesso, oltre alla strada europea, c’è un’altra “strategia per attuare la tempistica del maratoneta: procedere sollecitamente con la spending review per riallocare la spesa Tutti gli spazi di risparmio che riuscissi ad ottenere, li metterei in un rilancio infrastrutturale del Paese. E accanto alla spending penso alle privatizzazioni i cui proventi almeno in parte dovrebbero spingere gli investimenti infrastrutturali”.
Lo Stato che non paga ci è costato 6 miliardi

Lo Stato che non paga ci è costato 6 miliardi

Davide Giacalone – Libero

Non ci saranno manovre autunnali, niente ulteriori tasse, il deficit rimarrà sotto il 3%, anche se il prodotto interno lordo non cresce. Matteo Renzi dixit. Come quando il prestigiatore annuncia che taglierà in due la formosa valletta, noi tutti sappiamo che c’è il trucco, ma restiamo in attesa di assistere al prodigio. Se riesce, l’applauso è meritato. Il numero precedente non è riuscito, nel team dei prestigiatori di prima c’è chi si trova, ora, sotto al palco e bofonchia malmostoso: c’è il trucco. Lo sappiamo, tutto sta a vedere come lo si maneggia. Che Stefano Fassina, già bocconiano, già responsabile economia del Pd, già viceministro all’economia, mastichi amaro, è comprensibile, ma dice cose interessanti. Ogni tanto vale la pena fare i conti con la realtà reale, sfuggendo ai frizzi dell’illusionismo.
Lascio da parte le sue considerazioni sulle “favole liberiste”. Potrei rispondere dandogli del marxista collettivista, ma servirebbe solo ad aumentare il già inquietante volume delle minchionerie. Non c’è liberismo, nel nostro presente, né selvaggio né addomesticato. Non c’è collettivismo nel nostro futuro. Siamo alle prese con un problema difficile, che in Italia diventa devastante. E scarseggiano idee all’altezza, la cui mancanza non si compensa affatto lanciando epiteti a casaccio. Fassina ha ragione: la spesa primaria corrente italiana è fra le più basse dell’eurozona, naturalmente in rapporto al pil. Questa verità, però, non serve a stabilire se va tagliata o meno (va tagliata), ma a capire la gravità del male che ci affligge. Difatti, posto che la spesa pubblica corrente è troppo alta in tutta Europa, tanto che è l’area meno capace di crescere e più impantanata, da noi è il costo del debito pubblico a renderla patologica. Fassina dice che la spesa primaria è bassa. Noi ripetiamo che gli avanzi primari italiani sono dei record mondiali. Stiamo dicendo la stessa cosa, ma entrambe i dati soccombono quando ci si mangia sei punti di pil in venti anni, più del doppio degli altri, per pagare il costo del debito.
Questo porta a conseguenze perniciose. Giusto ieri il centro studi “Impresa Lavoro” calcolava in 6.3 miliardi il costo annuo, per le imprese, dei mancati pagamenti dovuti dalla pubblica amministrazione. La cattiva spesa pubblica avvelena il tessuto produttivo, costituendo un vantaggio per le imprese di altri paesi. Indebolite le imprese diminuiscono ricchezza e lavoro, quindi i consumi, intorcinandosi nella spirale recessiva. E noi lì siamo.
Dice Fassina: la nostra spesa pubblica va radicalmente riqualificata e riallocata. Sottoscrivo, ma è ipocrita quando aggiunge: non tagliata. Stiamo giocando con le parole. Vuol dire: il monte complessivo della spesa non è troppo alto, ma si devono tagliare, con brutalità, le spese sbagliate e dirigere i soldi dove serve. E questa è politica. O quel che la politica dovrebbe essere. Convengo con Fassina che pensare alla spesa pubblica solo in termini di risparmi e sprechi è inutile moralismo. Ma casca sul punto decisivo: dove prendiamo i soldi necessari? Egli dice: dall’evasione fiscale che da noi è doppia della media europea. Verrebbe da dire: magari!
Presto saranno disillusi. Il governo medita che il ricalcolo del pil, secondo i nuovi criteri statistici europei, che includono l’economia nera, alleggerirà la posizione italiana. Il che fa scopa con la supposizione di Fassina: scopriremo nuove lande dell’avasione fiscale. Sbagliato: quel ricalcolo dimostrerà che la nostra economia, includendo il nero, s’avvantaggia meno, in assoluto e in percentuale, di quella tedesca. L’idea che l’Italia abbia il primato della disonestà è sbagliata. Manco quello. Giorni fa ragionavamo del contante: se l’Italia è il Paese europeo con più vincoli, inesistenti in Germania, è ragionevole supporre che il maggior nero non si trova da noi. Il ricalcolo lo dimostrerà. Basta attendere. Noi siamo primatisti in disfunzionalità, spesa pubblica sprecata, paura di cambiare e cambiamenti di mera apparenza.
E allora, dove troviamo i soldi per uscire dalla trappola? Se abbiamo la minore spesa primaria, il più alto avanzo primario, ma pur sempre una spesa complessiva altissima e un deficit che si comprime solo con il fisco, senza riuscirci, è segno che il nostro macro problema ha un nome: debito pubblico. Mostro che porta con sé una pressione fiscale da suicidio. Serve un serio piano di dismissioni patrimoniali e abbattimento del debito. Accanto: riforme del mercato interno, per rendere più facile dare e ricevere lavoro, senza pagare il pizzo alla spesa improduttiva. La strada c’è. E non importa un fico secco che la si chiami liberista o socialista. Conta che non sia il mero rimandare, fra un gioco di prestigio e l’altro. Che stufano e costano.

Così stato e banche ammazzano le imprese: i pagamenti in ritardo costano 6 miliardi l’anno e le aziende che si fidano finiscono in rovina

Così stato e banche ammazzano le imprese: i pagamenti in ritardo costano 6 miliardi l’anno e le aziende che si fidano finiscono in rovina

Carola Olmi – La Notizia

Pagare paga. Ma saldando i suoi debiti in tempi biblici, alla fine la Pubblica amministrazione genera un costo mostruoso per i suoi fornitori: sei miliardi l’anno; 30 miliardi tra il 2009 e il 2013. Una media del 4,2% sul fatturato che se ne va fissa solo per farsi anticipare le fatture dalle banche o per far fronte con mezzi propri ai ritardi nel saldo di quanto dovuto. Secondo un rapporto del Centro Studi ImpresaLavoro, siamo di fronte a un furto in piena regola, che insieme alla stretta creditizia sta condannando ormai da anni migliaia di imprese sane a chiudere i battenti. Aziende la cui unica colpa è stata fidarsi dello Stato o degli enti locali per i quali hanno lavorato. In quelle gare vinte districandosi spesso tra richieste di tangenti e burocrazia, c’era infatti un costo occulto che non ha pari in Europa. Se per far fronte al ritardo dei pagamenti le imprese di casa nostra devono sacrificare quasi il 5% dell’intero fatturato (sempre che le banche facciano la loro parte) l’incidenza di questi stessi costi è pari a 4 volte meno per le attività omologhe francesi e 7 volte meno per quelle tedesche.

Nonostante il problema sia arcinoto al Governo, che si era impegnato ad accelerare i pagamenti senza però mantenere fino in fondo la promessa, il ritardo nei pagamenti ai fornitori e i debiti fuori bilancio della pubblica amministrazione continuano ad assumere un’urgenza crescente. A questo contribuiscono il peggioramento delle condizioni economiche generali, in particolare quelle delle imprese e il crescente fabbisogno finanziario sia dello Stato, sia degli enti territoriali. I ritardi nei pagamenti hanno iniziato ad accumularsi sia in termini di tempo che di quantità molto prima che il fenomeno fosse riconosciuto e definito come emergenza economica.

Secondo uno studio di Intrum Justitia (2013) i pagamenti del committente pubblico italiano arrivano in media dopo 170 giorni dal ricevimento della fattura, mentre i fornitori privati di norma pagano dopo 60 o 90 giorni a seconda dei termini concordati. Questo mismatching di uscite ed entrate aggrava la situazione finanziaria di migliaia d’imprese esponendole nei casi più gravi al rischio default. Il fenomeno ha assunto rilevanza maggiore a seguito dell’attuale congiuntura economica, poiché ha condotto a un progressivo aggravio della situazione di liquidità delle imprese in anni di severa restrizione del credito bancario. Nonostante le dimensioni e la rilevanza del fenomeno, allo stato attuale non esiste però una stima precisa dei debiti della nostra pubblica amministrazione verso le imprese. Secondo l’Istat la stima relativa al 2011 indicava un ammontare di 67,3 miliardi (62,5 miliardi nel 2010) di crediti commerciali delle imprese fornitrici della Pubblica amministrazione. Ma un’altra rilevazione condotta da Emanuele Padovani (2013) in collaborazione con Bureau Van Dijk, stima un’ammontare di residui scaduti interni ai bilanci di comuni, province e regioni di 136,9 miliardi. Banca d’Italia, che utilizza un’ulteriore metodologia per le sue stime, basandosi sulle rilevazioni campionarie dell’indagine Invid, nella rilevazione più recente (2011) prevede un ammontare di 91 miliardi (erano 84 nel 2010).

Che abbia ragione l’Istat o la Banca d’Italia, si tratta comunque di moltissimi soldi che finiscono per sottrarre capitale alle imprese. L’ammontare dei crediti commerciali infatti costituisce uno degli elementi fondamentali di fabbisogno di capitale circolante. Per farvi fronte, secondo un’indagine del 2013 dell’Ance (i costruttori), le aziende hanno fatto ricorso all’anticipo fatture in banca (72% del campione), nonché all’apertura di credito in conto corrente (22%), il 20% ha richiesto un finanziamento “a breve”, e il 18% complessivo ha provveduto a cedere (pro-soluto o pro-solvendo) il credito. Ma per le imprese costrette a usare lo scoperto di conto corrente senza affidamento, ovvero senza l’autorizzazione della banca (e sono sempre più numerose), il costo del finanziamento è stato nettamente superiore. Sei miliardi l’anno bruciati. E per tanti anche la beffa del fallimento.