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Le due trappole che l’Europa non vede

Le due trappole che l’Europa non vede

Paul Krugman  – Il Sole 24 Ore

Chiunque studi l’economia monetaria internazionale conosce bene la Legge di Dornbusch: «La crisi ci mette molto più tempo ad arrivare di quanto pensavate, e poi si svolge molto più in fretta di quanto avreste pensato» (lo disse in un’intervista, nel 1997, il compianto economista tedesco Rudi Dornbusch). E con l’ultima crisi dell’euro è successo esattamente questo.

Fino a poco tempo fa gli austeriani che dettano la politica macroeconomica della zona euro andavano in giro tronfi a cantar vittoria per una modesta risalita della crescita. Poi l’inflazione è precipitata e l’economia dell’Eurozona ha cominciato a incepparsi, e tutti sono andati a riguardarsi i fondamentali e si sono resi conto che la situazione rimaneva molto seria. Anche nell’estate del 2012 la situazione sembrava grave, e Mario Draghi, il presidente della Bce, riuscì a evitare che il vecchio continente precipitasse nel baratro. E forse riuscirà a farlo di nuovo, ma adesso il compito appare molto più difficile.

Nel 2012 il problema erano gli interessi sui titoli di Stato dei Paesi della periferia dell’euro, che in realtà, come adesso sappiamo, crescevano più per questioni di liquidità che per problemi di solvibilità. Una volta sgombrato il campo dalla prospettiva di una carenza di liquidità, il panico rientrò. Ma quello che sta succedendo adesso è ben diverso. È una crisi al rallentatore e coinvolge tutta la zona euro, che sta scivolando verso una trappola deflativa. Draghi può cercare di imprimere una spinta attraverso politiche di allentamento quantitativo, ma non è affatto scontato che possano servire allo scopo. E la politica limita i suoi margini di azione.

Un’altra cosa che mi colpisce è la quantità di confusione intellettuale che ancora c’è in giro. La Germania continua a voler vedere tutta la crisi come l’effetto di una gestione irresponsabile dei conti pubblici, e questo non solo esclude la possibilità di stimoli di bilancio efficaci, ma azzoppa l’allentamento quantitativo. E un’altra cosa incredibile è il fatto che la logica della trappola della liquidità, dopo sei anni- sei anni! -di tassi di interesse quasi a zero, continui a non essere compresa Ho letto recentemente, e non è neanche l’esempio peggiore, un editoriale su FT di Reza Moghadam, vicepresidente della Morgan Stanley, che scrive che «i salari e il costo del lavoro in generale sono semplicemente troppo alti, anche per gli standard dei Paesi ricchi e tanto più rispetto al concorrenti dei mercati emergenti». Santo cielo! Se è la concorrenza esterna che vi preoccupa allora bisognerebbe svalutare l’euro, non tagliare i salari. E tagliare i salari in un’economia incastrata in una trappola della liquidità quasi sicuramente aggraverebbe la recessione. Com’è possibile che ci sia ancora qualcuno che non lo capisce?

L’Europa ha sorpreso molte persone, me compreso, con la sua capacità di resistenza. E penso che la Bce di Draghi sia diventata un importante elemento di forza. Ma faccio sempre più fatica (come altri) a capire come andrà a finire tutta la faccenda (o meglio a capire come farà a finire in modo non catastrofico). Se trovate implausibile una storia in cui Marine Le Pen porterà la Francia fuori dall’euro e dall’Unione Europea, ditemi qual è il vostro scenario alternativo.

La scatola nera dell’economia tedesca

La scatola nera dell’economia tedesca

Carlo Bastasin – Il Sole 24 Ore

Bisogna grattare la superficie dell’economia tedesca per capire come sia possibile che questa macchina potente, lanciata a piena velocità a inizio anno, si sia piantata nel corso del secondo e del terzo trimestre. Ufficialmente la responsabilità viene attribuita alla cattiva congiuntura nei Paesi partner: la crisi tra Russia e Ucraina ha avuto ripercussioni immediate sul commercio con la Germania; la Cina che conta per il 10% dell’export tedesco sta operando una trasformazione strutturale del proprio modello economico e punta più di prima sulla domanda interna; intanto l’area euro che ha sempre accolto almeno il 40% delle esportazioni tedesche è scesa al 35,5%. Per la prima volta da molti anni, il commercio estero sta dando un contributo netto negativo alla crescita tedesca.

Ma come è possibile che questo effetto si sia tradotto di colpo in una recessione tecnica negli ultimi due trimestri? L’incertezza che ha colpito le esportazioni del Mittelstand, il settore delle medie imprese con scarsa propensione all’apertura del capitale, si è ripercossa sul proprio primario canale di finanziamento, quello che passa dalle Sparkassen, le Casse di risparmio, fino alle Landesbanken. Si tratta degli stessi istituti di credito dai quali in passato era originato l’accumulo di attività tossiche nel sistema bancario tedesco, addirittura precedente alla crisi di Lehman. Per anni, per tutelare questi istituti poco trasparenti, Berlino ha frenato ogni accordo con i partner sui sistemi di supervisione e risoluzione comune delle banche europee. Da allora le Sparkassen sono rimaste una “scatola nera” legata non solo alle imprese, ma attraverso le Landesbanken anche al sistema dei partiti e dei governi regionali.

La scatola è rimasta nera anche con l’avvio dell’unione bancaria visto che il governo tedesco è riuscito a escludere quasi tutte le casse di risparmio dalla supervisione comune, assicurando a esse il proprio sostegno fiscale in caso di crisi. Ora che l’economia si è fermata, in ampi settori del credito tedesco si è posto il problema del l’incerta capitalizzazione di istituti che si affidano a un sistema oscuro di riserve silenziose. L’incertezza, partita dalle esportazioni, si è ripercossa così al cuore di tutto il sistema finanziario tedesco. La difficoltà è aggravata dall’impossibilità per le casse e per le compagnie di assicurazione di rimanere profittevoli investendo in titoli pubblici ora che i rendimenti dei bund sono vicini a zero. Non a caso le associazioni bancarie tedesche, spalleggiate dalla Bundesbank, attaccano la Bce per la politica dei tassi bassi definendola cosmesi finanziaria a favore dei paesi deboli. In realtà, secondo la Bundesbank, senza rendimenti più alti dei titoli pubblici un terzo delle compagnie di assicurazione tedesche potrebbe sparire nel giro di dieci anni. Le prestazioni pensionistiche che esse si sono già impegnate a versare nel futuro sono troppo alte per la loro capacità di fare profitti. Le famiglie tedesche vedono così le proprie pensioni in pericolo e questo frena la loro volontà di spesa, comprimendo anche la domanda interna oltre a quella estera.

Da qui lo stallo di tutta l’economia. Improvvisamente, le difficoltà delle banche regionali – da sempre la mucca da latte della politica locale tedesca – stanno trovando ascolto nei politici a capo dei Laender. Per la prima volta da anni nel Partito socialdemocratico si risente la voce di chi chiede alla Grande coalizione di rimettere come priorità il rilancio della crescita. Ma la stessa urgenza è stata condivisa vivacemente dal capo dei conservatori bavaresi e trova eco in un numero crescente di cristiano-democratici. Perfino la cancelliera Merkel pare irritata dallo sbarramento che la Bundesbank sta opponendo ai tentativi di soluzione proposti dalla Bce.

In mezzo a questo ingranaggio si è incastrato il ministro delle Finanze Wolfgang Schaeuble. Il ministro ha fatto del surplus del bilancio pubblico il proprio obiettivo politico per il 2014. Si tratta di un traguardo storico che in Germania manca dal 1969. In tal modo però si è precluso la possibilità di contrastare con spesa pubblica il rallentamento della macchina tedesca. Il governo si nasconde dietro alle previsioni ufficiali sulla crescita che rimangono molto vicine al tasso di crescita potenziale. Chi guarda dietro le cifre tuttavia nutre dei dubbi: la crescita del 2014 è sostenuta dall’arrivo di 50mila lavoratori immigrati, ma ogni anno la forza lavoro tedesca diminuisce di 200mila unità. L’introduzione del salario minimo dal 2017 non avrà effetto a Ovest ma si farà sentire sul costo del lavoro dei nuovi Laender. La politica energetica infine sta creando costi gravosi a carico delle imprese manifatturiere che spesso infatti preferiscono non investire in Germania, bensì oltre Oceano. Per la prima volta, l’intransigenza fiscale di Schaeuble appare come un puro obiettivo politico a scapito della convenienza economica. Le critiche raccolte dal ministro a Washington nell’ultima visita sono state vigorose e Merkel nutre il timore di passare alla storia come il cancelliere che ha affossato l’Europa. Forse per questo insieme di ragioni a Berlino si fa largo l’idea di non insistere troppo nel criticare la Francia per lo stimolo fiscale che vuole dare alla propria economia e indirettamente a quella tedesca.

Le regole valgono per tutti (Berlino compresa)

Le regole valgono per tutti (Berlino compresa)

Fabrizio Galimberti – Il Sole 24 Ore

«L’Europa si farà nelle crisi, e sarà la somma delle soluzioni apportate alle crisi», scrisse Jean Monnet nel 1976. È vero; anche noi, nel nostro piccolo, ci decidiamo a fare qualcosa solo quando siamo tirati per i capelli. Ma la crisi attuale è forse la più seria da quando l’Europa volle farsi Comunità europea, e la “soluzione apportata” ancora non si vede. Nell’ottobre del 1939 Winston Churchill disse: «Non posso prevedere quel che farà la Russia. È un rebus, avvolto nel mistero, dentro un enigma; ma forse c’è una chiave. Quella chiave è l’interesse nazionale della Russia». La chiave oggi della complicata situazione europea è l’interesse nazionale della Germania. Un “interesse nazionale” che è più culturale che finanziario. «Per noi tedeschi, quel che è allo stesso tempo il nostro difetto nazionale e la nostra più grande qualità, è la mancanza di tatto, altrimenti detta difetto di immaginazione; siamo incapaci di metterci al posto degli altri, li feriamo gratuitamente, ci facciamo odiare, ma questo ci permette di agire con inflessibilità e senza cedimenti»: così parla il tenente Bruno von Falk, nel capolavoro di Irène Némirovsky, “Suite Française”.

Certo, sarebbe bello se un afflato di politica alta portasse l’Eurozona fuori dalle secche. Anche la Germania in passato ne è stata capace, ma c’è voluta la sanguinosa sconfitta nella Seconda guerra per aprire le porte a una costruzione europea; così come c’è voluta la caduta del muro di Berlino e l’eccitante epopea della riunificazione tedesca per arrivare alla grande tappa di Maastricht e della moneta unica. Oggi ci vorrebbe un altro capitolo di quella “immaginazione al potere” che i sessantottini reclamavano. Ma manca la tragedia e manca l’epopea. Esperimenti di laboratorio hanno descritto il cosiddetto “effetto rana nella pentola”: se si mette una rana in un pentolone con l’acqua calda, questa balza fuori; ma se la si mette nell’acqua fredda e poi la si scalda lentamente, la rana muore bollita. Le cose nell’Eurozona stanno peggiorando al rallentatore, ed è inutile sperare che spunti un Adenauer o un Kohl. Bisogna lavorare entro i recinti dell’esistente. Ma l’esistente è adatto alle temperie del 2014? La risposta è no, per una questione di tempi e di culture. I tempi: le prescrizioni di vent’anni fa non sono più adatte a una crisi che ancora non riesce a uscire dal più profondo sconvolgimento dell’economia mondiale dagli anni Trenta. Le culture: come osserva Roberto Artoni in “La cultura economica e la crisi”, si è prestata «esclusiva attenzione all’indebitamento della Pa, ignorando le dinamiche molto più preoccupanti…in altri settori dell’economia.

Questo atteggiamento ha natura profondamente ideologica: in un sistema liberista l’unico possibile fattore di…disordine può venire dall’azione dell’operatore pubblico». Anche se “l’esistente” non è adeguato, purtroppo non ci sono alternative (a parte gli scriteriati suggerimenti di uscire dall’euro) ad agire all’interno delle regole. Ma è possibile, queste regole, lavorarle al fianco. Di regole la Ue se ne è date molte, e non riguardano solo la finanza pubblica: ha anche stabilito indicatori e obiettivi di carattere sociale (rischio di povertà, diseguaglianza dei redditi, disoccupazione di lunga durata…). Anche se, come ci ricorda Enrico Giovannini (in “Scegliere il futuro”), i Paesi teutonici si affrettarono a precisare che questi indicatori non dovevano essere usati per spingere i Paesi a fare o non fare.

Va bene, limitiamoci alle regole che riguardano l’economia. Anche sulla finanza pubblica l’Italia può, come sta già facendo, guadagnare spazi di libertà, essenzialmente sfruttando quelle “circostanze eccezionali” che giustificano un rinvio del pareggio; così come, su un terreno più tecnico, è bene che si sia cominciato a mettere in discussione i metodi attraverso i quali si calcola il saldo strutturale di bilancio (basterebbe cambiare ragionevolmente alcuni parametri per concludere che avremmo già raggiunto l’obiettivo del pareggio). Ma tutto questo – mendicare le “circostanze eccezionali” o contestare le equazioni – ancora non basta. Fa parte di una strategia difensiva, quella di uno scolaro che si discolpa di fronte alla maestra. C’è bisogno di passare – sempre dentro le regole – a una strategia offensiva, mettendo sotto accusa la maestra. Fortunatamente fra le regole del “Six Pack” c’è anche la Mip (“Macroeconomic Imbalance procedure”) che cifra, fra le altre, anche le forchette entro cui si devono collocare alcuni indicatori. Fra questi c’è il saldo corrente con l’estero, che deve essere compreso fra il -4% del Pil e il +6%, pena un invito alla correzione.

Il problema è che già da sette anni la Germania viola questa regola, e, nell’ultimo “Alert Mechanism Report” (un monitoraggio previsto dalla Mip) c’è, al primo posto delle raccomandazioni, un invito alla Germania a stimolare la domanda interna, evitando così quella che vorremmo battezzare una “procedura per avanzo eccessivo”. La responsabilità dei Paesi creditori nel risanamento degli squilibri ha una lunga e onorata storia: data da Bretton Woods, quando Keynes (che anche in quel caso aveva ragione) cercò di stabilire regole che ponessero a carico anche dei Paesi creditori la correzione degli sbilanci. Anche nella storia dello Sme venne a galla la questione della ripartizione degli interventi fra Paesi in deficit e in avanzo. Ma oggi una giusta condivisione delle misure di risanamento è essenziale per preservare l’unità dell’Eurozona. E farebbe bene anche ai tedeschi, che avrebbero solo da guadagnare da un aumento della quantità di beni e servizi consumati all’interno del Paese. Insomma, la prossima volta che il ministro delle Finanze tedesco invita tutti al rispetto delle regole, si dovrebbe rispondergli che fra i “tutti” c’è anche lui.

Deutschland uber alles

Deutschland uber alles

Davide Giacalone – Libero

Qualcuno crede che la Germania sia divenuta vittima della propria politica del rigore, imposta agli altri europei. Continua a crescere (mentre noi continuiamo a cadere), ma meno di quel che era previsto. Per forza, dicono i credenti nel boomerang, avendo impoverito gli europei che compravano i prodotti tedeschi ora ne pagano e conseguenze. Non è così, o, meglio, questo è solo un aspetto della realtà. La Germania governata da Angela Merkel persegue una politica di potenza continentale. Sovverte il disegno stesso dell’Unione europea e la logica politica che presiedé alla nascita della moneta unica, suscitando il netto dissenso dei governanti tedeschi che a quel disegno contribuirono. Suoi complici sono la debolezza e la confusione mentale delle classi dirigenti di altri paesi europei. Non solo non serve a nulla, ma è masochisticamente controproducente esaltare lo sfondamento dei parametri, mentre, all’opposto, si dovrebbe riportare i tedeschi al loro rispetto formale e sostanziale. Se non si vuole che quella logica tedesca diventi padrona d’Europa (sfasciandola per l’ennesima volta) si deve usare l’Ue per batterla.

Si vive troppo spiaccicati sul presente, perdendo visione generale e prospettiva storica. La geografia e la storia sono forze che muovono il mondo anche se i governanti le ignorano. L’euro è nato per contrastare il risorgere della tentazione egemonica tedesca. Per bilanciare la riunificazione, in cambio della quale dovettero abbandonare il marco. Ignoranti e smemorati sappiano che nel preparare quel passaggio l’Italia ebbe un ruolo fondamentale, perché fu la nostra scelta di schierare gli euromissili a trarre i tedeschi fuori da un dramma, avviando la fine della guerra fredda e, quindi, mettendo in marcia il processo che avrebbe portato alla riunificazione (ottime e informatissime le pagine di Sergio Berlinguer, nel suo “Ho visto uccidere la Prima Repubblica”). La frittata s’è girata perché molti capirono l’importanza di far partire l’euro, ma non che per restarci si doveva cambiare. Adeguarsi al nuovo, cavalcare e non subire la globalizzazione. Lì i tedeschi, che capirono e anticiparono i tempi, hanno preso un vantaggio. Poi, nella tempesta del 2010-2012, lo trasformarono in uno strumento di dominio.

Perché Merkel non fa crescere il suo mercato interno, perché ha così a lungo resistito alla crescita dei salari? In fondo gli elettori tedeschi sono come quelli del resto del mondo: votano volentieri chi gli farcisce la busta paga. In fondo nei centri Tafel si distribuiscono pasti a tedeschi,a famiglie, che non hanno i soldi per mangiare a sufficienza. Non lo ha fatto perché accumulava un vantaggio sugli altri europei. E’ stata una scelta coerente con la politica di potenza, non un errore tecnico. I francesi sfondano il deficit? Che lo facciano pure: da Berlino giungerà un richiamo, ma si fregano le mani. Gli italiani non riescono a cambiar nulla, polemizzando giorno e notte sul niente? Che si divertano: a Berlino faranno mostra di umore torvo, ma se la ridono. Nelle diverse lingue d’Europa si attende il parere della Merkel, la quale gira e va a dire: continuate così, bravi. Perché in questo momento, e da tempo, i tedeschi si finanziano a tasso negativo. È come se i mercati dessero soldi ai tedeschi in cambio della loro cortesia nell’accettarli in prestito. E lo fanno perché vedono una potenza reale, che i soldi non li distribuisce agli elettori. Se questa divaricazione continua, se da una parte c’è credito a tasso negativo e dall’altra deficit e spese pubbliche fuori controllo, in nome di una plebea rivolta contro i parametri, l’effetto sarà che la Germania potrà comprare quel che di succulento c’è in Francia e in Italia. E chi venderà sarà felice di far cassa, prima di giungere allo scasso.

La Banca centrale europea è la sola istituzione dell’Unione che resiste a questa logica. Sicché è da dementi che francesi e italiani si dilettino a indebolire la Bce, con la loro cattiva condotta. Due cose, oggi, si dovrebbero chiedere. Una alla Merkel: per favorire la riunificazione e varare l’euro il governo tedesco mandò a stendere la Bundesbank, che era contraria, faccia altrettanto, in fretta, e neutralizzi la sua Corte costituzionale, che è suo affare interno, perché noi siamo europei, non tedeschi. La seconda alla Commissione europea: giuste le procedure d’infrazione per chi sfonda i parametri, sicché parta la procedura verso la Germania, che non rispetta da anni quello sul surplus commerciale. Se queste armi le si lascia solo alla Merkel (che ha torti, ma anche ragioni), ce le troveremo puntate alla tempia, o altrove.

La lezione di Berlino per ripartire

La lezione di Berlino per ripartire

Gaetano Pedullà – La Notizia

Diciamolo senza ipocrisia: la Merkel non è un’amica dell’Italia. Con la difesa a oltranza di una miope politica del rigore sta ipotecando chissà quanti anni di sacrifici per il nostro Paese. Una politica miope perché se l’Italia e l’Europa mediterranea affondano la produzione tedesca perde uno dei suoi mercati più grandi. Detto questo, ieri la cancelliera ha detto però una cosa sacrosanta: il nostro mercato del Lavoro ha bisogno di cambiare le sue regole. Cinque Stelle, minoranza Pd e Lega possono protestare in Parlamento quanto vogliono, ma la storia prima di ogni altra considerazione ci insegna che solo con le riforme si esce dal pantano. La Germania appena entrata nell’Euro aveva conti pubblici disastrosi, anche per via dell’unificazione tedesca. Berlino fece i suoi compiti. Tagliò enormi garanzie che soprattutto nella parte ex sovietica erano date per acquisite dai lavoratori. Certo ci fu anche altro, a partire dal contributo dato da tutti quei Paesi che subirono un concambio criminale sulla nuova moneta comune. Fatto sta che oggi la Germania è padrona d’Europa. Una lezione che può darci fastidio, ma della quale sarebbe un errore ignorarne l’insegnamento.

C’è troppa Germania sotto il cielo d’Europa

C’è troppa Germania sotto il cielo d’Europa

Romano Prodi – Il Messaggero

Mentre il semestre italiano ha già compiuto oltre la metà del suo corso, la confusione domina sovrana a Bruxelles. Nessuno obbedisce a nessuno, anche perché a Bruxelles non vi è nessuno in cerca del compromesso necessario perché i vari paesi possano essere in grado di obbedire a parametri che costituiscono sempre meno un obiettivo condiviso e sempre più una temuta minaccia. Mancando un’autorità riconosciuta ognuno, a Bruxelles, disobbedisce per conto suo. Cominciando dalla Germania che, mantenendo da lungo tempo un surplus della propria bilancia commerciale del 7%, non solo viola l’impegno di non eccedere mai il 6%, ma costituisce un elemento di squilibrio nell’economia mondiale pari a quello che in passato noi rimproveravamo alla Cina. Inoltre, il numero dei paesi che disobbediscono alla regola del deficit del 3% cresce ogni giorno, sotto la spinta dalla congiuntura sempre più sfavorevole.

Si potrebbe minimizzare l’importanza di questi fatti con la semplice osservazione che le cose stanno andando in questa direzione già da qualche anno e che quindi nulla di radicalmente nuovo sta succedendo nel rissoso recinto europeo. I fatti nuovi invece esistono. Prima di tutto il tasso di crescita (potremmo meglio chiamarlo di decrescita) sta ancora peggiorando e i 25 milioni di disoccupati non vedono alcuna migliore prospettiva per il loro futuro, anche perché non vi è più nessuno disposto a ripetere le errate previsioni che sempre promettevano miglioramenti che mai si sono sono avverati. L’esperienza, tuttavia, ci insegna che anche la pazienza e la capacità di sopportazione hanno un limite.

Il secondo fatto nuovo è che la Banca Centrale Europea, che pure nel passato è riuscita ad evitare la catastrofedi una deflazione ancora peggiore, sembra oramai avere speso tutte le proprie limitate munizioni, anche se la sua politica ha raggiunto il positivo ma non dichiarato obiettivo di fare calare il valore dell’Euro di fronte al dollaro, con un potenziale beneficio per le nostre esportazioni. La prima tranche di finanziamento della BCE al sistema bancario ( il così detto Tltro) ha tuttavia trovato una limitata accoglienza proprio perché l’economia europea marcia ad una velocità ancora più ridotta rispetto ad ogni previsione. D’altra parte le dichiarazioni di Draghi rivolte a dare ossigeno alla crescita, non possono avere l’efficacia che avevano avuto in passato, proprio perché vengono sistematicamente ed immediatamente seguite da un’opposta dichiarazione della cancelliera tedesca sulla necessità di non allentare i vincoli dell’austerità. Il continuo richiamo ai compiti a casa suona sinistro soprattutto nei confronti dei paesi che, pur facendo tutto il possibile, vedono crescere continuamente il disagio sociale. I compiti a casa vanno fatti ma, ai presunti scolari, deve essere fornita almeno una matita e un quaderno.

Un terzo elemento da prendere in considerazione è il tono sempre più duro dei dibattiti all’interno del parlamento tedesco riguardo alla politica europea. Chi pensava che l’aumentato ruolo dei socialdemocratici avrebbe ammorbidito le posizioni germaniche e avrebbe reso più responsabile la politica tedesca si è sbagliato. L’intransigenza non è una caratteristica della coalizione CDU-CSU ma è una convinzione profonda e condivisa di tutta la Germania. Non aspettiamoci quindi alcuna novità da Berlino.

Il quarto elemento da prendere in considerazione è che la Francia ha preso atto della sua reale situazione ed ha reso palese che non solo non intende obbedire agli ordini tedeschi ma che si rifiuterà di obbedirvi anche in futuro. L’attuale politica, infatti, non è in grado di accelerare il cammino dell’economia francese e apre le porte ad una vittoria della signora Le Pen alle prossime elezioni presidenziali. L’asse franco-tedesco è quindi entrato anche formalmente in crisi. Oggi tuttavia è divenuto molto più difficile per Francia e Italia proporre a Bruxelles soluzioni innovative. Nella vana attesa di queste proposte, la posizione della Germania si è infatti ulteriormente rafforzata. Ai paesi che tradizionalmente gravitavano intorno alla sua orbita se ne sono aggiunti altri, a partire dalla Spagna, quotidianamente lodata dalla Cancelliera tedesca come esempio di paese riformatore, anche se le riforme messe in atto sono in realtà marginali e la Spagna resta con livelli di disoccupazione e tassi di sviluppo inaccettabili. Qui a Bruxelles, inoltre, la nuova Commissione viene considerata sotto totale controllo tedesco e i direttori germanici sostituiscono con inarrestabile progresso i loro colleghi britannici, francesi e italiani.

Mettendo insieme tutte queste oggettive osservazioni si deve concludere che una concreta politica di più paesi, guidati da Francia e Italia, per portare avanti una linea alternativa di sviluppo non esiste più. Quest’alternativa esisteva fino a qualche mese fa: oggi è scomparsa di fronte ai mutamenti dei rapporti di forza. Eppure un’Europa che procede solo operando su parametri tecnici e non su una politica condivisa è destinata a scomparire. Perché questo non avvenga bisogna che chi ha oggi in mano il timone della politica europea abbia l’intelligenza di aiutare gli altri paesi a uscire dalla crisi. Tuttavia quest’obiettivo potrà essere raggiunto solo se le necessarie riforme potranno essere messe concretamente in atto senza provocare il disfacimento sociale.

Quanto è avvenuto in queste ultime settimane sembra tuttavia indicare che nei circoli politici non ci si rende conto della pericolosa rapida involuzione della politica europea. Ripeteva continuamente il cancelliere Kohl che, anche contro la volontà dei suoi elettori, egli aveva voluto dare vita all’Euro perché, parafrasando Thomas Mann, egli voleva una Germania europea e non un’Europa germanica. Pur avendo, con fatica e con lungimiranza politica dato vita all’Euro, ci stiamo oggi avviando verso la costruzione di un’Europa germanica e non di una Germania europea. E non è il destino che noi abbiamo per tanti anni sognato.

I compiti a casa dell’Italia

I compiti a casa dell’Italia

Bruno Vespa – Il Mattino

A scuola i primi della classe non sono mai stati troppo popolari, a meno di una visibile generosità nei confronti dei compagni. Angela Merkel non ha questa fama. Perciò la risposta piccata («Fate i compiti a casa») all’annuncio che la Francia sarebbe rientrata soltanto nel 2017 nel limite del 3 per cento tra deficit annuale e prodotto interno lordo non è stata gradevole. Non siamo sicuri peraltro che l’invito – apparentemente senza destinatario – non riguardasse anche l’Italia, che resta sotto il 3 per cento, ma non scende vicino al 2 come avrebbe dovuto e soprattutto ha rinviato al 2017 l’applicazione del pareggio di bilancio. (La lettera inviata dalla Banca centrale europea a Berlusconi il 5 agosto 2011 anticipava al 2013 questo vincolo previsto inizialmente per il 2014). A parte un debito pubblico elevatissimo (ma di cui abbiamo sempre pagato le rate degli interessi), l’Italia ha i conti più in ordine della Francia, a cominciare dall’avanzo di bilancio pubblico positivo, (più entrate che spese, al netto degli interessi) che la mette in testa alla classifica del G7 insieme proprio con la Germania. Sulla Francia pesa inoltre il tabù delle 35 ore, del tutto anacronistico nel mondo globalizzato, la mancata riduzione della spesa pubblica di 50 miliardi, un mercato del lavoro senza i vincoli del nostro articolo 18, ma complessivamente ancora ingessato.

Matteo Renzi ha subito espresso la propria solidarietà a Hollande ricordando di guidare il più votato partito europeo e di rispettare il vincolo del 3 per cento. Questa mossa lascia intendere che i due paesi nelle prossime settimane rammenteranno alla prima della classe che compiti a casa pesanti come quelli assegnati alle nazioni in difficoltà, se non svolti un poco alla volta, rischiano di ammazzare anche lo studente più volenteroso. (E l’Italia lo è più della Francia). Ma proprio perché ha il debito così alto, l’Italia deve presentarsi al confronto con i compiti fatti meglio della Francia, più forte di noi per ragioni storiche, politiche, strategiche e perché l’euro è nato da un accordo tra Mitterrand e Kohl per dimenticare il sangue procuratosi a vicenda negli ultimi due secoli.

Qui casca l’asino della riforma del lavoro. Per chetare la sinistra del suo partito, Renzi ha promesso che nel nuovo statuto del lavoro si potranno reintegrare, oltre ai lavoratori discriminati, anche quelli licenziati per ragioni `disciplinari’. Questa normativa può essere scritta in tanti modi diversi,da quella che non lascia margini interpretativi a quella che consente di vanificare l’intera riforma dell’articolo 18. Il Nuovo centrodestra ha già fatto sapere al presidente del Consiglio che su questo punto sarà inflessibile, anche perché sente il fiato sul collo di Forza Italia, a sua volta costretta ad irrigidirsi da una rivolta interna antigovernativa che va ben al di là del caso Fitto (basta leggere in controluce i franchi tiratori nelle elezioni alla Corte costituzionale). Se vuole presentarsi al vertice sul lavoro dell’8 ottobre con un testo non ancora votato, ma radicalmente diverso dal passato, Renzi sarà costretto stavolta ad ascoltare più Alfano che Bersani. Guai a sedersi al tavolo in cui ciascuno presenterà i compiti a casa con un tema scritto con calligrafia cattiva e incomprensibile.

Quel che l’Italia non capisce di Berlino

Quel che l’Italia non capisce di Berlino

Franco Tatò – Corriere della Sera

Nella confusione delle diatribe tra diverse parti politiche in merito alle riforme, si stanno forse trascurando alcuni rapporti di politica estera, e in particolare quello, complesso ma imprescindibile, con la Germania. L’artificiosa polemica tra rigore e flessibilità ha infatti nutrito una deleteria esplosione di antigermanesimo nel nostro Paese. Ostilità che i tedeschi non riescono a spiegarsi, quando è evidente che le difficoltà dell’Italia, testimoniate dalla prolungata assenza di crescita, richiederebbero interventi coordinati a livello europeo e quindi un rapporto collaborativo con la maggiore potenza economica del continente, oltre che nostro principale mercato di esportazione.

L’animosità con la quale vengono avanzate da parte italiana generiche esigenze di flessibilità, cioè richieste di autorizzazioni in bianco di sforare i parametri di bilancio previsti dal trattato di Maastricht, in nome di un orgoglio nazionale che dovrebbe francamente esprimersi con altre modalità, è incomprensibile se non come espressione di un represso complesso di inferiorità. Simili sentimenti antigermanici sono esplosi anche in Grecia, e sfociati nella sorprendente presentazione in Italia di un’imbarazzante lista di candidati alle elezioni europee capeggiata dal capo dell’opposizione di sinistra estrema greca. Nessuno sembra notare che i drastici interventi di risanamento operati da Grecia, Portogallo, Spagna e Irlanda hanno portato, ovviamente con sacrifici, al risanamento dell’economia e a una ripresa della crescita. L’Italia appare invece meno disponibile ad affrontare i sacrifici richiesti per una rapida ripresa, pur essendo i nostri margini di miglioramento molto più ampi di quelli degli altri Paesi citati.

Per valutare l`impatto sull’opinione pubblica europea delle rivendicazioni di una via italiana al risanamento che richiede tempi lunghi e livelli di spesa insindacabili, si deve considerare che proprio i Paesi che negli ultimi anni hanno effettuato ampie riforme e consolidato i loro conti ora chiedono che anche Stati più grandi si attengano alle regole. Quindi non è solo la Germania, come ha detto il Presidente della Bundesbank Jens Weidmann in un’intervista a Der Spiegel, a richie- dere il rispetto dei parametri di bilancio necessari per far parte della comunità europea. Weidmann dice anche che «crescita e lavoro nascono dalle imprese private: queste devono investire, mentre la funzione pubblica deve creare le condizioni giuste, attraverso un miglioramento delle strutture amministrative che è molto più importante della costruzione di nuovi ponti o strade». Alle disquisizioni sulla irragionevolezza della politica del rigore sarebbe stato preferibile un elenco delle misure in trodotte in Spagna e Portogallo e una spiegazione dei motivi per cui misure simili non sono state possibili in Italia.

Non abbiamo molto tempo: recentemente Standard&Poor’s ha infatti emesso un segnale d’allarme sul credito dell’eurozona mettendo in guardia sulla crescita dei consensi elettorali per un nuovo movimento tedesco, l’AfD (Alternative für Deutschland), di ispirazione antieuropeista e che potrebbe portare a un ulteriore irrigidiinento del governo tedesco nei confronti dei provvedimenti di stimolo della Banca centrale europea. Questo movimento è guidato da Bernd Lucke, stimato professore di economia, assistito da Hans-Olaf Henkel, ex presidente della Confindustria tedesca, e si presenta come una potenziale forza di governo. Questa situazione apre interessanti possibilità per l’Italia: l’attuale governo tedesco, per contrastare l’AfD, sarà portato a cercate alleati per un rilancio della cooperazione europea. Potrà quindi essere una buona opportunità, a patto però di fare anche noi i «compiti a casa».

La vera sfida è costruire un patto sociale europeo

La vera sfida è costruire un patto sociale europeo

Adriana Cerretelli – Il Sole 24 Ore

«Tra Francia e Germania vogliamo stabilire rapporti su una base completamente nuova, orientare quello che ci divideva, le industrie belliche, verso un progetto comune a beneficio dell’Europa, che così ritroverà nel mondo il ruolo eminente che i confitti interni le hanno fatto perdere. È una proposta politica e morale che vorremmo realizzare senza preoccuparci delle difficoltà tecniche». Questo disse a Bonn, in un mattino di giugno del ’50, Jean Monnet, un francese piccolo piccolo al gigantesco e incredulo cancelliere tedesco, un uomo e un paese feriti, isolati, umiliati. «Aspettavo da 25 anni questa iniziativa» gli rispose dopo un lungo silenzio Konrad Adenauer, «ma per realizzare una tale impresa non è la responsabilità tecnica da sollecitare ma quella morale verso i nostri popoli». L’Europa nacque da qui, da un sogno scandalosamente anticonformista, da un coraggio politico tanto scorretto da immaginare e proporre l’inimmaginabile: la riconciliazione tra nemici irriducibili, implacabili.

La profonda crisi di fiducia che tormenta da troppo tempo l’eurozona deprimendone i prezzi e l’economia, l’incomunicabilità quasi stagna che accompagna il dialogo o meglio i soliloqui dei suoi leader, evocano quei lontani tempi bui e impongono la necessità di un’analoga rottura con la storia, i dogmatismi, il pensiero unico dominante. Urge un nuovo patto di riconciliazione, un nuovo contratto sociale europeo. Oggi sul campo non ci sono 40 milioni di morti da seppellire ma 26 milioni di disoccupati di scarsissime speranze: pesano entrambi sulla coscienza dell’Europa che non può diventare il continente senza futuro del mondo globale. È troppo facile recriminare in uno sterile gioco di scambi di accuse e colpe reciproche. È difficile ricostruire le basi di una sana convivenza europea.

Non c’è dubbio che Francia e Italia abbiano sprecato i tempi della vacche grasse per rimettere in ordine i loro conti e fare le riforme strutturali indispensabili per modernizzare e flessibilizzare le rispettive economie. Non c’è dubbio che la levata di scudi pubblica e unilaterale di Parigi, il gran rifiuto di rispettare le regole anti-deficit, siano sentiti come un tradimento e una provocazione a Berlino dove la Merkel e la sua Cdu-Csu devono fare i conti con il partito anti-euro che ne erode i fianchi. Non c’è però dubbio che la sfida di Francois Hollande, più che una prova di forza, il sonoro requiem sull’asse franco-tedesco peraltro moribondo da tempo, sia un atto di suprema debolezza, di impotenza e di disperazione politica da parte di un presidente con la popolarità al 13% e il Front National in testa ai sondaggi. Non c’è nemmeno dubbio sul fatto che anche i patti europei si logorino, invecchino. Nel mondo globale che cambia a ritmi quasi istantanei, vent’anni sono un’eternità. Quando a Maastricht si fissò al 3% del Pil il tetto del deficit, la crescita media europea nel decennio precedente era stata del 4-5%: a quel ritmo si calcolava che gli squilibri nei conti si sarebbero progressivamente riassorbiti da soli.

Quando di recente gli accordi Ue sono stati rinnovati e rafforzati, si è lavorato sul presupposto di una crescita media del 2% e su un’inflazione della stessa percentuale. Quest’anno si arriverà a malapena e forse all’1%. Le previsioni di Bruxelles per il prossimo decennio parlano di una crescita media intorno all’1% annuo, meno della metà di quella americana. Per i prezzi è deflazione. Riforme o no, rispetto o no delle regole, in questo panorama la stabilità finanziaria diventa una chimera, perlomeno a breve. È una questione meccanica: non politica né economica. Costringere oggi all’impossibile i paesi ritardatari in nome della credibilità dei patti europei di fronte ai mercati, più che rafforzarla rischia di frantumarla del tutto. Un conto infatti è strapazzare la Grecia, 2% del Pil dell’eurozona, un altro è minacciare di fare lo stesso con ben oltre un terzo di quello stesso Pil. Nemmeno la Germania rispetta in toto le regole europee. Per Il surplus dei suoi conti correnti, oltre 400 miliardi pari a più del 6% massimo previsto dai patti europei, è già stata richiamata all’ordine da Bruxelles. Finora senza risultati. Anche la Germania, secondo vari studi tedeschi, deve mettere in cantiere nuove riforme e grandi investimenti in reti e innovazione per tenere il passo con la competitività globale e ritrovare un robusto ritmo di sviluppo.

Oggi crescita e investimenti – quelli veri e non i 300 miliardi del piano Juncker tutti da verificare – sono dunque nell’interesse generale: una boccata d’ossigeno creerebbe un ambiente più propizio a riforme e sacrifici e darebbe un’immagine dell’Europa meno arcigna e indifferente ai problemi quotidiani della gente. Ma nel clima di diffidenze profonde e diffuse, un patto europeo per lo sviluppo oggi richiede un gesto di lungimiranza economica e un atto di temerarietà politica che nessuno in Europa sembra in grado di fare. Un quinquennio di crisi ha dimostrato che la Germania riesce a superare i propri tabù soltanto quando arriva sull’orlo dell’abisso. È successo con il salvataggio della Grecia però al prezzo, avendo tirato troppo in lungo, di seminare il contagio in tutta l’area euro. Un gioco simile con Francia e Italia sarebbe letale per l’euro e per tutti. L’Europa è nata dalla volontà di riconciliazione nell’assoluzione reciproca. Davvero i terribili misfatti di allora erano meno gravi degli attuali e davvero l’Europa non merita di ritrovare la pace con se stessa?

La cosa giusta che non facciamo

La cosa giusta che non facciamo

Lucrezia Reichlin – Corriere della Sera

La tragedia era annunciata ma nonostante in molti l’avessimo vista arrivare, il treno è andato dritto contro il muro. La Francia ha dichiarato che non rientrerà nei limiti del deficit del 3% fino al 2017, l’Italia è vicina a sforarlo anche se continua ad affermare che lo rispetterà. La Banca centrale europea è da tempo ben sotto all’obiettivo dell’inflazione al 2% a cui è vincolata dal suo mandato.

La Germania è in surplus commerciale eccessivo. Tutte le parti coinvolte sono in evidente difetto rispetto alle regole che si sono collettivamente e consensualmente date. Come in un film al rallentatore, tra accuse reciproche, in un gioco in cui l’attribuzione della responsabilità della crisi è sempre e regolarmente dell’«altro», si è finiti sull’orlo di un suicidio collettivo. Le voci sono ormai cacofoniche, si ha l’impressione che manchi il direttore di orchestra. La Bce bacchetta i governi del Sud e del Nord: i primi per le mancate riforme, i secondi, in particolare la Germania, perché non si fanno motore di una ripresa della domanda attraverso un’espansione di bilancio. I governi francese e italiano si lamentano di un rallentamento inaspettato (inaspettato?) dell’economia.

I tedeschi accusano i Paesi che non hanno seguito la via del rigore e delle riforme di non rispettare i patti. Ma, per una ragione o per l’altra, tutti, alla fine, hanno infranto qualche regola. Un sistema in cui nessuno riesce a rispettare le regole va ripensato. Le misure da attuare subito per rilanciare la domanda, al livello dell’Unione, sono chiare e se non ci fossero vincoli politici si andrebbe dritti per quella strada. C’è un largo consenso tra gli studiosi sul fatto che quando un’economia è in pericolo di deflazione e appesantita dal debito bisogna attuare politiche di bilancio espansive (attraverso un taglio delle tasse o tramite un aumento della spesa) finanziate dalla Banca centrale.

I vincoli politici per seguire questo percorso ci sono e sono comprensibili. Il tema posto dai tedeschi sulla necessità di darsi istituzioni in cui gli interessi dei creditori siano protetti e dove non si creino incentivi per i debitori ad allentare i vincoli di bilancio nei tempi buoni, è un tema chiave e non può che rimanere centrale in una Unione monetaria senza integrazione delle politiche di bilancio. Il nostro Paese in particolare manca, per buone ragioni, di credibilità. Il Trattato e il patto di Stabilità sono stati costruiti in modo da rispondere a questa esigenza. Ora però, nella loro interpretazione più conservatrice, impediscono all’Unione nel suo insieme di fare la cosa giusta. I trattati non si cambiano in cinque minuti e sono il frutto di un compromesso faticoso, ma, o all’interno delle vecchie regole o dandosene delle nuove, dobbiamo uscire dall’eccezionalità di un’Unione in cui la politica della banca centrale è limitata da vincoli dettati da interpretazioni di parte del Trattato. E questo mentre l’approccio alle politiche di bilancio è sordo alla congiuntura economica e si basa su regole eccessivamente punitive e quindi poco credibili. È il legame tra l’eccessivo rigore dei vincoli e la loro mancanza di plausibilità a renderci, tutti, inadempienti.