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Italia al penultimo posto in Europa per crescita della produttività del lavoro: +0,14% medio annuo tra il 2010 e il 2016

Italia al penultimo posto in Europa per crescita della produttività del lavoro: +0,14% medio annuo tra il 2010 e il 2016

Tra il 2010 e il 2016 la produttività del lavoro in Italia è aumentata solamente dello 0,14% medio annuo, il dato peggiore in assoluto dopo quello della Grecia (-1,09%). Lo rivela una ricerca del Centro studi ImpresaLavoro, realizzata su elaborazione dei dati Ocse contenuti nel report Compendium of productivity indicators 2018.

Va detto che in questo periodo di tempo la crescita della produttività del lavoro, misurata come Pil per ora lavorata, è stata debole in Italia così come in molti altri Paesi europei. Incrementi superiori al 2% medio annuo si sono registrati solamente in Lituania (2,03%), Slovacchia (2,12%), Polonia (2,23%), Lettonia (2,73%) e Irlanda (6,12%). Nel Regno Unito la crescita del Pil per ora lavorata è stata solamente dello 0,23% medio annuo, in Francia dello 0,84%, in Spagna dell’1,03% e in Germania dell’1,04%.

Dal 2001 al 2007 l’Italia era addirittura ultima in questa particolare classifica con una flessione pari a -0,01% medio annuo, l’unico segno meno tra tutti i Paesi considerati. Il Pil per ora lavorata cresceva invece molto di più in Lettonia (8,14% medio annuo), Lituania (6,36%) ed Estonia (6,01%). Sotto all’1,5% invece la Germania (1,33% medio annuo), la Francia (1,21%) e la Spagna (0,49%).

I Paesi che hanno quindi perso più posizioni tra la classifica del 2001-2007 e quella del 2010-2016 sono l’Ungheria (-15 posizioni) e la Grecia (-13), seguite a ruota dal Regno Unito (-10). Hanno invece scalato la classifica la Spagna (+15 posizioni), la Germania (+12) e la Francia (+7). L’Italia è invece salita di una sola posizione, più precisamente dall’ultimo al penultimo posto.

Nel Regno Unito, così come in Italia e Spagna, la crescita del Pil per ora lavorata negli ultimi anni è stata sostenuta principalmente dall’aumento dell’occupazione. Basti pensare che nell’ultimo quinquennio l’incremento di posti di lavoro in attività con produttività inferiore alla media è stato da 2 a 4 volte più alto di quello in comparti con produttività superiore alla media.

In molti Paesi europei la produttività stenta quindi a decollare. Tra le determinanti si annovera ad esempio la bassa quota di investimenti in prodotti di proprietà intellettuale. Nel 2016 (ultimo dato disponibile) in Italia quest’ultimi erano pari solamente al 16,6% del totale mentre in Danimarca e Svezia erano superiori al 26% e in Irlanda oltrepassavano addirittura il 56%. Sempre nello stesso anno in Francia si investiva per questa voce una quota pari al 24,3% del totale, in Regno Unito il 19%. In fondo alla classifica Lettonia, Polonia e Slovacchia con valori di poco superiori al 7%.

Per quanto riguarda invece gli investimenti in attività di Ricerca e Sviluppo, altra importante determinante della crescita della produttività, l’Irlanda nel 2016 contava investimenti per questa voce pari al 38,7% del totale, contro il 3% di alcuni Paesi dell’Est Europa, il 7,3% dell’Italia, l’8,2% della Grecia e il 9,8% del Regno Unito. La Svezia (18,1%) si situava al secondo posto in classifica, sebbene con 20 punti percentuali di distacco rispetto all’Irlanda. A seguire Danimarca (14,8%) e Germania (13,8).

«Se durante gli anni Novanta la produttività in Italia cresceva a un tasso medio annuo paragonabile a quello delle principali economie europee, nel decennio successivo è cresciuta di meno con una contrazione ulteriore a partire dal 2008» spiega Massimo Blasoni, imprenditore e presidente del Centro studi ImpresaLavoro. «I motivi di questa scarsa crescita sono legati alla formazione, all’innovazione tecnologica ma anche all’intensità dell’impegno al lavoro. Non vanno inoltre dimenticati i rapporti economici non sempre limpidi tra Stato e sistema produttivo. Talvolta l’aiuto statale si è rivelato più un salvagente di situazioni di per sé già critiche che un incentivo all’innovazione o alla crescita dimensionale».

Italia terza in Europa per tasso di disoccupazione: 11,4% nel 2017, +4,5 punti percentuali rispetto al 2006

Italia terza in Europa per tasso di disoccupazione: 11,4% nel 2017, +4,5 punti percentuali rispetto al 2006

Negli ultimi 12 anni il tasso di disoccupazione in Italia è aumentato di 4,5 punti percentuali, passando dal 6,9% del 2006 all’11,4% del 2017 (ultimo dato disponibile). Il nostro Paese risulta quindi il terzo in Europa per tasso di disoccupazione. Lo rivela una ricerca del Centro studi ImpresaLavoro, realizzata su elaborazione dei dati Ocse contenuti nel report Employment Outlook 2018.

Nel periodo di tempo considerato la crescita degli italiani di età compresa tra i 15 e i 64 anni e senza lavoro (pur avendolo cercato attivamente) è risultata superiore a quella di quasi tutti gli altri Paesi europei. Peggio di noi hanno fatto solo Grecia (+12,6 punti percentuali, passata dal 9,1% al 21,7%) e Spagna (+8,8 punti, passata dall’8,5% al 17,3%).

L’Italia ha registrato una performance nettamente peggiore della media dei Paesi OCSE – in cui il tasso di disoccupazione nel 2017 era del 5,9% (-0,4 punti rispetto al 2006) – e perduto il confronto con moltissimi altri Paesi europei. In particolare con la Polonia (-9,0 punti percentuali, passata dal 14% al 5%), la Germania (-6,6 punti, passata dal 10,4% al 3,8%) e la Slovacchia (-5,1 punti, passata dal 13,3% all’8,2%).

Sempre negli ultimi 12 anni, il tasso di disoccupazione è invece sceso di un punto percentuale in Regno Unito (passando dal 5,4% al 4,5%) mentre è salito, ma di appena 0,7 punti, in Francia (passando dall’8,5% al 9,2%).

Per quanto riguarda l’Italia preoccupa molto anche il fatto che si tratti del terzo Paese in Europa per tasso di disoccupazione (11,4%), preceduto soltanto da Grecia (21,7%) e Spagna (17,3%). Nel 2006 il nostro Paese si collocava invece al 14esimo posto per tasso di disoccupazione (con un valore pari al 6,9%) tra i Paesi UE monitorati dall’OCSE.

La Germania, al contrario, ha effettuato un percorso opposto e virtuoso: nel 2006 era terza per tasso di disoccupazione (10,4%) mentre nel 2017 è risultata il secondo Paese con il dato migliore (solamente 3,8%). Formidabile anche il recupero della Polonia: nel 2006 era addirittura prima per tasso di disoccupazione (14%) mentre ora è tra i sei Paesi europei con le migliori performance (con un dato pari ad appena il 5%).

«Quel che preoccupa maggiormente è la notevole distanza che separa ancora questi dati da quelli, ben più virtuosi, registrati nel periodo pre-crisi» commenta Massimo Blasoni, imprenditore e presidente del Centro Studi ImpresaLavoro. «Scarso legame tra salari e produttività, assenza di una cultura del merito, complessità delle relazioni sindacali, lentezza esasperante del contenzioso e alto cuneo fiscale sono solo alcuni degli elementi che fanno sì che – anche per il World Economic Forum – il nostro mercato del lavoro rimanga il meno efficiente d’Europa. Abbattere questi ostacoli è l’unica strada per ridurre in modo stabile e significativo il tasso di disoccupazione».

Titoli di Stato, quelli italiani sono i terzi più acquistati dalla BCE: 3,6 miliardi al mese, pari al 16,2%

Titoli di Stato, quelli italiani sono i terzi più acquistati dalla BCE: 3,6 miliardi al mese, pari al 16,2%

Nei primi cinque mesi di quest’anno la Banca Centrale Europea ha acquistato in media titoli di Stato italiani per 3,612 miliardi di euro mensili, una cifra pari al 16,2% degli acquisti totali e che colloca il nostro Paese al terzo posto in questa particolare classifica. Lo rivela una ricerca del Centro studi ImpresaLavoro realizzata su elaborazione di dati della Banca Centrale Europea.

Nello stesso periodo di tempo la BCE ha effettuato in media ogni mese acquisti superiori soltanto in titoli di Stato tedeschi (5,255 miliardi di euro mensili, pari al 23,6% del totale) e francesi (4,184 miliardi di euro mensili, pari al 18,8% del totale). A seguire quelli spagnoli (2,834 miliardi di euro mensili, pari al 12,7%) mentre in tutti gli altri Paesi europei si sono registrati acquisti pari o inferiori al 5% del totale.

Limitatamente allo scorso mese di maggio, la BCE ha acquistato titoli di Stato italiani per un valore pari a 3,609 miliardi di euro: 362 milioni di euro in meno rispetto ad aprile ma quasi 190 milioni in più rispetto al dato di gennaio e marzo. Sempre a maggio la BCE ha invece ridotto l’acquisto di titoli di Stato in Austria (-55 milioni di euro), Belgio (-78 milioni), Olanda (-116 milioni), Spagna (-274 milioni) e Francia (-404 milioni). Si è invece registrato un contemporaneo aumento di acquisto di titoli di Stato tedeschi (+2,175 miliardi), dovuto alla scadenza di un significativo ammontare di bond i cui proventi dovevano necessariamente essere reinvestiti in titoli del Paese stesso.

Come noto, i titoli che la BCE possiede di un determinato Paese devono essere proporzionati alla percentuale di capitale azionario della BCE che questo detiene e che a sua volta è legato alle dimensioni di ogni singola economia (PIL e popolazione). Per quanto riguarda gli acquisti complessivi di titoli, non si registrano pertanto nel tempo variazioni significative rispetto a valori di riferimento predefiniti.

L’unico elemento che ha pesato e continuerà a pesare in modo sempre più significativo sul contenimento generalizzato degli acquisti di Btp rispetto al passato è quindi la riduzione graduale del QE per motivi di politica monetaria. Il programma di acquisti straordinari era infatti iniziato a marzo 2015 con un target di 60 miliardi al mese per poi salire a 80 miliardi mensili da aprile 2016 a marzo 2017. Si è tornati a 60 miliardi alla fine del 2017. Da gennaio di quest’anno però i miliardi mensili si sono ridotti a 30 e questo ammontare di acquisti rimarrà inalterato solo fino a settembre 2018 per poi ridursi a 15 miliardi e addirittura azzerarsi con la fine dell’anno. Queste variazioni trovano conferma nei dati medi annuali della BCE che indicano infatti per l’Italia acquisti medi mensili pari a 3,612 miliardi mensili nel 2018. Erano 9,760 nel 2017 e 10,867 nel 2016. Gli acquisti attuali rispetto alla media del 2016 si sono quindi ridotti a un terzo.

«Questi dati sfatano alcune false notizie su presunti cambiamenti nel programma di acquisti di titoli italiani da parte della BCE a seguito dell’insediamento del nuovo governo» osserva Massimo Blasoni, imprenditore e presidente del Centro Studi ImpresaLavoro. «Entro qualche mese la Banca Centrale Europea non acquisterà più ulteriori titoli di Stato italiani, con la conseguenza di un probabile aumento dello spread. Le nuove aste di titoli offriranno rendimenti superiori che si tradurranno in maggiori interessi da pagare e conseguentemente in maggior spesa pubblica».

Accise su carburanti: in 10 anni gettito aumentato di 5,4 miliardi (+26,6%)

Accise su carburanti: in 10 anni gettito aumentato di 5,4 miliardi (+26,6%)

Negli ultimi 10 anni il gettito per accise su prodotti energetici, loro derivati e prodotti analoghi è aumentato nel nostro Paese di 5,4 miliardi, passando dai 20,3 miliardi nel 2008 ai 25,7 miliardi nel 2017 (+26,6%): una vera e propria stangata nascosta tra i consumi di famiglie e cittadini. A renderlo noto è una ricerca del Centro Studi ImpresaLavoro realizzata su elaborazione di dati del Def e della Commissione europea.

Il prezzo della nostra benzina è oggi il quarto più caro d’Europa. Con 1,623 euro al litro, il costo del nostro carburante è infatti dell’11,2% più alto di quello della media europea: il pieno in Italia costa il 5,2% in più rispetto alla Francia, il 10,1% in più rispetto alla Germania e addirittura il 26,3% in più rispetto all’Austria. Peggio di noi in Europa fanno soltanto Olanda (1,688 euro al litro), Danimarca (1,671 euro) e Grecia (1,624 euro).

Il prezzo pagato dai consumatori finali risente fortemente della componente relativa a tasse e accise. Nel nostro Paese il prelievo statale rappresenta infatti addirittura il 62,9% del prezzo finale contro il 59,9% della media europea, il 52,3% della Spagna, il 60,4% della Germania e il 61,5% della Francia.

Un discorso analogo vale per il diesel. Con un prezzo di 1,501 euro al litro, è il secondo più caro d’Europa. Ci precede solo la Svezia con 1,548 euro al litro. In Italia un pieno costa quindi il 10,7% più della media europea, il 16,1% più della Germania e il 21,7% in più rispetto all’Austria.

Anche in questo caso le tasse rappresentano una quota cospicua del prezzo finale: il 59,2% contro il 54,2% della media europea.

Attualmente incidono sul prezzo del carburante ben 17 diverse accise, deliberate dal 1935 ad oggi. Con la benzina continuiamo a pagare le voci di spesa più disparate: dalla Guerra di Etiopia all’acquisto di autobus ecologici, dal rinnovo del contratto degli autoferrotranvieri del 2004 all’emergenza migranti causata dalla crisi libica. Grazie ad aumenti ad hoc delle accise si sono poi affrontate alcune delle principali emergenze italiane: dal più recente terremoto in Emilia (2012) fino ai terremoti in Friuli (1976) e Irpinia (1980), passando per le alluvioni di Firenze (1966) e in Liguria (2011). In molti casi si tratta di emergenze ormai conclusesi ma per le quali, ogni qualvolta facciamo il pieno di benzina, continuiamo comunque a versare allo Stato importanti risorse.

«Questi numeri dovrebbero far riflettere, soprattutto nel momento in cui occorre reperire risorse utili a disinnescare le cosiddette clausole di salvaguardia» osserva l’imprenditore Massimo Blasoni, presidente del Centro Studi ImpresaLavoro. «Il nuovo governo dovrà infatti reperire ben 12,4 miliardi di euro per il 2019 per scongiurare l’incremento dell’Iva (dal 10% all’11,5% l’aliquota agevolata e dal 22% al 24,2% quella ordinaria) e delle accise. In caso contrario, solo quest’ultima voce porterebbe alle casse dello Stato risorse aggiuntive per 350 milioni annui a partire dal 2020, facendo quindi salire il gettito oltre la soglia dei 26 miliardi. I rincari potrebbero quindi essere consistenti e non dimentichiamo che l’Iva si applica anche sulle accise».

Italiani ultimi in Europa per utilizzo dei servizi di eGovernment

Italiani ultimi in Europa per utilizzo dei servizi di eGovernment

L’Italia arranca rispetto agli altri Paesi europei per l’utilizzo di servizi di eGovernment, ossia l’uso di Internet da parte di cittadini e imprese come mezzo di comunicazione con le istituzioni governative. Lo rivela una ricerca del Centro studi ImpresaLavoro realizzata su elaborazione di dati della Commissione Europea.

Analizzando l’Indice DESI 2018 – che monitora connettività e competenze digitali, attività online e digitalizzazione delle imprese e dei servizi pubblici – si scopre infatti che i cittadini italiani sono gli ultimi in Europa per grado di comunicazione digitale con le Pubbliche Amministrazioni in attività basilari quali la compilazione e l’invio di moduli tramite Internet. Solo il 29,9% dei nostri connazionali tra i 16 e i 74 anni d’età ha infatti utilizzato questo tipo di servizio nell’ultimo anno, contro il 58,5% della media europea. Un dato molto inferiore a quello dei cittadini di Estonia (96,1%), Finlandia (91,4%) e Svezia (90,3%) ma molto distante anche da quello di Spagna (67,2%) e Portogallo (55,6%). Ci superano persino la Grecia (37,9%) e la Repubblica Ceca (33,5%).

Da cosa deriva questo dato particolarmente negativo? In parte dal grado di disponibilità e fruibilità dei servizi online legati alla PA. Secondo il report “eGovernment Benchmark 2017” della Commissione Europea, l’Italia è solamente 16esima in Europa (con un punteggio di 82 su 100) per quanto riguarda la diffusione e utilizzabilità di questi servizi. Un dato significativamente più basso di quello di registrato da Malta (98), Danimarca (95) e dai nostri principali competitor. Il report certifica che sono ancora molti i servizi che devono essere resi disponibili online o semplificati di modo da renderli più user-friendly. L’offerta di procedure più trasparenti e la compilazione anticipata di moduli online con informazioni personali sono infatti fondamentali per migliorare le esperienze degli utenti.

Per quanto riguarda la diffusione di strumenti di identificazione elettronica e documenti elettronici in generale l’Italia si colloca invece al decimo posto, poco sopra la metà della classifica. I nodi critici da risolvere sono ancora numerosi: le carte d’identità elettroniche, ad esempio, non sono ancora disponibili in tutti i Comuni e i cittadini italiani sono praticamente gli unici in Europa a circolare ancora con documenti cartacei poco sicuri e spesso anche rifiutati alle frontiere.

Un altro ostacolo per molti cittadini europei è quello di poter utilizzare poco questi servizi oltre i confini nazionali. Per quanto riguarda questo aspetto, l’Italia ottiene un punteggio molto basso (di 38 su 100), classificandosi terzultima dopo Lussemburgo (21) e Bulgaria (30). Il quadro migliora invece se ci si riferisce alle imprese (punteggio di 78 su 100).

«Il bassissimo utilizzo di servizi di eGovernment in Italia non si spiega solamente con il grado di implementazione di questi servizi. Il problema principale è dato dalle scarse competenze digitali dei cittadini italiani» commenta l’imprenditore Massimo Blasoni, presidente del centro studi ImpresaLavoro. «L’indice DESI certifica che quest’ultime sono addirittura peggiorate nell’ultimo anno: siamo passati dal 24esimo al 25esimo posto in Europa. Il gap che ci separa dai maggiori competitor europei è quindi attribuibile soprattutto a ritardi culturali e formativi che non ci consentono di stare al passo con l’innovazione. Anche le amministrazioni pubbliche dovranno però incoraggiare l’utilizzo dei servizi online già disponibili affinché si possano contrarre i lunghi tempi di attesa negli uffici pubblici».

E-commerce: nel 2017 solo un italiano su 3 ha fatto acquisti online. Il digital divide ci colloca ancora agli ultimi posti in Europa.

E-commerce: nel 2017 solo un italiano su 3 ha fatto acquisti online. Il digital divide ci colloca ancora agli ultimi posti in Europa.

Negli ultimi 12 mesi solo il 32% dei cittadini italiani ha effettuato online l’acquisto di almeno un bene o servizio. Il nostro Paese si colloca così al quint’ultimo posto di questa particolare classifica europea, al pari di Cipro e appena sopra la Croazia (29%), la Bulgaria (18%) e la Romania (16%). Ai vertici della graduatoria 2017 si collocano invece i consumatori di Regno Unito (82%), Svezia (81%), Danimarca e Lussemburgo (80%) e Paesi Bassi (79%). Lo rivela una ricerca del Centro studi ImpresaLavoro, realizzata su elaborazione di dati Eurostat.

In Italia i consumatori più attivi online risultano essere i giovanissimi tra i 16 e i 24 anni (47%) e quelli di età compresa tra i 25 e i 34 anni (46%). Col progredire dell’età aumentano invece in proporzione la diffidenza e il digital divide, tanto che a comprare online sono soltanto il 21% dei cittadini di età tra i 55 e i 64 anni, l’8% dei cittadini di età tra i 65 e i 74 anni e solamente il 2% degli over75.

Analizzando le scelte di questi consumatori negli ultimi 3 mesi, si osserva poi come resti bassissima la frequenza degli acquisti (quasi sempre uno o due acquisti a testa, solo l’8% ne ha effettuato da 3 a 5) e comunque per importi che non superano quasi mai la soglia dei 500 euro.

Nell’ultimo anno i beni più acquistati online dagli italiani sono stati vestiti e articoli sportivi (13%), viaggi e vacanze (12%), articoli casalinghi (12%), libri e abbonamenti a riviste (8%), attrezzatura elettronica (6%), biglietti per eventi (5%), film e musica (3%). Curiosamente, solo il 2-3% ha deciso di affidarsi alla Rete per l’acquisto di hardware per computer o per servizi di telecomunicazione (banda larga, abbonamenti a canali televisivi, ricarica di carte telefoniche prepagate…).

 

«Questi dati fotografano un ritardo evidente dell’Italia nell’e-commerce, conseguenza anche del ritardo delle nostre infrastrutture informatiche» osserva l’imprenditore Massimo Blasoni, presidente del Centro studi ImpresaLavoro. «Secondo l’indice DESI della Commissione Europea –che misura lo stato di avanzamento dei Paesi membri dell’UE nell’ambito della digitalizzazione dell’economia, del sistema pubblico e della società- l’Italia è 25esima su 28 Paesi. La banda larga non è ancora molto diffusa ma a pesare sul basso punteggio italiano sono soprattutto le scarse competenze digitali. Infine, i limiti e la sostanziale inefficienza della nostra rete infrastrutturale si aggiungono come fattore di freno, per le nostre aziende, per quanto riguarda gli scambi commerciali con il resto del mondo».

Negli ultimi dieci anni gli occupati stranieri (+975mila) hanno “sostituito” quelli italiani (-846mila)

Negli ultimi dieci anni gli occupati stranieri (+975mila) hanno “sostituito” quelli italiani (-846mila)

Negli ultimi dieci anni gli occupati stranieri hanno “sostituito” quelli italiani. E’ questo il principale risultato di una ricerca realizzata dal Centro Studi ImpresaLavoro su dati Istat.

Nel 2017 sono stati finalmente recuperati i posti di lavoro persi durante la crisi economica con un aumento rispetto al 2007 di 128.543 unità, passando quindi dai 22.894.416 occupati del 2007 ai 23.022.959 del 2017. Suddividendo gli occupati totali per cittadinanza, quindi tra italiani e stranieri (UE ed extra UE), emerge però un effetto “sostituzione”: gli occupati stranieri sono infatti aumentati da 1.447.422 a 2.422.864 (+975.442 unità, +67,4%) a fronte della riduzione degli occupati italiani da 21.446.994 a 20.600.095 (-846.899 unità, -3,9%). L’occupazione straniera negli anni della crisi ha quindi “sostituito” quella italiana, consentendo al numero totale di occupati di crescere nuovamente al di sopra dei livelli del 2007. Un ulteriore apporto di cittadini stranieri potrebbe quindi anche rendere più complessa la situazione occupazionale dei cittadini nazionali.

Considerando tra tutti i cittadini stranieri solamente quelli extra UE emerge una questione altrettanto significativa: l’Italia è tra i pochissimi Paesi europei in cui i cittadini stranieri sono occupati più e meglio dei cittadini nazionali. Secondo i dati Eurostat 2017, il tasso di occupazione dei cittadini italiani tra i 15 e i 64 anni residenti nel nostro Paese è del 57,7%, un dato che si avvicina molto a quello della Croazia (59%) e che risulta nettamente inferiore alla media sia dell’Unione a 28 membri (68,1%) sia dell’area Euro (67,1%). In tutta Europa soltanto la Grecia (53,6%) ha un mercato del lavoro meno efficiente del nostro. In questa particolare classifica siamo quindi nettamente superati da tutti i nostri principali competitor: Germania (77,3%), Paesi Bassi (76,7%), Regno Unito (74,3%), Portogallo (67,8%), Irlanda (67,1%), Francia (65,8%) e Spagna (61,4%).

Guardando invece solamente alla percentuale di occupati tra i lavoratori extra-Ue residenti in Italia, la posizione in classifica del nostro Paese vola verso l’alto, dal penultimo al quattordicesimo posto: il nostro 59,1% risulta infatti largamente superiore alla media sia dell’Unione a 28 membri (54,6%) sia dell’area Euro (53,5%).

Si tratta di un dato in netta controtendenza rispetto a quanto avviene abitualmente negli altri Paesi e soprattutto nelle altre economie avanzate del continente. Oltre all’Italia, solo altri quattro Paesi europei hanno tassi di occupazione più bassi tra i propri connazionali rispetto a quelli fatti registrare tra i lavoratori extracomunitari: si tratta di Romania (-6,3 punti percentuali), Slovacchia (-6,1), Polonia (-2,7) e Repubblica Ceca (-0,8). Un dato che stride con la media sia dell’Unione a 28 membri (+13,5 punti percentuali) sia dell’area Euro (+13,6). In tutto il resto d’Europa la differenza, espressa sempre in punti percentuali, risulta infatti a favore dei cittadini dei Paesi presi in esame: Spagna (+5,7), Irlanda (+6,1), Regno Unito (+13,2), Francia (+20,6), Germania (+25) e Paesi Bassi (+26,7).

«Ciò che veramente stupisce è che il recupero del livello occupazionale precedente la crisi sia imputabile solamente ai lavoratori stranieri, mentre gli occupati italiani sono ancora inferiori al livello di dieci anni fa» commenta l’imprenditore Massimo Blasoni, presidente del Centro Studi ImpresaLavoro. «Ed è anche sorprendente riscontrare che il tasso d’occupazione dei residenti extra Ue sia superiore a quello dei nostri connazionali. Queste anomalie, almeno in parte, dipendono dalla disponibilità di questi lavoratori ad accettare occupazioni che ormai gli italiani si rifiutano di prendere in considerazione. Ma questo non spiega tutto. Il nostro mercato del lavoro sconta un disallineamento strutturale tra offerta formativa e fabbisogni occupazionali delle aziende. E i nostri giovani sono costretti a percorsi di studio che li portano ad entrare tardi e male nel mercato del lavoro, rimanendo inoccupati per lunghi periodi di tempo».

Banche: in 10 anni triplicata l’esposizione in titoli di Stato. QE inefficace: prestiti a famiglie e imprese in calo del 3%

Banche: in 10 anni triplicata l’esposizione in titoli di Stato. QE inefficace: prestiti a famiglie e imprese in calo del 3%

Nel corso della crisi dell’ultimo decennio le banche italiane hanno visto crescere i propri depositi del 67% per un controvalore di 1.023,4 miliardi di euro, ma di questi solo poco più di un quarto (266,7 miliardi, +19% nel periodo) è servita a finanziare famiglie e imprese mentre una quota ben maggiore è stata utilizzata per triplicare l’esposizione in titoli di Stato (cresciuta di 532,8 miliardi, +202%). Lo rivela una ricerca del Centro studi ImpresaLavoro realizzata su elaborazione dei dati del Sistema europeo delle Banche centrali.

L’Italia si colloca ai primi posti della classifica dei Paesi che nel periodo 2007-2017 hanno visto incrementare maggiormente lo stock dei depositi dei propri istituti bancari: da 1.531,4 a 2.554,9 miliardi di euro, in parte accumulati nei primi anni della crisi e in parte anche dopo l’inizio del Quantitative Easing. Nello stesso periodo i depositi degli istituti francesi sono invece cresciuti del 54% mentre quelli degli istituti tedeschi e spagnoli soltanto del 13%.

Il discorso cambia per quanto riguarda invece l’impiego di tali risorse per prestiti bancari a famiglie e imprese: in questo caso l’Italia si colloca nella seconda metà della classifica, con una crescita del 19%, pari a +266,7 miliardi. Nello stesso periodo i prestiti bancari sono invece saliti del 28% in Belgio (+78 miliardi), del 44% in Francia (+727,1 miliardi) e addirittura del 65% in Finlandia (+82,7 miliardi).

Lo strumento del Quantitative Easing adottato dalla BCE ha invece paradossalmente ristretto l’accesso al credito in Italia: nei suoi primi due anni di applicazione (marzo 2015 – marzo 2017) i prestiti bancari a famiglie e imprese sono infatti diminuiti del 3% (-49,3 miliardi) a fronte di una crescita in gran parte del resto d’Europa: +6% in Germania (pari a 154,8 miliardi), +8% in Francia (pari a 183 miliardi) e +13% in Belgio (pari a 41,2 miliardi).

Ad aumentare negli attivi dei bilanci bancari italiani è stato semmai l’impiego in titoli di Stato e obbligazionari, triplicati nell’ultimo decennio con un aumento di 532,8 miliardi (+202%). Si tratta di una crescita record, senza uguali nell’Eurosistema, a cui si avvicina solamente quelle dei sistemi portoghese (51,4 miliardi, +176%) e spagnolo (266,9 miliardi, +130%).

«Questi dati confermano la radicale trasformazione del modello di business delle nostre banche rispetto ai livelli pre-crisi, al quale è corrisposto un ricorso ben maggiore all’acquisto di titoli di Stato e obbligazionari rispetto agli impieghi a favore di quanti s’impegnano ogni giorno a tenere in piedi i bilanci delle proprie aziende e famiglie» commenta l’imprenditore Massimo Blasoni, presidente del centro studi ImpresaLavoro. «Nemmeno nei mesi del Quantitative Easing – strumento che volge ormai al suo termine e che nelle intenzioni del Presidente BCE Mario Draghi doveva assicurare favorevoli condizioni di finanziamento per famiglie e imprese – si è potuta apprezzare una ripresa dei volumi di credito all’economia reale: da allora questi prestiti sono infatti paradossalmente diminuiti del 3% e al tempo stesso è aumentata invece l’esposizione delle banche italiane al debito pubblico. Un’altra preziosa occasione è andata sprecata».

Pil: Italia ancora sotto il livello di dieci anni fa

Pil: Italia ancora sotto il livello di dieci anni fa

Secondo le elaborazioni del centro studi ImpresaLavoro su dati Ocse, l’Italia è uno tra i pochissimi Paesi dell’Unione Europea – tra quelli monitorati dall’Ocse – a non aver ancora recuperato il livello di Pil pre-crisi. Ossia, fatto 100 il Pil reale registrato nell’ultimo trimestre del 2007, quello italiano è attualmente pari al 95,3% (-4,7 punti percentuali).

Solamente Grecia (74,9%), Finlandia (97,9%) e Portogallo (98,7%) fanno compagnia all’Italia e non sono quindi ancora riuscite a recuperare il livello di Prodotto Interno Lordo precedente al terremoto finanziario del 2008.

I primi Paesi a recuperare il livello di Pil pre-crisi sono stati il Belgio e la Svezia nel 2010. Francia, Germania, Austria e Repubblica Slovacca sono “emerse” nel 2011. Nel 2012 è stato il turno del Lussemburgo e nel 2013 quello del Regno Unito. Il 2014 è stato l’anno in cui la maggior parte dei Paesi esaminati è riuscita a raggiungere questo target, si tratta di Repubblica Ceca, Danimarca, Ungheria, Irlanda, Olanda e Lituania. Estonia e Slovenia hanno invece dovuto aspettare il 2016, mentre Spagna e Lettonia addirittura fino al 2017. Discorso a parte merita la Polonia, che dal 2007 ad oggi ha registrato una crescita straordinaria e il suo Pil è l’unico tra quelli esaminati a non essere mai sceso sotto i livelli di dieci anni prima.

Pochissimi sono dunque i Paesi che mancano all’appello. Finlandia e Portogallo sono però molto vicini al raggiungimento del livello pre-crisi – devono recuperare solamente tra l’uno e i due punti percentuali- mentre l’Italia con il suo 95,3% attuale può “vantare” una performance migliore solamente di quella registrata dalla Grecia, il cui Pil è addirittura inferiore di 25 punti percentuali rispetto al livello del 2007.

«Ci aspetta dunque una strada ancora in salita – commenta l’imprenditore Massimo Blasoni, presidente del centro studi ImpresaLavoro – ma quanto lunga? Dipenderà, naturalmente, dal tasso di crescita del nostro Pil nel prossimo futuro. Con una crescita annua dell’1,5%, come quella del 2017, l’Italia dovrà aspettare fino al 2021. Il nostro tasso di crescita dell’anno scorso però è stato pesantemente influenzato da condizioni dello scenario internazionale molto favorevoli, che difficilmente si ripeteranno nell’anno in corso. Con una crescita media annua inferiore, pari ad esempio all’1%, l’economia italiana tornerebbe ai livelli pre-crisi solamente nel 2023».

Indice della Libertà Fiscale, l’Italia resta ultima in Europa

Indice della Libertà Fiscale, l’Italia resta ultima in Europa

Per il terzo anno consecutivo il Centro studi ImpresaLavoro ha elaborato l’Indice della Libertà Fiscale, analisi comparata di 29 economie europee che consente di monitorare efficacemente la questione fiscale in pressoché tutti i Paesi che compongono il nostro continente geografico. Elaborando i dati Eurostat e Doing Business (Banca Mondiale) è stato così possibile far emergere anche le differenze tra chi sta dentro il sistema dell’Unione Europea e chi sta fuori, tra i Paesi che hanno adottato l’euro e quelli che, invece, hanno scelto di mantenere la propria autonomia monetaria.

L’Indice della Libertà Fiscale è stato realizzato muovendo da sette diversi indicatori, ognuno dei quali analizza e monitora un aspetto specifico della questione fiscale. Il Paese migliore in un determinato indicatore riceve il punteggio massimo attribuito a quel settore. Alle altre economie viene attribuito un punteggio secondo il meccanismo della proporzionalità inversa: più un Paese si allontana dal migliore, meno punti riceve.

La somma dei singoli indicatori restituisce, per ogni economia esaminata, il tasso di libertà fiscale elaborato su base 100. Più alto è il valore ottenuto da uno Stato (più vicino a 100), più i suoi cittadini sono liberi dal punto di vista fiscale. Il ranking che ne deriva divide i paesi in quattro macro aree: Paesi fiscalmente molto liberi (oltre 70 punti su 100), Paesi fiscalmente liberi (tra 60 e 69 punti), Paesi fiscalmente non del tutto liberi (tra 50 e 59 punti), e Paesi fiscalmente oppressi (sotto i 50 punti).

Il risultato così ottenuto suona come un’ennesima bocciatura per l’Italia, dal momento che anche quest’anno si colloca con appena 40 punti all’ultimo posto nella classifica finale (guidata nell’ordine da Irlanda, Estonia e Svizzera). Il nostro Paese si conferma fiscalmente oppresso e registra cattive performance nelle classifiche relative a ciascun indicatore analizzato: numero delle procedure (Svezia prima, Italia 24esima) e il numero delle ore (Estonia prima, Italia 23esima) necessarie a pagare le tasse, Total Tax Rate sulle imprese (Lussemburgo primo, Italia 20esima), costo in termini di personale impiegato per le procedure burocratiche sostenute per essere in regola con il fisco (Estonia prima, Italia 28esima), pressione fiscale in rapporto al Prodotto Interno Lordo (Irlanda prima, Italia 23esima), differenza della pressione fiscale in rapporto al PIL maturata dal 2000 al 2015 (Irlanda prima e Italia 25esima) e infine pressione fiscale sulle famiglie, intesa come la percentuale di tasse sul reddito familiare lordo che paga un nucleo tipo di due genitori che lavorano con due figli a carico (Estonia prima, Italia 25esima).

«L’ultimo posto dell’Italia nell’Indice della Libertà fiscale – commenta l’imprenditore Massimo Blasoni, presidente del Centro studi ImpresaLavoro – fotografa un’Italia prigioniera delle tasse, ostile agli investimenti e allo sviluppo delle imprese. Il peso delle imposte su Pil è passato dal 18% del periodo postbellico al 24% degli anni ’70 fino all’attuale e insostenibile 43%. Paghiamo una pletora infinita di tasse e di tasse sulle tasse perché, dopo aver subito il prelievo sul nostro reddito da lavoro, quando compriamo casa o depositiamo i nostri risparmi veniamo sottoposti a ulteriori gabelle. Negli ultimi cinque anni le tasse sul risparmio e sugli immobili sono cresciute rispettivamente di 8 e 10 miliardi, mentre l’elevatissimo cuneo fiscale resta un enorme macigno alla ripresa dell’occupazione. Pagare le tasse è anche laborioso e rappresenta un onere ulteriore per le imprese. Siamo infatti tra i Paesi con il maggior numero di adempimenti fiscali e il tempo richiesto da questo eccesso di burocrazia è un ulteriore onere per il già vessato sistema delle imprese. Occorre ridurre il perimetro dello Stato, dunque la spesa improduttiva, e costruire un Paese fiscalmente meno vessato e più enterpreneur-friendly, pena il vanificarsi della già debole ripresa».