davide giacalone

Otto motivi per bocciare “la buona scuola”

Otto motivi per bocciare “la buona scuola”

Davide Giacalone – Libero

Stiamo assistendo all’ennesimo spreco. La Camera dei deputati vota la riforma della scuola, consegnandola al Senato in un tripudio di politichese fine a se stesso. Ma per l’istruzione è ancora un’occasione persa. Per anni, ancora, parleremo di riforme scolastiche, con un percorso lineare che, a confronto, l’arabesco sembra un’autostrada nel deserto. Vediamoli, i punti qualificanti della riforma. Ma prima osserviamo il contesto: l’opposizione di destra non è riuscita a trovare una posizione o una tesi che ne rendesse distinguibile la politica; quella di sinistra, interna ed esterna alla maggioranza, insegue fantasmi e slogan che la relegano fra i ferri vecchi di un ideologismo estraneo alla realtà; il ministro dell’Istruzione non ha avuto alcun ruolo significativo, se non quello di essere rimasta al suo posto, cosa che deve all’avere cambiato partito, tradito gli elettori e trasmigrato trasformisticamente nel partito del nuovo capo; il governo esulta per la vittoria, ma, come vedremo, su non pochi punti mente sapendo di mentire. Ora la carovana trasloca al Senato, ove la più risicata maggioranza rende più emozionanti i voti. Il tutto, però, ignorando la sostanza. Cui ora mi dedico, dividendola in 8 punti.

1. ASSUNZIONI

La sostanza più sostanziosa consiste in 160mila assunzioni. Roba da matti, ma è così. Quanti insegnanti servono e a cosa, quindi di cosa devono essere capaci, sarà stabilito dopo averli assunti. Che altro devo dire? Giusto che 100mila sono promessi per quest’anno, dalle graduatorie a esaurimento. Quelle in cui c’è tanta gente che non ha fatto nulla di male, ma non ha mai neanche fatto un concorso. Cittadini truffati, che a loro volta incarnano una truffa. Per assumerli con un pizzico di cervello occorrerebbe fare i piatti entro giugno, quando la legge non sarà stata approvata. Quindi, delle due l’una: o non verranno assunti, o lo saranno a piffero. Propendo per la seconda. Intanto si vota, poi si vede. Achille Lauro sarebbe commosso. Assunta questa massa di persone i precari non saranno esauriti, quindi andranno a prender punti di vantaggio in un ipotetico futuro concorso. Mentre passano in coda quelli che il concorso lo hanno fatto e vinto, nel 2012. Pensare che la scuola sia un diplomificio non è bello, ma questa è un assumificio, che è pure peggio.

2. AUTONOMIA

La legge sventola la bandiera dell’autonomia scolastica. Al punto che nasce il Ptof (Piano triennale di offerta formativa). Il fatto è che quella bandiera garrisce al vento già da tempo, senza che abbia prodotto nulla di men che ridicolo. La libertà culturale non può essere territoriale, semmai individuale. Ha un senso se le famiglie possono scegliere la scuola, portandosi dietro i soldi. L’autonomia è una gran presa per i fondelli, se poi tutto confluisce nell’esame di Stato che presiede al totem baluba del valore legale del titolo di studio. Il Ptof «esplicita la progettazione curricolare, extracurricolare, educativa ed organizzativa che le singole scuole adottano nell’ambito della loro autonomia». Vorrei sapere cosa ha studiato chi compita in tal modo. Ma vorrei anche sapere come può esistere un esame di Stato se ciascuno fa quel che gli pare. Esiste perché la premessa è falsa. Tutto qui.

3. LAVORO

Ci sarà alternanza fra scuola e lavoro. Bene, una buona cosa. Se fosse una cosa, però. Negli ultimi tre anni della secondaria ci sarà alternanza fra scuola e lavoro. Almeno 400 ore nei tecnici e professionali e 200 per gli altri. Occhio al punto rivelatore: si potranno fare anche durante le vacanze. Questi hanno confuso l’attività lavorativa a scopo formativo con i lavoretti per guadagnarsi le vacanze, che da noi non esistono perché il datore di lavoro rischia la galera. Quel sistema funziona dove le aziende mettono bocca nella formazione e le scuole mettono piede nelle aziende. Altrimenti si chiamano «gite». Funzionano, inoltre, se non si limitano a occupare ore, ma se possono poi essere valutate. Chi e come dovrebbe farlo è un mistero che la riforma lascia tale.

4. SUPER PRESIDE

Il super preside non esiste. Egli, infatti «nel rispetto delle competenze degli organi collegiali, garantisce un’efficace ed efficiente gestione delle risorse umane, finanziarie, tecnologiche e materiali». Come ora, che non riesce a farlo. Possono scegliere chi assumere? No, possono piluccare negli albi territoriali. Possono formare una squadra di docenti che li coadiuvino. Funzionava cosi anche nella mia scuola, e parliamo dello sprofondo del secolo scorso. Possono valutare, confermando o allontanando, i neo assunti con contratto annuale. Ma a parte il fatto che quelli sono i 100mila cui è stata promessa la stabilizzazione a vita, come li giudica? Con che criteri? La verità è che tutto il capitolo dell’autonomia e dei poteri è un gran gargarismo, se a quelli non si legano i soldi, se al risultato formativo, misurato sugli studenti, non si associa la destinazione dei fondi.

5. SOLDI

A proposito di fondi, non è passata l’idea del 5 per 1000, che il contribuente potrebbe assegnare alla scuola frequentata dai figli. È stato stralciato, non cancellato. Avrei due obiezioni: a. Pago già, per la scuola, con le imposte sul reddito e le tasse d’iscrizione, quell’idea può venire solo a gente che non s’è mai guadagnata da vivere o ha sempre evaso le tasse, sicché non sa cosa significa pagare due volte la stessa cosa; b. In quel modo i soldi vanno non dove c’è la migliore qualità, ma genitori più ricchi.

6. DETRAZIONI

Buona la possibilità di detrarre, fino a 400 euro l’anno, le spese sostenute per mandare i figli alla scuola privata. Ma trattasi di occasione persa. Intanto perché 400 euro sono pochi. Poi perché si sarebbe dovuto operare in modo da far diventare ricche le scuole pubbliche buone, introducendo il buono di cui la famiglia dispone liberamente. Quello avrebbe comportato libertà di scelta, ma anche di premio alla qualità. Invece no, solo lo sconticino. Buono per il principio, ma solo per quello.

7. TECNOLOGIA

Nuove materie e nuovi insegnamenti restano lettera morta, perché sommersa dai vecchi insegnanti. 30 milioni sono stanziati per favorire l’aggiornamento tecnologico e la cultura digitale. Errore: bastava usare i soldi che ogni hanno si fanno buttare alle famiglie nei libri di testo, in questo modo disponendo di cifre serie (30 milioni non lo è) e digitalizzazione reale. In quanto al bonus di 50 euro a insegnante, dico solo che con le scarpe di Lauro, almeno, si camminava.

8. VALUTAZIONE

In quanto alla nuova scuola, intesa come nuova formazione culturale, è relegata nelle deleghe al ministro. Mica è di quello che si occupa la riforma. Aggiungete che continua a non esserci una valutazione costante, oggettiva e indipendente degli studenti e della loro crescita, quindi dei loro insegnanti e delle loro scuole. Per premiare i migliori. Tutto questo, quindi, non può che andare nel capitolo degli sprechi e delle occasioni perse.

Troppi errori sui precompilati: Renzi ritira i 730 come le auto

Troppi errori sui precompilati: Renzi ritira i 730 come le auto

Davide Giacalone – Libero

Il 730 semplificato e scaricato si sta incarnando in un’avventura contorta e scaricante. All’orizzonte della precomplicata sorge l’ipotesi della proroga, confermando che così come tutti i salmi finiscono in gloria, tutte le chiacchiere si schiantano ingloriosamente contro la realtà. Che non è quella virtuale e cinguettante, proiettata sugli schermi degli smartphone governativi.

Si partì dicendo che sarebbe stato l’avvento della semplificazione, talché il contribuente non avrebbe dovuto far altro che, ammirato e commosso, constatare quanto il fisco fosse stato equo e preciso nel tracciarne il profilo reddituale. S’aggiunse che accettando quella silhouette non ci sarebbero stati controlli, dacché tutti i dati erano già stati controllati e verificati. Non è vero, scrivemmo. Disfattisti, ci dissero. Peccato che il profilo somiglia sempre di più a una caricatura e che l’Agenzia delle Entrate non abbia controllato nulla, limitandosi a un copia e incolla lacunoso, nel senso che alcuni pezzi se li è persi per strada. Cosi si sono accorti, ad esempio, che nelle precomplicate non sono indicati i giorni lavorativi, rendendo impossibile il calcolo delle detrazioni. Mancano i contributi per colf e badanti. Sono imprecise le rendite catastali. Spesso mancano i redditi aggiuntivi, sebbene i sostituti d’imposta li abbiano segnalati per tempo, inviandone copia sia al fisco che agli interessati (senza dimenticare che hanno avuto il modulo da utilizzare solo una settimana prima della scadenza, il che ha sovente comportato una doppia duplice spedizione).

Cinguetta Matteo Renzi: dall’anno prossimo ci saranno anche le detrazioni sanitarie. Questo lo sapevamo dall’inizio, sia che quest’anno non ci sono sia che dal prossimo ci dovrebbero essere. Speedy Gonzales, a questo giro, è in ampio ritardo. E aggiunge, sempre mediante l’agenzia ufficiale del governo, ovvero Twitter: «lo ripeto tutti i giorni: semplificare, semplificare, semplificare». Ma chi intende raggirare, raggirare, raggirare? Hanno messo su un casotto che la metà basta. Si arriva alla scadenza della Tasi senza sapere quanto pagare e senza che i bollettini precompilati, questa volta previsti dalla legge, siano mai partiti. Che sta dicendo, anzi, cinguettando?

Ecco cosa sta dicendo, anzi, cinguettando: «quasi 300mila italiani hanno già inviato la dichiarazione dei redditi precompilata (promessa già dalla #Leopolda). Critiche e suggerimenti?». No, non lasciatevi tentare, c’è il rischio sia considerato reato. Perché, gentile Leopoldo Speedy, quelli che hanno abboccato, accettando di non detrarre quel che era loro diritto detrarre, non solo potranno essere sottoposti a controlli, ma riceveranno una mail nella quale si spiegherà loro che hanno firmato un documento che può contenere errori. A quel punto saranno presi dal panico e correranno a chiedere l’aiuto degli esperti, ovvero esattamente quelli cui li si sarebbe dovuti sottrarre. I quali esperti, siano essi Caf (centri di assistenza fiscale) o commercialisti, già dicono che, in queste condizioni, è impossibile assicurare una prestazione seria nei tempi stabiliti.

Ed ecco che si parla di proroghe. Tema che richiede una risposta immediata, perché vede, gentile Twitt Gonzales, lei avrà pure esaurito, come ci ha comunicato ieri, «il quarto d’ora di twitter sul fisco», ma se si comincia a parlare di proroga tutto si sbrodola, quindi sarà bene dirlo immediatamente: c’è o non c’è? Smentisca immediatamente, altrimenti nessuno bloccherà lo sbracamento. E se smentisce sarà anche il caso di suggerire all’Agenzia delle Entrate di smetterla di sostenere che ci sono solo problemi di rodaggio, perché le macchine non si collaudano arrotando i passanti. Esiste la possibilità di dire: scusate, fummo presciolosi e avventati. Se, invece, la straziante proroga sarà confermata, ditelo comunque subito, giusto per evitare che chi ancora crede alla parola dello Stato sia il solo a spaccarsi in quattro per tener fede a chi è infedele.

La distanza che c’è fra l’annuncio di cose giuste ­ «sogno di pagare le tasse con lo smartphone», ha pure detto ­ e la realizzazione di pratiche efficienti è lo spazio che divide le politiche propagandistiche dall’arte di governare seriamente. La parte minore è l’ideazione, quella maggiore la messa in pratica. Non viceversa. Il pubblico da assecondare non è quello che spara e gioisce per i titoli, ma quello che porta sulle spalle il peso di un fisco esagerato nelle pretese e satanico nelle modalità. Il mondo reale non è popolato da followers, ma da cittadini che non è il caso di far diventare folli. Anche perché, per difendersi dall’incipiente follia, adottano una soluzione largamente sperimentata: smettono di credere a quel che si dice. Sarebbe una beffarda nemesi, per chi pensò che la parola fosse sufficiente a cambiare il mondo.

Sulla scuola tutti d’accordo: niente riforma, solo assunzioni

Sulla scuola tutti d’accordo: niente riforma, solo assunzioni

Davide Giacalone – Libero

Dalle stanze del governo assicurano che non si faranno barricate, in tema di riforma della scuola. Non sarà come per la riforma elettorale, dicono. Già questo solo serve a capire molto, visto che la riforma del sistema elettorale non è materia governativa, ma parlamentare, al contrario del riordino scolastico. Come a dire: sulla vita dei partiti, delle liste e degli eletti, non molliamo, sul resto accordiamoci.

Ma c’è una seconda ragione, per cui le barricate non avrebbero senso, perché a parte il gusto del baccano i due fronti, presunti contrapposti, sono totalmente convergenti nel volere assunzioni di massa nella pubblica amministrazione. L’unica differenza è che al governo promettono 160mila assunzioni, mentre gli oppositori ne vorrebbero di più. Come selezionarli, chi paga e a che servono sono quesiti lasciati a chi non abbia di meglio da fare nella vita. A chi non eccelle nell’arte del propagandista.

Ieri è stato reso pubblico il rapporto BetterLife, elaborato dall’Ocse. Su 36 paesi l’ltalia si colloca al gradino 23. Non un granché. Sull’istruzione, però, tocchiamo il minimo: 30. Ma degli indici percettivi non mi fido mai. Meglio guardare i risultati dei test Pisa: l’Italia è ai primi posti solo in un caso: giorni persi per studente. Siamo prodigi nel marinare la scuola. Matematica, lettura e scienze nessun primeggiare e spesso sotto la media. Desolante. Disaggregando i dati scopri che l’Italia scolastica riproduce quella produttiva: aree d’eccellenza europea e lande abbandonate alla deriva.

Non cambia nulla

Con la riforma in discussione tutto questo si consolida e conferma, perché si assumono quelli che già ci sono, posponendo anche i pochissimi vincitori di concorso vero. Si raccontano bubbole sulle nuove materie, ma le si mette nelle mani dei vecchi insegnanti. Ciò comporta il consolidarsi delle differenze di censo e di posizione geografica. Dicono: noi spenderemo soldi per la scuola. Falso: li spenderete per fare assunzioni. Roba neanche da democristiani governanti, ma da clientelari decadenti. Ecco la conferma: Davide Faraone, sottosegretario all’istruzione, si domanda perché ci si oppone al potenziamento dei presidi, tanto sono quelli che ci sono già. Si stupisce del fatto che tutti non vedano l’evidenza: non cambia nulla. E, comunque, il governo ha già mollato: l’autonomia scolastica resterà in mani collegiali. Non ci saranno misurazioni serie. Gli studenti svantaggiati resteranno fregati. I docenti cresceranno di numero, senza che la qualità s’alzi d’un capello.

Finta zuffa

Si poteva fare diversamente, facendo coincidere l’aumento del potere dei presidi con l’aumento delle loro responsabilità, promuovendo una seria misurabilità dei risultati (non la burletta dell’autovalutazione, che solo somari in carriera possono proporre senza sghignazzare). Sarebbe dovuto valere per ogni singolo docente, per ogni singolo preside, per ciascuna scuola: più qualità, più risultati, più carriera, più soldi. Lo stesso al contrario, con il segno negativo. Le parti che s’azzuffano, invece, sono solo correnti minimaliste o massimaliste del partito unico dell’assunzione pubblica, aderente alla federazione unica della spesa pubblica. Sono tutti convinti che sia un diritto avere soldi dallo Stato e che la spesa pubblica generi ricchezza. Il che è vero se si tratta di buoni investimenti, è falso se si generano mantenuti. I soldi che si danno agli incapaci vengono tolti ai capaci e quelli che si buttano nella spesa corrente improduttiva sono moltiplicatori di deficit, debito e miseria. Certo che non faranno le barricate: la pensano allo stesso modo.

Local Tax inesistente? Ci costerà più dell’anno scorso

Local Tax inesistente? Ci costerà più dell’anno scorso

Davide Giacalone – Libero

Giugno, è ora di pagare. Naturalmente, come ogni anno, non si sa come e non si sa quanto. Il satanismo fiscale ha una sua maniacale coerenza, accompagnata da aspetti che potrebbero essere considerati intriganti, se solo si coltiva la passione delle messe nere. Nel 2015, fu detto l’anno prima, non ci saranno più l’Imu e la Tasi, sostituite da una tassa unica, la Local Tax (l’Ici era la stessa cosa, nel senso di “comunale”, e l’Imu era la stesa cosa, nel senso di “unica”: l’innovazione, quindi, stava nell’uso dell’inglesorum). La tassa anglofona, promisero, sarà facile e costerà meno. L’annuncio fu poi corretto: per il 2015 non ci sarà ancora la Local Tax, perché sarebbe sciocco bruciare un’idea cosi innovativa e brillante sulla pira della fretta.

Per andare sul sicuro, quindi, si replicherà la tassazione del 2014, ma con due novità: a. Questa volta i bollettini arriveranno precompilati, sicché il contribuente non dovrà fare altro che scucire; b. Le aliquote saranno fissate entro marzo, assieme all’approvazione dei bilanci comunali. Delusi? No, illusi. Perché nulla di tutto questo è avvenuto, visto che il termine per l’approvazione dei bilanci è slittato al 30 luglio, mentre le patrimoniali sulla casa (perché di questo si tratta: patrimoniali sul bene primario degli italiani, mascherate da esazioni per supposti servizi locali) si pagano entro il 16 giugno. E perché è pur vero che l’obbligo d’inviare i bollettini precompilati era stato fissato, niente popo di meno, che nella legge di Stabilità, ma neanche questi ci saranno, perché i Comuni non saprebbero che aliquota applicare. Già, ma la stessa cosa vale per il contribuente. Esatto: quindi meglio scaricare su di lui la colpa. Non vi pare geniale? Belzebù in persona s’è commosso, benché abbia sollecitato gli accoliti a non esagerare in sadismo.

Allora, come si deve fare? Il fisco stregonesco risponde: niente paura, ci date quello che ci avevate dato l’anno scorso, con le stesse modalità, tanto poi, con la seconda rata, vi facciamo avere l’entità del conguaglio, ovvero il di più che ci avreste dovuto dare fin dalla prima, ma che, con la scusa che nessuno vi ha detto a quanto ammontava, ci avete negato. Già, ma non doveva diminuire, la tassa? Occhio a fare certe domande, che potrebbe esserci una soprattassa peri creduloni. In contemporanea si dovrà anche inviare la dichiarazione dei redditi, che per molti doveva essere anche quella precompilata, esente da errori e senza controlli ulteriori nel caso in cui il contribuente avesse accettato i conti per lui fatti dal fisco.

Raccontammo il perché erano bubbole, che i controlli ci sarebbero stati comunque (sui dati originati da soggetti terzi, anche se accettati dal fisco) e che gli errori si sarebbero pagati: cento euro per ciascuno, salvo maggiore addebito per contestata evasione, nel qual caso sono dolori. Prima ci snobbarono, poi ammisero: è esattamente così. Dunque, alla fine, non sai se è meglio la dichiarazione precompilata esistente, dove se firmi sbagli e se non firmi sbagli, o il bollettino precompilato inesistente, perché il governante non fece i decreti e le circolari applicative, sicché il Comune incassante non sa dirti quanto gli devi, ma tu li devi comunque, anche se sei l’unico a non avere mancato ad alcun dovere.

Come volete che riparta un’economia in cui l’amministrazione pubblica non solo non riesce a far scendere le proprie pretese fiscali (previste in aumento per il 2016), ma neanche a dirti quanto le devi dare e come? E nessuno dica che si tratta di cose impreviste, perché le prevedemmo. Si tratta di un’amministrazione incapace e arrogante, al servizio di un gettito il cui unico obiettivo è inseguire e coprire la spesa. In condizioni di almeno parziale serietà il governo, persa ogni possibilità di mantenere fede alle promesse, dovrebbe, se non altro, licenziare i responsabili. Non lo fanno perché i licenziati farebbero ricorso, dimostrando che irresponsabili sono i governanti.

Il governo festeggia il rating sul ciglio del burrone

Il governo festeggia il rating sul ciglio del burrone

Davide Giacalone – Libero

Chi si contenta gode, ma chi s’illude implode. È stato accolto e rilanciato come positivo un pessimo giudizio di Standard&Poor’s. L’agenzia di rating conferma che l’Italia resta a un solo gradino dalla spazzatura, ci basta scendere un pelo sotto il confermato BBB­, cui siamo stati declassati all’inizio dell’anno, perché i titoli del nostro debito pubblico sprofondino all’inferno della non negoziabilità. Ed è stato festeggiato come promettente l’outlook, ovvero la previsione, “stabile”. Come se la stabilità di quel giudizio fosse l’opposto dell’instabilità, quindi di una condizione precaria. È vero il contrario: prevedono che noi si resti esattamente dove ci troviamo, senza peggiorare (cadendo nel baratro), ma anche senza migliorare. Mi è ignoto cosa ci sia da festeggiare.

Siamo stati collocati sul ciglio del burrone, progressivamente degradando il giudizio sulla nostra affidabilità, quando gli spread crescevano all’inverosimile. Considerai quella valutazione ingiusta e troppo punitiva, perché il divaricarsi dei tassi d’interesse, relativi ai debiti pubblici, non andava attribuito a una nostra colpa, ma ai difetti strutturali dell’euro, all’incompiutezza istituzionale della moneta unica e all’inerzia della Banca centrale europea. Ma da allora a oggi le cose sono cambiate, la Bce ha preso ripetutamente (e con successo) l’iniziativa, tanto che, immutate tutte le altre condizioni, gli spread si sono molto ridotti (anche se il nostro rimane costantemente e negativamente più alto di quello spagnolo). Perché, allora, siamo considerati ancora sul ciglio del burrone?

Perché tutto quel che di buono è accaduto non è dipeso da noi. La spesa pubblica per interessi si riduce, ma solo grazie alla Bce. Il prodotto interno lordo sarà positivo, quest’anno, dopo tre anni di recessione, ma la nostra crescita è inchiodata alla metà della media dell’eurozona (S&P prevede, per noi, un +0,4, quindi meno di quel che immagina il governo, sicché a una distanza ancora più marcata dagli altri europei). La svalutazione dell’euro è una buona cosa, per un Paese esportatore, ma, anche questo, un effetto di scelte fatte altrove. Per non dire del prezzo del petrolio. I tagli alla spesa pubblica restano una litania inconcludente.

La pressione fiscale cresce e crescerà, anche secondo le previsioni del governo, che a chiacchiere dice il contrario, quindi farà ancora da ostacolo alla ripresa. La Corte costituzionale ci ha messo anche la ciliegina, che poi è un cocomero capace di schiacciare la torta che il pasticcere governativo confezionò togliendo ai pensionati quel che la legge garantiva loro. Insomma, tutto quel che dentro al cortile italico fa titolare sul ritorno del segno positivo e sulla svolta economica cambia significato, visto da una prospettiva comparata: continuiamo a perdere competitività. Tutte cose che qui abbiamo avvertito per tempo, sebbene parlando al muro. In quanto alla filastrocca delle riforme, presentate come rivoluzioni, quel che ci viene detto è: fateci vedere come funzionano e quali benefici portano, altrimenti, sulla parola, restano solo parole.

Non cambio opinione con il cambio delle stagioni, né climatiche né politiche: le agenzie di rating restano l’incarnazione di un colossale conflitto d’interessi, e resta pericoloso far dipendere i mercati dal loro giudizio. Così come ribadisco che quello sull’Italia è ingeneroso. Ma osservo che quel che prima veniva letto come una bocciatura senza appello, adesso lo si legge come una promozione con lode e incoraggiamento. Non è chiaro quale sia il confine fra propaganda e illusione. Lo è, invece, il capovolgimento della realtà. Che porta male.

Lavoriamo in troppo pochi e non ne usciremo coi “bonus”

Lavoriamo in troppo pochi e non ne usciremo coi “bonus”

Davide Giacalone – Libero

Il lavoro è uno scrigno, ma se ne parla così tanto da trasformarlo in un bidone. È energia (sprecata) per lo sviluppo, ma lo usiamo per sparare dati a casaccio. Quello che conta è uno solo: in Italia lavoriamo in troppo pochi. Meno che da noi solo in Grecia e Croazia. Così s’avviluppa il cane che si morde la coda: una crescita economica che si ferma alla metà della media europea non potrà mai generare nuova occupazione in misura superiore che altrove; una partecipazione al lavoro troppo bassa non potrà favorire la crescita di competitività e ricchezza. Smettiamola di prenderci in giro e guardiamo la fotografia del lavoro. Da lì si capisce cosa si può e si deve fare, per rompere l’incantesimo.

I disoccupati non sono quelli che non hanno lavoro, ma quelli che lo cercano. I non occupati che non cercano lavoro non li trovate in statistica. I nuovi contratti di lavoro non sono necessariamente nuovi posti di lavoro, come ieri ha chiarito Maurizio Belpietro, ma possono essere sostitutivi di altri, sicché non aumentare l’occupazione né diminuire la disoccupazione. I nuovi contratti a tempo indeterminato non sono posti fissi senza scadenza, perché la riforma ha cancellato questo concetto. Semmai sono tempi determinati senza limite temporale. I nuovi contratti sono favoriti dalla decontribuzione, il che comporta la contrazione di un debito futuro. Che giusto ci mancava, quel genere di lungimirante politica. Posti questi paletti, veniamo a quel che c’impala: la partecipazione al lavoro, per i cittadini fra i 20 e i 64 anni, è ferma al 59,9%. Lavora un italiano su tre. Peggio di noi solo Grecia (53,3) e Croazia (59,2). Ma noi siamo la seconda potenza industriale europea!

Combiniamo i dati raccolti dalla Commissione europea con quelli dell’Istat. Ecco l’orrore: nel 2017 la partecipazione al lavoro, in Italia, dovrebbe salire al 62,4%. Evviva? Un corno, perché in Germania sarà al 77,7 e in Francia (Paese malato, non una tigre asiatica) al 69,8. Sembra impossibile, ma c’è di peggio: gli obiettivi comunicati dai singoli governi e discussi con Bruxelles fissano al 67% la partecipazione al lavoro degli italiani entro il 2020. Peggiori del nostro ci sono solo gli obiettivi di Croazia e Malta (62,9). Vuol dire che abbiamo già messo nel conto di perdere ulteriormente competitività, lasciando che gran parte degli italiani non faccia nulla. Dopo avere letto questi dati si capisce meglio il livello di certe discussioni, sugli zero virgola e sulle trasformazioni dei contratti: da imbriachi. Per capire l’inganno basti leggere l’ipocrisia dei giornaloni, a cominciare dal Corriere della Sera, che a pagina uno suona la tromba dei nuovi “contratti” e a pagina tre annuncia che non ci sono nuovi posti di lavoro. Eppure questi dati contengono un valore. C’è un nesso evidente fra il lavorare poco e il crescere poco. Ce n’è fra il non lavorare e il lievitare dell’insicurezza.

In queste condizioni è saggio aprire il mondo del lavoro a tutte le forme di coinvolgimento di nuove forze, senza perdere tempo in inutili chiacchiere sulle garanzie. Un reddito assicura fiducia e autonomia più di nessun reddito. E sebbene sia evidente che l’ottimo e avere un lavoro ricco e garantito a vita, assistito da accumulazioni previdenziali, è altrettanto evidente che inseguendo quel mito abbiamo creato le condizioni per stroncare le gambe alla nostra potenza industriale, dove chi non lavora soffre l’esclusione e chi produce soffre una insensata pressione fiscale, con l’alibi che serva a soccorrere gli esclusi. Il cane, in questo modo, non si morde più la coda, si mangia direttamente il fegato. Pompando la Repubblica dei bonus si potranno anche prendere dei voti, ma solo ove gli elettori credano ancora sia da furbi farsi prendere per allocchi. Il lavoro, in Italia, è un giacimento di ricchezza che c’incaponiamo a non sfruttare, piuttosto blandendolo nel mentre lo si tiene fuori dalla produzione.

Renzi vuole l’Internet di Stato

Renzi vuole l’Internet di Stato

Davide Giacalone – Libero

Sarà pure una corsa verso la larga banda, ma non è il caso di riarruolare la banda del buco. A qualcuno potrà sembrare una novità, ma solo perché ha la memoria corta: già una volta il governo usò l’Enel per ristatalizzare le telecomunicazioni. E fu una tragedia. Non per tutti, però, perché taluni fecero soldi a patate. Seguono nomi e fatti. Tornatici alla mente quando abbiamo letto (Repubblica) che il governo coltiverebbe questo insano progetto. Subito accompagnato dall’immancabile tweet di Renzi: «La Banda Ultra Larga è obiettivo strategico. Non tocca al Governo fare piani industriali. Ma porteremo il futuro presto ovunque». Per aggiornare e allargare la rete di telecomunicazioni il piano industriale ci vuole. Non è compito del governo stenderlo, ma immaginare di farlo fare ad una società controllata dal governo è una scelta politica.

Quella di Telecom Italia fu la peggiore privatizzazione immaginabile e mai realizzata. L’abbiamo dettagliatamente raccontata. Fatto è che, ripetutamente, il governo prova a ficcar le mani dentro quella che è una società privata. Ci provò il governo Prodi, provocando le dimissioni di Marco Tronchetti Provera. Ci hanno provato i governi Letta e Renzi, tentando di vendere a Telecom una società pubblica, Metroweb. Ora ci riproverebbe creando un concorrente diretto, in capo a una società guidata da vertici scelti dalla politica.

Il governo, naturalmente, non dovrebbe avere nessun motivo per difendere Telecom, che di guai ne ha tanti, essendo passata dall’essere una seria multinazionale, capace di creare ricchezza, a una società dialettale, oberata dai debiti. Ma il dovere del governo consiste nel creare le condizioni capaci di far vincere il miglior concorrente, non il fare concorrenza. Senza contare che le continue voci, l’avere appreso che da Palazzo Chigi si voleva dismettere la rete in rame, poi far entrare Cassa Depositi e Prestiti fra i soci, poi che questa avrebbe preso Metroweb e cosi via, sono turbative di mercato. Telecom è quotata in Borsa. E anche Enel lo è. Le chiacchiere, quindi, non sono solo tali.

Veniamo alla novità: usare Enel e i suoi cavi elettrici per diffondere la larga banda, in questo modo polverizzando Telecom e i suoi immobili vertici. L’ho già sentita. Anzi: l’abbiamo già vissuta. Fate attenzione alle cifre e alle date: nel 1997 il governo Prodi vende il controllo di Telecom per 11,82 miliardi di euro; subito dopo una società pubblica, che gestisce un monopolio, l’Enel, riporta lo Stato nelle tlc comperando Infostrada, e impegnandosi a spendere, a beneficio degli inglesi di Vodafone, 11 miliardi di euro. Lo Stato aveva ceduto il monopolista alla stessa cifra alla quale chiedeva di acquistare un concorrente. In realtà, alla fine, fu pagato il 32% in meno, quindi 7,5 miliardi, perché l’antitrust aveva chiesto di conoscere tutte le carte di questa compravendita e analoga istruttoria faceva l’antitrust europeo, così si era già perso del tempo, compreso quello necessario per discutere i ricordi al Tar. Nel mentre questo procedimento andava avanti erano scaduti i termini, fissati al 28 febbraio 2001, previsti dal preliminare di vendita. In quel tempo, oltretutto, i titoli delle società telefoniche erano crollati in tutte le Borse. Grazie a questo Enel chiese di rivedere il prezzo ed ottenne uno sconto. Ma se fosse stato per Enel la mano pubblica avrebbe consegnato agli inglesi i soldi che aveva incassato cedendo il controllo di Telecom Italia.

E ci sono altre due cose, da non dimenticare. La prima: Infostrada teneva nel suo seno la rete telefonica che era appartenuta alle Ferrovie dello Stato. Quella rete era stata comperata, nel 1997, dalla Olivetti, al prezzo di 700 miliardi di lire, pagabili in 14 anni, ed era stata rivenduta dalla stessa Olivetti alla Mannesmann, l’anno successivo, per 14 mila miliardi di lire, senza rateizzazione. Lo Stato ricomperava quella stessa rete che una sua azienda aveva venduto. La seconda cosa da non dimenticare è che la rete Infostrada non venne acquistata da Wind, la società telefonica del gruppo Enel, perché allora vi erano ancora i soci francesi di France Télécom, i quali non avevano alcuna intenzione di svenarsi per una simile operazione. L’acquisto venne fatto da una società di diritto olandese, la Enel Investment Holding Bv. Una società di Stato che usava strumenti da elusione fiscale. Mica male.

Quando, nel 1998, si tiene la gara per il terzo gestore di telefonia mobile, Telecom fa osservare che si troverebbe come concorrente una società partecipata dallo Stato, retta dai soldi degli italiani che pagano le bollette. Il tutto mentre ancora esisteva (ed esiste) la golden share, che assegna al governo il potere di stabilire chi può essere socio di Telecom. Parlarono al vuoto, tanto che Enel, con Wind, vinse la gara. Ma durò poco, perché nel 2006 vendette tutto a Naguib Sawiris, egiziano. Prezzo della vendita: 1,962 miliardi. La sottrazione, rispetto a quanto è costata questa fugace avventura, fatela voi.

Dunque, per tornare al tweet presidenziale: il piano industriale ci vuole, altrimenti riviviamo lo stesso incubo; non tocca al governo, ma è il potere esecutivo a stabilire se una società controllata dallo Stato rientra in un settore che era statale e fu privatizzato; se è questo che hanno in mente, sappiano che non sono dei rottamatori, ma dei restauratori. Del peggio che ci toccò vedere.

Che invidia per gli inglesi: vincono libertà e meno tasse

Che invidia per gli inglesi: vincono libertà e meno tasse

Davide Giacalone – Libero

Avessero avuto l’Italicum non avrebbero potuto scegliere i parlamentari e dovrebbero tornare a votare, per il ballottaggio. Gli inglesi, invece, hanno un sistema elettorale maggioritario, senza sconti per comitive. I parlamentari li hanno scelti uno a uno e il governo lo hanno consegnato, o, meglio, riconsegnato nelle mani di David Cameron, leader del partito conservatore. Governerà disponendo della maggioranza assoluta dei parlamentari (330 su 650), pur non avendo raggiunto il 37% dei voti. Vi sembra esagerato? Margaret Thatcher e Tony Blair ebbero quel tipo di maggioranza sfiorando il 30%. Eppure nessuno ha mai gridato al golpe o al regime, come da noi si starnazza in continuazione. Non perché ci sia un self control very british, ma perché quel sistema elettorale ha validità secolare, senza furbizie oscillanti fra il suino e il latinorum.

Un buon sistema maggioritario ha effetti distorsivi. Per fotografare il voto ci vuole il sistema proporzionale, buono per evitare guerre civili (da noi ha funzionato meravigliosamente), meno per assicurare univocità del potere esecutivo. Tanto per capirsi: i nazionalisti scozzesi, con meno del 5% dei voti, conquistano 56 parlamentari; i liberaldemocratici, con quasi l’8%, ne hanno solo 8; per non dire degli Ukíp, anti Unione europea, che ne conquistano 1, pur avendo preso più del 12% dei voti. Così vanno le cose, perché i voti si contano su base nazionale, ma i seggi si assegnano collegio per collegio, per cui se prendi il 20% (è capitato) nazionale, ma non prevali in nessun collegio, non becchi nulla. Al contrario, ed è il caso del Partito nazionale scozzese, porti una truppa consistente alla Camera dei comuni se i tuoi voti sono concentrati territorialmente. Nessuno grida allo scandalo perché le regole del gioco sono note, non mutate e stabili. Da noi è l’esatto opposto: si approvano leggi elettorali nuove, che però non entrano in vigore e non possono essere utilizzate subito. Per forza che, nel Regno Unito, i vari Ed Miliband (laburisti), Nick Clegg (liberaldemocraticí) e Nigel Farage (anti Ue) si dimettono: mica possono prendersela con il destino cinico e baro, bensì solo con sé medesimi.

Messa d’un canto l’invidia, per tanta civiltà democratica (da noi sarebbe complicato far funzionare quel sistema, ma l’approssimazione francese, con l’uninominale a doppio turno, potrebbe dare delle soddisfazioni), veniamo a considerazioni di ordine generale. Gli sconfitti sono tre: i laburisti, che hanno radicalizzato troppo la loro posizione, confermando la regola dei buoni sistemi maggioritari, secondo cui vince chi riesce a prendere una fetta dell’elettorato altrui; i liberaldemocratici, che si sono svenati in una collaborazione governativa che ha deluso le speranze della volta scorsa e nella quale non sono riusciti a caratterizzarsi; e gli anti Ue, che godono di vasta stampa continentale, ma di minore consenso insulare.

I vincitori sono due: i conservatori, naturalmente, che hanno saputo interpretare la forza del mercato, attirando società e contribuenti dal resto d’Europa, facendo calare il fisco e la spesa pubblica, quindi evidenziando un legame da noi ancora misconosciuto; e i nazionalisti scozzesi, che hanno perso il referendum, segno che l’elettorato non aveva alcuna voglia di separarsi, ma tengono alta una bandiera autonomista che raccoglie un consenso vasto. Senza dimenticare che loro sono europeisti, quindi capaci di dare sostanza reale, e non solo declamatoria, a quella richiesta d’autonomia. Si spera che il voto distenda i nervi, nel Regno. I problemi ci sono, eccome, ma ora il governo è nel pieno dei poteri e può gestirli. Questo dovrebbe aiutare a maneggiare la faccenda del referendum sull’uscita dall’Ue: la classe dirigente inglese è contraria, giustamente, e noi stessi speriamo che non accada. Avere un Paese non statalista e bilancisticamente socialista può essere seccante, in certi negoziati, ma è complessivamente un bene.

Cameron ha ora la maggioranza assoluta, dopo avere governato in coalizione con i liberaldemocratici. La cosa, evidentemente, non gli ha nuociuto. E non ha arrecato danni agli inglesi. Il fatto è che i governi forti esistono solo nei sistemi deboli. La muscolatura elettorale lievita fra i microcefali istituzionali. Quel che conta è la forza di un sistema che si compone di governo, equilibri istituzionali e autonomia del mercato. Da noi si pensa che tutto dipenda dalla forza del governo, dimenticando che 1’Italia ha conosciuto uno straordinario boom economico facendo finta di cambiare i governi come fossero abiti stagionali.

Il sistema inglese ha ripetutamente dimostrato di non essere affatto bipolare o bipartitico. La sostanza è del tutto diversa: l’equilibrio istituzionale è condiviso, sicché non si dubita della legittimità e affidabilità del vincitore, anche se da quello si dissente. Prego studiare, per non continuare a dire sfondoni. Se il sistema elettorale inglese ha funzionato, anche colà hanno fatto cilecca i sondaggi. Il perché è semplice: si sonda efficacemente un mercato dotato di continuità storica. Se a ogni giro cambiano o crescono i corridori, ogni previsione diventa meramente nasometrica. Peggio per chi paga per farsi prendere in giro.

Assunzioni e autopromozioni, così la scuola si boccia da sola

Assunzioni e autopromozioni, così la scuola si boccia da sola

Davide Giacalone – Libero

Due torti non fanno un’istituzione. Quelli che fischiano e scioperano contro la riforma, perché ci vedono la fine della scuola pubblica e l’avvento della spietata meritocrazia, dovrebbero dirci a quali allucinogeni testi fanno riferimento. Inoltre scioperano nel giorno in cui si sarebbero dovuti fare i test per valutare la preparazione degli studenti e protestano perché sono stati spostati per non essere cancellati, a dimostrazione che la scuola è l’ultimo dei loro pensieri.

I governanti che millantano come investimento per l’istruzione l’assunzione ope legis di personale docente, preso dalle pozze stantie e stagnanti delle graduatorie, quindi incorporando in via definitiva quel che non ha portato alcun beneficio neanche in via provvisoria, dovrebbero dirci se pensano di prendere in giro gli altri o se stessi. Pensare che per cambiare la scuola si debba partire con l’assunzione in via permanente di quelli che ci sono già stati e ci stanno, così confermando il passato e zavorrando il futuro, è un totale non senso. Né il governo può nascondersi dietro la sentenza della Corte di giustizia europea, che, dicono, impone quelle assunzioni. Non è vero: la Corte ha evidenziato un danno in capo a chi è stato imbrogliato con le graduatorie; si tratta di risarcire il danno, non d’imbrogliare tutti gli altri. È un tema sul quale ci siamo soffermati diverse volte, né ci sono novità: aumentando la spesa corrente si fa il verso al clientelismo di sempre, altro che cambiarlo.

Occupiamoci di un punto nuovo, rivelatore: il ministero dell’istruzione ha messo in rete un sito per l’autovalutazione delle scuole. È un tema fondamentale, che s’appresta a divenir burletta. In pratica si tratta della versione digitale del celeberrimo quesito: oste, è buono il vino? Ciascun preside si connette e compila il modulo, articolato in 49 indicatori e quesiti. Nessuno potrà chiedergli conto delle risposte che avrà dato, neanche nel caso in cui il vino fosse aceto. Al termine di questa profittevole applicazione, potrà confrontare i propri risultati con quelli che i suoi colleghi hanno inserito, con pari senso della realtà. Utilissimo.

Dice il sottosegretario, Davide Faraone: «Non stiamo mettendo voti né abbiamo creato un sistema per classificare le scuole». Peccato, perché è esattamente quel che si dovrebbe fare. E quelle informazioni dovrebbero essere messe a disposizione delle famiglie, in modo che possano scegliere a ragion ve­duta la scuola cui indirizzare i propri figli e i propri soldi. Certo, anche i soldi, perché la scuola si paga anche quando è pubblica ed è bene che sia il pagatore, non il pianificatore burocratico, a scegliere. Ma non si può fare, perché il personale dipendente è contrario. Non vogliono essere valutati. Il governo dovrebbe rispondere: valutati o licenziati, prego, scegliere. Un docente orgoglioso del proprio lavoro non teme la valutazione, la anela. E vuole che da quella dipenda lo stipendio. Ma sindacati e massa informe sono contrari, perché è dall’informità dell’insieme che discende il loro potere. La valutazione dovrebbe essere indipendente. Qui siamo all’indecenza dell’autovalutazione.

Vi segnalo anche due chicche, passate in commissione parlamentare, quali emendamenti al nulla che è la riforma in gestazione. La prima: le mense scolastiche devono essere rifornite a chilometro zero. Questi hanno scambiato il pasto dei bambini con le minchionerie del ristorante dove si paga di più per potere mangiare di meno. Nelle mense si deve fare attenzione al valore nutritivo dei pasti, non puntare a essere alla moda. La seconda: ci saranno dei corsi contro la discriminazione di genere. Meno male che non hanno pensato alle quote di genere, da rispettarsi per promossi e bocciati, ma la domanda è: tutte le altre discriminazioni sono benvenute? Vorrei sapere quali scuole hanno frequentato i parlamentari votanti roba simile. Se non altro per sconsigliare ad altri di metterci piede.

Tanto più che, dopo avere assunto più di centomila graduatoristi, pensano d’introdurre materie come la logica (per cui non sono portati), la musica (andiamo a orecchio o poi assumiamo maestri?), la computazione (che nel significato di «calcolare» si chiamava matematica) e l’insegnamento delle competenze digitali (credo si debbano pagare i ragazzi, capaci di spiegare molto ai loro insegnanti). In questo guazzabuglio di luoghi comuni e bischerate cubiche, i presidi, che non avranno nessuno dei poteri di cui ai primi annunci, dovranno redigere il Pof (piani di offerta formativa), uditi gli enti locali, le istituzioni, i centri culturali, sociali ed economici del territorio. Dove l’unica cosa chiara è la parola «territorio», che andrebbe zappato, affinché torni a veder germogliare almeno il buon senso.