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Più risparmi, ma la Crisi del credito non si allenta

Più risparmi, ma la Crisi del credito non si allenta

La Vita Cattolica

Nei primi dieci mesi del 2014 i prestiti del sistema bancario del Friuli-Venezia Giulia ad imprese e famiglie sono scesi di 6,3 miliardi di euro, a fronte di un aumento dei depositi presso le banche di 5,1 miliardi di euro: lo rende noto un report del Centro Studi ImpresaLavoro che ha analizzato l’andamento dell’attività bancaria in regione.

Secondo l’istituto fondato da Massimo Blasoni, non si allenta quindi la morsa del credit crunch e questo nonostante il sistema bancario abbia ricevuto dal 2011 ad oggi fortissime iniezioni di liquidità. In parte si è trattato di trasferimenti effettuati dalla Bce ma una buona fetta di quelle risorse deriva dall’incremento del risparmio di famiglie e imprese.

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Banche: ImpresaLavoro, meno prestiti e più depositi nel 2014

Banche: ImpresaLavoro, meno prestiti e più depositi nel 2014

Udine20.it

Nei primi dieci mesi del 2014 i prestiti del sistema bancario del Friuli Venezia Giulia a imprese e famiglie sono scesi di 6,3 miliardi di euro, rispetto a un aumento dei depositi di 5,1 miliardi. Il dato emerge da un report del Centro Studi ImpresaLavoro, che ha analizzato l’andamento dell’attività bancaria in regione.

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Popolari, quei tre punti oscuri sul gioco di mano del governo

Popolari, quei tre punti oscuri sul gioco di mano del governo

Renato Brunetta – Il Giornale

Jobs Act e investment compact : siamo tornati all’inglesorum di palazzo Chigi, definito da Guido Rossi ai tempi di D’Alema come «L’unica merchant bank in cui non si parla inglese». Oggi parliamo di Investment compact, balzato agli onori della cronaca per il pasticcio della riforma delle banche popolari. Le «questioni», di metodo e di merito, aperte sono diverse: 1) il ricorso, da parte del governo, allo strumento del decreto legge; 2) il rischio di insider trading e le altre indagini in corso 3) il merito della norma.

Il ricorso al decreto legge
La vicenda del decreto di riforma delle banche popolari rappresenta o rischia di rappresentare una delle pagine più oscure del governo Renzi. È di venerdì 16 gennaio, a chiusura dei mercati, la prima agenzia di stampa che annuncia l’imminente provvedimento. E la prima informazione ufficiale si riferisce, come affermato dal sottosegretario all’Economia Pier Paolo Baretta in Parlamento, a una comunicazione che il presidente del Consiglio fa al suo partito, nel corso della riunione della direzione del Pd alle 17.30. Appare già strano che su una materia tanto sensibile un presidente del Consiglio decida di anticipare i contenuti e l’uso del decreto legge in una riunione di un club privato. Tanto più che inizialmente la riforma doveva essere prevista all’interno del disegno di legge sulla concorrenza ma, invece, improvvisamente, è diventata particolarmente urgente. Il 20 gennaio il consiglio dei ministri dà via libera al decreto che, effettivamente, contiene la norma che impone alle banche popolari con attivo superiore a 8 miliardi di euro la trasformazione in società per azioni. Il governo, quindi, ha avuto la «sfrontatezza» di imporre per decreto una rivoluzione nella governance di un sistema che, negli anni della crisi e del credit crunch , è stato l’unico a ridare fiducia e credito a famiglie e imprese. Imposizione, quella del governo, priva di presupposti di necessità e urgenza, fondamentali, pena l’incostituzionalità del provvedimento, per poter emanare un decreto legge.

Il rischio di insider trading
Un altro aspetto della vicenda sono gli effetti che la notizia della riforma ha avuto sui mercati finanziari, con rialzi a due cifre di tutte le banche coinvolte. Non può, quindi, passare in secondo piano il dubbio di azioni promosse, in maniera consapevole e attenta, a seguito, evidentemente, dell’entrata in possesso di informazioni privilegiate. Ciò che si prefigura davanti ai nostri occhi e agli occhi dei cittadini è, pertanto, l’immagine di un governo che si presta, di fatto, a varie mani: mani che prendono informazioni, mani che cambiano testi all’ultimo momento, mani che scrivono all’ultimo momento, mani invisibili, mani di fata che, in realtà, hanno un ruolo chiave nell’attività dell’esecutivo.

Il merito della norma
Come sottolineato più volte dal governo, anche Fondo monetario internazionale, Commissione europea e Banca d’Italia hanno segnalato i rischi che il mantenimento della forma cooperativa determina per le banche popolari maggiori, quali: 1) la scarsa partecipazione dei soci in assemblea; 2) gli scarsi incentivi al controllo costante sugli amministratori; 3) la difficoltà di reperire nuovo capitale sul mercato e, quindi, di assicurare la sussistenza dei fondi che potrebbero essere necessari per esigenze di rafforzamento patrimoniale. In particolare, in un working paper dal titolo «Reforming the Corporate Governance of Italian Banks» , il Fondo Monetario Internazionale sosteneva la necessità per le banche popolari più grandi di trasformarsi in società per azioni. Le banche popolari nascono con un raggio di azione limitato ad aree geografiche definite, ma oggi la loro struttura attuale pare, agli occhi del Fmi, inadeguata, in quanto questo tipo di istituto di credito opera a livello nazionale e internazionale, e alcune di esse sono addirittura quotate in Borsa. Secondo il paper del Fondo, la riforma delle banche popolari migliorerebbe la governance di tali istituti.

L’anomalia della soglia degli 8 miliardi di attivo
Ma attenzione, né il Fondo monetario internazionale né la Banca d’Italia individuavano una soglia oltre la quale far intervenire la riforma. Ci si limitava a riferirsi agli istituti di maggiori dimensioni o quotati in Borsa. Quanto all’idoneità della soglia dimensionale prescelta, individuata dal provvedimento normativo in 8 miliardi di euro di totale attivo, il governo giustifica la sua scelta dimensionale come «equidistante tra il gruppo delle banche popolari quotate e il gruppo delle banche popolari più piccole». Tuttavia, tale soglia non trova riscontro in alcuna normativa esistente, primaria o secondaria, nazionale o internazionale. Sarebbe ben più fondato restringere l’ambito di applicazione della norma solo alle banche popolari quotate ed elevare la soglia a 30 miliardi. Una ulteriore soluzione alternativa potrebbe essere anche quella di prevedere una soglia di 20 miliardi di euro per le banche che, a decorrere dall’anno 2014, hanno effettuato acquisizioni e/o fusioni. Inoltre, sempre per queste banche, andrebbe concesso un termine più ampio per adeguarsi alla nuova disciplina, elevando i diciotto mesi attualmente previsti dalla normativa transitoria a quattro anni. Sul tema delle popolari e sul tema delle riforme, in Europa si discutono dossier da almeno dieci anni. E il tema non è solo italiano, anzi. Non riguarda neanche tanto l’area sud dell’Europa, ma, al contrario, soprattutto l’area nord dell’Europa: quella tedesca e olandese. Il fatto che se ne discuta da almeno dieci anni fa riflettere del perché non si sia ancora deciso in maniera drastica, tranchant, nonostante gli stimoli, gli incentivi, le richieste da parte dell’Unione europea nel merito. Quindi, nulla quaestio sul tema, sul merito del tema, che cioè debolezza, autoreferenzialità, inefficienza siano elementi da trattare e da superare. Il problema è il modo. Noi chiediamo al governo di fare chiarezza in merito alle ombre dell’ insider trading che circondano le vicende che hanno portato all’emanazione del decreto legge di riforma delle banche popolari. Vanno inoltre chiariti quei passaggi che hanno indotto il governo a decidere di procedere su un tema così delicato e complesso con lo strumento del decreto legge, tra l’altro proprio in un lasso di tempo in cui la presidenza della Repubblica era vacante.

In sintesi, il Paese non solo vuole chiarezza, ma anche una buona riforma che non distrugga o porti alla svendita di una cultura economica e finanziaria che è patrimonio del paese. La chiarezza non è certamente venuta da Matteo Renzi, nella sua ultima performance a Porta a Porta , quando si è limitato a dire alcune ovvietà (chi deve pagare paghi, chi è responsabile risponda, ecc.: concetti più degni di Chance, il giardiniere dello strepitoso Peter Sellers). Caro Renzi-Chance, la moglie di Cesare non solo deve essere onesta, ma anche apparire tale.

È una banca o no? Che rebus la carta d’identità di Cdp

È una banca o no? Che rebus la carta d’identità di Cdp

Angelo De Mattia – Milano Finanza

A fronte della chiarezza e validità di alcune posizioni del governo e di altre autorità in materia bancaria e finanziaria, vi sono aree di confusione e a volte di inadeguatezza nella preparazione dei provvedimenti che destano stupore. L’ultimo caso riguarda la proposta, che sarebbe stata confezionata nel ministero dell’Economia ma che è stata disconosciuta dal viceministro Casero, per introdurre la tassazione dei versamenti in contanti superiori a 200 euro.

Il ricorso al più naturale mezzo di pagamento verrebbe così sottoposto a un’assurda imposizione, nell’incapacità, evidentemente, di distinguere un’equilibrata limitazione dell’uso del contante dalla sottoposizione a tassazione, che equivarrebbe a considerare un reddito il possesso, per esempio, di 201 euro. Mai si sarebbe potuto prevedere che la funzione storica di una banca centrale – l’emissione della moneta – equivalesse a mettere in circolazione un mezzo sul quale lo Stato percepirebbe una tassa. Sarebbe bene che un’ipotesi così bizzarra, che invoglierebbe a un’oscurantistica tesaurizzazione, venga recisamente esclusa dal novero dei progetti governativi, se non altro per evitare gravi problemi operativi nelle transazioni.

Ma, sempre in tema di fattura dei provvedimenti progettati o approvati, nasce un altro caso: il riconoscimento per la Sace, con il noto decreto, di poter svolgere anche attività bancaria, che si affianca alla peculiare attività assicurativa, sua ragione sociale, per una sorta di eterogenesi dei fini ripropone il problema della natura giuridica della Cdp, titolare della partecipazione totalitaria nella predetta società, perché con la nuova funzione della Sace si realizzerebbe un conglomerato che avrebbe l’effetto di sottoporre la Cdp a una Vigilanza della Banca d’Italia ben diversa da quella ora esercitata nel presupposto che la Cassa sia oggi un intermediario finanziario non bancario secondo l’articolo 107 del Testo Unico Bancario.

La stessa Corte dei Conti di recente, a prescindere dal caso Sace, ha sollevato il problema della natura della Cdp avanzando dubbi sull’attuale configurazione e sollecitando un chiarimento. Ma la norma sulla Sace, se verrà confermata, renderà inevitabili le accennate conseguenze, che però gli esponenti della Cdp vedono al momento come fumo negli occhi e dunque prospettano il rischio di una minore erogazione di risorse al sistema per via dei più ristretti vincoli patrimoniali e di altro tipo che ne discenderebbero. Sarà interessante valutare quale esito avrà questa vicenda, sempre che sia mantenuta a Sace l’attribuzione delle funzioni di banca e non si ricorra all’introduzione di una forma atipica di intermediario, rendendo la toppa peggiore del buco. Ma, intanto, chi ha predisposto il provvedimento conosceva gli impatti che si sarebbero avuti su Cdp? Erano stati sentiti i vertici di quest’ultima? O siamo all’ennesima improvvisazione?

Stendiamo un velo sulla famigerata norma del decreto fiscale sulla non punibilità anche per frodi fiscali non superiori al 3% dell’imponibile, ma poi vi è il caso delle Popolari. Una sorta di assurda damnatio riguarda il settore, mentre ci si concentra su alcune di esse, ora nell’occhio del ciclone anche giudiziario, per dimostrare la fondatezza dell’obbligo della loro trasformazione in spa che diventerebbe una vera panacea. Ma si è dato uno sguardo alle contemporanee situazioni di altre spa, del pari sotto l’occhio e l’azione della magistratura per vicende di gran lunga più rilevanti? Si è ricordata la storia di altre spa, dalle banche Sindona all’Ambrosiano di Calvi, fino alla spa Montepaschi prima del risanamento in atto? Veramente si vuole continuare a essere così poco obiettivi? La riforma va fatta ma con equilibrio e avvedutezza, non facendo apparire la rivisitazione, che interessa soci, economie e istituzioni, come una crociata per il bene nazionale. Ci si apra a opportuni emendamenti al decreto – scritto con sciatteria e inesperienza – che ha disposto la trasformazione in spa, evitando soluzioni di transizione.

E che dire poi di taluni aspetti della Vigilanza europea? ll governatore Visco ha sottolineato di recente che per non ostacolare i segnali di ripresa delle economie occorrerà calibrare con cautela le ulteriori richieste alle banche di incremento delle dotazioni di capitale. Ieri Angeloni, membro del supervisory board della Bce, ha dato ragione a Visco ma subito dopo ha detto che non vi è contraddizione tra l’aumentare il capitale delle banche e i prestiti. Il «perseverare diabolicum» non è solo quello di Enria, presidente Eba, come giustamente ha scritto su questo giornale Filippo Buraschi, ma anche quello di alcuni all’interno del suddetto board. Tanto per gareggiare con le superficialità e le bizzarre testardaggini di cui si è detto prima. Continueremo nella confusione?

Tassa sui versamenti in contanti, ndo cojo cojo

Tassa sui versamenti in contanti, ndo cojo cojo

Davide Giacalone – Libero

Provando e riprovando è una cosa, ndo cojo cojo un’altra. Il primo è il motto dell’Accademia del cimento, ispirato al metodo galileiano, il secondo è la cieca e disperata speranza di azzeccarne una. Dopo il dietrofront, indietro march, sul fronte libico, arriva la retromarcia su quello fiscale. Il Sole 24 Ore (mica un pettegolezzo) aveva anticipato uno dei provvedimenti che il prossimo Consiglio dei ministri avrebbe varato: imposta di bollo progressiva per chi versa in banca più di 200 euro al giorno. Silenzio nella foresta. La mattina, a chi chiamava allarmato, dal governo fanno sapere: è solo una cosa allo sttrdio. Poi, nel pomeriggo, una nota che smentisce l’ipotesi. Potremmo chiuderla qui, ma rimane la volontà di ridurre l’uso del denaro contante, che può anche andare bene, a determinate condizioni, ma fuori da quelle è la trappola nella quale erano caduti. Quindi meglio metterci un cartello.

Prendete lavoratori come i tabaccai, i giornalai, i tassisti e tanti altri: è normale che incassino più di 200 euro, in contante, ogni giorno, ed è normale che li versino in banca. Devono essere puniti, per questo? L’incasso, inoltre, non è mica il guadagno, ad esempio: la gran parte dei soldi che un tabaccaio incassa li deve poi girare allo Stato, visto che vende beni sottoposti al suo monopolio; per pagare lo Stato deve fare un’operazione bancaria; per farla deve avere i soldi sul conto. Lo Stato che incassa è lo stesso che pretende di avere un’imposta di bollo superiore perché quel delinquente versa i soldi in banca? E c’è anche l’orrida beffa: scorrendo le cronache si trovano rapine, subite dai tabaccai, in tutta Italia. Come anche peri benzinai. Tali rapine sono incentivate dal fatto che queste piccole imprese hanno un giro d’affari magari non elevato, ma quasi tutto in contante. Quando un tabaccaio viene rapinato, sperando che salvi la pelle, deve poi comunque pagare allo Stato i soldi che s’è fatto derubare, quale corrispettivo di beni già venduti. Quindi: il tabaccaio porta sulle spalle il rischio legato ai soldi che incassa e lo Stato potrebbe anche chiedergli di pagare di più quando li versa in banca.

Non basta che la cosa sia smentita, è necessario rendersi conto che è culturalmente e logicamente abominevole. Una cosa è colpire l’evasione fiscale, altra demonizzare e/o tassare l’uso di banconote che, fino a prova contraria, sono prodotte e tutelate dallo Stato, dalla banca centrale nazionale e da quella europea. L’imposta su cui lavoravano avrebbe colpito le persone oneste, proprio perché tali. Più assurdo di cosi è difficile immaginare. Pensare di colpire l’evasione fiscale colpendo il contante è come supporre di frenare la violenza carnale punendo il sesso: nel migliore dei casi ne viene fuori una società di pervertiti. Che è l’inferno fiscale italiano.

Il tutto senza contare che l’economia più forte d’Europa, nonché quella che ha reagito meglio alla crisi, ovvero la Germania, è anche la sola a non avere limite all’uso del contante. Che ci sia un nesso? Si vuole disincentivare il contante e incentivare la moneta elettronica? Non è questa la strada. Semmai si renda più conveniente la seconda, mentre oggi è vero l’opposto. Sia per il cliente. Sia per il negoziante, che deve pagare una percentuale per avere, in ritardo, i soldi relativi a una prestazione che ha reso o a una merce che ha venduto. Per forza che quando si vanno a pagare piccoli acquisti, specie se il guadagno è percentualmente molto basso, all’apparire della carta di credito vedi occhi imploranti: non è che siano tutti evasori, è che se paghi il pizzo su un margine microscopico non si capisce perché ti alzi al mattino e tiri su la saracinesca. Non dimenticando, infine, che se lo Stato vuole incentivare la moneta elettronica (giusta e bella cosa) dovrebbe cominciare a rendere obbligatorio accettarla, in tutte le sue forme consentite, ovunque abbia sportelli propri per pagamenti, riscossioni e transazioni. Invece non è così, sicché predica claudicando e ruzzola praticando.

Per ora il tentativo è fallito. Bene. Ma una roba simile non va messa nel congelatore, come l’altra inversione di marcia, relativa alla delega fiscale, per poterci pensare qualche mese. Meglio buttarla direttamente via. Fra rifiuti non riciclabili, così si rispetta anche la raccolta differenziata.

Banche popolari, tante ombre che non giustificano un decreto legge

Banche popolari, tante ombre che non giustificano un decreto legge

Gianfranco Polillo – Il Garantista

Che le banche popolari fossero l’ultimo lembo di quella “foresta pietrificata”, che fu la caratteristica del sistema bancario, prima della riforma Amato, è un fatto assodato. Il jurassic park del capitalismo italiano: luoghi di intrighi, di scorrerie finanziarie, di un rapporto privilegiato con il territorio – è vero – ma all’insegna dell’opacità. Di una gestione del credito centrata più sulle comuni cordate che non sulla volontà di allevare squadre di imprenditori meritevoli. Con la loro voglia di far crescere le proprie aziende, nella sfida del mercato. Si è parlato spesso del modello Sparkassen o delle Volksbanken, tipiche del capitalismo tedesco. Banche locali, che solo l’intransigenza di Angela Merkel ha sottratto alla vigilanza unica europea. Adducendo più o meno le stesse motivazioni. Ma con una differenza: la Germania è la Germania. Che la riforma si dovesse fare è, quindi, fuori discussione. Ma come farla? Questo è il punto vero della questione. Nel governare la fuoriuscita progressiva della Fondazioni bancarie dal capitale degli Istituti di credito ci sono voluti anni. Punteggiati da resistenze e ritorni indietro.

In alcuni casi, come per MPS, quest’obiettivo è stato conseguito solo a seguito di quella crisi che ha portato alla distruzione di un patrimonio accumulato in oltre cinquecento anni di storia. E solo recentemente la terza banca italiana, quella che una volta era la più patrimonializzata, ha assunto una veste normale. Quella di un soggetto contendibile. In cui le azioni, a differenza del vecchio capitalismo familiare italiano, pesano e non si contano. Come avveniva una volta in quel grande gioco degli specchi messo su da Enrico Cuccia. Al tempo stesso, tuttavia, baluardo contro le guerre di conquista dei boiardi di Stato. La grande industria pubblica, che fu il lascito dell’esperienza fascista e della grande crisi del 1929. Nel capitalismo contemporaneo la contendibilità non è un vezzo. Ma lo strumento attraverso il quale si cambiano manager che non funzionano. Ristabilendo il giusto rapporto tra mercato e tecnocrazia. L’esatto contrario della governance in voga presso le principali popolari italiani: dove erano le alchimie interne a decidere la sorte di chi poteva avere, in effetti, lo scettro del comando. Con il loro intreccio perverso tra politica ed affari, potentati locali e esponenti, ormai trombati di una vecchia nomenclatura.

Presidente della Banca popolare dell’Etruria e del Lazio, la banca in cui Pier Luigi Boschi, il padre della ministra per le riforme costituzionali, è Giuseppe Fornasari. Vecchia volpe democristiana. Più volte deputato. Qualche incarico governativo, come sottosegretario all’Industria. Ed ora coinvolto in quello che rischia di annunciarsi come un clamoroso fallimento. Due ispezioni della Banca d’Italia. Le procure di Arezzo e Firenze che aprono un fascicolo. Multe milionarie all’intero consiglio d’amministrazione. Un carico gigantesco di crediti insoluti che dimostrano quanto sia facile finanziarie opere dubbie, se gestite dagli amici. Ed infine, proprio in questi giorni, la decisione di commissariare definitivamente l’istituto da parte della Banca d’Italia. Ma solo alcuni giorni fa dal 19 al 23 gennaio, mentre il decreto legge per la trasformazione della Banca in Spa prendeva corpo, il titolo andava a ruba. Con un aumento dei corsi pari al 62,17 per cento.

Più che una stranezza un vero e proprio miracolo, visto i fondamentali della banca. Stravaganza né unica né rara. Il Credito Valtellinese ha goduto di rialzi più limitati (30,93), ma ugualmente significativi collocandosi al secondo posto. Mentre per tutti gli altri istituti interessati, i margini sono stati ben più modesti. Esclusi i primi due campioni del listino, il guadagno medio è stato pari al 18,6 per cento. Niente male se si paragona al normale andamento del comparto bancario che, in quegli stessi giorni, aveva totalizzato guadagni in media pari all’8,68 per cento. Ma come spiegare tanta differenza? Il rendimento delle quotazioni della Banca popolare dell’Etruria è stato pari a quasi 3 volte e mezzo quello della rimanente pattuglia. Quello del Credito Valtellinese una volta e mezzo. Mani forti, come si dice in gergo, che hanno comprato a più non posso, mentre nei mesi precedenti si erano tenute lontane da quegli stessi prodotti.

Spiegazione relativamente semplice. Il decreto legge è figlio diretto di una direttiva europea, che rende obbligatorio la trasformazione degli assetti proprietari per quegli istituti di credito che avevano un volume d’affari superiore a 30 miliardi. La Borsa, nel tempo, aveva quindi scontato un possibile rialzo dei relativi titoli. Il governo, invece, ha voluto strafare, abbassando la soglia a 8 miliardi. Includendo quindi nel conto, titoli, in precedenza, giustamente trascurati. E quali sono questi istituti, all’improvviso, miracolati? La Banca popolare dell’Etruria e del Lazio, il Credito Valtellinese, la Banca popolare di Bari, che, tuttavia, non è quotata in borsa. Ed ecco allora che il piombo si trasforma in oro. Sarebbe avvenuto la stesso se si fosse seguita la strada di un normale disegno di legge? Probabilmente no. Solo un decreto legge determina i suoi effetti giuridici fin dalla sua promulgazione. Chi ne era al corrente con qualche anticipo, a quanto è dato di sapere, ha operato con tempestività, comprando e vendendo a distanza di qualche giorno. Utili stimati: circa 10 milioni di euro. Gli altri sono rimasti semplicemente a guardare.

Speculazioni, rumors e sospetti: c’è del marcio nel caso Etruria

Speculazioni, rumors e sospetti: c’è del marcio nel caso Etruria

Renato Brunetta – Il Giornale

C’è del marcio in Etruria. Vorrei fare un pezzo filosofico, ma che filosofia si può fare davanti a un furto con destrezza? Il problema è capire chi ha fornito il trapano per aprire la cassaforte. Costoro, infatti, hanno utilizzato conoscenze, dirette o indirette, informazioni chirurgiche relative al decreto sulle Popolari da trasformare in Spa, per comprare e vendere azioni. Il tutto molto, ma molto vicino a persone, ambienti, stanze di Palazzo Chigi. Insomma rischia di venire giù Roma, come accadde per lo scandalo Banca Romana.

Stavolta ci troviamo di fronte a piccole banche, una delle quali in gravissime difficoltà, al punto che nei giorni scorsi è stata commissariata da Banca d’Italia. Non prima però che il valore di ogni singola azione sia balzato in alto: +62,17% nella sola settimana di borsa tra il 19 e il 23 gennaio 2015, quella del varo del decreto del governo, per la Banca popolare dell’Etruria e del Lazio. Il cui vicepresidente è il padre del ministro Maria Elena Boschi, anch’essa azionista della banca (e il fratello ne è dipendente). Il più attivo in questo fenomeno di spostamenti azionari è stato il fondo di Davide Serra da Londra, punto di riferimento e consigliere del premier in materia di finanza. Il paragone con Banca Romana ci sta, fatta salva la diversa statura del personaggio Giolitti.

Che il tema fosse «caldo» si è capito fin da subito. Ma la gravità sta venendo fuori giorno dopo giorno. A far deflagrare la già scottante miccia è stata l’approfondita e dettagliata audizione di mercoledì scorso, in commissione Finanze della Camera, del presidente della Consob, Giuseppe Vegas, nell’ambito della quale è stato messo nero su bianco il sospetto di insider trading , anche grazie a una ricostruzione puntuale, attraverso notizie di stampa e tweet (uniche informazioni disponibili al pubblico, fatto già di per sé anomalo, data la delicatezza dell’argomento) dei «movimenti» del governo e degli amici del governo dal 3 gennaio 2015 al 9 febbraio 2015, dell’andamento in borsa nonché, con particolare riferimento alla Banca Etruria, degli accadimenti non del tutto trasparenti verificatisi tra l’11 agosto 2014 e il 9 febbraio 2015. È così che la gravità di quanto stava avvenendo è balzata agli occhi della Banca d’Italia, che ha commissariato la Banca dell’Etruria; della procura di Roma, che ha subito aperto un’indagine; e della Guardia di finanza, braccio operativo di entrambi questi ultimi.

Al di là delle plusvalenze effettive o potenziali di quei geni (si fa per dire) che hanno comprato azioni delle Popolari prima del decreto per poi rivenderle a prezzi ben più alti, quel che è grave è che, a quanto pare, potrebbero essere stati i membri del governo a comunicare in anticipo ai finanziatori della loro campagna elettorale le imminenti decisioni dell’esecutivo. Così sembra, infatti, che siano andate le cose in quel di Londra, presso gli uffici del Fondo Algebris: all’annuncio da parte del governo, il 16 gennaio 2015, di voler riformare il sistema delle banche popolari, hanno fatto seguito imponenti operazioni di borsa. Tanto per avere un’idea dei numeri: le azioni di Banca Etruria sono aumentate del 62,17% in quattro giorni contro un andamento del comparto bancario dell’8,68%. Al secondo posto il Credito Valtellinese: +30,93%. Quindi tutte le altre 6 banche popolari che nei propositi del governo dovevano rientrare nell’ambito del decreto. Con un’ulteriore stranezza: il requisito dimensionale individuato (un attivo totale pari a 30 miliardi di euro) è stato ridotto a 8. E così sono rientrate Credito Valtellinese, Popolare di Bari e Banca Etruria, che interessano all’esecutivo.

La cosa più impressionante è vedere i grafici che hanno accompagnato la relazione di Giuseppe Vegas. Tre giorni di fuoco con utili da capogiro. Potenza dell’intuito: si è giustificato Davide Serra, con un susseguirsi di tweet e comunicati stampa. «Algebris Investiments ha investito fin dalla sua nascita, nel 2006, nel settore bancario e assicurativo italiano». Quindi nessun possesso di informazioni privilegiate. Se poi il valore delle azioni è lievitato è solo una coincidenza del destino. Come semplice coincidenza è il fatto che la Banca popolare dell’Etruria e del Lazio abbia nel board, con la carica di vicepresidente, Pier Luigi Boschi, il padre del ministro Maria Elena. Anch’essa azionista dell’istituto di credito caro, come notano i maligni, a Licio Gelli. Conti che in qualche modo tornano, visti i vecchi gossip sulle frequentazioni di famiglia dei nostri attuali governanti fiorentini.

Ed è sempre un caso che sia stata questa banca a registrare, tra tutte le popolari coinvolte nell’affaire , gli incrementi maggiori. Una banca talmente solida (siamo ironici) da giustificare, prima del rally di borsa, ben due preoccupate ispezioni della Banca d’Italia, seguite dal commissariamento. E da suffragare l’ipotesi di «ostacolo alla vigilanza» e il timore di «operazioni occulte» su cui sta indagando la procura di Roma, e che si aggiungono ai sospetti di insider trading. Ancora una volta, come accaduto con la merchant bank che non parlava inglese, per ricordare come Guido Rossi qualificò la presidenza di Massimo D’Alema a palazzo Chigi, si è di fronte al solito gioco. Allora, tuttavia, c’erano «capitani coraggiosi» che stavano scalando il cielo, in formato Telecom. Oggi siamo, invece, di fronte a un pugno di speculatori che entrano in borsa, acquistano tutto quello che c’è da acquistare e dopo un paio di giorni lo rivendono, portandosi a casa un malloppo fatto di plusvalenze milionarie. Non è una bella immagine per il Pd, che una volta era il partito delle mani pulite, pronto a denunciare conflitti d’interesse e ipotetici falsi di bilancio.

Questa volta, tuttavia, l’episodio è ben più grave. Ricorda da vicino un vecchio scandalo della storia d’Italia: quello della Banca romana. La grande speculazione edilizia che portò alla nascita del quartiere di Prati a Roma. Finanziata con l’emissione arbitraria di carta moneta, e la copertura politica di Palazzo Chigi. Giovanni Giolitti da un lato e Francesco Crispi dall’altro: accusati da Bernardo Tanlongo, che della ex Banca pontificia era il governatore, di aver percepito mazzette e cointeressenze nel gioco della grande speculazione fondiaria e di essere quindi i corresponsabili del successivo fallimento dell’istituto di credito. La sede della presidenza del Consiglio, che allora stava al Viminale, era divenuta un centro di affarismo con le prime riforme volute da Agostino Depretis, il grande trasformista. Riforme che avevano portato all’addomesticamento del Parlamento, i cui poteri furono depotenziati per favorire il formarsi di maggioranze occasionali continuamente addomesticate dal grande domatore.

Episodi che dovrebbero far riflettere, nel momento in cui si fanno più o meno le stesse cose, con riforme ritagliate sugli interessi terreni dell’attuale premier. Sul decreto banche popolari la sua, oggi, è una posizione lose-lose : portarlo avanti aggrava l’accusa di «connivenza» del governo con chi ha speculato. Ritirarlo vorrebbe dire per Renzi ammettere le responsabilità del suo esecutivo. Cui non possono che seguire dimissioni immediate. Altro che spread, che nel 2011 ha mandato a casa, con l’imbroglio, l’ultimo governo legittimamente votato dai cittadini. Dalle carte del processo di Trani sulla manipolazione del mercato avvenuta in quell’estate-autunno 2011 da parte delle agenzie di rating sta emergendo che il danno erariale che ne è derivato ammonta a 120 miliardi di euro. Tanto ci è costato il complotto. Non vorremmo che al conto già salato che i cittadini italiani devono pagare, si aggiungesse anche il gravissimo obbrobrio delle banche popolari. Il governo ritiri il decreto, e il premier si faccia carico in prima persona dello scotto dei suoi errori e della sua spocchia. Quando esagerano, le volpi finiscono in pellicceria, direbbe l’Amleto dei giorni nostri.

Troppe “bad bank” in casa

Troppe “bad bank” in casa

Francesco Manacorda – La Stampa

La «bad bank» con i soldi pubblici? In attesa che si concretizzi, una buona fetta del sistema bancario pare impegnata – suo malgrado – a farsela in casa, accumulando perdite record su crediti concessi nel passato e che adesso non si riescono più a esigere dai clienti. Solo ieri Mps ha annunciato perdite nell’esercizio per 5,3 miliardi dopo rettifiche sui crediti per quasi 8 miliardi, mentre il Banco popolare perde 2 miliardi a fronte di 3,5 miliardi di rettifiche sui crediti, e il piccolo Credito Valtellinese accumula comunque oltre 300 milioni di perdite. Nello stesso giorno, mentre nuovi atti giudiziari raggiungono i vertici di Ubi Banca, la Banca d’Italia commissaria Banca Etruria per problemi patrimoniali legati guardacaso a «consistenti rettifiche sui crediti».

Un panorama drammatico che da una parte deve spingere a considerare se sono stati fatti errori in fase di negoziazione con la Bce sui criteri con cui valutare la qualità del credito – le maxisvalutazioni di questi giorni sono figlie anche delle nuove regole di Francoforte – e dall’altra porta a chiedersi se dopo questa ennesima operazione-pulizia i bilanci bancari siano adesso davvero in ordine. Insomma, è finita la lunghissima fase in cui il crollo dell’economia reale ha colpito i bilanci bancari e adesso si può sperare che il settore creditizio possa finalmente servire da volano per una ripresa dell’economia? La questione è essenziale, perché il Quantitative easing, l’iniezione di liquidità che la Banca centrale europea farà da marzo per spingere l’economia, deve passare proprio dal sistema creditizio per arrivare al suo obiettivo e curare l’Eurozona dal male della deflazione. Le banche maggiori dimostrano di essere abbastanza in salute e quindi pronte anche ad assumere questo ruolo, ma quando si scende un po’ più in basso nel sistema creditizio i problemi non mancano.

Il governo ha messo mano in modo assai deciso alla riforma delle banche popolari, anche per sciogliere un groviglio di interessi che il più delle volte manteneva al potere per decenni una casta di banchieri di provincia – e non solo – al tempo stesso padroni assoluti della banca e fedeli servitori dei loro creditori di riferimento, spesso presenti in veste di azionisti. È stata una scelta giusta, ma non è la sola scelta che andrebbe fatta. Il Pd guidato dal segretario Matteo Renzi, azionista di maggioranza del governo guidato dal premier Matteo Renzi, non può ignorare degenerazioni come quella del Mps, legata storicamente – come e più di tante Popolari – alla politica locale, ovviamente targata Pd. Chi si è preso la briga di fare qualche calcolo ha visto ieri che in tre anni sono stati oltre 10 miliardi i crediti di Mps finiti sostanzialmente in fumo. L’ennesima prova che il binomio banca&politica, che sia declinato in chiave iperlocale o meno, è garanzia quasi sicura di scadente qualità del credito.

Quel baluardo così fragile delle banche greche

Quel baluardo così fragile delle banche greche

Fabio Pavesi – Il Sole 24 Ore

Nel delicato (e pericoloso) gioco a scacchi tra la Troika e il Governo di Alexis Tsipras le prime a rischiare sono le banche greche. Un’eventuale rottura nel difficile negoziato si propagherebbe come un uragano sul sistema creditizio, primo fragile baluardo della zoppicante economia ellenica. Le profonde oscillazioni dei titoli bancari che avvengono pressoché giornalmente ne sono la prova più evidente. Certo le condizioni di base non sono quelle della prima crisi di Atene che diede vita a una fuga eclatante dei depositanti che sono culminati nel settembre 2012 in una emorragia di ben 90 miliardi di soldi sottratti dai conti correnti, oltre il 30% dello stock totale. Da allora il sistema si è stabilizzato ma non ripreso. I volumi dei depositi sono risaliti da allora di soli 15 miliardi. E la nuova fiammata di tensione ha fatto uscire dai conti correnti almeno 3 miliardi in pochi giorni. Se le cose dovessero precipitare la fuga dalle banche potrebbe riprendere vigorosamente corpo, facendo ricollassare l’intero Paese.

Gli effetti di quella fuga mai colmata sono stati devastanti. Le pericolanti banche greche non solo hanno dovuto attingere ai rubinetti della Bce per ben 160 miliardi per sopravvivere, ma hanno dovuto drasticamente tagliare gli impieghi per un centinaio di miliardi. Ecco il cortocircuito che ha aggravato la già traballante economia ellenica. Ora il fabbisogno da Francoforte è sceso a 60 miliardi e le banche greche hanno ricominciato a approvvigionarsi sul mercato interbancario. Ma basterebbe molto poco, un passo falso di troppo per far riesplodere il bubbone. Nuova potente fuga dai conti, mercato interbancario di nuovo congelato e nuova richiesta di assistenza. Una via oggi difficilmente ripercorribile come allora. Ma non solo. Le banche greche sono solo apparentemente sicure: nonostante il taglio dei prestiti, la recessione ha portato un fardello enorme nei conti. Solo le quattro principali banche hanno in pancia tuttora sofferenze pari in media al 30% del totale degli impieghi. Difficile credere che ci possa essere un prodigioso rientro dei crediti inesigibili da molti anni nel breve termine. E allora quei bilanci andranno incontro nei prossimi mesi a nuove perdite per le rettifiche sempre rimandate, ma prima o poi da effettuare. Ecco perché la partita a scacchi di Tsipras vede come epicentro di un’eventuale nuova devastante crisi proprio il sistema creditizio. Il primo baluardo che cadrebbe in un attimo se la trattativa dovesse naufragare in malo modo.

Bad & Bank

Bad & Bank

Davide Giacalone – Libero

Alleggerire i bilanci delle banche dal peso dei crediti sofferenti e incagliati è utile. Trasferirli al contribuente non è solo inaccettabile, ma anche pericoloso. Siccome andiamo verso la creazione di un contenitore dove scaricarli, che lo si chiami Bad Bank o meno, e siccome in quello avrà un ruolo lo Stato, quindi i contribuenti, meglio fissare dei paletti e rendere comprensibile a tutti la faccenda, senza inutili tecnicismi.

Le banche sono imprese il cui mestiere consiste nel raccogliere il denaro e darlo in prestito. Se lo prestano a soggetti sbagliati, talché non ne ricevono indietro il giusto guadagno, o, addirittura, non rivedono più i quattrini, è segno che fanno male il loro mestiere. Quindi è bene che falliscano. Se questa è la regola generale si deve anche aggiungere, però, che dopo tre anni di recessione e quattro lustri di perdita di competitività, molti crediti si sono deteriorati non per colpa delle banche, ma perché i debitori non sono stati più nelle condizioni di pagare. Così come si deve aggiungere che, fin qui, l’Italia ha speso poco e niente per aiutare le proprie banche mentre tedeschi, francesi e inglesi (per citare solo i più grossi) hanno già abbondantemente messo mano al portafoglio pubblico.

Posto ciò, se lo strumento per raccogliere i crediti deteriorati (circa 300 miliardi, di cui più di 180 sulla soglia dei soldi persi) fosse un consorzio fra banche, quindi tutto privato, il compito pubblico sarebbe solo quello di verificarne la trasparenza e affidabilità. Per il resto: affari loro e del mercato. Ma non andrà cosi, perché non solo si parla di intervento pubblico, ma il ministro dell’economia, Pier Carlo Padoan, ha detto di averne parlato con la Commissione europea e di avere chiarito che non si tratterebbe di aiuti di Stato (che sono proibiti). Se il dubbio c’è vuol dire che il problema sussiste. Il governatore della Banca d’Italia, Ignazio Visco, ha detto che l’intervento pubblico può configurarsi in due modi: a. prestando garanzia; b. defiscalizzando l’operazione. Nel primo caso ci si appoggia ai soldi pubblici, nel secondo si rinuncia al gettito. ln tutti e due si fa riferimento ai soldi dei contribuenti, senza contare che è in discussione anche l’ipotesi di finanziare direttamente il fondo. Si deve fare? A quali condizioni? E che altro è bene fare?

Togliere quei pesi dai bilanci bancari serve a rendere maggiormente possibile l’erogazione di credito verso il sistema produttivo. Sì, si deve fare. Facendolo, però, si alleggeriscono le banche anche dai loro errori. Il che è distorcente e corruttivo, quindi si mettano delle condizioni: a. l’intervento deve essere temporaneo; b. le cartolarizzazioni devono essere negoziabili e le perdite, alla fine, devono essere ripartite per quota fra chi le ha generate; c. nel corso di questa operazione, per tutta la sua durata, ciascuna banca che avrà crediti sgravati nel fondo (a partecipazione o garanzia pubblica, diverso se privato) non potrà pagare un solo centesimo di premi ai propri dirigenti. Il premio, semmai, dovrebbero darlo ai contribuenti. In altre parole: il ricorso alla garanzia pubblica deve essere possibile, ma disincentivato. Il tutto senza dimenticare che il nostro è un sistema esasperatamente bancocentrico. Siccome non siamo geneticamente diversi da paesi dove la realta è più equilibrata, la ragione va cercata in un fisco satanico, nemico dell’impresa, e in una burocrazia stregonesca. Mali per curare i quali non servono i soldi del contribuente, ma serve prendergliene di meno e ridurre o cancellare superfetazioni inutili e dannose.