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CARLO LOTTIERI: Stato-Imprese, un rapporto da ripensare

CARLO LOTTIERI: Stato-Imprese, un rapporto da ripensare

Come evidenzia lo studio di ImpresaLavoro, nel corso degli ultimi anni le imprese fornitrici della pubblica amministrazione italiana hanno subito un danno annuo di circa 6 miliardi a causa dei ritardi nei pagamenti. Si tratta di una cifra altissima, che ci pone al primo posto in questa speciale classifica europea, ma tutto ciò obbliga a fare due considerazioni.
In primo luogo, l’Italia resta ben lontana da ogni regola elementare del rule of law e dello Stato di diritto. La struttura pubblica non si ritiene vincolata al rispetto di quelle regole che i privati devono osservare. In altre parole, il mortificante trattamento subito dalle aziende fornitrici è la riprova del fatto che lo Stato impone regole che esso stesso non ritiene di dover rispettare. In secondo luogo, è chiaro che questo è anche il risultato di un’economia che registra un’eccessiva presenza dello Stato.
È l’interventismo pubblico che ha posto le premesse per tale situazione, in cui è alto il numero delle aziende che producono per la pubblica amministrazione e si muovono quindi nell’orbita del settore politico-burocratico. Di fronte a tale quadro generale, è necessario che si ripensi alla radice il rapporto tra pubblico e privato, tra Stato e imprese, perché solo in tal modo è possibile porre le premesse per un rilancio dell’economia.
Carlo Lottieri, Università di Siena
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SALVATORE ZECCHINI (Board Scientifico): un danno per imprese e cittadini

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I ritardi di pagamento del settore pubblico alle imprese, segnatamente le piccole e medie, rappresentano uno dei fattori che hanno aggravato la crisi dell’ultimo quinquennio, sia sul piano dell’economia complessiva, sia su quello della vitalità del sistema imprenditoriale italiano. Va ricordato che le PMI rappresentano una grossa componente nella formazione del reddito nazionale e sono particolarmente vulnerabili nell’accesso alle fonti di finanziamento. La crisi, innescata nel 2008 dalle gravi insolvenze nel sistema finanziario americano, nel 2011-12 ha assunto caratteristiche prettamente nazionali per le ripercussioni dei notevoli squilibri accumulati nel debito pubblico italiano. Il settore pubblico ha quindi esercitato effetti negativi sulla condizione finanziaria delle imprese attraverso i due canali dei ritardi di pagamento e del rischio d’insolvenza sul suo debito.
Le imprese ne sono state colpite in termini di aggravio del costo del denaro, ma soprattutto attraverso un notevole razionamento dell’offerta di credito bancario alle tante imprese considerate a rischio. In una situazione di forte carenza di liquidità, particolarmente tra le PMI, pagare il debito pubblico commerciale in arretrato è divenuto quindi un fattore essenziale per la sopravvivenza delle imprese e il sostegno all’economia.
In termini di ritardo nei pagamenti rispetto alle scadenze contrattuali l’Italia si pone in una posizione estrema rispetto agli altri Paesi dell’Unione Europea. Si tratta in media nell’anno trascorso di circa 90 giorni in più rispetto alla data di scadenza, con il risultato che i tempi medi di pagamento hanno raggiunto i 170 giorni.
Sia il governo Monti sia quello attuale, pur consapevoli dell’effetto che l’eliminazione dei ritardi avrebbe nell’accrescere il già elevato peso del debito pubblico, hanno messo in campo misure per alleviare il problema. In ciò l’Italia non è l’unico Paese a presentare gravosi ritardi, ma gli altri due Paesi che condividevano la stessa condizione – la Spagna e la Grecia – hanno reagito più rapidamente e con maggiore determinazione. Entrambi hanno ridotto il peso di questi arretrati con il supporto del sistema bancario e delle istituzioni finanziarie estere. Il nostro Paese invece non ha avuto sostegno dall’estero e ha dovuto trovare la soluzione sulla base delle proprie forze e mettendo in campo nuove garanzie al sistema bancario.
È evidente che gli arretrati di pagamento dei debiti commerciali pesano sull’economia, ma gravano anche sulle tasche dei cittadini. Pesano sull’economia in termini di competitività del sistema, pesano sui cittadini che si trovano a dover sostenere il peso di una tassazione aggiuntiva per coprire la mora sugli arretrati. Va peraltro considerato che le imprese che forniscono beni e servizi al settore pubblico sono consapevoli del problema e quindi caricano sui loro prezzi di vendita il costo aggiuntivo che devono sostenere per finanziare le vendite stesse. Ne consegue un ulteriore gonfiamento della spesa pubblica.
La soluzione del problema oggi va vista sotto due profili: 1) abbattere i tempi medi di pagamento per riportarli in linea con i limiti raccomandati dall’Unione Europea (che sono 60 giorni); 2) riportare gli enti territoriali all’osservanza di una disciplina di bilancio anche nelle loro commesse pubbliche. Il contributo di analisi che il Centro Studi “ImpresaLavoro” ha appena pubblicato è molto utile per far comprendere all’opinione pubblica italiana non solo la dimensione del problema, ma i suoi costi più ampi e rappresenta altresì uno stimolo alle autorità ad accelerare quelle misure annunciate (ma non ancora attuate) attraverso un’attenta gestione delle grandezze di bilancio. Queste misure darebbero un contributo efficace a ravvivare la domanda interna, specialmente gli investimenti fissi, nella strategia di rianimazione di una crescita economica, che appare tutt’ora un miraggio lontano.
Salvatore Zecchini, Università Tor Vergata Roma