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Pensioni: in Italia età effettiva è 62,1 anni, tra le più basse in Europa

Pensioni: in Italia età effettiva è 62,1 anni, tra le più basse in Europa

In Italia l’età effettiva di pensionamento è di 62,1 anni, al momento tra le più basse in Europa: nel nostro Paese si va in pensione 7 anni prima che in Portogallo, 5 prima che in Irlanda e un anno prima rispetto alla media europea. Lo rivela una ricerca del Centro studi ImpresaLavoro, realizzata su dati OCSE (“Ageing and Employment Policies – Statistics on average effective age of retirement”).

Per età “effettiva” di pensionamento s’intende l’età effettiva media di uscita dal mercato del lavoro, beneficiando anche di eventuali anticipi pensionistici/eccezioni (l’OCSE ha considerato i dati tra il 2011 e il 2016). L’età “normale” di pensionamento è invece quella prevista dalla normativa vigente nei vari Paesi europei senza anticipi di alcun tipo, quindi l’età a cui un individuo può uscire dal mercato del lavoro senza subire una riduzione dell’assegno e dopo una carriera lavorativa senza interruzioni a partire dai vent’anni d’età (l’OCSE ha effettuato questa valutazione considerando l’anno 2014).

In Italia l’età effettiva di pensionamento – che come detto è di 62,1 anni – risulta inferiore di 4,5 anni rispetto a quella normale (66,6). Un trend simile si riscontra anche per quanto riguarda le lavoratrici, che vanno in pensione a un’età effettiva di 61,3 anni contro una normale di 65,6. Lo stesso vale per Paesi come la Slovacchia (60,8 effettiva e 66,2 normale), la Polonia (62,6 effettiva e 67 normale) e il Belgio (61,3 effettiva e 65 normale).

Ordinando la classifica per età “effettiva” di pensionamento l’Italia si colloca nella seconda metà della stessa, ossia al 15° posto sul totale di 22 Paesi europei considerati. Si scopre così che da noi si va in pensione molto prima che in Portogallo (69 anni), Irlanda (66,9 anni), Svezia (65,8 anni), Regno Unito (64,6 anni), Paesi Bassi (63,5 anni) e Germania (63,3 anni).

Il risultato si ribalta se invece si prende in considerazione l’età di pensionamento “normale”, ossia quella risultante dalla legislazione vigente senza considerare anticipi pensionistici. L’Italia sale al secondo posto con 66,6 anni, superata solamente dalla Polonia con 67 anni. L’ultimo posto se lo aggiudica invece la Spagna, dove il valore è pari solamente a 59,3.

«L’Italia non è quindi al momento uno dei Paesi in cui si va in pensione più tardi e questo avviene soprattutto perché la maggior parte dei lavoratori utilizza i requisiti stabiliti per la pensione anticipata» osserva l’imprenditore Massimo Blasoni, presidente del Centro studi ImpresaLavoro. «In futuro il discorso sarà completamente diverso. I giovani iniziano a lavorare più tardi e in maniera spesso discontinua, così accumulando “vuoti” contributivi. Non soltanto andranno in pensione a un’età più avanzata ma soprattutto godranno di assegni previdenziali più bassi. Secondo il report OCSE Pensions at a Glance 2017 un giovane che ha iniziato a lavorare nel 2016, quando aveva 20 anni, dovrà attendere i 71,2 anni per ottenere la pensione».

Multe: quest’anno i Comuni hanno incassato 1,34 miliardi di euro. Milano, Firenze e Bologna le città con il gettito pro capite più alto

Multe: quest’anno i Comuni hanno incassato 1,34 miliardi di euro. Milano, Firenze e Bologna le città con il gettito pro capite più alto

Negli ultimi due anni i Comuni italiani hanno incassato dalle famiglie 2,95 miliardi di euro di gettito extratributario per multe, ammende, sanzioni e oblazioni. In particolare, nel 2018 (il dato di dicembre è stato stimato sulla base dell’andamento degli incassi dell’anno) le casse dei Comuni hanno potuto contare su un introito complessivo di 1 miliardo 340 milioni di euro. Un dato in discesa rispetto a quello registrato nel 2017, pari a 1 miliardo 609 milioni di euro. Lo rivela una ricerca di ImpresaLavoro, realizzata su elaborazione dei dati ISTAT e SIOPE (il Sistema informativo del Ministero delle Finanze sulle operazioni degli enti pubblici).

Il Centro studi economici presieduto dall’imprenditore Massimo Blasoni ha voluto anche effettuare un’analisi sulle sanzioni e ammende a carico delle famiglie residenti in un campione rappresentativo dei principali Comuni italiani.

La città che nel biennio 2017-2018 ha incassato di più in rapporto ai cittadini maggiorenni residenti è risultata essere Milano (123,67 euro a testa, per un gettito medio annuo di circa 142,7 milioni di euro), seguita da Firenze (109,25 euro a testa, per un gettito medio annuo di circa 35,5 milioni di euro), Bologna (92,30 euro a testa ogni anno, per un gettito medio annuo di circa 30,8 milioni di euro), Brescia (81,79 euro a testa, per un gettito medio annuo di circa 13,5 milioni di euro) e Bergamo (74,95 euro a testa, per un gettito medio annuo di circa 7,6 milioni di euro).

Al contrario, i Comuni che nello stesso periodo hanno incassato di meno sono stati invece Campobasso (0,19 euro a testa, per un gettito medio annuo di 8.218 euro), Aosta (2,97 euro a testa, per un gettito medio di 85.978 euro), Salerno (3,40 euro a testa, per un gettito medio di 388.821 euro) e Udine (6,55 euro a testa, per un gettito medio di 558.836 euro).

 

Spesa pubblica: quella italiana è al 49,1% del Pil, 4,5 punti percentuali più alta della media europea. La quota maggiore va alle pensioni (16,3% del Pil)

Spesa pubblica: quella italiana è al 49,1% del Pil, 4,5 punti percentuali più alta della media europea. La quota maggiore va alle pensioni (16,3% del Pil)

La spesa pubblica italiana secondo i più recenti dati OCSE disponibili, ossia quelli relativi al 2016, è pari al 49,1% del Pil. In Europa spendono più di noi in rapporto al reddito nazionale lordo solamente la Francia (56,4%), la Finlandia (55,9%), la Danimarca (53,6%), il Belgio (53%), l’Austria (50,3%) e la Svezia (49,7%). L’Italia spende quindi quanto la Grecia ma più della Germania (43,9%), della Spagna (42,2%), del Regno Unito (41,4%) e dell’Irlanda (27,3%). Il dato italiano inoltre supera di 4,5 punti percentuali quello medio europeo (44,6%).

Esaminando la spesa pubblica in percentuale al Pil suddivisa per funzioni emerge che l’Italia destina la quota più significativa di risorse alla spesa per pensioni, in particolare il 16,3% del Pil. Il 7,9% del Pil è invece dedicato ai servizi pubblici generali quindi ad esempio all’amministrazione e al funzionamento di organi esecutivi e legislativi, il 6,9% viene speso per il capitolo sanità, il 4,7% per altra spesa sociale (escluse quindi le pensioni), il 3,9% per l’istruzione così come per gli affari economici, l’1,9% per ordine pubblico e sicurezza, e infine l’1,3% per la difesa. Meno dell’1% del Pil è destinato invece rispettivamente a voci come la protezione dell’ambiente, le abitazioni e i servizi collettivi e infine eventi ricreativi, cultura e religione. Va tenuto presente che per quanto riguarda l’Italia ogni punto percentuale di Pil corrisponde a un valore pari a circa 16 miliardi di euro.

L’analisi del Centro studi ImpresaLavoro confronta inoltre il dato italiano con quello ottenuto dalla media dei valori di cinque Paesi, ossia Francia, Germania, Spagna e Regno Unito, assieme all’Italia stessa. La spesa pubblica totale su Pil italiana risulta essere più alta di 2,5 punti percentuali rispetto a quella ottenuta dalla media dei cinque Paesi presi come riferimento. Nello specifico l’Italia spende in media ben 4,8 punti percentuali in più rispetto alla media per la voce pensioni e 1,8 punti percentuali in più per i servizi pubblici generali. Spende invece meno in rapporto al Pil per le voci altre spese sociali (-3,2 punti percentuali), istruzione (-0,5 punti) e sanità (-0,2 punti). La spesa italiana in rapporto al Pil per i capitoli rimanenti non si discosta invece in modo significativo da quella dei suoi principali competitor.

Se però si prende come riferimento di volta in volta il Paese con la miglior performance in termini di spesa per ogni singola voce (ossia quello che spende meno in percentuale al Pil per ogni singolo capitolo di spesa) si ottiene che la spesa per pensioni su Pil in Italia eccede di ben 10,2 punti percentuali quella del Paese più virtuoso, in questo specifico caso quella del Regno Unito, Paese dove la spesa per pensioni è pari solamente al 6,1% del Pil contro il 16,3% dell’Italia. L’Italia destina inoltre 3,3 punti percentuali di spesa su Pil aggiuntivi ai servizi pubblici generali e 0,9 in più agli affari economici sempre rispetto al Regno Unito, che spende per queste voci rispettivamente il 4,6% e il 3% del Pil (mentre l’Italia spende il 7,9% e il 3,9%). Per quanto riguarda invece la sanità, la Spagna si rivela il Paese benchmark poiché spende per questo capitolo di spesa il 6% del Pil, ossia 0,9 punti percentuali in meno rispetto all’Italia.

«La spesa pubblica in percentuale al Pil in Italia è più alta rispetto alla media europea, ma una parte significativa della spesa è inefficiente quindi è possibile ridurla» sostiene l’imprenditore Massimo Blasoni, presidente del Centro studi ImpresaLavoro. «Ad esempio, secondo i dati della Ragioneria Generale dello Stato, ci sono regioni come la Lombardia e il Veneto in cui la spesa pubblica consolidata è pari rispettivamente al 24% e al 29% del Pil (all’incirca si tratta di 8.700 euro pro capite) mentre in altre regioni come la Calabria raggiunge addirittura il 66% del Pil, ossia una cifra molto vicina agli 11.000 euro a cittadino senza peraltro offrire servizi migliori. Nel nostro Paese ci sono quindi margini significativi per efficientare la spesa senza ridurre numero e qualità dei servizi offerti».

Efficienza del mercato del lavoro: Italia quart’ultima in Europa

Efficienza del mercato del lavoro: Italia quart’ultima in Europa

Il mercato del lavoro italiano è quart’ultimo per efficienza tra i 28 membri dell’Unione europea e 79esimo su 140 censiti nel mondo. Pur guadagnando nell’ultimo anno ben 37 posizioni nella graduatoria internazionale e 3 in quella europea, in termini di efficienza ed efficacia si colloca ancora dietro a quello di Paesi come Perù, Nigeria, India e Uruguay. Lo rivela un’elaborazione del Centro Studi ImpresaLavoro sulla base dei dati contenuti nel “The Global Competitiveness Report 2018-2019” pubblicato dal World Economic Forum.

L’indicatore dell’efficienza è un aggregato di più voci che bene evidenziano le difficoltà che il nostro mercato del lavoro attraversa, nonostante il miglioramento registrato negli ultimi anni. Inoltre, i principali indicatori analizzati ci pongono agli ultimi posti per efficacia nel mondo e, quasi sempre, nelle retrovie della classifica europea.

Per quanto concerne ad esempio la collaborazione nelle relazioni tra lavoratori e datore di lavoro siamo al 114esimo posto al mondo e terz’ultimi tra i Paesi dell’Europa a 28 (ai primi tre posti ci sono Paesi Bassi, Danimarca e Lussemburgo). Nella classifica europea perdiamo quindi una posizione rispetto all’anno precedente. Siamo invece al 135esimo posto al mondo e restiamo terz’ultimi in Europa per flessibilità nella determinazione dei salari, intendendo con questo che a prevalere è ancora una contrattazione centralizzata a discapito di un modello che incentiva maggiormente impresa e lavoratore ad accordarsi. E proprio in tema di retribuzioni rimaniamo anche quest’anno il peggior Paese europeo (nonché 127esimo nel mondo) per capacità di legare lo stipendio all’effettiva produttività. Dati questi che vanno letti assieme a quelli sugli effetti dell’alta tassazione sul lavoro: in Europa siamo 12esimi (ma 100esimi nel mondo) per quanto riguarda l’effetto della pressione fiscale sul lavoro (facciamo molto peggio di Paesi come la Danimarca, il Regno Unito e la Slovenia). Anche la scarsa efficienza nelle modalità di assunzione e licenziamento mette in luce l’arretratezza del nostro Paese: per quanto riguarda questo aspetto guadagniamo due posizioni nel mondo (siamo 125esimi) e una in Europa (adesso siamo quint’ultimi). Altri due indicatori da considerare sono l’efficienza e l’efficacia delle politiche attive per il lavoro, dove ci collochiamo addirittura all’ultimo posto in Europa (97esimi al mondo), e la partecipazione femminile al mercato del lavoro dove ci aggiudichiamo solamente il terz’ultimo posto della classifica europea (60esimi al mondo).

«Il nostro mercato del lavoro – commenta l’imprenditore Massimo Blasoni, presidente del Centro studi ImpresaLavoro – contiene difetti strutturali che possono essere risolti solo con politiche di medio-lungo periodo. Occorre favorire un processo di innovazione sul versante della contrattazione e della produttività, incoraggiando contratti di prossimità e un maggior rapporto tra salari e produttività, anche e soprattutto attraverso regimi fiscali di favore nei confronti di accordi che premiano risultati ed efficienza».

Pensionare la riforma Fornero?

Pensionare la riforma Fornero?

Il Centro studi Impresa Lavoro, dopo la pubblicazione di “E io pago” nel 2015, raggiunge nuovamente le edicole italiane con “Pensionare la riforma Fornero?”, in allegato a Il Giornale a partire dal 30 ottobre.

La riforma Fornero, che i partiti al governo hanno promesso di abolire, è davvero così iniqua e antipopolare oppure assicura stabilità al nostro sistema previdenziale? Perché dobbiamo essere obbligati a versare i contributi all’INPS e non possiamo invece scegliere liberamente tra fondi privati in concorrenza tra loro? E siamo davvero sicuri che saranno gli immigrati a garantire il pagamento delle pensioni delle prossime generazioni? Ma soprattutto, non corriamo il rischio di discutere e legiferare con lo sguardo rivolto a un mercato del lavoro che non esiste più? Superando luoghi comuni e offrendo dati scientifici a supporto dei loro ragionamenti, sette esperti della materia e un attore comico ma molto serio riflettono sui diversi (e spesso contraddittori) aspetti del sistema previdenziale italiano e sul suo concretissimo impatto nella vita di ciascuno di noi.

Hanno scritto: Luca Bizzarri, Massimo Blasoni, Alberto Brambilla, Giuliano Cazzola, Giorgio De Rita, Michela C. Pellicani, Giuseppe Pennisi e Salvatore Zecchini.

Unione Europea: dal 2010 al 2016 Italia contributore netto per 37,7 miliardi di euro

Unione Europea: dal 2010 al 2016 Italia contributore netto per 37,7 miliardi di euro

Negli ultimi sette anni l’Italia ha versato nelle casse di Bruxelles 113,1 miliardi di euro ricevendone indietro 75,4. In questo periodo di tempo siamo stati quindi contributori netti dell’Unione per ben 37,7 miliardi di euro, per una media di circa 5 miliardi di euro all’anno. Lo rivela una ricerca del Centro studi ImpresaLavoro, realizzata su elaborazione di dati della Commissione europea.

L’Italia non è l’unico contributore netto dell’Unione ma rimane comunque il quarto Paese per contribuzione netta in valore assoluto. Siamo in compagnia di grandi economie continentali come Germania (-104,7 miliardi in sette anni), Regno Unito (-66,8 miliardi) e Francia (-57,3 miliardi). Sono, invece, percettori netti, cioè ricevono da Bruxelles più di quanto versano, tutti i Paesi entrati nell’Unione in seguito all’allargamento ad est e alcuni membri storici come la Spagna (14,9 miliardi in sette anni), il Portogallo (20,4 miliardi), la Grecia (31,8 miliardi). Sui conti pesa anche la Brexit: il Regno Unito, infatti, è stato contribuente netto dell’Unione per ben 66,8 miliardi di euro negli ultimi sette anni. La sua assenza molto probabilmente significherà risorse in meno, tagli e razionalizzazioni per molti Paesi, Italia compresa, allargando ancora di più il divario tra quanto riceviamo dall’Europa e quanto versiamo a Bruxelles.

«È chiaro che i flussi finanziari non sono tutto e che la mera aritmetica tra quanto versiamo e quanto riceviamo da Bruxelles non garantisce un quadro completo della nostra partecipazione al programma di integrazione europeo. Però quei numeri dicono comunque molto sul ruolo che abbiamo e su quello che dovremmo avere» sostiene l’imprenditore Massimo Blasoni, presidente del Centro studi ImpresaLavoro. «L’andamento della nostra economia negli anni dell’euro è stato sempre peggiore della media dei nostri partner continentali. Eppure il nostro Paese ha versato nelle casse dell’Unione più di quanto ha ricevuto in cambio, ha partecipato a strumenti di stabilità finanziaria di cui non ha mai usufruito, ha pagato con l’instabilità politica interna e un’endemica debolezza economica la sua partecipazione a mercato e moneta unica. La posizione di contributori netti dovrebbe garantirci maggiore autorevolezza nella trattativa con gli altri Paesi».

Reddito pro capite: in 10 anni abbiamo perso 2.400 euro a testa. Siamo sotto la media UE e dell’Area euro.

Reddito pro capite: in 10 anni abbiamo perso 2.400 euro a testa. Siamo sotto la media UE e dell’Area euro.

Dal 2007 al 2017 gli italiani hanno perduto l’8,4% del loro reddito pro capite, un calo pari a 2.400 euro a cittadino. Dopo essere diminuito da 28.700 a 26.300 euro, questo è ormai scivolato al di sotto della media sia dell’Area euro (30.400 euro) sia dei Paesi dell’Unione Europea a 28 (27.700 euro). Negli ultimi dieci anni, peggio di noi in Europa hanno fatto solo Cipro (-8,6%) e Grecia (-23,3%) mentre nelle altre grandi economie il dato appare costante (+0% in Spagna) o addirittura in aumento: +1,2% in Portogallo, +2,9% in Francia, +3,2% nel Regno Unito, +10,6% in Germania e addirittura +36,9% in Irlanda.

Va comunque osservato come nel 2017 (ultimo anno rilevato) sia stato registrato un aumento del nostro reddito pro capite (+1,5%, pari a 400 euro), contenuto ma pur sempre superiore a quello ottenuto nello stesso periodo dal Regno Unito (+0,9%, pari a 300 euro) e dal Belgio (+1,5%, pari a 500 euro).

In termini assoluti nel 2017 il reddito pro capite degli italiani (26.300 euro) appare ancora superiore a quello degli spagnoli (24.500 euro), dei greci e dei portoghesi (17.400 euro) ma resta comunque di gran lunga inferiore a quello della maggior parte dei Paesi europei: Lussemburgo (81.800 euro), Irlanda (56.400 euro), Danimarca (46.500 euro), Svezia (43.000 euro), Paesi Bassi (40.700 euro), Austria (37.100 euro), Finlandia (35.700 euro) e Germania (35.500), Belgio (34.900 euro), Francia (32.300 euro) e Regno Unito (32.100 euro).

«I timidi segnali di ripresa non devono illuderci» osserva l’imprenditore Massimo Blasoni, presidente del centro studi ImpresaLavoro. «La carenza di investimenti pubblici e le perduranti oppressioni fiscale e legislativa deprimono gli sforzi delle aziende e frenano un vero rilancio della nostra economia. A farne le spese non sono soltanto quanti, soprattutto giovani, non riescono a entrare nel mondo del lavoro ma pure gli stessi occupati, molto spesso precari. Trovare il nostro Paese in fondo anche a questa classifica internazionale addolora e preoccupa, soprattutto perché fotografa l’avvenuto impoverimento degli italiani e spiega la difficile ripresa dei nostri consumi interni».

Debiti PA: stock a 57 miliardi, in Europa siamo gli ultimi per tempi di pagamento (104 giorni di attesa)

Debiti PA: stock a 57 miliardi, in Europa siamo gli ultimi per tempi di pagamento (104 giorni di attesa)

I tempi di pagamento

L’ultima edizione dell’European Payment Report di Intrum Justitia rivela che in Italia il tempo medio di pagamento da parte del settore pubblico è salito nell’ultimo anno da 95 a 104 giorni. Questa situazione si ripercuote negativamente soprattutto sulle piccole e medie imprese, costrette come sono ad accettare termini di pagamento troppo lunghi e spesso imposti dalle imprese più grandi. Dopo un lieve calo dei tempi di pagamento registrato tra il 2015 e il 2016 (da 131 giorni a 95 giorni) soprattutto per merito della fatturazione elettronica, il dato ha ripreso nuovamente a salire nel 2017 facendo conquistare all’Italia il primato negativo in Europa. Il nostro valore attualmente supera infatti di 18 giorni quello del Portogallo e di ben 31 giorni quello della Grecia, che l’anno precedente guidava la classifica con 103 giorni. Resta inoltre più alto di 44 giorni rispetto al Belgio, di 48 giorni rispetto alla Spagna, di 49 giorni rispetto alla Francia, di 61 giorni rispetto all’Irlanda, di 71 giorni rispetto alla Germania e di 78 giorni rispetto al Regno Unito.

Lo stock di debiti della PA

Sono passati più di 4 anni dal 13 marzo 2014, quando l’ex premier Matteo Renzi promise in tv agli italiani che il 21 settembre di quell’anno avrebbe fatto un pellegrinaggio al santuario di Monte Senario in occasione del proprio onomastico se il suo Governo non avesse pagato tutti i debiti che la Pubblica Amministrazione aveva contratto fino al 2013. Da allora la situazione è rimasta sostanzialmente invariata. La relazione annuale presentata a fine maggio dalla Banca d’Italia certifica infatti che nel 2017 lo stock dei debiti accumulati dalla PA ammonta ancora a 57 miliardi di euro, appena 7 miliardi in meno rispetto all’anno precedente. Questo dato conferma quanto abbiamo denunciato a più riprese: i debiti commerciali si rigenerano con frequenza, dal momento che beni e servizi vengono forniti di continuo. Pertanto liquidare solo in parte con operazioni spot i debiti pregressi di per sé non riduce affatto lo stock complessivo: questo può avvenire soltanto nel caso in cui i nuovi debiti creatisi nel frattempo risultino inferiori a quelli oggetto di liquidazione.

I costi per le imprese

Per l’imprenditore Massimo Blasoni, presidente di ImpresaLavoro, «ne consegue pertanto un dato gravissimo per tutte le imprese italiane coinvolte: questo ritardo sistematico è infatti costato loro la bellezza di 4,172 miliardi di euro, cifra generata dagli interessi passivi dovuti per anticipare il credito necessario a pagare i propri dipendenti e onorare gli impegni presi. Questa stima è stata effettuata prendendo come riferimento il dato fornito da Bankitalia sullo stock complessivo e il costo medio del capitale (pari al 7,32% su base annua) che le imprese hanno dovuto sostenere per far fronte al relativo fabbisogno finanziario generato dai mancati pagamenti. L’attuale governo Conte è sostenuto da due forze politiche che su questo punto non hanno mai lesinato aspre critiche agli esecutivi Renzi e Gentiloni. In particolare ci aspettiamo che il nuovo ministro dello Sviluppo economico Di Maio vorrà dare al più presto un seguito concreto agli impegni assunti in campagna elettorale».

Occupazione: nel 2017 è aumentata del +1,2% rispetto all’anno precedente ma 59 province restano ancora sotto i livelli pre-crisi del 2007

Occupazione: nel 2017 è aumentata del +1,2% rispetto all’anno precedente ma 59 province restano ancora sotto i livelli pre-crisi del 2007

Dal 2016 al 2017 il numero degli occupati in Italia è passato da 22.757.838 a 23.022.959, con un aumento del +1,2% (265.121 unità) che non appare però distribuito in maniera uniforme su tutto il territorio nazionale. Dall’analisi dei dati emerge che, rispetto all’anno precedente, nel 2017 l’occupazione è aumentata in 57 province mentre è diminuita in altre 42.

Lo rivela una ricerca del Centro studi ImpresaLavoro, realizzata su elaborazione di dati Istat, che ha preso in considerazione un totale di 99 province italiane (i dati di quelle create dopo il 2007 sono stati aggregati per rendere omogenei e confrontabili i valori: Barletta-Andria-Trani con Bari e Foggia; Fermo con Ascoli Piceno; Milano con Monza e Brianza; tutte le province della Sardegna).

In cima alla graduatoria delle province con il migliore saldo positivo si segnalano al Nord quelle di Milano con Monza e Brianza (+38.277), Brescia (+19.857), Venezia (+19.449) e Padova (+16.036). Nel Mezzogiorno si distinguono quelle di Caserta (+18.857) e Napoli (+17.801) mentre nel Centro la provincia di Roma registra il maggior aumento dell’occupazione (+36.224), davanti a quelle di Firenze (+14.988) e Latina (+10.279). Tra le province maggiori vanno segnalate anche le buone performance di Treviso (+11.181), Torino (+10.382), Trento (+5.361), Cosenza (+5.287), Verona (+3.818) e Catania (+3.306).

Viceversa, in fondo alla graduatoria spiccano due province del Nord con saldo fortemente negativo: Vicenza (-3.419) e Como (-3.005). Male anche Sondrio (-2.489), Mantova (-2.291), Imperia (-2.104), Rovigo (-2.007) e Genova (-1.865). Nel Meridione la performance peggiore è quella della provincia di Lecce (-5.178) mentre arretrano sensibilmente anche quele di Caltanissetta (-2.934), Potenza (-2.596), Benevento (-2.576) e Taranto (-1.752). Al Centro, infine, la graduatoria è chiusa dalla provincia di Ancona (-10.174), che registra dati peggiori a quelle di Lucca (-6.489), Frosinone (-4.027) e Grosseto (-2.981).

La ricerca di ImpresaLavoro analizza anche il saldo occupazionale dal 2007 al 2017. Solo in 40 province su 99 il livello occupazionale è tornato ai livelli pre-crisi del 2007. Negli altri 59 casi il dato del 2017 risulta invece ancora inferiore – a volte in modo sensibile – rispetto a quello di 10 anni prima.

La performance migliore è quella della provincia di Roma (con un saldo positivo di 225.746 unità rispetto al 2007), molto davanti a Milano con Monza e Brianza (+99.953), Firenze (+32.813), Venezia (+27.237) e Brescia (+26.962). Al Nord bene anche Bologna (+26.160), Bolzano (+25.248), Bergamo (+17.443), Trento (+14.752) e Verona (+11.515). Al Centro emergono i risultati delle province di Latina (+16.965), Pisa (+16.410) e Livorno (+7.891). Tra le province del Sud le uniche ad avere un saldo positivo rispetto al 2007 sono invece quelle di Caserta (+4.721), Pescara (+2.989), Matera (+1.055), Crotone (+702), Brindisi (+74) e Avellino (+24).

Nel Mezzogiorno abbondano semmai le province con un saldo occupazionale negativo rispetto agli anni pre-crisi. Particolarmente significativi i dati delle province di Palermo (-39.526), Barletta-Andria-Trani più Bari e Foggia (-38.607), Messina (-32.350), Cosenza (-26.849), Lecce (-25.891) e Napoli (-25.693). Appare molto negativa anche la performance delle province sarde aggregate, che perdono 43.734 posti di lavoro rispetto al 2007. E mentre al Nord le province con il peggiore saldo occupazionale sono quelle di Genova (-14.069), Udine (-11.627), Imperia (-10.705) e Rovigo (-10.018), al Centro spiccano invece in senso negativo quelle di Ancona (-14.089), Pesaro e Urbino (-10.718) e Frosinone (-9.495).

 

«L’incremento di 265mila lavoratori registrato alla fine dell’anno scorso rispetto al 2016 è un buon risultato che ci riporta ai valori pre-crisi» osserva l’imprenditore Massimo Blasoni, presidente del Centro studi ImpresaLavoro. «La crescita dell’occupazione in Italia tuttavia è poca cosa se paragonata a quella tedesca (+2milioni e 200mila unità), britannica (+1 milione e 600mila unità) e persino ungherese (+500mila). Per raggiungere i risultati di questi e altri Paesi occorre semplificare il nostro mercato del lavoro e incrementare le politiche attive per far crescere l’occupazione, puntando in particolar modo alla formazione permanente dei lavoratori».

Bolletta energetica: negli ultimi 7 anni quella delle famiglie è cresciuta dell’8,7%. Tasse e imposte costituiscono il 37% del prezzo finale.

Bolletta energetica: negli ultimi 7 anni quella delle famiglie è cresciuta dell’8,7%. Tasse e imposte costituiscono il 37% del prezzo finale.

Dal 2010 al 2017 le famiglie italiane hanno visto crescere dell’8,7% i costi per l’utilizzo dell’energia elettrica a fini domestici. Lo rivela una ricerca del Centro studi ImpresaLavoro realizzata su elaborazione di dati Eurostat.
Dall’analisi dei dati emerge come rispetto a sette anni or sono il prezzo dell’energia domestica sia diminuito in appena 8 dei 28 Paesi monitorati: Ungheria (-31,0%), Malta (-19,9%), Paesi Bassi (-12,3%), Slovacchia (-8,9%), Lussemburgo (-6,9%), Lituania (-6,3%), Cipro (-4,9%) e Repubblica Ceca (-3,9%).
In tutti gli altri casi la bolletta elettrica delle famiglie è invece aumentata, e anche in maniera consistente: +51,1% in Lettonia, +48,7% in Grecia, +44,3% in Belgio e +38,9% in Portogallo. Guardando alle grandi economie europee si osserva come l’onere sostenuto dalle famiglie sia cresciuto anche in Francia (+30,9%), Regno Unito (+27,8%), Germania (+26,7%), Spagna (+25,0%) e, come detto, Italia (+8,7%).

Nel nostro Paese il costo per l’energia elettrica domestica (tasse incluse) è infatti passato da 0,1943 euro per kWh nel 2010 a 0,2111 kWh nel 2017. Stimando nel 2017 un consumo medio annuo per famiglia di 3.199 kWh (fonte: osservatorio facile.it) si ottiene così per ogni famiglia una bolletta elettrica di 675 euro su base annua.
A livello europeo solo in Germania, Danimarca, Belgio, Irlanda, Portogallo e Spagna l’energia costa di più che nel nostro Paese. Se invece la stessa famiglia italiana si trovasse a vivere nei Paesi Bassi risparmierebbe 176 euro all’anno, 160 euro se vivesse in Slovenia, 124 se vivesse in Francia e 96 euro se vivesse nel Regno Unito. In Germania, invece, il conto da pagare sarebbe più elevato: +300 euro.

Quelli indicati sono costi comprensivi di tasse e accise, che nel nostro Paese costituiscono da sole il 37,0% del prezzo finale. La loro incidenza risulta peraltro più elevata in Danimarca (68,2%), Germania (54,5%), Portogallo (51,6%), Slovacchia (41,9%), Austria (37,9%) e Grecia (37,3%). Il fisco pesa invece meno nella bolletta delle famiglie che vivono in altre economie continentali: Francia (35,5%), Regno Unito (25,8%) e Spagna (21,4%).

«Nel nostro Paese il mercato dell’energia elettrica è stato liberalizzato dal 1 luglio 2007 ma le bollette non sono affatto calate: un paradosso tutto italiano» osserva l’imprenditore Massimo Blasoni, presidente del Centro studi ImpresaLavoro. «Dal 1° luglio 2019, a meno di ulteriori rinvii da parte del nuovo governo, è prevista la fine del regime della maggior tutela (per chi ha mantenuto il proprio storico fornitore di energia) e il passaggio obbligatorio al mercato libero. Si tratta in realtà di una spada di Damocle: coloro che entro quella data non avranno provveduto autonomamente al passaggio a un fornitore sul libero mercato potrebbero confluire nel cosiddetto “servizio di salvaguardia” che già oggi prevede costi maggiori di quelli praticati in regime di maggior tutela. Ciò al fine di ridurre al minimo la permanenza in questo tipo di servizio e scegliere quindi un nuovo fornitore. Un provvedimento poco chiaro che distorcerà il mercato e che inciderà ulteriormente sul bilancio delle famiglie italiane».