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Sanità digitale, per l’Italia necessario un deciso cambio di passo

Sanità digitale, per l’Italia necessario un deciso cambio di passo

Panorama Sanità – Nella prospettiva della Strategia Europa 2020 il processo di digitalizzazione della sanità italiana appare ancora in ritardo rispetto alla maggioranza dei Paesi UE sulla base degli indicatori disponibili. Le performance insufficienti rispecchiano il basso livello di spesa eHealth dell’Italia, pari nel 2015 all’1,2% della spesa sanitaria pubblica, rispetto alla media UE compresa fra il 2 e il 3%, con punte vicine ai 4%. Per inquadrare nel medio periodo le prospettive della Sanità Digitale italiana in termini di fabbisogno finnziario, lo studio Censis-Impresalavoro, presentato lo scorso 5 luglio a Roma, esamina tre scenari al 2020.

«Il primo scenario di tipo più conservativo», spiegano Censis e ImpresaLavoro, «ipotizza il raggiungimento a fine periodo di un target del 2% di spesa eHealth su spesa sanitaria pubblica. Il secondo scenario ipotizza un target intermedio pari al 3%. Il terzo scenario prende in esame un target più espansivo del 4%, come indicazione di un deciso salto di qualità dell’impegno pubblico nel settore». I risultati dell’analisi mostrano come il Servizio Sanitario Nazionale debba realizzare nei prossimi anni un deciso cambio di passo nelle risorse finanziarie da investire in Sanità Digitale, per stare al passo con i Paesi europei più avanzati in questo settore.

I tre scenari considerati indicano che l’accelerazione dell’impegno finanziario al 2020 richieda risorse aggiuntive per la Sanità Digitale comprese in un range fra 2 e 7,8 miliardi di euro, rispetto al fabbisogno tendenziale di 7,5 miliardi, per arrivare ad un impegno complessivo stimato fra 9,5 e 15,2 miliardi di euro. «Senza questo cambio di policy», affermano gli autori dello studio, «il Servizio Sanitario Nazionale non potrà valersi pienamente dei benefici attesi dai servizi e dagli strumenti di Sanità Digitale, che – attraverso una più evoluta condivisione delle informazioni e una più avanzata interazione fra pazienti, medici, operatori e strutture sanitarie – consentono un guadagno di efficienza, un’ottimizzazione nell’erogazione dei servizi, una riduzione dell’errore medico, un incremento della sicurezza dei paziente, un miglioramento della gestione delle patologie croniche».

Peraltro la questione degli investimenti è un fattore necessario ma non sufficiente per lo sviluppo della Sanità Digitale e per il conseguimento dei benefici connessi. «Occorre affrontare contestualmente il tema del ridisegno complessivo del sistema salute, quello del digital divide, quello della costruzione di una governance nazionale dell’innovazione e di una strategia architetturale complessiva, quello della definizione di una chiara politica della sicurezza e della privacy. Mentre resta ancora aperta a livello internazionale la questione di una corretta misurazione e valutazione dei benefici e dei ritorni dell’investimento in Sanità Digitale».

Fascicolo sanitario elettronico

COMMISSIONE EUROPEA: IN ITALIA ANCORA MANCA UNA STRATEGIA NAZIONALE

«La performance digitale dell’Europa su scala mondiale è buona, ma alcuni paesi potrebbero fare meglio. Per questo diamo qualche consiglio per aiutare gli Stati membri dell’UE a migliorare la loro performance digitale a beneficio delle loro società e delle loro economie per contribuire a creare un mercato unico digitale». È quanto ha affermato Günther H. Oettinger, Commissario europeo responsabile per l’Economia e la società digitali, in occasione della pubblicazione della Relazione 2016 sulla performance digitale nell’UE che evidenzia squilibri tra gli Stati membri. La Commissione ha pubblicato inoltre la relazione completa su un nuovo indice internazionale sulla performance digitale (IDESI), che confronta gli Stati membri dell’UE con 15 altri Paesi. Secondo i dati internazionali, i Paesi in vetta alla classifica nell’UE (Svezia, Danimarca e Finlandia) primeggiano anche su scala internazionale, davanti a Corea del Sud e Stati Uniti. L’ltalia è al 25° posto nella classiflca del 28 Stati membri dell’UE. Nell’ultimo anno, evidenzia la Commissione europea, ha fatto pochi progressi in relazione alla maggior parte degli indicatori.

Per quanto riguarda i servizi pubblici digitali, «le prestazioni dell’ Italia – si legge nella Relazione – sono al di sotto della media e i progressi sono nella media UE. Dal lato della disponibilità, l’ltalia ha compiuto progressi, ma vi sono margini di miglioramento in termini di riutilizzo delle informazioni tra le amministrazioni per facilitare la vita ai cittadini. Tuttavia, l’uso dell’eGovernment rimane uno dei più bassi nell’UE28». E la sanità digitale in Italia? «Le ricette elettroniche – ricorda la Commissione – sono iniziate nel marzo 2016 per i medicinali e saranno estese gradualmente agli esami clinici e alle visite specialistiche. Per quanto riguarda il fascicolo sanitario elettronico, d’altro lato, non vi è ancora una strategia nazionale: solo alcune regioni l’hanno già messo in atto e non sempre garantendo l’interoperabilità fra i diversi sistemi. Sarebbe importante avere un fascicolo sanitario interoperabile a livello nazionale, migliorando in questo modo l’efficienza e l’efficacia del sistema sanitario».

Riforme inutili, è allarme pensioni

Riforme inutili, è allarme pensioni

di Antonio Signorini – Il Giornale

Non bastano le riforme lacrime e sangue che hanno condannato gli italiani ad andare in pensione più tardi rispetto a quasi tutti gli altri europei. Sforzo insufficiente anche l’introduzione del metodo contributivo, che ha creato uno spartiacque nel sistema previdenziale italiano. Il prima, con trattamenti alti e generosi; il dopo con assegni legati ai versamenti all’Inps fatti durante la vita lavorativa. Quello che tutti gli ultimi ministri dell’Economia hanno definito il sistema previdenziale più solido del Continente, potrebbe non essere sostenibile nel lungo periodo e tra qualche anno potremmo ritrovarci a dovere fare il bis della Dini o una riedizione della legge Fornero. Il contrario di quello che si appresta a fare il governo Renzi con l’Ape, l’anticipo di tre anni che rischia di aumentare l’incertezza sui conti futuri delle pensioni.

A fare il punto è stato il centro studi di ImpresaLavoro presieduto dall’imprenditore Massimo Blasoni, in una ricerca nella quale si evidenzia «come da molti anni la spesa per pensioni rappresenti la voce più importante dell’intera spesa pubblica italiana: nel 2015 è stata di quasi 260 miliardi, pari al 31,5% dei complessivi 826 miliardi di euro». Pesa l’invecchiamento della popolazione, ma anche il fatto che le riforme si siano fino ad oggi concentrate solo su un aspetto del problema. Hanno innalzato l’età, mentre «poco o nulla è stato fatto invece per contenere – o addirittura ridurre – il livello degli assegni pensionistici». Il ministero dell’Economia sostiene che la spesa previdenziale resterà al livello di oggi, scendendo all’1,9% nel 2060, ma secondo ImpresaLavoro «queste stime contengono però elevati livelli di incertezza e sembrano basarsi su assunti tutt’altro che solidi».

Tra le premesse che rendono incerta la sostenibilità delle nostre pensioni, la produttività che nelle previsioni «dovrebbe “miracolosamente” tornare ai tassi di crescita degli anni Settanta e Ottanta». Il tasso di occupazione, «da sempre a livelli molto bassi in Italia, dovrebbe allinearsi molto rapidamente agli standard europei. C’è poi il tema della crescita attesa» ipotizzata. Il governo dà per scontato un 1,5% all’anno tra il 2020 e il 2060. «E se queste previsioni dovessero, nella realtà, risultare scorrette? In tal caso la politica sarebbe costretta a intervenire nuovamente sugli unici fattori direttamente controllabili: l’età di accesso alla pensione (già di molto elevata) e l’entità degli assegni pensionistici (già ridotti). Con il risultato di rendere sempre più povere le future pensioni».

Chi c’era e cosa si è detto alla presentazione de “La buona spesa” alla Fondazione Luigi Einaudi

Chi c’era e cosa si è detto alla presentazione de “La buona spesa” alla Fondazione Luigi Einaudi

di Gianluca Zapponini – Formiche.net

La manovra è alle porte (la discussione in Cdm avverrà entro il 20 ottobre) e puntuale come ogni anno si ripresenta l’annoso problema del taglio alla spesa pubblica. Su come cioè ridurre quei 700 miliardi che sottraggono risorse preziose all’economia reale. Un argomento dunque mai fuori moda e anche per questo al centro di un dibattito in occasione della presentazione del libro di Giuseppe Pennisi e Stefano Maiolo “La buona spesa” (edito da ImpresaLavoro), ieri presso la Fondazione Luigi Einaudi a Roma.

La madre di tutti i problemi è «un’amministrazione che ormai è in crisi perché non è più in grado di progettare ma, soprattutto, di valutare», per dirla con le dure parole di Paolo De Ioanna, consigliere di Stato, già sottosegretario all’Economia e autore di saggi sul debito pubblico e spesa statale: «Questo tipo di opere, sono necessari per ritrovare la cultura della valutazione. Che oggi non appare essere più propria dell’amministrazione. E se non si sa valutare poi non si riesce a risparmiare». Dunque, è l’opinione dell’esperto, inutile parlare a vanvera di spesa, se non si agisce direttamente sul cervello, ossia la Pa. «Avevamo, va detto, un’amministrazione buona, efficiente. E ora l’abbiamo distrutta. Ci siamo solo concentrati sulla finanza, dimenticando settori come la sanità e i trasporti».

Ma perché scrivere un libro sulla revisione della spesa, argomento ben trattato negli ultimi anni? La risposta è arrivata direttamente dallo stesso autore, Giuseppe Pennisi: «Ci sono stati tanti commissari e nessuno ha risolto nulla. In Francia avevano già risolto il problema da tempo. In molti Paesi per esempio sono stati fatti dei corsi per i dirigenti. Addirittura, in Francia, i ministeri debbono argomentare il loro bilancio, anche con i cittadini». Queste azioni, ha spiegato l’economista, non sono state fatte finora in Italia. Di qui l’esigenza di “nuove indicazioni” in materia di spesa pubblica.

Nel corso del convegno, cui ha partecipato anche il sociologo e docente Luiss Luciano Pellicani, è stato affrontato anche il problema del come comunicare a chi poi dovrà decidere, cioè il governo, i suggerimenti. Su questo si è espresso Renato Loiero, dell’Ufficio Bilancio Senato. «E’ necessario riaffermare una spesa efficiente. Uno dei problemi fondamentali è comunicare la valutazione al decisore politico, la valutazione sulla spesa aggredibile. Il problema è rendere il tutto comprensibile a chi poi deve decidere. Renderlo facile, accessibile. Nulla più di uno strumento di valutazione, come l’opera, può essere utile per decidere come tagliare la spesa».

Sanità digitale, senza investimenti impossibile colmare il gap con l’Europa

Sanità digitale, senza investimenti impossibile colmare il gap con l’Europa

di Marcello Longo – AboutPharma

Si fa presto a parlare di “rivoluzione digitale” per la sanità italiana. Ma abbiamo fatto bene i conti? C’è un ampio gap fra noi e l’Europa, per colmarlo servono investimenti. Molte più risorse di quante se ne investano oggi: da due a 7,8 miliardi in più entro il 2020, per una spesa complessiva fra i 9,5 e i 15,2 miliardi di euro. A ipotizzare queste cifre è uno studio presentato a luglio da Censis e Centro Studi ImpresaLavoro.

Una forbice così ampia dipende dalla percentuale di spesa per eHealth sul totale della spesa sanitaria pubblica che ci si pone come obiettivo: i numeri si basano infatti su tre scenari diversi – con percentuali dal 2 fino al 4% sul totale della spesa sanitaria – proiettati nell’arco temporale 2016-2020. Dal primo al terzo, scenari che appaiono oggi tutti molto ambiziosi, visto lo stato dell’arte: il processo di digitalizzazione della sanità italiana è in netto ritardo rispetto alla maggioranza dei Paesi Ue e le performance insufficienti rispecchiano il basso livello di spesa eHealth dell’Italia, pari nel 2015 all’1,2% della spesa sanitaria pubblica, rispetto alla media che oscilla fra il 2 e il 3%, con punte vicine al 4% in Paesi come Finlandia e Regno Unito. Dati comunque al di sotto delle previsioni ottimistiche del Piano d’azione Ue per la sanità elettronica del 2004, dove si diceva che la spesa per l’eHealth avrebbe assorbito “il 5% del bilancio complessivo della sanità dei 25 Stati membri”. Non a caso, la versione più recente del Piano (2012-2020) non indica previsioni in merito.

Gli scenari ipotizzati dallo studio mostrano l’impegno finanziario aggiuntivo richiesto al Servizio sanitario nazionale (Ssn) per stare al passo con i Paesi europei più avanzati in questo settore rispetto al tendenziale della spesa per eHealth così come risulterebbe dalla serie storica 2010-2015. Per il calcolo del fabbisogno finanziario eHealth tendenziale sono state utilizzate le stime del ministero dell’Economia e delle finanze (Mef) sul Pil e sulla spesa sanitaria pubblica al 2019. Senza interventi ad boc e quindi “a invarianza di politiche pubbliclic per la sanità digitale”, l’incidenza della spesa eHealth sulla spesa sanitaria totale crescerà nel 2020, ma non andrà oltre l’1,36%, pari a un fabbisogno finanziario cumulato di 7.483 milioni di euro.

Il primo scenario dello studio, di tipo più “conservativo”, ipotizza il raggiungimento entro il 2020 di un target del 2% di spesa eHealth sulla spesa sanitaria pubblica: in questo caso al Ssn si richiederebbe di soddisfare un fabbisogno finanziario cumulato 2016-2020 per la sanità digítale di 9.559 milioni di euro, con un investimento aggiuntivo cumulato pari a 2.076 milioni di curo.

Il secondo scenario ipotizza un target intermedio pari al 3%: il fabbisogno finanziario 2016-2020 arriverebbe a 12.503 milioni, con un investimento aggiuntivo cumulato richiesto alle politiche pubbliche pari a 5.021 milioni di euro.

Il terzo scenario prende in esame un target più espansivo (4%), come indicazione di un “deciso salto di qualità” dell’impegno pubblico nel settore: il fabbisogno finanziario 2016-2020 sarebbe pari a 15.243milioni di euro, con un investimento aggiuntivo richiesto di 7.767 milioni. Soltanto in questo caso – sottolinea lo studio – l’ltalia si ritaglierebbe “un ruolo di leadership in Europa sulla sanità digitale alla pari con gli altri Paesi battistrada, che già adesso prevedono di avvicinarsi alla quota del 4%”. Tuttavia, non è detto che, da soli, gli investimenti bastino a determinare un cambio di rotta di radicale.

Secondo lo studio Censis-ImpresaLavoro bisogna affrontare almeno altre quattro questioni. La prima è il “ridisegno complessivo” del sistema salute: “Il nodo centrale non è tanto la tecnologia in sé e la digitalizzazione dell’esistente, quanto la riorganizzazione del sistema per favorire la continuità assistenziale ospedale-territorio, l’empowerment di medici e pazienti, l’integrazione socio-sanitaria, il potenziamento della prevenzione, lo sviluppo di forme domiciliari di assistenza, la riprogettazione delle cure primarie e la definizione di adeguati percorsi diagnostico-terapeutico-assistenziali (Pdta)”.

Poi c’è una questione socio-culturale, quella che riguarda “la partecipazione degli utenti al processo, la facilitazione dell’acquisizione di una avanzata cultura digitale dei servizi e il contrasto a forme di divide culturale”.

La terza priorità, invece, riguarda la definizione di una diversa governance di sistema: “La sanità digitale ha bisogno di svilupparsi ad un passo cbe la burocrazia non regge. Per questo va realizzata una governance nazionale dell’innovazione che coinvolga i diversi livelli regionali e territoriali e che definisca una griglia di indicatori per la misurazione dell’efficacia degli investimenti in ICT, sia in termini di output e uutcuine sanitari, sia a livello organizzativo.

Infine, ciò che servirebbe è “la definizione di una chiara politica della sicurezza e della privacy per i dati sanitari trattati in ambiente digitale, come presupposto per creare fiducia nei pazienti verso l’uso di questi strumenti”. Senza investimenti e politiche adeguate per l’eHealt, non solo l’Italia rinuncia a competere con i Paesi europei che già da tempo hanno colto il senso di questa sfida, ma sacrifica i vantaggi che la sanità digitale può portare all’intero sistema: “Senza un cambio di policy – si legge nello studio – il Ssn non potrà avvalersi pienamente dei benefici attesi dai servizi e dagli strumenti di sanità digitale, che – attraverso una più evoluta condivisione delle informazioni e una più avanzata interazione fra pazienti, medici, operatori e strutture sanitarie – consentono un guadagno di efficienza, un’ottimizzazione nell’erogazione dei servizi, una riduzione dell’errore medico, un incremento della sicurezza del paziente, un miglioramento della gestione delle patologie croniche”.

Lo sviluppo dell’eHealth viene annoverato tra le azioni prioritarie della “Strategia per la crescita digitale 2014-2020” messa a punto dal governo per “portare l’Italia entro il 2020 in linea con gli altri Paesi europei”. In particolare, la digitalizzazione della sanità viene descritta come “passaggio fondamentale per migliorare il rapporto costo-qualità dei servizi sanitari, limitare sprechi e inefficienze, ridurre le differenze tra i territori, nonché innovare le relazioni di Front-end per migliorare la qualità percepita dal cittadino”. In questa direzione vanno una serie di iniziative avviate dal ministero della Salute su Fascicolo sanitario elettronico (Fse), ricetta elettronica (ePrescription), dematerializzazione di referti medici e cartelle cliniche, Centri unici di prenotazione (Cup) e telemedicina. Così come il Patto per la sanità digitale – previsto dal Patto per la Salute 2014-2016 – approvato a luglio dalla Conferenza Stato-Regioni. Dopo una lunga attesa.

Il nuovo catasto fa paura, e il Governo lo rinvia

Il nuovo catasto fa paura, e il Governo lo rinvia

di Sara Dellabella – L’Espresso

Rimandata. Dopo un lungo lavoro parlamentare, il governo ha scritto nell’ultimo Documento di economia e finanza che ci vorranno ancora due anni per aggiornare i valori catastali delle abitazioni e riformulare la base imponibile non più sul numero dei vani, ma sulla superficie per metro quadro. La riforma del catasto potrebbe pesare come un macigno su chi possiede una casa. Pochi giorni fa, i ricercatori di ImpresaLavoro hanno infatti stimato che nel 2016 si pagheranno 49,1 miliardi di tasse sul mattone, circa 11,4 miliardi in più rispetto al 2011, quando a gravare sui bilanci familiari c’era l’Ici.

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Quando si parla di crescita il Governo la spara grossa

Quando si parla di crescita il Governo la spara grossa

 

di Francesco De Dominicis – Libero

Il bollino blu sulla crescita zero nel secondo trimestre, sfoderato venerdì dall’Istat, ha riaperto un tema essenziale. Quanto sono attendibili le previsioni economiche? Secondo le statistiche ufficiali, il prodotto interno lordo, in Italia, si attesta per ora allo 0,8%: tutto questo scommettendo sull’assenza di rallentamenti tra giugno e dicembre di quest’anno (e i segnali registrati a luglio e agosto, complessivamente, non sono proprio positivi). Sta di fatto che quel più 0,8% tendenziale è, in ogni caso, un valore decisamente più basso rispetto alla stime del governo. Stime che, come ha spiegato ieri il Centro studi ImpresaLavoro, si rivelano sempre meno precise: dal 2002 al 2016, in 14 casi su 15 le indicazioni ufficiali dell’esecutivo non sono state «azzeccate». E solo due per difetto. Sfortuna? No, la cabala non fa parte di questa faccenda.

Spieghiamo. Torniamo al pil e alle indicazioni di palazzo Chigi. A settembre del 2015, nella nota di aggiornamento al Documento di economia e finanza che per prassi «accompagna» la presentazione della legge di stabilità, il Tesoro aveva «previsto», per quest’anno, una crescita del pil dell’1,6% (esattamente il doppio rispetto al ritmo a cui viaggia attualmente la nostra economia). Undici mesi fa, più di qualcuno aveve dubitato sulle probabilità che il pil potesse raggiungere una vetta così alta: del resto, il 2014 era stato chiuso in territorio negativo (-0,4%) e il 2015 si apprestava a riportare il pil in positivo dopo diversi anni, ma con uno zero virgola non entusiasmante (a dicembre sarà appena più 0,9%). L’Italia cominciava a respirare, ma l’onda lunga della crisi non era ancora stata superata del tutto. Di qui, i dubbi: uno dopo l’altro, dalle grandi organizzazioni di categoria ai principali enti internazionali (Fmi, Ocse e non solo) hanno smontato i numeri del governo. Ragion per cui, già ad aprile, lo stesso Tesoro ha tagliato le stime del pil, portandolo dall’1,6% all’1,2%. Niente da fare: nella migliore delle ipotesi, messa sul tavolo dallo stesso istituto di statistica, il pil si attesterà all’1%. Basterà, tuttavia, qualche fattore interno o ulteriori turbolenze internazionali, per far crollare anche questa stima. I segnali non lasciano ben sperare: vuoi il clima di fiducia di imprese e consumatori, vuoi l’effetto a catena di problemi internazionali.

C’è da dire che questa ondata di ottimismo eccessivo accomuna il governo di Matteo Renzi ai vari esecutivi che si sono succeduti a partire dal 2002 (Berlusconi un paio di volte, Prodi, Monti, Letta). Nessuno, insomma, è stato infallibile con le stime e le previsioni. Hanno sbagliato tutti: nemmeno il governo di tecnici e di professori guidato da Mario Monti si è distinto per precisione. L’unico anno «preso»? Il 2007 (pil all’1,5%). Siamo al sesto anno consecutivo sballato: dal 2011 le previsioni sono state sovrastimate con scostamenti enormi. «Sulle ipotesi di crescita – spiega ImpresaLavoro – si basano le simulazioni di sostenibilità sul nostro debito pubblico e sul nostro sistema pensionistico nel medio-lungo periodo». Il punto è proprio questo: nessuno ha il «coraggio» di dire la verità in anticipo, tant’è che, nel periodo in esame, non sono mai state presentate dai governi stime negative, nonostante il pil sia andato sotto zero per ben cinque volte (2008, 2009, 2012, 2013, 2014). A correggere il tiro – e i conti pubblici, con manovre di bilancio che portano più tasse per i contribuenti – si fa sempre in tempo. Prima, si spara grossa.

Mazzata sugli immobili: le tasse aumentano del 30%

Mazzata sugli immobili: le tasse aumentano del 30%

di Laura Cesaretti e Antonio Signorini – Il Giornale

Il nuovo fronte di guerra interna nel Pd è sul fisco. «Noi stiamo riducendo le tasse. Per i cittadini, troppo poco. Per alcuni politici, invece, le stiamo riducendo troppo. Non è fantastico?», scrive Matteo Renzi nella sua ultima e-news. E mette nel mirino la minoranza interna al suo partito, che – dice – con le sue uscite gli fa «mettere le mani nei capelli». È stato infatti Roberto Speranza, due giorni fa, a contestare le scelte del governo: «Inseguire ancora la riduzione fiscale rischia di essere un errore per la ripresa», dice il leader dell’area bersaniana, secondo il quale, invece di ridurre le tasse occorre puntare sugli investimenti. «Autorevoli esponenti della maggioranza (precisamente esponenti della minoranza del mio partito) – sferza il premier – intervengono per dire che bisogna smetterla di ridurre le tasse. Perché una parte dei politici italiani pensa che ridurre le tasse sia un errore». Per lui, invece, «ridurre le tasse è una priorità per l’Italia», e «numeri alla mano» è quanto il suo governo sta facendo e «continuerà a fare», rivendica facendo l’elenco: dagli 80 euro agli incentivi del Jobs Act, dall’Imu e Irap agricola alla Tasi sulla prima casa. Fino alla riduzione della tassa aeroportuale che ha consentito l’importante investimento di Ryan Air in Italia. Speranza, punto sul vivo, replica piccato: «Il tema del fisco è molto serio e non si può affrontare con le caricature come in queste ore fa purtroppo il segretario del Pd nei confronti della sua minoranza interna», scrive su Facebook. «Per me – prosegue – se togli la tassa sulla prima casa anche ad un miliardario, come purtroppo abbiamo fatto, commetti un errore grave».

La minoranza Pd difende un regime fiscale che ha introdotto una patrimoniale di fatto, concentrata sugli immobili e che costa ai contribuenti 11,4 miliardi di euro all’anno. Il calcolo arriva da un’analisi fatta ieri dal Centro studi ImpresaLavoro. Le misure introdotte dal governo, quelle criticate da Speranza, hanno comportato un calo del gettito fiscale dagli immobili del 6%. Quest’anno si attesterà a 49,1 miliardi. Ma rispetto al 2011 le tasse sulla casa sono cresciute del 30,2% pari, appunto, a 11,4 miliardi. Ad avere subito il maggiore incremento dal 2011 a oggi è la quota patrimoniale del prelievo, più che raddoppiata, mentre gli atti di trasferimento sono calati del 29% e quelle sul reddito immobiliare sono rimaste stabili, nonostante l’introduzione della cedolare secca sugli affitti. «Nonostante l’abolizione della Tasi sulla prima casa – ha spiegato Massimo Blasoni, presidente del Centro Studi ImpresaLavoro – la tassazione sugli immobili nel nostro paese continua ad essere del 30% più elevata rispetto al 2011. Si tratta di una vera e propria patrimoniale operata a danno di quello che molte famiglie consideravano un vero e proprio bene rifugio», che ha generato «incertezza deprimendo consumi e domanda interna».

 

Senza Tasi le tasse sulla casa scendono sotto 50 miliardi

Senza Tasi le tasse sulla casa scendono sotto 50 miliardi

da Repubblica

L’assenza della Tasi porta una tregua fiscale sugli immobili: secondo un’analisi pubblicata dal Centro Studi ImpresaLavoro, quest’anno – dopo il livello record raggiunto nel 2015 con un gettito di 52,3 miliardi di euro), gli introiti per le casse pubbliche derivanti dalla tassazione degli immobili si fermeranno a 49,1 miliardi con una flessione quantificabile nel 6,1 per cento. “La pressione fiscale risulterà a fine anno comunque ancora ben lontana dai livelli del 2011, rispetto ai quali l’incremento risulta di 11,4 miliardi su base annua, segnando in termini relativi un corposo più 30,2 per cento”, annotano gli estensori della ricerca.

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