economia

Cordata Italia

Cordata Italia

Davide Giacalone – Libero

Arrivare in fondo all’anno è l’occasione per misurarsi con il passato e prendere le misure al futuro reale. Se guardate le previsioni che ci riguardano, relative al prodotto interno lordo 2015, vi accorgete che non hanno senso. Variano troppo, andando da una crescita dello 0,1 a una dello 0,8. La migliore è troppo poco. E allora? Se immaginiamo l’anno che finisce come ad una scalata, ci accorgiamo che alcuni membri della cordata sono riusciti a salire più su, mentre altri sono andati più giù. Il baricentro complessivo s’è abbassato, segno che non solo il corpaccione non tiene il ritmo dei più bravi, ma costituisce un peso morto che scende più velocemente di quanto quelli salgano. Dato che il problema collettivo è quello di riagguantare non la crescita dei cinesi, ma l’arrampicarsi degli italiani che stanno in cima, la prima domanda da porci è: chi sono? Sono quelli che si sono rimboccati le maniche e hanno stretto i denti, tirandosi su anziché lasciarsi pendolare.

Sono gli italiani che hanno spinto la crescita delle esportazioni verso gli Stati Uniti (+15% a novembre, dati Istat) e verso il Sud Est asiatico (+19,7). Siamo cresciuti esportando verso i paesi Opec (+ 3,8), come anche in Svizzera (+4). Siamo scesi dove le crisi politiche o economiche hanno lasciato il segno: Russia, Giappone, Mercosur. L’esportazione di prodotti per la cosmesi ha segnato, nel 2014, un +5,5%. In Cina siamo cresciuti meno che nel passato, ma più di quanto siano cresciuti i tedeschi, le cui aziende hanno un accesso al credito più facile e meno costoso. In Cina, poi, abbiamo messo a segno importanti successi nel settore alimentare, rendendo proceduralmente sicura l’esportazione di latte, prosciutti e insaccati. Nel settore navale Fincantieri si consolida protagonista globale. Questo, e altro, non significa che in testa alla cordata sia una passeggiata. Si suda e sbuffa, ma non si molla.

Tre categorie di italiani che lo rendono possibile. Le imprese, che diminuiscono i margini di guadagno, pur di non perdere quote di mercato e clienti. Che migliorano continuamente il prodotto, interpretando correttamente la globalizzazione. I lavoratori, che aumentano impegno, professionalità e flessibilità (si pensi a molti giovani e alle partite Iva, irragionevolmente bastonate), pur di non perdere il lavoro. Le famiglie, che quando possono aumentano il risparmio, sapendo che la sicurezza futura dipende da loro stesse. Non è un’Italia deamicisiana, ma di quello stampo ricorda l’impegno, la serietà e la previdenza.

Questi italiani, attaccati alla roccia e interpreti di un destino antico e nobile, hanno alla vita una corda che lo Stato continua a strattonare verso il basso. Non sono un sostenitore delle teorie anti-Stato (semmai il contrario), ma vedo una scena raccapricciante: cittadini che aumentano sforzi e diminuiscono pretese, zavorrati da uno Stato che accresce le pretese fiscali diminuendo (se possibile) la qualità dei servizi che rende. A cominciare da giustizia e burocrazia. E siccome molti pensano che lo Stato sia la soluzione, e non il problema, ecco che l’andazzo fa da alibi a quanti (troppi) suppongono che la loro condizione di disagio non dipende dal fatto che non producono un accidente, ma dalla eccessiva velocità e cupidigia con cui si muovono quelli che stanno in cima. E’ l’alibi mortale: fermare i veloci, anziché mettere pepe al sedere dei bradipi. Questa massa inerte viene illusa da chi le fa credere che nessuna colpa sia nostra e tutte siano altrui. Si coltiva la corruzione della memoria, facendo credere l’incredibile, ovvero che con una valuta nazionale potremmo svalutare e inflazionare impunemente. Come se questa non fosse proprio la condizione che ci ha ficcati nel toboga del declino. Tale sciocca e colpevole illusione fa credere che si debbano adottare politiche premianti i discendenti anziché gli ascendenti. Tutto qui.

Guardando verso l’alto abbiamo la certezza di un’Italia che può e sa correre, trascinando tutti verso nuove vette. Guardando verso il basso si è presi dalla vertigine di un declino che degenera in degrado, alimentando rabbia e insensata rivalsa. Avendo smarrito il senso politico e cardinale di destra e sinistra, sarebbe saggio adottare un orientamento fatto di alto e basso. Farlo è più facile che dirlo. Non farlo è assai più pericoloso che ignorarlo. Perché la lussuria dell’abisso porta con sé il precipitare nell’imbarbarimento. Se consapevoli, lungo tutta la cordata, non ci farà paura mollare i pesi inutili e dannosi, ma il tenerceli stretti. Come molti continuano a fare.

2015, il nuovo rischio “figuraccia” per l’Italia

2015, il nuovo rischio “figuraccia” per l’Italia

Giuseppe Pennisi – Il Sussidiario.net

Sarebbe ingeneroso commentare il semestre in cui l’Italia ha avuto il compito di presiedere gli organi di governo dell’Unione europea raffrontando le aspettative suscitate dalle promesse dello scorso maggio/giugno con i risultati quali si possono constatare a fine dicembre. Le promesse contengono sempre una buona dose di retorica e si è puntato molto in alto (un’interpretazione  e tensiva di trattati e di accordi inter-governativi in materia di flessibilità) allo scopo di raggiungere  obiettivi più modesti, quali lo scomputo degli investimenti pubblici dal calcolo dei parametri  attinenti al rapporto tra indebitamento netto delle pubbliche amministrazioni e Prodotto interno lordo (Pil). In effetti di concreto si è ottenuto molto poco: lo “scomputo” sarà consentito all’Italia, e ai nostri partner, unicamente per gli investimenti attinenti al quel “piano Juncker” che, come abbiamo scritto, si regge su complicate e strane alchimie e forse non decollerà mai.

Occorre dare atto alla tenacia e all’energia del Presidente del Consiglio, tuttavia, di aver contribuito alle richieste di altri Capi di Stato e di Governo di riportare il tema della crescita nell’agenda europea. Dobbiamo anche dare atto che il semestre ha avuto luogo in un momento particolarmente infausto caratterizzato dal cambiamento della Commissione europea, da un’eurozona additata dal G20 come il grande malato dell’economia mondiale, da una guerra al confine orientale (Ucraina-Russia) e dal Medio Oriente in subbuglio con il sorgere dell’Isis.

La crescita è tornata tra i temi dell’agenda europea, ma non è certo che ne sia l’argomento centrale. Perché l’Italia possa proporre, in seno agli organi Ue, che la crescita abbia un ruolo maggiore deve, innanzitutto, uscire dalla condizione di ultimo della classe, “rimandato e declassato” come ricordato su queste pagine. È necessario ammettere che Governo e Parlamento non hanno dato un bello spettacolo nel completare la Legge di stabilità con il voto di fiducia su un maxiemendamento le cui coperture non sono certe.

Ci sono casi, specialmente se si è stati rimandati agli esami di riparazione, in cui è preferibile qualche settimana di esercizio provvisorio per mettere bene a punto la normativa e presentarsi agli “esaminatori” con un compito ben fatto. Sarebbe disastroso se la prima relazione di cassa, coincidente con la verifica europea del “caso Italia”, mostrasse che siamo stati frettolosi e pasticcioni. Inoltre, le prospettive per il futuro non sono rassicuranti. Abbiamo spesso fatto riferimento alle stime del gruppo del consensus (20 istituti privati econometrici) che, però, hanno una durata di 24 mesi. Rivolgiamoci ad alcune a medio e lungo periodo approvate dai rappresentanti ufficiali del Governo italiano. Le più ottimiste sono quelle della Commissione europea, che mostrano una graduale ripresa sino a raggiungere il tasso di crescita dell’1,1% nell’ipotesi di energiche riforme dei mercati dei prodotti e dei servizi e di un serio programma di privatizzazione. L’Ocse vede un ritorno a un tasso crescita del 2% verso il lontano 2025 , sotto l’ipotesi di politiche ottimali, per poi riprendere a scendere a ragione dell’invecchiamento della popolazione. Per il Fondo monetario internazionale si giungerebbe a un tasso di crescita dell’1,3% (sempre con politiche ottimali) ma subito dopo tornerebbe il declino. L’ufficio studi economici ci vede ansimanti alla ricerca di un tasso di crescita dell’1% l’anno. Se dai grafici e dalle tabelle si passa ai testi, due sono i temi di fondo: la produttività dei fattori e il peso del debito. Sono stati affrontati con l’energia del caso nel corso del semestre? Ce lo chiediamo.

Basta illusioni

Basta illusioni

Enrico Cisnetto – Il Foglio

Ci risiamo. Ancora una volta chiudiamo un anno colmo di promesse – profuse a piene mani 12 mesi fa e reiterate fino all’inizio dell’autunno, quando è stato chiaro a chi non aveva voluto vedere la realtà che anche il 2014 avrebbe chiuso con il segno meno davanti – con la sola certezza di aver buttato l’ennesima occasione. Ancora una volta, la realtà dei fatti è peggiore di ogni previsione, bruciando cosi, oltre alla ricchezza, gli ultimi residui di fiducia nella ripresa, individuale e collettiva. Ma, come al solito prima di Natale e Capodanno, ci viene raccontato, proprio mentre rotoliamo senza freni nel declino, che l’anno successivo sara finalmente quello della svolta. Già, ma che credibilità può avere una simile asserzione se il gioco del posticipo all’anno successivo dell’uscita dalla recessione fa a pugni con un consuntivo di 17 trimestri, sui 28 trascorsi da inizio 2008, di pil in caduta libera?

E sì, perché sono anni che incede la litania di un imminente e prossimo ritorno agli antichi fasti: “I ristoranti sono pieni”, ha ripetuto alla noia Berlusconi; “l’Italia sta meglio degli altri”, sosteneva saccente Tremonti per tutto il periodo che, dal 2001, ha fatto il ministro dell’Economia; “l’anno prossimo arriverà la crescita”, vaticinava Monti a dicembre 2012. E se Letta vedeva “la luce in fondo al tunnel”, Renzi ha subito twittato su #lasvoltabuona. Ecco, non so se per imperizia o malafede – temo sia la prima delle due cause, il che rende più grave la cosa – ma avevano tutti torto marcio, con l’ulteriore e grave responsabilità di aver mentito agli italiani, millantando inesistenti riprese dietro l’angolo, Così, anche questo Natale sotto l’albero troviamo sia la recessione – i dati più freschi che lo certificano sono quelli di Confindustria, secondo cui chiuderemo il 2014 con un calo del pil dello 0,5 per cento e la disoccupazione (se si considera la cassa integrazione) al 14,2 per cento, con 8,6 milioni di persone a cui manca totalmente o parzialmente il lavoro – sia la garanzia che nel 2015 s’invertirà la tendenza. Le indicazioni sono prudenti – almeno questo – ma ci assicurano che già nel primo trimestre del nuovo anno registreremo un +0,2 per cento, che poi si consoliderà in un +0,5 a fine 2015, per arrivare a fine 2016 a +1,1. E comunque un po’ tutti fanno previsioni positive: Fmi +0,8 per cento, Ocse +0,2 per cento, Ue +0,6 per cento, Moody’s +0,5, Fitch +0,6,

Víene da chiedere: su che si basano? Ma soprattutto viene da dire che se anche fosse, ci sarebbe ben poco da “stare sereni”. Anzi, suonano sarcastiche le previsioni di 12 mesi prima della stessa Confindustria, quando si ipotizzava una crescita dello 0,7 per cento per il 2014 e dell’1,2 per il 2015. Come anche quelle di fine 2012, quando si annunciava la ripresa alla fine di un 2013 chiuso poi con un triste -1,9 per cento. Ma non è solo colpa dei calcoli di Confindustria se ai tanti annunci dei governi di centrodestra, alle slide di quelli di centrosinistra o all’ottimismo di maniera dei tecnici è poi seguito solo il timoroso immobilismo della politica e la perenne caduta della nostra economia. Le previsioni le hanno sovrastimate tutti. Per esempio, se un anno fa la Ue prevedeva per l’Italia +0,7 per cento nel 2014, ora stima -0,3. E se l’Ocse scommetteva su un +0,6 per cento nel 2014 e +1,4 nel 2015, oggi rispettivamente -0,4 e +0,2 per cento. E non è un caso che tra tanti numeri il più positivo (Bankitalia, +1,3 per cento) sia anche il più lontano nel tempo. Ma le cantonate peggiori, ça va sans dire, sono state quelle dei governi. Letta scrisse che quest’anno avremmo guadagnato un punto di pil (e 1,7 nel 2015, bum!), Monti azzardò l’1,3, la coppia (scoppia) Berlusconi-Tremonti addirittura l’1,6, mentre lo stesso Renzi, solo qualche mese fa, ipotizzò lo 0,8.

Purtroppo questa abitudine degli esecutivi di annunciare rose che non fìoriranno, oltre a mistificare la realtà, esclude una vera presa di coscienza della realtà e ogni possibilità di cogliere le occasioni che si presentano, che non mancano ora come non sono mancate in passato. Dopo il flusso positivo della prima metà del 2014 dovuto alla favorevole congiuntura internazionale e a un’apertura di credito al governo Renzi, i capitali stranieri sono ora tornati a scappare dall’Italia (saldo negativo di 30,3 miliardi ad agosto e di 37 a settembre) e non basteranno le rassicurazioni di Padoan rivolte in un seminario a porte chiuse a decine di grandi investitori internazionali.

Adesso, però, contrariamente agli anni scorsi, c’è da sfruttare una congerie di fattori favorevoli. Prima di tutto il dimezzamento del prezzo del petrolio, che secondo Confindustria potrebbe generare un risparmio di 14 miliardi annui e 3 decimi di punto sul pil 2015 e mezzo punto nel 2016, Poi il cambio dell’euro sul dollaro (dall’1,38 di gennaio all’1,22 odierno, -11 per cento) che ha già spinto l’export extra-europeo (+6,2 miliardi nel 2014, una performance che non si vedeva dal 1993). Quindi i tassi d’interesse, mai così bassi e destinati a rimanere tali (salvo impennate dello spread per ragioni politiche). Nel 2014 il combinato disposto di questi tre fattori ha portato vantaggi esigui rispetto alle potenzialità. Ora tocca a noi metterli a frutto. Come? Una cosa è sicura: evitare di avere già il risultato in tasca. Tanti auguri e arrivederci al 2015.

Soltanto investire fa rima con ripartire

Soltanto investire fa rima con ripartire

Guido Gentili – Il Sole 24 Ore

Un grande sistema economico che abbia subìto i danni di una lunga guerra e che abbia ritrovato occupazione e reddito rapidamente, senza aver fatto leva sugli investimenti, pubblici e privati, non si è mai visto. Il discorso può valere in generale per l’Europa, che al suo interno presenta casi diversi, diverse velocità di uscita dalla crisi e profondi divari innovativi, ma che comunque si ritrova nel complesso più che un passo indietro rispetto agli Stati Uniti. Di sicuro il problema investe l’Italia, che dentro di sé – nel Mezzogiorno – rintraccia i numeri di una catastrofe demografica e sociale e un orizzonte di abbandono non solo industriale.

Senza investimenti può esistere un presente che compra un po’ di tempo per la sopravvivenza giorno per giorno, ma non c’è futuro. Così la fiducia dei cittadini e delle imprese, entrambi contribuenti super tartassati, non corre e non si propaga. E se poi a tutto questo aggiungiamo (si veda l’inchiesta su Mafia Capitale) il carico delle evidenze che emergono in tema di corruzione e di pubblica amministrazione, nessuno può meravigliarsi se il Paese non dà segni visibili di ripresa.

È probabilmente questo il quadro che ha fatto (e fa) da sfondo al tentativo del governo Renzi di alzare la domanda interna con i famosi 80 euro in busta paga (rinnovati anche per il 2015), il taglio del fisco sul lavoro e la riforma del mercato del lavoro prevista dal Jobs Act. Una scommessa difficile mentre procede, sempre sul filo del rasoio, il confronto con l’Europa e in un’Europa dove rispuntano gli incubi del caso Grecia, e mentre la carta del “piano Juncker” da oltre 300 miliardi di investimenti (ma solo sulla carta, come sappiamo) a tutto fa pensare meno che a un jolly vincente. Certo il nuovo, possibile corso della politica monetaria espansiva della Bce firmata da Mario Draghi può darci una mano. Ma sarebbe un errore molto grave pensare che la svolta di Francoforte possa sostituirsi a una politica riformista e innovativa. Dove gli investimenti sono a questo punto una componente decisiva e non incidentale.

L’economista Jeffrey Sachs ha parlato di recente di «sciopero degli investimenti» (in particolare nel settore dell’energia sostenibile) negli Usa e in Europa e di come questa paralisi è stata interpretata dai neo-keynesiani e dai sostenitori dell’offerta. I primi finiscono per promuovere “espedienti” (tassi d’interesse zero e incentivi) invece di incoraggiare l’adozione di politiche ben definite e “liberare” gli investimenti pubblici e privati intelligenti. I secondi sono indifferenti alla dipendenza degli investimenti privati dagli investimenti pubblici complementari e auspicano una riduzione della spesa pubblica «pensando, ingenuamente, che il settore privato possa magicamente colmare le lacune, ma riducendo gli investimenti pubblici non fanno altro che ostacolare gli investimenti privati».

Dibattito intenso. Nella pratica l’Italia, oggi anche in nome di un pareggio di bilancio costituzionale che non prevede però tetti né per l’aumento delle tasse né per quello delle spese, ha fatto per anni e anni la scelta peggiore e più miope: giù gli investimenti pubblici strategici per il futuro del Paese, su le spese correnti e la pressione fiscale. E quanto alla “ricaduta” sugli investimenti privati, che questi, i privati, si arrangino (ma loro fanno anche assai di più, come dimostra il progetto per la Grande Milano degli industriali lombardi). In un quadro dove l’aumento dei costi burocratici e amministrativi si accompagna, nel rapporto con lo Stato e i suoi bracci operativi, a un assetto giuridico incerto, mobile e improntato alla più ampia discrezionalità anche sul terreno dei diritti proprietari.

Investimenti: una parola abusata, ricorrente all’infinito, che fatica però a ritrovarsi nei numeri che servono e soprattutto nei fatti. Non è una sorpresa, ma deve essere chiaro che senza questi non si esce dall’economia di guerra.

Gli “attacchi a orologeria” di fine anno sull’Italia

Gli “attacchi a orologeria” di fine anno sull’Italia

Giuseppe Pennisi – IlSussidiario.net

Una mera coincidenza casuale? Si potrebbe pensare. Tuttavia, è curioso che proprio nei giorni di vigilia dell’ultimo Consiglio europeo a presidenza italiana (il prossimo avverrà almeno tra quattordici anni) uno dei più noti, se non più autorevoli, economisti europei, Daniel Gros, direttore del Center for european policy studies, divulghi un’analisi (il Ceps Policy Brief No. 326) che contraddice una delle linee di fondo dell’azione dell’Italia negli ultimi mesi.

E anche curioso che in parallelo, sempre sabato 13 dicembre, quando nei Paesi nordici si festeggia Santa Lucia al lume di candele, Jens Weidmann, presidente della Bundesbank, in un’intervista a Repubblica, non a un quotidiano o periodico tedesco, si scagli apertamente contro il Presidente della Banca centrale europea (Bce) Mario Draghi affermando: “L’acquisto di titoli sovrani nell’Eurozona è da valutare diversamente che in altre aree valutarie”. “In Europa accanto alla politica monetaria comune abbiamo 18 Stati con politiche finanziarie indipendenti e rating e situazioni di debito ben diversi. Ciò crea tentazioni di indebitarsi di più e scaricare le conseguenze sugli altri”. Frase non solitaria – Weidmann è considerato il proprio faro da un gruppo di Governatori di banche centrali europee – e con la quale si intende seppellire, una volte per tutte, quelle manovre monetarie “non convenzionali”, altro punto di fondo del semestre in cui l’Italia ha avuto l’onere di guidare gli organi di governo dell’Unione europea.

Ancora più curioso, infine, che il lavoro di Gros e l’intervista di Weidmann avvengano proprio mentre a Roma, il 12 e il 13 dicembre, si teneva una conferenza su “Investire sull’Europa a lungo termine”, in cui si sono alternati sul podio o nelle tavole rotonde circa quaranta relatori, tra cui due Ministri in carica, due Commissari europei, il Vice Segretario Generale dell’Ocse ed esponenti non solo delle maggiori istituzioni internazionali ma anche di quella che viene comunemente chiamata “società civile”.

Gli argomenti di Weidmann non solamente riflettono un punto di vista espresso, in maniera più sfumata, altre volte e chiariscono le posizioni assunte il 4 dicembre al Consiglio Bce, ma avvengono proprio mentre si paventa una nuova crisi greca, di cui, secondo studi interni della Bundesbank, l’Italia potrebbe essere la cinghia di trasmissione che contagerebbe il resto d’Europa.

Più complesso il lavoro di Daniel Gros, in quanto avanza un’ipotesi intrigante: il tanto lamentato declino del tasso d’investimento dal 2007 (particolarmente accentuato in Italia e altri paesi dell’Europa meridionale) sarebbe più fittizio che reale, poiché negli anni precedenti la crisi l’investimento sarebbe stato drogato da un eccesso di liquidità e di credito. Inoltre, un aumento dell’investimento avrebbe pochi effetti in un’Europa la cui popolazione e il cui apparato produttivo sono in veloce invecchiamento e in cui la produttività totale dei fattori produttivi ristagna. “Di per sé – afferma Gros in toni un po’ apodittici – la riduzione della produttività totale dei fattori produttivi abbassa il tasso d’investimento”.

Non è questa la sede per indicare come la conferenza sugli investimenti a lungo termine del 12-13 dicembre a Roma (gli atti saranno tra breve disponibili sul sito della Federazione delle Banche, delle Assicurazioni e della Finanza) abbia implicitamente risposto a queste critiche, specialmente alla seconda. In una fase come l’attuale, nell’eurozona, un aumento dell’investimento a lungo termine è essenziale sia per una migliore utilizzazione, nel breve periodo, della capacità di produzione, sia per un aumento, nel medio e lungo termine, della produttività dei fattori. Su questo punto, al convegno di Roma, la risposta è stata unanime. Soprattutto ha riguardato non solo l’infrastruttura tradizionale (strade, ponti, aeroporti), ma anche le reti e l’infrastruttura sociale (scuole, giardini d’infanzia, ospedali, social housing).

È difficile dire se l’appello per una politica di crescita imperniata sull’investimento di lungo periodo sia un esito del “semestre italiano” oppure il frutto dell’esigenza fortemente sentita che l’Europa riprenda a crescere. È certo comunque che se non si investe non si produce per il futuro e non si cresce.

Gli errori di Roma e Berlino

Gli errori di Roma e Berlino

Stefano Lepri – La Stampa

In Germania, parlar male dell’Italia è un espediente efficace per nascondere il fiato corto del successo tedesco. In Italia, parlar male della Germania serve benissimo a sviare l’attenzione dai guai di casa, i giovani senza lavoro come lo scandalo romano. Purtroppo, dato che la politica francese rimane in stato confusionale, il dibattito nell’area euro rischia di ridursi a questo. Volendo essere ottimisti, la reciproca diffidenza potrebbe diventare incentivo a comportarsi meglio. Però gli strumenti sono rozzi, se per pungolare il governo italiano alle riforme (cosa necessaria) si continua a minacciarlo, come ieri all’Eurogruppo, perché non adotta una ricetta in questo momento inadatta (le regole di bilancio del «Fiscal Compact»).

Con un passo avanti, il documento approvato a Bruxelles almeno condona all’Italia il mancato rispetto della regola del debito. Continua invece a insistere sull’«obiettivo di medio termine» di calo del deficit. Il limite delle regole per governare l’area euro è appunto che sono severe dove in questo momento meno serve, e lo sono poco nei campi dove è oggi urgente agire. Magari avessimo strumenti più efficaci – come quelli sollecitati da Mario Draghi – per spingere sia la Germania a correggere ciò che il resto del mondo le rimprovera (eccesso di risparmio e carenza di investimenti) sia l’Italia a mettere ordine in casa propria. Non li abbiamo, e per evitare di infilarci in circoli viziosi occorre un sovrappiù di inventiva.

Da entrambe le parti è necessario resistere alla tentazione di indicare colpevoli di comodo. Nel nostro caso, significa non illudersi che senza regole europee, o addirittura senza euro, staremmo meglio. L’alto debito italiano resterebbe un fardello in qualsiasi situazione immaginabile, e se smettessimo di pagare il 60% del danno cadrebbe su noi stessi. Può essere interessante guardare al Giappone, Paese diversissimo dal nostro ma che paradossalmente incarna alcuni sogni della politica italiana. Ha un debito pubblico ancora più elevato ma stabile perché in moneta nazionale e detenuto in grandissima parte all’interno. Dunque senza immediati rischi può spendere in deficit nel tentativo di rilanciare l’economia. Eppure è da lunghi anni che la ricetta del deficit non funziona; continua a nutrire una classe politica – assicura chi conosce entrambi i Paesi – non migliore della nostra. Per di più, di questi tempi la Banca centrale acquista la gran parte dei nuovi titoli di Stato emessi, con una espansione monetaria assai più massiccia di quella che attendiamo dalla Bce.

Con un po’ di ironia, si potrebbe aggiungere che il Giappone è inoltre il sogno della Lega Nord, perché ha pochi immigrati, o degli imprenditori, perché i profitti sono alti. Di nuovo in recessione dopo lunghi anni di ristagno, ricorre ora a elezioni anticipate nella speranza che rafforzino il governo. Agli occhi dei tedeschi, dà la prova che le ricette opposte alle loro non funzionano. D’altronde, nell’area euro almeno una parte dei mali va attribuita all’austerità a tempi stretti che ancor oggi è la prescrizione numero uno a Berlino. Senza cedere a certezze prefabbricate, sarebbe bene discutere insieme di rimedi nuovi, adatti a una crisi mai vista prima. Ciò che manca ovunque è la capacità di rinnovare strutture economiche e amministrative logore. Sia nella Francia che non sa fare riforme, sia nella Spagna che ne ha fatte (non molte) alla tedesca, gli attuali governi non hanno più l’appoggio della maggioranza dei cittadini. Il governo italiano deve rimuovere ostacoli forse ancor più grandi, ma almeno un patrimonio di consenso lo ha ancora: non lo sprechi, è una speranza anche per gli altri.

L’Ue: nel 2015 servono 6 miliardi in più

L’Ue: nel 2015 servono 6 miliardi in più

Marco Zatterin – La Stampa

Nessuna sorpresa, a Palazzo Chigi, quando il ministro delle Finanze tedesco Wolfgang Schaeuble è arrivato ieri mattina all’Eurogruppo e ha espresso apprezzamento per lo sforzo italiano per le riforme, ricordando fra l’altro che da noi «è passata una riforma rilevante del mercato del lavoro». Era il segnale di distensione atteso sulle rive del Tevere, un gesto maturato nella seconda parte della domenica quando Matteo Renzi e Angela Merkel si sono sentiti in una telefonata di messa punto, resa necessaria dal rimbalzare delle polemiche sull’intervista della cancelliera alla Welt am Sonntag. Risulta che i toni di Berlino siano stati accomodanti, che Frau Merkel abbia ridimensionato la questione, e annunciato che Schaeuble sarebbe arrivato a Bruxelles con un ramoscello d’olivo. Così è stato. Messa giù la cornetta, il premier che le cronache davano in precedenza parecchio irritato, si confessava convinto che l’incidente fosse rientrato e il caso potessi dirsi chiuso.

Le interpretazioni contano parecchio di questi tempi, specie perché economia e assetti politici instabili in tutto il continente alzano il livello di sensibilità dei governi europei. Il clima si riflette bene nei toni delle pagelle delle leggi di Stabilità europee riesaminate dall’Eurogruppo, esercizio in cui i ministri economici dell’Eurozona si sono concessi una dose ricca di cerchiobottismo, originando un comunicato che lascia aperte molte letture. Soprattutto sui paesi rimandati a marzo, Francia, Belgio e Italia. E in particolare su quest’ultima. Il dato politico nostrano è che l’Eurogruppo è d’accordo con il rinvio a marzo del giudizio sulla legge di Stabilità e approva l’«ampia agenda di riforme» del governo Renzi. Quello tecnico è che i ministri di Eurolandia condividono l’analisi secondo cui Roma «rischia di non rispettare il Patto di Stabilità», misurano la differenza fra la correzione dei conti richiesta e quella promessa in 0,4 punti, quindi ricordano che «misure efficaci sarebbero necessarie per un miglioramento dello sforzo strutturale».

Il numero è preciso, la strategia no. «Il divario va colmato – spiega il presidente dell’Eurogruppo, Jeroen Dijsselbloem -. Lo si può fare con nuove misure o attraverso la valutazione di quelle già prese, o ancora la Commissione può dire che lo 0,1 è lo 0,2…». Basta il risultato. E allora? Facciamo bene e poi vedremo. Ci sono oltre tre mesi per negoziare. Le parole scritte sono più insidiose di quelle pronunciate dagli alfieri dell’Eurozona. In linea con la Commissione Ue – mossiere nel processo di coordinamento economico e finanziario del semestre europeo -, l’Eurogruppo ammette il rischio di sforamento dell’Italia rispetto agli obiettivi di medio termine e, «mentre riconosce che le sfavorevoli circostanze economiche e l’inflazione molto bassa hanno complicato la riduzione del debito», ribadisce che «l’alto debito rimane una ragione di preoccupazione». E’ qui che si rimarca il «gap» di 0,4 punti di pil (6 miliardi abbondanti) sul deficit strutturale e si auspica efficacia nelle misure. «Nessuna richiesta aggiuntiva: legge di stabilità 2015 attuata in modo efficace rilancerà economia italiana», twitta il ministro Padoan. Il testo, in effetti, non ne parla.

Ciò non toglie che lo stesso Dijsselbloem ricordi che ogni paese a rischio di non rispettare l’europercorso «dovrebbe prendere nel momento opportuno le misure appropriate». Bruxelles attenderà marzo e l’olandese – alla stregua di Pierre Moscovici, commissario per l’Economia e pure Wolfgang Schaeuble – ribadisce che «il tempo a disposizioni deve essere utilizzato per colmare il divario». Risponde il ministro Padoan: «Siamo molto determinati a mettere in pratica il programma come l’approvazione della riforma del lavoro ha dimostrato». Pertanto, aggiunge con riferimento alla polemica innescata con la Merkel, «non condividiamo riserve del genere».

Ai piani alti della Commissione le contese bilaterali paiono un elemento di disturbo, ma nessuno lo dice. Moscovici sembra pensare all’Italia quando afferma che «rispettare le regole è assicurarne la credibilità», ma anche alla Germania con il suo «dobbiamo tenere conto di quello che è possibile fare». E se qualcuno non ci riesce? «Non ci mettiamo in questa logica – risponde il francese -. Noi lavoriamo perché le cose vadano secondo i programmi».

Senza riforme lo scudo Bce non ci salverà

Senza riforme lo scudo Bce non ci salverà

Fabrizio Forquet – Il Sole 24 Ore

La tenuta dello spread BTp-Bund, dopo il declassamento di Standard & Poor’s, non deve ingannare. L’Italia si giova in questa fase dell’attesa del Quantitative easing, dato ormai sui mercati come un’opzione più che concreta. E questa fiducia fa premio su qualunque altra considerazione. Perdere di vista, però, che il nostro Paese resta fortemente a rischio nei giudizi degli investitori internazionali sarebbe un errore madornale. Era la seconda metà del 2010, quando in un’intervista al Sole 24 ore l’allora ministro dell’Economia osservava: «La curva dei tassi italiani è da tempo nella media europea. Oggi è a un tranquillo 127. Detto per inciso i debiti sovrani non sono più tanto di moda sui mercati finanziari». Dopo meno di un anno i tassi italiani avrebbero cominciato la loro corsa fino a portare lo spread al drammatico 575 dell’autunno 2011.

Ieri i decennali hanno chiuso con uno spread a 122, molto vicino a quel 127 che dava tranquillità a Giulio Tremonti, ma oggi come allora non c’è alcuno spazio franco su cui poter contare. C’è il possibile scudo del Qe, ma comprare titoli italiani a dieci anni con un rendimento sotto il 2 per cento resta una scelta tutt’altro che scontata. Perché non scontata è la sostenibilità del nostro debito, senza crescita economica e con una deflazione divenuta ormai realtà. Al di là della scarsa credibilità delle agenzie di rating, che ormai non muovono più i mercati come una volta, il declassamento da parte di S&P’s ha evidenziato un tema che è ormai sulla bocca di tutti nel mondo finanziario: la mancata crescita rischia di rendere davvero il debito pubblico italiano poco sostenibile, malgrado gli avanzi primari e gli esercizi di rigore. Sarebbe un grave errore se, in questa situazione, la politica italiana si adagiasse sotto lo scudo del possibile Qe. Si adagiasse e pensasse di potersi permettere di girare a vuoto per mesi tra tatticismi e agguati parlamentari sui temi del Quirinale e delle riforme istituzionali.

Al contrario vanno fatti subito e bene i decreti attuativi del Jobs act. Tenendo molto presente che l’obiettivo di creare posti di lavoro si centra se si rende davvero più agevole alle imprese assumere, in termini di costi e di regole. Allo stesso modo non va sprecata l’attuazione della delega fiscale per rendere, se non più amico, almeno meno persecutorio il fisco italiano. Vanno portate a casa le modifiche alla manovra con un pacchetto di misure in favore degli investimenti e dell’economia reale, a cominciare dal trattamento fiscale dei grandi macchinari imbullonati (presse, forni…) che solo la irragionevolezza del fisco italiano (e soprattutto locale) può equiparare a beni immobili.

Piuttosto che organizzare manipoli di guastatori pronti ad affossare candidati al Colle, sarebbe un grande messaggio verso il Paese se ogni forza politica contribuisse ad affrontare il nodo delle 8mila società partecipate intorno alle quali ogni giorno si alimenta il malaffare e muore un pezzo di economia italiana. È il buco nero della spending review, tocca interessi trasversali, anche vicini al governo dei sindaci, ma come dimostra l’inchiesta romana è un cancro di cui non può non occuparsi la politica prima che debba farlo la magistratura. Se Renzi davvero non vuole «lasciare Roma – e non solo Roma – ai ladri», sarebbe ora di passare ai fatti sulla dismissione, l’accorpamento e il risanamento di queste società.

Se però la politica italiana è chiamata oggi più che mai a dimostrare responsabilità, c’è davvero da domandarsi sulla ragionevolezza di chi ci guarda da Bruxelles. La rigidità con cui ieri l’Italia è stata richiamata alla correzione dello 0,5% del rapporto deficit/Pil per il prossimo anno è un’offesa al buon senso. Tanto più stridente nel momento in cui è la stessa Banca centrale europea ad aprire a una politica più espansiva. Non basta, dice la Commissione, la correzione prevista dello 0,1%, e già portata un mese fa allo 0,3%: bisogna centrare lo 0,5%. Come dire che va tolta un’altra manciata di miliardi dal rilancio della crescita. E poco importa se alla fine in questo modo si finirà per danneggiare lo stesso obiettivo della sostenibilità dei conti pubblici. Ottusità, che sono ancora più gravi proprio nel momento in cui può aprirsi per l’Europa e per l’Italia una finestra di opportunità. Il rilancio della crescita americana, lo stesso quantitative easing, i margini di competitività offerti da un’opportuna svalutazione dell’euro, i bassi prezzi del petrolio sono tutti fattori che potrebbero dare una spinta all’Europa nei prossimi mesi. Tocca alla politica, europea e italiana, cogliere quei segnali e accompagnarli con politiche e azioni utili a ricreare quell’ambiente di fiducia senza il quale non ci sarà né crescita né stabilità finanziaria.

Rimandati e declassati

Rimandati e declassati

Giuseppe Pennisi – Avvenire

Ci è stato chiesto dai “poteri costituiti” di prendere con “spirito sportivo” la decisione dell’Unione europea di “rimandarci” alla “stagion dei fiori” (invero con Francia e Belgio) per un nuovo esame dei conti pubblici e dei progressi effettivi delle riforme. Quando il 5 dicembre Standard & Poor’s ha declassato a BBB- i nostri titoli di Stato (il gradino appena superiore a quello dei “titoli spazzatura”) ci è stato detto da compiacenti mezzi busto televisivi che le agenzie di rating sono una cricca che comunque ormai conta poco.

Purtroppo, proprio il 5 dicembre, un saggio di Iftekhar Hasan della Fordham University di New York, di Suk-Joong Kim della University of Sydney e di Eliza Wu dell’University of Technology di Sidney veniva pubblicato dalla Bank of Finland (Discussion Paper n. 25/2014): in esso si afferma che le agenzie pesano molto, specialmente nella valutazione che gli operatori danno al rischio di debito sovrano (che in Italia marcia verso il 135% del Pil).

Sempre il 5 dicembre, in quella Villa Lubin tanto agognata dalla Corte dei Conti che si è posto un articolo ad hoc nella riforma della Costituzione tra breve all’esame della Camera, veniva presentata la quarantottesima edizione del Rapporto Censis il cui tema di fondo è il capitale inagito di un’Italia dove famiglie, banche e imprese sono molto liquide, ma non investono per timore del futuro (nonostante i “road show” del volenteroso Presidente del Consiglio per infondere fiducia).

Ancora il 5 dicembre, nella Sala Emeroteca della Banca d’Italia, si è svolto dalle 9 alle 18 il consueto convegno annuale di fine anno della Banca d’Italia (solo per inviti): sono stati discussi dieci lavori scientifici sul tema “l’impatto della crisi sul potenziale produttivo e sulla spesa delle famiglie” – i lavori, come spesso avviene, saranno oggetto di un volume in primavera.

C’è un forte nesso tra queste notizie: il declassamento deciso da Standard & Poor’s è la punta di un complesso iceberg denso di implicazioni (come ci ricorda la Banca centrale finlandese), il lavoro Censis ne sviscera gli aspetti sociologi, gli studi della Banca d’Italia ne esaminano quelli economici.

Non è questa la sede per analizzare il Rapporto Censis o i documenti (a volte molto tecnici) presentati al convegno della Banca d’Italia. Tuttavia, il lavoro Censis mostra un’Italia delusa che si appresta a celebrare un Natale mesto. Gli studi della Banca d’Italia rappresentano un importante blocco di lavori per definire politiche a lungo termine non necessariamente in linea con quelle annunciate da Palazzo Chigi. Auguriamoci che Piazza di Priscilla (sede del Censis) e Via Nazionale (sede della Banca d’Italia) non vengano additati come covi di gufi. Invece, il Natale dovrebbe essere l’occasione per studiare e fare contrizione nei confronti del peccato capitale dell’orgoglio.

In sintesi che lezione si trae? Mutuando dal titolo di un libro di successo di Carmen Reinhart “This Time is Different”. Questa crisi (che riguarda una piccola parte dell’economia mondiale, l’eurozona, mentre il resto è in buona salute) è differente da quelle degli ultimi ottocento anni perché nella sua prima parte (2008-2010) ha sconvolto la finanza mondiale e nelle seconda (2012-2014) ha messo a nudo i danni, sulle strutture economiche, di un debito sovrano fuori controllo.

La lezione principale è che è urgente affrontare (specialmente in alcuni paesi europei, tra cui l’Italia è in prima fila) il debito sovrano non tanto per le risorse che assorbe in interessi passivi, ma perché blocca le politiche essenziali per tornare a crescere. O almeno per non distruggere ulteriormente l’industria manifatturiera, non aggravare la situazione delle giovani generazioni, non comprimere ancora i consumi delle famiglie a più basso reddito, non continuare ad aumentare la pressione fiscale e parafiscale complessiva (inclusa quella degli enti locali).

Dai lavori esce un messaggio forte: cambiare strada. Se si è ancora in tempo.