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Edilizia: nel periodo 2010-2016 Italia agli ultimi posti in Europa per andamento di produzione, ore lavorate e permessi di costruzione

Edilizia: nel periodo 2010-2016 Italia agli ultimi posti in Europa per andamento di produzione, ore lavorate e permessi di costruzione

L’andamento del mercato delle costruzioni tra il 2010 e il 2016 ha registrato un crollo verticale dell’Italia di tutti i suoi indicatori: produzione, ore lavorate e permessi di costruzione. Il nostro Paese si colloca così agli ultimi posti delle rispettive classifiche tra tutti i Paesi dell’Unione europea a 28, in quanto ad arretramento nel periodo temporale considerato. È quanto risulta da una ricerca del Centro studi ImpresaLavoro realizzata su elaborazione di dati Eurostat.

Produzione nel settore delle costruzioni

L’indicatore misura le variazioni complessive nel volume di output del settore costruzioni, depurate dall’inflazione. In buona sostanza misura l’andamento del volume della produzione nel settore e la sua variazione dal 2010 al 2016. L’Italia fa segnare un arretramento del 32,2%: in Europa solo Slovenia (-45%), Cipro (-47%), Portogallo (-47,1%) e Grecia (-47,6%) fanno peggio mentre tutti i nostri principali competitor registrano viceversa dati nettamente più positivi. Se la Francia e la Spagna arretrano rispettivamente del 12,9% e del 3,2%, altri Paesi registrano invece un andamento fortemente positivo: Germania (+7,6%), Regno Unito (+11,3%) e Irlanda (+25,1%). Desta soprattutto impressione che il dato italiano registri un andamento 8 volte peggiore di quello registrato dalla media dei Paesi dell’Unione europea a 28: -32,2% contro -3,9%.

Ore lavorate

Crollano simultaneamente anche le ore lavorate, uno degli indicatori che misura con maggior precisione l’andamento dell’occupazione di questo settore. Sempre rispetto al 2010, in Italia nel 2016 si sono lavorate nel settore costruzioni quasi un terzo in meno delle ore (-28,6%), con evidenti ripercussioni sull’occupazione e sul numero di lavoratori lasciati a casa dalle aziende in crisi. In Europa solo Cipro (-41,0%) e Portogallo (-44,1%) registrano un dato peggiore del nostro. Tutti i nostri principali competitor segnalano invece dati nettamente più positivi. Arretrano anche la Grecia (-17,4%) e la Francia (-9.6%) ma in misura decisamente più contenuta della nostra. Le ore lavorate aumentano invece in Gran Bretagna (+11,2%), in Germania (+11,8%) e soprattutto in Irlanda (+32,6%). In particolare va sottolineato come il dato italiano nel periodo di riferimento risulti quasi 17 volte peggiore di quello della media dei Paesi dell’Unione europea a 28 (-28,6% contro -1,7%).

Permessi di costruzione

A trainare verso il basso il nostro mercato delle costruzioni c’è certamente anche l’andamento dei permessi di costruzione concessi per l’edificazione di nuove residenze civili: il loro numero, rispetto al 2010, si è più che dimezzato facendo registrare un preoccupante -65,7%. Questo è un importante indicatore del ciclo economico poiché fornisce alcune informazioni sul carico di lavoro nell’industria edile nel prossimo futuro. In Europa solo Cipro (-74,5%) e Grecia (-86,2%) registrano un dato peggiore del nostro. Se in generale la media dei Paesi dell’Unione europea a 28 risulta stabile (-0,1%), diversi nostri competitor assistono a una flessione del dato: Francia (-4,8%), Irlanda (-11,4%), Portogallo (-52,9%) e Spagna (-53,4%). Va infine osservato come una crescita a ritmi molto sostenuti sia invece riuscita al Regno Unito (31,2%) e soprattutto alla Germania (+80,6%). Anche in questo caso desta allarme la straordinaria sproporzione del dato italiano con la media dei Paesi dell’Unione europea a 28 (-65,7% contro -0,1%).

«I dati evidenziati dalla nostra ricerca son a tal punto negativi da non poter essere giustificati solamente dalla crisi economica ormai sistemica in cui si dibatte il nostro Paese» osserva Massimo Blasoni, imprenditore e presidente del Centro studi ImpresaLavoro. «A incidere vi sono i provvedimenti adottati via via dagli ultimi governi (Monti, Letta, Renzi), che hanno finito per trasformare la casa da “bene rifugio” in “bene incubo”. A un prolungato blocco del mercato immobiliare (che solo adesso sembra registrare tenui segnali di risveglio) è così corrisposto quello ben più pericoloso dell’intero comparto delle costruzioni, che da sempre costituisce uno dei maggiori traini dell’intera economia. Le nostre performance sono da ultimi della classe: un dato che davvero non può non allarmare».

Quanto ci costano i ritardi della Giustizia

Quanto ci costano i ritardi della Giustizia

Quanto costano i ritardi della giustizia in Italia? Quanto incide l’inefficienza giudiziaria sull’economia reale del Bel Paese? Una ricerca del Centro Studi ImpresaLavoro ha tentato di quantificare l’impatto negativo della lunghezza dei processi e dell’arretrato di cause pendenti su variabili chiave come l’attrattività degli investimenti esteri, la nascita e lo sviluppo delle imprese italiane, la disoccupazione e i volumi del credito bancario.
Il punto di partenza dell’analisi è la posizione piuttosto arretrata dell’Italia nelle varie classifiche internazionali che considerano le variabili chiave utili a misurare sotto vari punti di vista l’efficacia della macchina giudiziaria. Un rapido confronto tra Paesi è possibile, ad esempio, grazie alla base dati armonizzata Cepej-Stat, messa a disposizione dalla Commissione per l’efficienza della giustizia del Consiglio d’Europa; risultati analoghi, tuttavia, trovano conferma nei dati Doing Business incrociati con le statistiche di Eurostat.
In particolare gli ultimi dati, benché riferiti al 2014, permettono di inquadrare il problema nella sua gravità. Prendendo in considerazione le sole cause civili e di diritto commerciale, all’ultima rilevazione rimanevano in attesa di giudizio, in Italia, oltre 2 milioni e 758 mila processi: un record assoluto per tutti i Paesi dell’Europa allargata, in grado di mettere in secondo piano il milione e mezzo di cause pendenti in Francia e le 750 mila scarse della Germania. Il dato assoluto è riferito ai soli processi di primo grado, ed è fortunatamente in calo rispetto agli anni precedenti. Sta di fatto che a fine anno rimangono pendenti, in termini relativi, 45 processi ogni mille abitanti in Italia contro i 24 della Francia, i 18 della Spagna e i soli 9 della Germania.

Il peso dell’arretrato si riflette anche nella minore capacità del nostro Paese, nonostante gli sforzi, di far diminuire l’indicatore della durata media dei processi: per noi fluttua attorno all’anno e mezzo a prescindere dal periodo di rilevazione. In termini comparati, i 532 giorni medi necessari per le sentenze di primo grado sono sostanzialmente il doppio rispetto alla media europea e hanno pochi eguali se si pensa che con la sola eccezione di alcuni Paesi dell’Est e di Malta tutti gli ordinamenti se la cavano con durate (ampiamente) inferiori all’anno. Analisi più estese, che tengono in considerazione anche il secondo e terzo grado di giudizio (dati non sempre confrontabili tra Paesi, stanti le diversità esistenti tra i vari ordinamenti giuridici), mostrerebbero numeri ancor più impietosi: da noi servono quasi tre anni, in media, per gli appelli e altri tre e mezzo per i giudizi in cassazione.

Prendendo in considerazione le ricadute squisitamente economiche dell’inefficienza giudiziaria, diversi studi scientifici hanno tentato di catturare in termini numerici la relazione esistente con alcune variabili fondamentali. I risultati sono di assoluto interesse e colgono nel segno rispetto a diversi annosi problemi che presenta la nostra economia.

A migliorare con la rapidità dei giudizi e la riduzione degli arretrati sono ad esempio i tempi di pagamento tra imprese, con tutti i relativi effetti in termini di maggiore liquidità in circolazione, minor numero di insolvenze e minore disoccupazione. Anche i tempi e i costi di recupero dei crediti sono direttamente collegati all’efficacia della giustizia e ciò dovrebbe far riflettere sul problema della valorizzazione e dello smaltimento della montagna di crediti deteriorati accumulati dalle nostre banche. Uno studio basato su un campione di Paesi mostra inoltre che l’efficienza del sistema giudiziario migliora i tassi di imprenditorialità e di innovazione nelle imprese: tutte virtù sulle quali, nuovamente, il nostro Paese arranca.

ImpresaLavoro ha provato a quantificare ulteriori aspetti, partendo inizialmente dal punto di vista di un investitore internazionale. Com’è evidente e assodato in finanza, nell’economia globale l’attenzione dei capitali si rivolge ai Paesi in cui è migliore il rapporto tra redditività attesa e livello di rischio. Se non supportata da solide prospettive di crescita, la possibilità di creare valore per le imprese passa certamente da una riduzione degli elementi di incertezza: quelli di tipo giudiziario pesano, eccome, e sono in grado di frenare in modo netto il flusso di investimenti nei Paesi meno efficienti come il nostro.

Se ci riferiamo al caso italiano, la media degli ultimi tre anni evidenzia investimenti netti annui provenienti dall’estero per un magro 0,72 per cento del PIL. Com’è noto, il dato non si riferisce solo alle acquisizioni di nostre imprese da parte di soggetti stranieri, ma all’effettiva apertura di nuovi centri, filiali e strutture in genere da parte dei non residenti: si tratta dunque di nuovi investimenti privati provenienti da investitori internazionali, il cui livello, molto inferiore alla media UE, mostra la scarsa attrattività del nostro Paese. Ebbene, secondo i numeri di un recente studio pubblicato dalla Commissione Europea, la riduzione delle cause pendenti per numero di abitanti è collegata all’incremento di questo tipo di investimenti: per il nostro Paese, portarle al livello della media europea potrebbe di per sé generare afflussi extra dall’estero per un valore tra lo 0,66 e lo 0,86 del Pil (in sostanza tra i 10,8 e i 14,1 miliardi annui: il doppio dell’attuale).

Ma non è l’unica via che contribuirebbe sicuramente a una più sana e robusta crescita del nostro Paese. Ridurre di un quarto i tempi dei tribunali in Italia potrebbe infatti di per sé aumentare il tasso di natalità delle imprese e cioè incrementare il ritmo di nascita di nuove iniziative imprenditoriali di circa 143mila unità all’anno: una volta e mezza il tasso attuale. Lo shock positivo sarebbe ancora più evidente nel caso i tempi si dimezzassero, portandosi dunque alla media europea: la stima in questo caso varia tra le 192 mila e le 240 mila nuove imprese all’anno in più rispetto ai ritmi correnti.
Se si potesse raddoppiare la velocità dei tribunali potremmo attenderci anche una crescita della dimensione delle nostre imprese, per circa l’8,5% in media, come stimato in un raffinato tema di discussione pubblicato da Banca d’Italia. È condiviso inoltre che un sistema giudiziario meno tempestivo fornisce minori incentivi agli investimenti e all’assunzione di nuovo personale, decisioni sulle quali l’incertezza può solo fungere da deterrente. Il dato, peraltro, non è poco rilevante per un Paese come il nostro in cui il 70 per cento del valore aggiunto è prodotto da piccole e medie imprese.

Ma non è finita qui, perché anche dal punto di vista della disponibilità di credito le conclusioni sono altrettanto importanti. Diversi studi hanno esaminato il legame tra tempi della giustizia, costo dei finanziamenti e loro disponibilità presso il canale bancario: secondo le relazioni più significative, raggiungere il livello medio UE nei tribunali potrebbe aprire l’opportunità di nuovi prestiti alle imprese per ben 29,3 miliardi di euro, pari a un aumento del 3,7 per cento rispetto allo stock attuale, in un settore che da anni continua a registrare segni negativi.

E infine, come se non bastasse, anche il mercato del lavoro ne potrebbe beneficiare direttamente. Si pensi che un’analisi di ImpresaLavoro basata sugli ultimi dati del Ministero della Giustizia suddivisi per distretti giudiziari ha individuato in ben 5,7 punti il potenziale di disoccupazione riducibile nel nostro Paese, con riferimento alle aree più disagiate. La stima è del resto coerente, oltre che con tutte le altre variabili economiche sin qui evidenziate, anche con quanto rilevato in un report del Fondo Monetario Internazionale, il quale confermerebbe un incremento di diversi punti della probabilità di impiego in seguito a un tale efficientamento della macchina giudiziaria. Altri studi hanno evidenziato i benefici che si avrebbero, oltretutto, in termini di riallocazione più efficiente e rapida delle risorse umane, di produttività e di maggiore intensità di capitale nelle nostre aziende.

A fronte di tutti questi dati, almeno due elementi emergono al di là di ogni altra considerazione. Il primo è indiscutibile: l’inefficienza giudiziaria agisce come un freno allo sviluppo della nostra economia. Il secondo è più difficilmente quantificabile, ma altrettanto rilevante: ridurre il peso di questa inefficienza potrebbe finalmente liberare un volume importante di potenzialità ancora inespresse.

Famiglia: l’Italia spende solo l’1,5% del Pil, pari a 414 euro pro capite

Famiglia: l’Italia spende solo l’1,5% del Pil, pari a 414 euro pro capite

Per il sostegno alla famiglia e alla natalità l’Italia spende risorse pari a solo l’1,5% del Pil: una cifra inferiore all’1,7% del Pil che i paesi dell’Unione a 28 e dell’area Euro spendono in media a favore dei nuclei con figli a carico. È quanto emerge da un’indagine del Centro studi ImpresaLavoro su elaborazione degli ultimi dati Eurostat (2015).

In pratica si tratta di quella parte di spesa pubblica destinata a: protezione sociale a favore di famiglie con figli a carico; indennità o sovvenzioni per maternità, nascita di figli o congedi per motivi di famiglia; assegni familiari; sovvenzioni per famiglie con un solo genitore o figli disabili; sistemazione e vitto fornito a bambini e famiglie su base permanente (orfanotrofi, famiglie adottive, ecc.); beni e servizi forniti a domicilio a bambini o a coloro che se ne prendono cura; servizi e beni di vario genere forniti a famiglie, giovani o bambini (centri ricreativi e di villeggiatura).

Ordinando il totale della spesa di ogni singolo Paese in percentuale al Pil, l’Italia si piazza – con il suo 1,5% – in 17° posizione (sulle trenta nazioni prese in considerazione da Eurostat). Tra i grandi Paesi europei, peggio di noi fanno Portogallo e Olanda (1,1%), Grecia e Spagna (0,6%) mentre questa spesa è analoga nel Regno Unito (1,5%) e superiore in Belgio (2,4%), Austria (2,3%), Irlanda (2,0%), Germania (1,6%) e Francia (2,5%).

La posizione dell’Italia in questa classifica cambia leggermente se, invece che come percentuale del Pil, la spesa è calcolata pro-capite. In questo caso il nostro Paese sale dal 17° al 15° posto (sempre su 30). Molto concretamente questo significa che ogni anno in Italia vengono stanziati e spesi per la famiglia 413,99 euro a cittadino. Una cifra in valore assoluto superiore a quella di Spagna, Grecia e Portogallo (dove però la vita costa sensibilmente di meno) ma nettamente inferiore a quella di tutti gli altri grandi paesi continentali. Tralasciando i paesi nordici e il Lussemburgo, che rappresentano eccezioni oggettive, non si può fare a meno di notare come in Francia la spesa pubblica a favore della famiglia sia il doppio della nostra: 813,17 euro a cittadino (399,18 in più dell’Italia). Meglio di noi fanno anche la Germania (595,12 euro pro capite) e il Regno Unito (590,18 euro pro capite). Il nostro dato è sensibilmente inferiore sia rispetto a quello dell’Unione Europea a 28 (dove la media è di 501,67 euro pro capite) sia rispetto a quello dell’area Euro (530,93 euro pro capite).

Crisi: dal 2007 il Pil pro capite medio degli italiani è sceso del 10,8%, in calo anche il numero degli occupati. Le differenze regione per regione.

Crisi: dal 2007 il Pil pro capite medio degli italiani è sceso del 10,8%, in calo anche il numero degli occupati. Le differenze regione per regione.

Dal 2007 al 2015 (anno di cui sono disponibili i dati più recenti), il Pil pro capite degli italiani è sceso del 10,8%, passando da 28.699 a 25.586 euro (-3.113 euro). Questo calo non si è comunque distribuito in modo uniforme su tutto il territorio nazionale. Altrettanto disomogeneo appare il calo degli occupati nel nostro Paese, che restano ancora inferiori ai dati registrati nel 2007, alla vigilia della lunga crisi economica ancora in atto. Lo rivela una ricerca del Centro studi ImpresaLavoro, realizzata su elaborazione di dati Istat.


Nessuna Regione italiana è riuscita ancora a tornare ai livelli precedenti la crisi economica, ma in alcuni casi il calo del Pil pro capite medio dei suoi cittadini è stato più sensibile. In fondo alla graduatoria, ordinata per variazione percentuale negativa, troviamo Molise (-19,3%), Umbria (-18,3%), Lazio (-17,7%) e Campania (-16%). Restano al di sotto del dato nazionale anche regioni del Nord come Friuli Venezia Giulia (-11,4%), Liguria (-11,6%), Piemonte (-12,3%) e Valle d’Aosta (-12,6%). Meno colpite, anche se sempre in territorio negativo, sono state invece Trentino Altro Adige (-3,2%), Basilicata (-4,5%), Abruzzo (-6,2%) e Lombardia (-7,9%) che fanno registrare performance sensibilmente migliori della media nazionale.

Nel 2016 nel nostro Paese risultano poi occupate 22.757.840 persone, un dato ancora inferiore di 136.107 unità a quello del 2007, quando gli occupati erano 22.893.947. Anche in questo caso i dati regionali si muovono in modo molto disomogeneo. Rispetto al 2007 già oggi risultano occupate più persone nel Lazio (+201.070, +9,42%), in Trentino Alto Adige (+31.645, +7.04%), in Toscana (+35.856, +2,34%), in Emilia Romagna (+42.685, +2,22%) e in Lombardia (+90.958, +2,15%). E se il Veneto è sostanzialmente quasi ritornato agli stessi livelli del periodo pre-crisi (-18.698, -0,89%), ancora lontane dai livelli occupazionali fatti registrare nove anni fa restano regioni del Nord come la Liguria (-23.607, -3,73%), il Friuli Venezia Giulia (-20.384, -3,93%) e la Valle d’Aosta (-2.391, -4,21%). In questo stesso periodo di tempo si registra una contrazione più marcata degli occupati in tutte le regioni del Sud: Campania (-74.139, -4,33%), Molise (-5.539, -4,97%), Puglia (-80.425, -6,31%), Sardegna (-43.816, -7,23%), Sicilia (-129.443, -8,74%) e Calabria (-69.093, -11,67%).

Non mancano comunque timidi segnali di ripresa dell’occupazione. Un confronto tra i dati 2015 e 2016 evidenzia come nell’ultimo anno il nostro Paese abbia complessivamente recuperato 293.088 posti di lavoro. Le tre Regioni che hanno registrato le migliori performace in valori assoluti sono Lombardia (+71.878), Campania (+59.787) ed Emilia Romagna (48.823). In termini percentuali rispetto alla base occupazionale crescono invece più di tutti Campania (+3,79), Molise (+3,75%), Emilia Romagna (+2,55%), Puglia (+1,98%) e Basilicata (+1,95%). Il dato più negativo viene invece fatto registrare dall’Umbria, che nell’ultimo anno ha perso 5.414 posti di lavoro (-1,51%).

«Mentre tutti gli altri nostri principali competitor europei sono da tempo ritornati ai livelli di crescita pre crisi, l’Italia continua a registrare valori di reddito pro capite e occupazione inferiori a quelli del 2007» osserva l’imprenditore Massimo Blasoni, presidente del Centro studi ImpresaLavoro. «Purtroppo non si è voluto approfittare di questa crisi decennale per cambiare drasticamente le regole del mercato del lavoro e per allegerire le nostre imprese dal peso esorbitante (e disincentivante) di una tassazione eccessiva nonché di leggine e regolamenti che imbrigliano la loro azione quotidiana. I vari bonus sono pannicelli caldi che non aiutano a rilanciare l’economia e che disperdono risorse. Occorre cambiare passo: rilanciare gli investimenti pubblici e mettere finalmente gli imprenditori nelle condizioni di creare nuovi posti di lavoro e quindi nuova ricchezza».

Unione Europea: dal 2009 al 2015 Italia contributore netto per 38,6 miliardi di euro

Unione Europea: dal 2009 al 2015 Italia contributore netto per 38,6 miliardi di euro

Mentre a Roma si celebrano i sessant’anni dei Trattati Europei e il presidente dell’Eurogruppo Jeroen Dijsselbloem critica i paesi del Sud per aver sprecato i loro soldi elogiando al contempo la solidarietà e il rigore dimostrato durante la crisi dalle nazioni nordeuropee, è utile analizzare a fondo la dinamica dei rapporti finanziari tra Italia e Unione Europea e di provare a fare un bilancio tra quanto versiamo ogni anno a Bruxelles per il funzionamento dell’Unione e quanto riceviamo dall’Europa sotto forma di trasferimenti e contributi. Il saldo, nonostante le parole poco generose di Dijsselbloem, è fortemente negativo per il nostro Paese. Negli ultimi sette anni, infatti, abbiamo versato nelle casse di Bruxelles 111miliardi di euro, ricevendone indietro circa 73. Siamo quindi contributori netti dell’Unione per ben 38,6 miliardi di euro in sette anni. Circa 5,5 miliardi di euro all’anno: questo è quanto paghiamo per rimanere nell’Unione se ci fermiamo ai soli saldi finanziari tra quanto diamo e quanto riceviamo.

L’Italia non è l’unico contributore netto dell’Unione ma rimane comunque il quarto paese per contribuzione netta in valore assoluto. Siamo in compagnia di grandi economie continentali come Germania, Regno Unito e Francia. Sono, invece, percettori netti, cioè ricevono da Bruxelles più di quanto versano, tutti i paesi entrati nell’Unione in seguito all’allargamento ad est e alcuni membri storici come la Spagna (14 miliardi in sette anni), il Portogallo (20 miliardi), la Grecia (30 miliardi). Sui conti pesa anche l’incognita della Brexit: il Regno Unito, infatti, è stato contribuente netto dell’Unione per ben 54 miliardi di euro negli ultimi sette anni. Una cifra che rischia ora di essere ripartita tra gli altri contributori netti, Italia compresa, allargando ancora di più il divario tra quanto versiamo a Bruxelles e quanto riceviamo dall’Europa.

Secondo Massimo Blasoni, imprenditore e Presidente del Centro Studi ImpresaLavoro “È chiaro che i flussi finanziari non sono tutto e che la mera aritmetica tra quanto versiamo e quanto riceviamo da Bruxelles non garantisce un quadro completo della nostra partecipazione al programma di integrazione europeo. Però quei numeri dicono comunque molto sul ruolo che abbiamo e su quello che dovremmo avere. Sediamo nei consessi europei con la timidezza dello scolaro che non ha fatto i compiti per casa quando invece dell’Unione siamo un pilastro irrinunciabile, oltre che un paese fondatore. L’andamento della nostra economia negli anni dell’euro è stato sempre peggiore della media dei nostri partner continentali, eppure il nostro paese non si è sottratto ai suoi compiti. Ha versato nelle casse dell’Unione più di quanto ha ricevuto in cambio, ha partecipato a strumenti di stabilità finanziaria di cui non ha mai usufruito, ha pagato con l’instabilità politica interna e un’endemica debolezza economica la sua partecipazione a mercato e moneta unica. La posizione di contributori netti dovrebbe garantirci maggiore autorevolezza nella trattativa con gli altri paesi: un vantaggio sprecato in questi anni dalla debolezza dei nostri governi”.

Acquisti online: nel 2016 italiani al terz’ultimo posto in Europa

Acquisti online: nel 2016 italiani al terz’ultimo posto in Europa

Negli ultimi 12 mesi solo il 29% dei cittadini italiani di età compresa tra i 16 e i 74 anni ha effettuato online l’acquisto di almeno un bene o servizio. Il nostro Paese si colloca così al terz’ultimo posto di questa particolare classifica europea, al pari di Cipro e appena sopra Bulgaria (17%) e Romania (12%). Ai vertici della graduatoria 2016 si collocano invece i consumatori di Regno Unito (83%), Danimarca (82%), Lussemburgo (78%), Svezia (76%) e Germania (74%). Lo rivela una ricerca del Centro studi ImpresaLavoro, realizzata su elaborazione di dati Eurostat.

In Italia i consumatori più attivi online risultano essere quelli di età compresa tra i 25 e i 34 anni (42%) e i giovanissimi tra i 16 e i 24 anni (40%). Col progredire dell’età aumentano invece in proporzione la diffidenza e il digital divide, tanto che a comprare online sono soltanto il 18% dei cittadini di età tra i 55 e i 64 anni e il 7% dei cittadini di età tra i 65 e i 74 anni.

Analizzando le scelte di questi consumatori negli ultimi 3 mesi, si osserva poi come resti bassissima la frequenza degli acquisti (quasi sempre uno o due acquisti a testa, solo il 6% ne ha effettuato da 3 a 5) e comunque per importi che non superano quasi mai la soglia dei 500 euro.

Nell’ultimo anno i beni più acquistati online dagli italiani sono stati viaggi e vacanze (12%), vestiti e articoli sportivi (11%), articoli casalinghi (8%), libri e abbonamenti a riviste (8%), attrezzatura elettronica (5%), biglietti per eventi (5%), film e musica (3%). Curiosamente, solo il 3% ha deciso di affidarsi alla Rete per l’acquisto di software per computer o per servizi di telecomunicazione (banda larga, abbonamenti a canali televisivi, ricarica di carte telefoniche prepagate…).

«Questi dati fotografano un ritardo evidente dell’Italia nell’e-commerce, conseguenza anche del ritardo delle nostre infrastrutture informatiche» osserva l’imprenditore Massimo Blasoni, presidente del Centro studi ImpresaLavoro. «Secondo i dati di netindex.com, siamo 93esimi al mondo per velocità di download domestica, dopo la Grecia. In Italia la banda larga raggiunge potenzialmente il 99% dell’utenza. Peccato che si tratti di una tecnologia ormai superata se confrontata con quelle più recenti – e assai più rapide – come la Nga (Next Generation Access), che in Italia copre solo il 21% del territorio rispetto al 62% della media Ue. I limiti e la sostanziale inefficienza della nostra rete infrastrutturale si pongono come principale fattore di freno, per le nostre aziende, per quanto riguarda gli scambi commerciali con il resto del mondo. A ciò si aggiunga che il sistema Italia nel suo complesso risente pesantemente della mancata capacità di usare i fondi europei dedicati alle infrastrutture: un misero 12%».

Negli ultimi dieci anni cresce la spesa pubblica ma gli investimenti scendono

Negli ultimi dieci anni cresce la spesa pubblica ma gli investimenti scendono

di Paolo Ermano

Riassunto

La spesa pubblica, misurata per cassa attraverso i Conti Pubblici Territoriali della Ragioneria Generale dello Stato, ha raggiunto nel 2014 il 55% del PIL, cinque punti sopra il suo valore del 2005. Nello stesso periodo il rapporto debito/PIL è cresciuto di circa 30 punti, toccando quota 132%. Il problema è che solo il 10% circa di questa spesa è stata fatta per investimenti, il resto della spesa pubblica serve a coprire le esigenze di cassa della gestione ordinaria. Se ci si fosse limitati a fare deficit ogni anno per la sola spesa per investimenti, nel 2014 il rapporto debito/PIL sarebbe stato al di sotto del 100%.

La qualità della spesa

Nella prima parte di questo lavoro ci siamo concentrati sull’incidenza della spesa pubblica nell’economia del Paese. Per eseguire l’analisi sono stati utilizzati i dati forniti dalla Ragioneria Generale dello Stato attraverso il progetto sui Conti Pubblici Territoriali (CPT).  Come già ricordato, i CPT ci permettono di valutarne l’ammontare totale e diversi tipi di parziali secondo il principio contabile di competenza per cassa: sono registrate le spese nel momento in cui l’Amministrazione pubblica eroga i fondi a una controparte. Il risultato più interessante emerso nel precedente lavoro si sintetizza in una coppia di dati: nel 2005 lo spazio privato creava il 50% del reddito individuale, nel 2014 il valore si contrae al 45% (Tabella 1):

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Spesa Corrente e in Conto Capitale

Come leggere questo dato che descrive un Paese in cui circa il 50% del PIL è generato dall’intervento dello Stato? Difficile dare una risposta concentrando l’attenzione solo sul numero grezzo. Si potrebbe comparare il dato con i nostri partner europei per trarne una riflessione, sapendo però che ogni Paese ha una sua storia e una sua struttura economica che devono essere considerate quando si fanno valutazione comparative. In questa sede, per ampliare l’angolo di analisi sulla spesa pubblica in Italia, abbiamo prima di tutto considerato la qualità della spesa: una buona spesa porta come frutti una crescita economica, sociale e culturale. Esistono molteplici indicatori della qualità della spesa pubblica, in questa sede ci limiteremo a valutare quanto della spesa pubblica, in crescita in relazione all’andamento del PIL dal 2005 al 2014, sia stata utilizzata per le poste correnti e quanta in conto capitale per gli investimenti (tabella 2). L’ipotesi alla base della nostra valutazione è che la spesa in conto capitale, in quanto misura degli investimenti in un territorio, serva a creare le condizioni per un sistema più evoluto dal punto di vista infrastrutturale, sia di tipo materiale (es.: strade) che immateriale (es.: formazione capitale umano), mentre quella corrente serva solo a sostenere l’attività ordinaria, a mantenere l’esistente.

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Come evidenzia la tabella, negli anni si sono erosi i margini per gli investimenti, relegando questa spesa ad una voce via via più residuale del bilancio pubblico. Un dato su tutti: nel 2008 la spesa in conto capitale era pari a €106 miliardi, nel 2014 si attestava a €84 miliardi, un calo del 21%. L’immagine che emerge dalla combinazione delle due tabelle qui sopra riportate (1 e 2) è quella di un Paese in cui la presenza dello Stato è sempre più ampia ma sempre meno progettuale, svolgendo per lo più la funzione di tampone del presente più che di propulsione per un futuro di maggior crescita.

E il debito pubblico?

Senza dimenticare che in Italia parte della spesa pubblica è realizzata in deficit: creare dei debiti per investimenti è una politica tipicamente keynesiana, condivisibile in caso di contrazione delle domanda anche da chi non è molto vicino alle posizioni del grande economista di Cambridge; ma creare deficit di spesa per curarsi della spesa corrente è molto rischioso poiché non si mettono in essere azioni volte a sostenere lo sviluppo che servirà a ripagare in futuro il debito. Per comprendere quest’aspetto, tutt’altro che marginale, della spesa pubblica si osservi la tabella 3.

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Riparametrando l’aumento del debito pubblico rispetto alle percentuali di spesa in conto corrente e in conto capitale, si osserva che dei €686 miliardi di debito creati dal 2005 al 2015, solo €74 miliardi (poco meno dell’11%) hanno coperto spese per investimenti. Quindi, ogni €10 di nuovo debito, €9 servono a coprire spese ordinarie. In queste condizioni, al di là del contesto internazionale, la riduzione del debito non può che passare per la riduzione della spesa corrente che, però, pare un passaggio molto più complesso di quanto si possa pensare. In media il debito pubblico è aumentato di circa €68 miliardi nel periodo considerato; di questi solo €7,4 miliardi sono per investimenti: per dare un termine di paragone, si pensi che la manovra di governo per il 2017 corregge i conti per circa €25 miliardi.

Come sarebbe andata se…

Per concludere il ragionamento, ci chiediamo cosa sarebbe potuto accadere se i vari Governi fossero ricorsi al deficit di bilancio solo per finanziare gli investimenti, la spesa in conto capitale. Dalla simulazione proposta nella tabella 4, si evince chiaramente che per il nostro Paese la situazione sarebbe stata decisamente più rosea dal punto di vista della solidità dei conti pubblici (1).

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Secondo i dati forniti da Eurostat per l’anno 2014, con un rapporto debito/PIL pari al 98,1%, l’Italia si sarebbe posizionata poco al di sopra la media dei Paesi dell’area Euro a fine 2014 (92%), poco sopra il valore della Francia (95,3%) ma, soprattutto, 33 punti percentuali in meno del valore effettivo misurato per il nostro Paese (131,4%).

Conclusioni

L’aumento della spesa pubblica in Italia negli ultimi anni è servito sostanzialmente per alimentare la spesa corrente.  Esistono diversi motivi per criticare questa scelta, alcuni ideologici altri analitici. Lasciando le valutazioni ideologiche ad altri, qui ci pare necessario ricordare che uno dei problemi riguardanti la scelta di perseguire una politica di deficit per la spesa corrente è legato al già alto livello di indebitamento dello Stato Italiano. Non c’erano, in sostanza, margini per ampliare la spesa pubblica, se non eventualmente per investimenti. Così non è stato. E per 10 anni, ancor prima dell’inizio della crisi del 2008, si è drogato il sistema cercando di tamponare con il debito dei limiti strutturali utilizzando senza riguardo il modo più costoso di prendere tempo. Il tutto a spese delle generazioni future.


(1) Nella valutazione dello scenario alternativo, al valore del PIL dal 2005 al 2014 è stato tolto l’ammontare del deficit volto a finanziare la spesa corrente, così da rendere più coerente la valutazione, sovrastimando a un valore pari a 1 il moltiplicatore fiscale rispetto alle valutazioni della BCE. Per ulteriori informazioni: AA.VV. (2015): Comparing fiscal multipliers across models and countries in Europe, ECB working paper n° 1760;


 

Dipendenti Pa: sono 3,14 milioni. Regioni a statuto speciale al top per numero in rapporto ai residenti, in Calabria un occupato su 5 è dipendente PA

Dipendenti Pa: sono 3,14 milioni. Regioni a statuto speciale al top per numero in rapporto ai residenti, in Calabria un occupato su 5 è dipendente PA

In rapporto alla popolazione residente i 3 milioni e 142mila dipendenti pubblici italiani sono inferiori a quelli delle altri grandi economie europee ma la loro distribuzione sul territorio nazionale non è affatto omogenea, nemmeno rispetto al numero degli occupati. È questo il dato più significativo che emerge da una ricerca del centro studi ImpresaLavoro su elaborazione di dati Istat e della Ragioneria Generale dello Stato.

A fronte di una media italiana del 5,18%, sono le Regioni a Statuto speciale quelle con la maggior concentrazione di dipendenti pubblici rispetto alla popolazione residente. A guidare la classifica è infatti la Valle d’Aosta con 11.519 dipendenti, pari al 9,05% dei residenti (bambini e anziani inclusi), davanti al Trentino Alto Adige (78.344 dipendenti, pari al 7,40% dei residenti), Friuli Venezia Giulia (82.380, pari al 6,75% dei residenti) e Sardegna (109.036 dipendenti, pari al 6,58% dei residenti). Segue il Lazio, che sconta l’elevato numero di sedi istituzionali presenti a Roma (380.284 dipendenti pari al 6,46% dei residenti).

In fondo a questa particolare classifica si collocano invece regioni più popolate ed economicamente più sviluppate come la Lombardia (4,02%) e il Veneto (4,51%). Al di sotto della media nazionale troviamo anche Campania (4,82%), Piemonte (4,86%), Emilia Romagna (5%), Puglia (5%) e Marche (5,17%).

La classifica elaborata da ImpresaLavoro cambia piuttosto nettamente se si prende in esame il rapporto tra il numero dei dipendenti pubblici e quello degli occupati. Al primo posto troviamo la Calabria, con il 22,03% (più di 1 su 5). Subito dietro si colloca la Valle d’Aosta, con il 21,01% degli occupati che vengono retribuiti con denaro pubblico. In cima a questa classifica compaiono principalmente le regioni del Mezzogiorno, con un’incidenza dell’impiego pubblico di gran lunga superiore alla media nazionale (13,99%): Sicilia (19,95%), Sardegna (19,30%), Molise (18,06%), Campania (17,89%), Basilicata (17,87%) e Puglia (17,42%) seguite a distanza ravvicinata dal Friuli Venezia Giulia (16,62%) che registra uno dei valori più alti di tutto il Centro-Nord. In coda alla classifica troviamo invece Lombardia (9,44%), Veneto (10,80%), Emilia-Romagna (11,59%) e Piemonte (11,90%).

Contrariamente a quello che si potrebbe pensare, in rapporto al numero dei residenti solo la Valle d’Aosta ha una percentuale di dipendenti pubblici (9,05%) superiore a quella di Francia (8,50%) e Regno Unito (7,90%). Mentre la media italiana (5,18%) risulta più bassa di quella di Spagna (6,40%) e Germania (5,70%), con 11 Regioni italiane che vantano un tasso di presenza dei dipendenti pubblici inferiore alla media tedesca.

Le cose cambiano, ma solo marginalmente, quando ImpresaLavoro prende in esame il numero di dipendenti pubblici in rapporto al numero degli occupati. In questo caso, solo le percentuali di Calabria e Valle d’Aosta sono superiori a quella della Francia (20%). La percentuale di dipendenti pubblici in Italia (13,99%) è invece inferiore a quella di Regno Unito (17%) e Spagna (16%), superando solamente il dato della Germania (11%).

Contenziosi in materia di lavoro: con una durata pari alla media europea, disoccupazione giù di 5,7 punti percentuali

Contenziosi in materia di lavoro: con una durata pari alla media europea, disoccupazione giù di 5,7 punti percentuali

La disoccupazione in Italia potrebbe calare di 5,7 punti percentuali se solo i contenziosi in materia di lavoro avessero una durata in linea con la media europea (e quindi dimezzata). Il dato emerge da una ricerca del Centro studi ImpresaLavoro che approfondisce le interessanti indicazioni emerse in materia di disoccupazione e lunghezza dei processi sul lavoro dagli “Staff Report, Article IV Consultation / Italy” pubblicati annualmente dal Fondo Monetario Internazionale.

Nel report dell’anno 2014 l’organismo sovranazionale sosteneva che un dimezzamento dei tempi dei processi per lavoro in Italia avrebbe aumentato le probabilità di impiego di circa l’8 per cento. Secondo il FMI, infatti, il nostro sistema giudiziario, da sempre molto più lento della media europea, avrebbe necessitato già al tempo di misure più opportune rispetto al mero incremento dei costi del giudizio, quali la promozione e l’uso dei sistemi alternativi di risoluzione delle controversie, una razionalizzazione del tipo di cause che trovavano accesso al terzo grado di giudizio, l’introduzione di indicatori di performance per tutti i tribunali nonché la condivisione di best practice regionali.

Nell’ultimo report, pubblicato a luglio 2016, l’ente sovranazionale ha indicato nuovamente tra le linee guida per l’Italia la necessità di mettere in atto ulteriori riforme al sistema giudiziario, apprezzando comunque le azioni adottate di recente per il miglioramento della qualità del sistema stesso con conseguente riduzione della durata media dei processi.

In Italia la durata media delle cause è di un anno e 2 mesi, come risulta a ImpresaLavoro sulla base dei dati pubblicati dal Ministero della Giustizia. Va precisato che quest’ultimo, rispetto alle precedenti pubblicazioni, ha variato la modalità di divulgazione dei dati quindi il confronto attuale è diverso da quello che è stato possibile effettuare in passato. Il calcolo dell’indicatore di lunghezza media complessiva è comunque aggiustato sulla base dei suggerimenti provenienti dalla letteratura scientifica, che considerano anche l’effettiva percentuale di cause che si interrompono dopo il primo grado. In particolare, sono state considerate le rilevazioni ufficiali riferite ai 26 distretti giudiziari italiani negli anni 2014-2016: numero di nuovi procedimenti, numero di procedimenti conclusi e numero di procedimenti ancora pendenti. I dati sono stati successivamente incrociati con quelli relativi alla disoccupazione su base territoriale rilevata dall’Istat per l’anno 2015.

La correlazione tra la lunghezza dei processi per contenziosi in materia di lavoro e il tasso di disoccupazione è dimostrata dall’analisi del divario in termini di efficienza nei singoli distretti giudiziari. Si oscilla dai 6 mesi di Trento (con un tasso di disoccupazione del 6,8%) e dagli 8 mesi di Genova e Trieste (con tassi di disoccupazione rispettivamente dell’8,3% e dell’8,1%) per arrivare ai 2 anni e 2 mesi di Messina (con il 22,5% di disoccupazione). A Milano, dove la disoccupazione è all’8%, il tempo medio delle cause per lavoro è di 7 mesi. La lunghezza dei contenziosi è invece superiore ai 2 anni anche a Catanzaro (22,4% di disoccupazione) e a Catania (16,2% di disoccupazione). In questa particolare classifica è proprio il Sud Italia a uscirne più penalizzato con valori sistematicamente più alti della media nazionale per entrambe le variabili prese in considerazione. La durata di questo tipo di processi supera infatti l’anno e mezzo a Cagliari (1 anno e 7 mesi), a Bari e a Potenza (1 anno e 8 mesi), a Reggio Calabria (1 anno e 9 mesi) e a Caltanissetta (1 anno e 10 mesi).

«Per chi vuole investire e fare impresa, il fattore tempo è invece un elemento decisivo per determinare la riuscita o il fallimento della propria attività» osserva l’imprenditore Massimo Blasoni, presidente del Centro studi ImpresaLavoro. «I mesi, molto spesso gli anni, trascorsi nell’attesa di definire cause e contenziosi giudiziari costituiscono costi rilevantissimi che vanno quantificati in posti di lavoro persi e minore ricchezza. Il cattivo funzionamento della nostra giustizia civile e amministrativa è un danno per tutti: spaventa gli investitori (stranieri e non), deprime gli sforzi degli imprenditori onesti e condanna il Paese al declino economico».

Accise, ImpresaLavoro: gettito aumentato di 5 miliardi negli ultimi 5 anni

Accise, ImpresaLavoro: gettito aumentato di 5 miliardi negli ultimi 5 anni

Il gettito per accise nel nostro paese è aumentato di 5 miliardi tra il 2011 e il 2016, una vera e propria stangata nascosta tra i consumi di famiglie e cittadini. A renderlo noto è una ricerca effettuata dal Centro Studi ImpresaLavoro.

Le accise su prodotti energetici, loro derivati e prodotti analoghi garantivano alle casse dello stato 20,4 miliardi nel 2011. Gli aumenti successivi hanno fatto crescere questa cifra del 24,7% in soli 5 anni portando il gettito del 2016 a poco più di 25 miliardi di euro, una cifra sostanzialmente stabile negli ultimi anni (25,6 miliardi nel 2015; 26,2 miliardi nel 2014; 24,3 miliardi nel 2013). Numeri che dovrebbero far riflettere e convincere il governo a non inasprire ulteriormente il prelievo statale su questo comparto nel tentativo di corrispondere alle richieste della Commissione Europea sull’equilibrio della nostra finanza pubblica.

Il prezzo della nostra benzina è già oggi il terzo più caro d’Europa. Con 1,5437 euro al litro, il costo del nostro carburante è del 11,52% più alto di quello della media europea: il pieno in Italia costa il 9,27% in più rispetto alla Francia e il 10,50% in più rispetto alla Germania. Peggio di noi in Europa fanno soltanto Olanda e Grecia con un costo al litro rispettivamente di 1,5720 e 1,5460 euro.

Il prezzo pagato dai consumatori finali risente fortemente della componente relativa a tasse e accise. Nel nostro paese il prelievo statale rappresenta il 65,22% del prezzo finale contro il 62,34% della media europea e il 54,45% della Spagna, il 62,82% della Germania e il 63,34% della Francia.

Attualmente incidono sul prezzo del carburante ben 17 diverse accise, deliberate dal 1935 ad oggi. Paghiamo con la benzina le voci di spesa più disparate: dalla Guerra di Etiopia all’acquisto di autobus ecologici; dal Rinnovo del contratto degli autoferrotranvieri del 2004 all’emergenza migranti causata dalla crisi libica. Senza dimenticare che attraverso l’aumento delle accise si sono affrontate le principali emergenze italiane: dal più recente terremoto in Emilia (2012) fino ai terremoti in Friuli (1976) e Irpinia (1980) o alle alluvioni di Firenze (1966) e Liguria (2011). In molti casi si tratta chiaramente di voci di emergenze concluse ma su cui comunque continuiamo a versare allo stato importanti risorse ogni qualvolta facciamo il pieno di benzina alla nostra auto.

“Il ricorso all’aumento delle accise sui carburanti – commenta l’imprenditore Massimo Blasoni, presidente del Centro Studi ImpresaLavoro – è un sempreverde italiano. Non c’è Governo o Ministro dell’economia che non sia ricorso a questo espediente per fare cassa. Un prelievo straordinario e giustificato spesso da emergenze contingenti che finisce per trasformarsi in una tassa perenne, silenziosa e per questo meno dibattuta ma che incide sui bilanci delle famiglie italiane indipendentemente dal loro reddito e, quindi, con poca equità.”