il tempo

Stangata sulla tassa di successione

Stangata sulla tassa di successione

Filippo Caleri – Il Tempo

Era il 2001 e l’Italia apprendeva dalle parole dell’allora presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, che una delle tasse più odiate dagli italiani, quella sulla trasmissione dei beni di famiglia per morte o volontà dei proprietari, scompariva dal codice tributario. «Sono state approvate le norme per l’abolizione dell’imposta di successione e donazione» disse allora il Cavaliere aggiungendo anche una frase che forse Renzi dovrebbe ripassare: «Pensiamo che con questo provvedimento si possa contare sul ritorno in Italia di investimenti ingenti».

Sono passati quasi 13 anni da quel momento e dopo un parziale dietrofront sul balzello con l’arrivo al governo del vorace ministro delle Finanze, Vincenzo Visco, si sta per tornare alla situazione di partenza. Non c’è scampo. La ricerca spasmodica di nuove fonti di finanziamento per il bilancio pubblico spingono i tecnici a raschiare il barile e a verificare tutte le possibili opzioni per reperire soldi. Così, visto che i capitoli di entrata sono però sempre gli stessi, era inevitabile che si andasse a toccare l’imposta sulle successioni. Anche in questo caso la motivazione del rialzo è sempre la stessa: la possibilità di aumentarla è legata al fatto che nel resto d’Europa l’aliquota applicata ai passaggi ereditari è molto più alta che in Italia. Senza tenere conto però che molti capitali italiani sono già andati all’estero a causa del dumping fiscale, ovvero di condizioni favorevoli di trattamento dei redditi, praticati oltreconfine. E che ogni aumento di tasse scoraggia non solo quelli che vogliono investire da fuori ma anche quelli che i soldi li vorrebbero tenere nel Paese.

Eppure quando si tratta di far cassa le motivazioni macroeconomiche passano in secondo piano, salvo poi scoprire tra qualche anno che le misure restrittive hanno provocato più danni del beneficio. Comunque secondo quanto ha riportato il Sole 24 Ore ieri lo scopo che si prefigge il governo è di recuperare almeno un miliardo di euro alzando le aliquote applicate al valore dei beni e abbassando la soglia della franchigia ovvero il tetto esente da contributo allo Stato. La decisione potrebbe essere presentata con la legge di stabilità entro il 15 ottobre.

Una norma che modificherà il quadro esistente che prevede oggi, nel caso di trasferimenti di beni avvenuti dopo la morte del proprietario o ad una sua donazione spontanea, una franchigia di un milione di euro, al di sotto della quale non viene effettuato alcun prelievo. Sopra questa soglia bisogna distinguere diverse aliquote a seconda del grado di parentela: 4%, per i beni devoluti a favore del coniuge e dei parenti in linea diretta, (sopra 1 milione di euro); il 6%, per i beni devoluti a favore di fratelli e sorelle, degli altri parenti fino al quarto grado e degli affini in linea diretta, (sopra i 100mila euro); 8%, per i beni devoluti a favore di altri soggetti.

Secondo le indiscrezioni del quotidiano economico l’ipotesi a cui il governo lavora è quella dell’aumento delle aliquote e l’abbassamento della franchigia sopra a cui scattano i prelievi. La soglia di 1 milione di euro per gli eredi in linea retta potrebbe essere ridotta tra 200 e 300mila euro. E contestualmente, innalzate le aliquote dal 4 al 5% per gli eredi in linea retta, dal 6 all’8% per gli altri parenti e dall’8 al 10% per gli estranei.

Renzi l’affamatore: aumenta anche il pane

Renzi l’affamatore: aumenta anche il pane

Laura Della Pasqua – Il Tempo

Sprechi e privilegi non si toccano ma per far cassa, Renzi sarebbe pronto a colpire pane, pasta, farina, burro e olio. Insomma i beni di prima necessità che, dall’oggi al domani, alla faccia del crollo dei consumi, sarebbero rincarati. Ciò che nemmeno Monti, nella cura da lacrime e sangue, ebbe il coraggio di fare, potrebbe essere servito da Renzi. E per farci ingoiare questo ennesimo sacrificio la giustificazione è già pronta: lo vuole Bruxelles. In un documento con una sfilza di consigli, la Commissione europea scrive che «c’è il margine per spostare ulteriormente il carico fiscale verso i consumi».

Ignorando quindi i dati che continuano a registrare il crollo dei consumi, la Commissione sostiene che «è determinante una revisione delle aliquote Iva ridotte e delle agevolazioni fiscali dirette». L’aliquota minima, quella del 4%, riguarda beni di prima necessità quali pane, pasta, riso, farina, latte, burro, formaggi, olio d’oliva, frutta, verdura e patate. Verrebbe colpita anche l’editoria ce già versa in una crisi comatosa. L’Iva al 4% è infatti anche su giornali, libri e riviste. Ma è anche su occhiali, lenti a contatti, materiali terapeutici, mense aziendali e scolastiche. A rischio anche la fascia di beni con aliquota al 10%. Si tratta di acque minerali, uova, zucchero, latte conservato, pesce, carni e salumi, cioccolato, tè, marmellate, yogurt, birra. Subirebbero rincari cinema e teatri, alberghi e pensioni, tutti i trasporti (ferroviari, marittimi, aerei e autobus), l’energia elettrica, il gasolio e il gas, la raccolta dei rifiuti. Sarà più caro un pasto al ristorante e la consumazione al bar.

Al momento è solo un’ipotesi al vaglio dei tecnici del ministero dell’Economia ma il fatto che lo sponsor sia proprio Bruxelles le dà maggio forza. Perchè se Renzi davanti alle televisioni ostenta il pugno duro contro i diktat europei, in realtà è molto attento alle raccomandazioni della Commissione europea. Anzi potrebbe sfruttarle per giustificare decisioni ad alto tasso di impopolarità. Un po’ quello che è stato con la riforma Fornero delle pensioni. Ogni punto di Iva vale 4 miliardi di gettito. Una cifra da non sottovalutare per un governo con l’acqua alla gola. Tanto più che in un momento di bassa inflazione sarebbe facile da applicare. Che poi questo possa comprimere ancora di più i consumi è un problema che il governo potrebbe giustificare estendendo per un altro anno il bonus da 80 euro.

Contro l’ipotesi di un rincaro dell’Iva si è già scatenata la polemica generale. In prima fila le categorie del commercio che temono dai rincari un ulteriore crollo delle vendite. «Sarebbe davvero una follia, specie in una situazione nella quale l’Italia è già con un piede nella deflazione: anche se si trattasse di uno spostamento selettivo di beni dalle aliquote più basse, quelle del 4% e del 10%, un’ulteriore caduta dei consumi sarebbe infatti inevitabile» commenta la Confesercenti.

Le conseguenze sarebbero drammatiche: «Si sottrarrebbero una serie di beni alle possibilità di acquisto di vasti ceti popolari, con un ritorno inferiore alle attese in termini di gettito. Senza contare il raddoppio delle chiusure di imprese nel commercio e nel turismo, già oltre quota 50mila nei primi 8 mesi del 2014».

Confesercenti ha calcolato che portando l’aliquota dal 4% al 10% «l’aggravio per le famiglie sarebbe pari a 5 miliardi l’anno». Per la Confcommercio «sarebbe il colpo di grazia per imprese e famiglie. Verrebbero colpiti soprattutto i redditi medio bassi che hanno beneficiato del bonus di 80 euro, neutralizzandone l’effetto». Contro l’aumento delle aliquote minime anche tutti i partiti. «Sarebbe il de profundis per la nostra economia» afferma il presidente della Commissione di Vigilanza sull’Anagrafe Tributaria Giacomo Portas, eletto alla Camera nel Pd. Per Squeri di Forza Italia «è un’ipotesi suicida. Come si può parlare di crescita se si continuano ad alzare le tasse? Se la risposta del governo al Pil che affonda, al potere d’acquisto delle famiglie ridotto al lumicino e ai consumi fermi, con conseguente crisi delle attività commerciali, è il via libera all’aumento delle aliquote iva ridotte, significa che davvero si è perso il senso della realtà». Per il vicecapogruppo Ncd alla Camera, Dorina Bianchi sarebbe «un grave passo falso del governo. Ci saremmo aspettati una smentita da parte del Tesoro. Invece di cambiare davvero verso, si continuerebbe così sulla scia di politiche di austerità che tanti danni hanno procurato al nostro tessuto produttivo». «Sull’aumento dell’Iva saremo irremovibili, respingeremo pressing Ue e avvisi di ogni sorta e invitiamo Renzi a fare altrettanto», tuona Barbara Saltamartini, portavoce del Nuovo Centrodestra. E sottolinea che «con una pressione fiscale a quota 44%, anche solo immaginare un aumento dell’Iva sarebbe una scelta improvvida, che avrebbe effetti deleteri su consumi per famiglie e imprese».

Renzi diventa il leader del rinvio

Renzi diventa il leader del rinvio

Laura Della Pasqua – Il Tempo

Dopo l’accelerazione il rinvio. Non volendo ammettere di aver abbondato nelle promesse e di non riuscire a mantenerle, Renzi non fa altro che spostare in avanti il traguardo delle riforme. Il piatto forte della legislatura avrebbe dovuto essere il decreto Sblocca Italia salvo scoprire, alla vigilia del Consiglio dei ministri, che i soldi in cassa non ci sono. Se ne riparlerà con la legge di Stabilità, è il ritornello che Renzi e la sua squadra di governo continuano a ripetere mostrando anche un certo fastidio se qualcuno gli ricorda che avevano prospettato ben altri ritmi.

A furia di rinviare e di accantonare provvedimenti che avrebbero dovuto essere prioritari per il rilancio dell’economia, la legge di Stabilità si è trasformata in un imbuto. Ma se ora i soldi per finanziare le riforme mancano e se finora nessuno ha avuto il coraggio di attuare i tagli suggeriti dal commissario alla spending review Cottarelli, sarà difficile trovare entrambi nel giro di poche settimane. La legge di Stabilità va presentata a Bruxelles il 15 ottobre e quindi va varata dal Consiglio dei ministri qualche giorno prima. Quindi Renzi ha a disposizione poco più di un mese per dare consistenza alla manovra economica. Questa, secondo la logica del rinvio, dovrebbe contenere tagli alla spesa pubblica per 17 miliardi per il 2015 che dovrebbero addirittura diventare 32 nel 2016. Un’impresa ardua.

Dovrebbe rientrare nella legge di Stabilità anche l’ampliamento della platea di chi ha diritto al bonus da 80 euro. Renzi aveva promesso che l’avrebbero avuto anche i pensionati, gli incapienti (reddito sotto gli 8 mila euro). Inoltre, altra promessa, la soglia del reddito sarebbe stata portata fino a 50mila euro l’anno. Ma questo vorrebbe dire un conto che oscilla tra 1,5 e 2 miliardi.

Rinviato anche il Jobs Act. Potrebbe vedere la luce entro la fine dell’anno. Renzi questa volta durante la conferenza stampa per il decreto Sblocca Italia, si è ben guardato dall’indicare una data precisa. Ma non doveva essere una priorità?

Slitta anche il provvedimento per i 4 mila lavoratori della scuola con quota 96, che non sono potuti andare in pensione a causa della riforma Fornero. Doveva occuparsene la riforma della pubblica amministrazione, poi il governo disse che forse con il pacchetto di misure sulla scuola si sarebbe trovata una via d’uscita. Oggi Renzi presenterà solo alcune linee guida sulla riforma della scuola e l’anno scolastico sta per cominciare.

Rinviata alla legge di Stabilità anche la regolarizzazione dei centomila precari della scuola. Uno slittamento determinato dalla mancanza di risorse. Come trovarle nel giro di un mese?

Nella manovra economica dovremmo trovare quella parte del piano casa che il ministro delle Infrastrutture Maurizio Lupi non è riuscito ad inserire, per il solito problema di fondi, nello Sblocca Italia. Si tratta del rinnovo dell’ecobonus (lo sgravio Irpef del 65%) per le riqualificazioni energetiche degli edifici.

Rinviata al dibattito parlamentare la norma che prevede la deducibilità ai fini Irpef di una percentuale pari al 15% del prezzo di acquisto dell’immobile fino ad una soglia massima di 100mila euro. Il provvedimento è stato inserito all’interno del decreto Sblocca Italia ma con la clausola «salvo intese»: questo significa che dovrà essere ancora esaminata in Parlamento la sua opportunità di una sua applicazione alla luce delle coperture finanziarie disponibili.

Nulla di fatto ancora per il taglio delle municipalizzate. Anche in questo caso dovrà essere la legge di Stabilità ad occuparsene. Il commissario Cottarelli ha da tempo pronto tutto il piano ma l’operazione è apparsa subito molto difficile per la resistenza delle amministrazioni. Tant’è che Cottarelli ha suggerito di introdurre un meccanismo di sanzioni per colpire le partecipate recalcitranti all’abolizione. Il commissario ha addirittura prospettato la chiusura già nel 2015 di duemila municipalizzate. Infine sono slittati i tempi perla riforma della giustizia penale e per la legge elettorale. Sull’«annuncite» di Renzi è intervenuto D’Alema: il vocabolo non è un neologismo. L’Italia ne ha sofferto moltissimo: nel corso dei governi di Berlusconi era un’attività costante.

A.A.A. Cercasi lavoro, rigorosamente in nero

A.A.A. Cercasi lavoro, rigorosamente in nero

Loredana Di Cesare – Il Tempo

«Nun ce prova à a toccamme er vetro!», urla dal finestrino un automobilista al semaforo rosso. All’incrocio tra via Carlo Felice e via di Santa Croce in Gerusalemme, nel quartiere San Giovanni, a Roma, armati di spazzola e olio di gomito, vestiamo i panni del lavavetri. Non è facile, tra i veri professionisti si contano soprattutto cingalesi e rom che come noi ricevono ogni tipo d’insulto. Siamo italiani e non fa differenza per nessuno. Il commento più gentile: «Siete fastidiosi, non vedete che ho il vetro pulito?». C’è chi si posiziona lontano dal semaforo, chi aziona il tergicristallo, chi alza il finestrino. Un ragazzo riconosce che siamo italiani e sdegnato commenta: «Che ci fate qui? È un lavoro per immigrati». «Non ho spiccioli, non posso pagare», dice una ragazza, ma noi le puliamo lo stesso il vetro e lei ci manda “a quel paese”: «Vi ho detto che ero senza monete, adesso vi attaccate». Tra umiliazioni e insulti contiamo il nostro guadagno: è passata un’ora, il nostro incasso è di 4,50 euro, in nero. Ma ci sono altri mestieri, più redditizi, che in tempi di crisi si possono prendere in considerazione. Ne abbiamo scelti 30.

HOSTESS Fino a 500 euro a sera
Selezionatissime. Il vaglio di curriculula è disponibile su internet, su appositi siti, tappezzati da decine di foto per ogni candidata. Il guadagno è notevole: le più qualificate possono incassare anche 500 euro per una serata.

MAGO 100 euro a serata
Regalare pochi istanti d’illusione può valere anche 70 euro. Per una performance in una festa privata si possono chiedere dai 50 ai 100 euro. Ma non ci s’improvvisa: serve esercitazione costante e un bagaglio di trucchi.

SARTA 2000 euro al mese
Il taglia e cuci non conosce crisi, se in famiglia si lavora in due non c’è tempo per rammendare. Per le riparazioni si parte da 500 euro al mese. Più sei specializzata, più guadagni. Si può arrivare fino ai 2.000 euro mensili.

GIOCOLIERE 100 euro al giorno
Giocolieri con clavi, palline e bolas, trampolieri, maghi e prestigiatori al semaforo. Appena scatta il rosso va in scena il circo con la speranza di strappare un sorriso e una monetina all’automobilista. Questo mestiere richiede preparazione, capacità d’improvvisazione e simpatia. Molti degli artisti di strada guadagnano anche 100 euro al giorno.

TASSISTA ABUSIVO Da 30 a 50 euro a corsa
«Prego taxi…». Questa frase è un mantra all’uscita della stazione Termini. Pronunciata dai tassisti abusivi che si confondono tra quelli con regolare licenza. Non essendoci il tassametro, i guadagni sono il frutto di una trattativa piuttosto lunga con il cliente. Le tariffe variano a seconda dei passeggeri. Possono chiedere fino a 50 euro a persona.

GIARDINIERE 20 euro l’ora
Un mestiere molto richiesto. La rete pullula di offerte di potatura di giardini e aiuole sia per ville che per condomini. I guadagni sono difficili da quantificare con precisione. A volte si procede con cifre forfettarie, quando i lavori sono complessi e duraturi nel tempo. La formula «lavori a chiamata »è molto più redditizia: si guadagnano anche 20 euro l’ora.

DOG SITTER 12 euro l’ora
È un lavoro che richiede molta pazienza e attitudine nel gestire gli animali. A parte questo è necessario dotarsi di paletta e buste in plastica: per portare a passeggio i cani di padroni pigri o indaffarati si incassano circa 12 euro l’ora. Per ottimizzare i guadagni si portano a fare i bisogni più cani contemporaneamente. E la paga lievita.

BADANTE 800 euro l’ora
È il vero lavoro del futuro, considerato l’invecchiamento della popolazione e l’aumento delle malattie senili. È un mestiere prevalentemente al femminile. È necessaria una grande predisposizione al contatto con la sofferenza. Le badanti che vivono con un anziano chiedono circa 800 euro al mese. Le assistenti che sono pagate a ora: circa 8 euro.

CARTOMANTE 15 cent. al minuto
Per leggere il futuro basta un breve corso di formazione su tarocchi e costellazioni. La domanda è piuttosto elevata ma, se parliamo di divinazioni on line, per ogni minuto di consulenza, un cartomante guadagna circa 15 centesimi. Le consulenze dal vivo, invece, sono sempre più una rarità. Ma resistono per i clienti affezionati e per i più anziani.

PROSTITUTA 120 euro a prestazione
Patrizia, 28 anni, si presenta così in un annuncio on line: «Sono romana doc, tutta naturale. Se vieni a giocare in casa mia, ti offro massaggi ovunque tu desideri». Prima di iniziare a prostituirsi era segretaria in uno studio medico. Aveva un contratto e guadagnava 750 euro mensili. Oggi per ogni massaggio riceve 120 euro. Lavora solo nel weekend.

RIPETIZIONI 30 euro l’ora
Molto richieste e più retribuite quelle di matematica: 30 euro l’ora. Per le lezioni di Latino e greco si guadana intorno ai 20 euro l’ora. Per l’inglese il costo è 15 euro l’ora mentre per la stessa cifra si può insegnare anche via Skype.

SKIPPER Oltre i 2.000 euro al mese
Manovrare imbarcazioni al posto dei proprietari può portare a guadagnare oltre 2 mila euro al mese. Più la barca è grande, più si guadagna. Fuori stagione guadagni extra per portare le barche da un porto all’altro per i rimessaggi.

RACCOGLITORE 7 euro l’ora
I raccoglitori stagionali di frutta sono di solito stranieri. Se italiani. sono molto giovani: dai 17 ai 25 anni. Grande fatica fisica e orari da levataccia per una paga oraria di circa 7 euro l’ora. Molte le donne impiegate nel settore.

FIORISTA 30 euro al giorno
Il fiorista ambulante è sempre in cerca di gentleman – sempre più rari – da convincere a un gesto d’amore per la propria signora. E non se la passa benissimo. Giorno e notte in giro per portare a casa tanti «no» e solo 30 euro.

IMBIANCHINO 50 euro al giorno
È un mestiere per cui i prezzi si pattuiscono a giornata o a progetto completato. Per imbiancare e ristrutturare un appartamento, per esempio, vengono richiesti in media almeno 50 euro a giornata.

VU’ CUMPRÀ 7.000 euro a stagione
Quelli «da spiaggia» come veri e propri campionari ambulanti. Teli da mare, pashmine, collanine, braccialetti, occhiali da sole e paccottiglia varia nei borsoni: il loro guadagno stagionale che può valere circa 7 mila euro.

MECCANICO Fattura o sconto?
Con fattura, o no, le tariffe del meccanico che sfugge al fisco restano comunque elevate. Un esempio: per cambiare la cinta di distribuzione di un’auto, in nero, ci è stato chiesto 300 euro. Con fattura costa poco più di 350 euro.

PARRUCCHIERE 15 euro per un taglio
Esercitano la professione nelle case delle clienti. Armati di forbici e bigodini, per lavaggio e piega chiedono 10 euro. Con il taglio si arriva a 15 euro a cui si aggiunge la tinta che, se comprata dal cliente, vale 3 euro in più.

CAMERIERA 5 euro l’ora
Nei pub è richiesta la bella presenza. Preferibili donne tra i 20 e i 30 anni. La paga è di circa 5 euro l’ora per uno standard di dieci ore al giorno. Stesso discorso per il personale dei ristoranti dove però non conta l’aspetto fisico.

CALL CENTER 700 euro al mese
Gli outbound – centralinisti che vendono prodotti e servizi – sono i più spietati e pagati a provvigione: si guadagna in base agli appuntamenti fissati. Elenco telefonico alla mano e tanta fortuna. Si arriva a 700 euro al mese.

BABY SITTER 30 euro al giorno
È uno dei mestieri più diffusi tra le studentesse. Per badare a bimbi molto piccoli la media giornaliera del guadagno raramente supera i 30 euro per otto ore di lavoro. E c’è chi, per la stessa cifra, richiede anche le pulizie.

COLF 800 euro al mese
Lo stipendio è spesso integrato con vitto e alloggio. Le paghe medie sono di 800 euro al mese. Requisiti: negli annunci a volte è preferita un’età massima di 40 anni. Sono sempre molto gradite «ottime conoscenze» in cucina.

ESTETISTA 200 euro al giorno
Mestiere molto diffuso e molto redditizio. Per una manicure e pedicure a casa, 10 euro. Per una ceretta completa 25 euro. Le entrate migliori arrivano d’estate: si può viaggiare anche sui 200 euro al giorno d’incasso.

FACCHINO 5 euro l’ora
Il lavoro, più adatto agli uomini, consiste nel caricare e scaricare cassette di frutta e ortaggi nei mercati generali. Occorre recarsi una volta alla settimana nei punti vendita e chiedere la disponibilità. Paga media: 5 euro l’ora.

GIGOLÒ 10 mila euro al mese
Quando si preannuncia questa parola viene subito in mente il giovane Richard Gere del film «American Gigolò». Giovani, palestratissimi e aitanti, i loro annunci viaggiano su internet e a volte sui quotidiani. Mestiere in crescita, anche se meno diffuso dell’omologo femminile, con tariffe sempre piuttosto elevate: arrivano a guadagnare 10 mila euro al mese.

PIZZA BOY 30 euro al giorno
Lo stipendio è legato a molte variabili. Le pizzerie che consegnano a domicilio di solito offrono un fisso tra i 15 e i 20 euro a serata, più una percentuale sulle consegne. Con le mance si può guadagnare fino a 30 euro al giorno.

LAVAPIATTI 7 euro l’ora
C’è molta richiesta. Sul web, nell’ultima settimana, ne abbiamo contate oltre 400. Il salario medio – per esempio in una tavola calda – non supera i 7 euro l’ora. A cui, in alcuni casi, può aggiungersi parte delle mance raccolte in sala.

ANIMATORE 25 euro l’ora
Il mestiere si sta affermando sempre più, anche per gli spazi creati nei grandi centri commerciali per intrattenere i più piccoli. Per una festa di due ore si possono chiedere 50 euro per un massimo di 15 bimbi.

DANZATRICE 100 euro a esibizione
Per quelle «del ventre» si parte dai 100 euro a esibizione ma il guadagno può salire parecchio a seconda della durata dello spettacolo e dal tipo di evento (feste pubbliche o private). Necessario un adeguato abbigliamento.

Non basta più tirare a campare

Non basta più tirare a campare

Giuliano Cazzola – Il Tempo

Quando Giulio Tremonti, ancora “folgorante in soglio”, osò affermare che con la cultura non si mangia, fu subissato giustamente di critiche. Eppure, adesso, tutti sembrano voler credere che la manomissione del Senato potrà risolvere i problemi dell’economia e riavviare uno sviluppo che non decolla. Del resto, che cosa possiamo aspettarci da un premier che, pochi giorni or sono, ha dichiarato: «Che la crescita sia dello 0,30, dello 0,80 o dell’1,5% non fa alcuna differenza per le persone»? Oggi l’Istat farà la fotografia dei principali indicatori economici del Paese. Come reagirà il governo se i trend saranno – come si teme – peggiori del previsto? Molti dei nodi dei nostri problemi possono essere sciolti a Bruxelles. Ma il governo italiano è davvero impegnato, grazie al turno di presidenza, a mettere in cantiere nuove regole e politiche innovative o si accontenta di sistemare Federica Mogherini al posto di Lady Pesc, soltanto per avere l’occasione di un giro di poltrone in patria? Certo, è in arrivo la conversione in legge del decreto competitività che dovrebbe sbloccare finanziamenti in opere pubbliche, ma il Jobs act è slittato in autunno. E la questione dimenticata del Mezzogiorno? L’economia sommersa ha un peso decisivo in quelle realtà. E riesce a taroccare anche le statistiche sull’occupazione. L’evasione fiscale è la condizione per la sopravvivenza di pezzi di economia. Non sarà, allora, che la società meridionale non è in condizione di attenersi a regole, anche contrattuali, forzatamente uniformi? Tutti ne siamo consapevoli; ma piuttosto che accettare una realistica diversificazione, al limite del dumping sociale, preferiamo chiudere un occhio e tirare avanti così.

C’è chi dice no, ecco chi ferma l’Italia

C’è chi dice no, ecco chi ferma l’Italia

Filippo Caleri – Il Tempo

Sono i più fieri avversari del cambiamento. Si oppongono sempre e comunque a qualunque riforma. Sono i sindacati italiani che spesso, in nome di difese corporative, si confrontano con le istanze di categorie nuove e con la complessità degli interessi da rappresentare. È il partito del «no», che non sperimenta soluzioni innovative e perpetua vecchi modelli di gestione delle relazioni industriali, facendo male a se stesso e al Paese. Con conseguenze per gli stessi lavoratori. L’inchiesta de Il Tempo ha preso in esame gli ultimi dossier economici passati al vaglio di Parlamento e governo. Ebbene, in ognuno di questi non è mai mancato l’atteggiamento pregiudiziale di chiusura verso ogni tipo di cambiamento. Una breve disamina, senza nessuna pretesa scientifica, che dimostra però come esista in Italia un autentico blocco di conservazione e resistenza al cambiamento.

Il partito del «Niet»
Un blocco che è in realtà trasversale ai vari schieramenti politici, ma nella cui composizione sono fortemente rappresentati i sindacati confederali Cgil, Cisl, Uil e una miriade di associazioni datoriali, dalle più grosse a quelle di particolari settori. Da loro tanti e reiterati sono stati i dinieghi nonostante i richiami degli organismi internazionali, della Bce e di Bruxelles, per riforme incisive in grado di aumentare la competitività del Sistema Italia. Una regola, quella del «mettersi di traverso», che ha portato un solo risultato: Italia paese del Gattopardo, nel quale si fa finta di cambiare ma alla fine non cambia nulla. Dalla riforma del lavoro alla legge sulla rappresentanza, dal blocco dell’aumento Iva allo spostamento della tassazione dal lavoro alle cose, ci sono almeno 20 cambiamenti che, negli ultimi anni, sono stati stoppati o svuotati, dal fuoco di veti incrociati provenienti dalle parti sociali.

La tattica
La lunga sequela di stop, rallentamenti, no mascherati, apre, sul cambiamento dell’Italia, una contrapposizione continua. Si adotta una tecnica dilatoria che allontana la soluzione e che si avvale dei bizantinismi usati nelle relazioni tra padroni e operai nel ’900. Un mondo, allora chiuso, stretto tra barriere nazionali e che oggi non esiste più. La dinamica lineare ha lasciato il posto alla «complessità» per dominare la quale gli strumenti e le logiche del passato non sono più adeguati. Resta ancora in auge, anche se in lento declino, l’ultima eredità della fine del secondo millennio. Il «compromesso» che spesso lascia le cose più o meno al punto di partenza. Ognuno fa il proprio mestiere e le rappresentanze hanno il diritto legittimo a tutelare gli interessi dei loro rappresentati. Ma attenzione, spesso, troppo spesso, per proteggere gli interessi di pochi si perdono le opportunità di modernizzazione ineludibili.

Cgil campione di no
Il partito del Conserva Italia non ha un colore definito, è liquido, permeabile, si spacca e si ricompatta a seconda delle convenienze. Ma la predominanza del «no preventivo» è congeniale alla Cgil. Che si mette puntualmente di traverso quando si tentano di modernizzare le norme in qualunque settore economico. Il sindacato guidato da Susanna Camusso ha detto no su quasi tutto. Dalla costruzione del Ponte di Messina (scelta che avrebbe anche motivate ragioni visto la sostenibilità economica dell’opera) alla flessibilità per facilitare l’ingresso al lavoro dei più giovani. La stessa confederazione si è dichiarata contraria anche al Job Acts che ha in parte aggiustato alcune storture introdotte dalla riforma Fornero. No anche all’utilizzo delle prove Invalsi nelle scuole italiane (metodo di confronto dei rendimenti scolastici che ci avvicina ai partner europei) e al taglio delle province. Così come alle dismissioni dei beni statali per l’abbattimento del debito pubblico. E non è da dimenticare il rifiuto al piano degli esuberi di Alitalia che ha messo a rischio la fusione della compagnia italiana con gli arabi di Etihad.

Compagni di viaggio
La Cgil non è però la sola a mostrare forti resistenze al cambiamento. Il «virus» della conservazione colpisce innanzitutto i compagni di viaggio della Cgil e cioè la Cisl e la Uil. Anche loro, con opportuni distinguo, sono sempre pronti a cavalcare il destriero del rallentamento per i provvedimenti di cambiamento. Fronte compatto delle tre sigle per norme che rappresentano una delle riforme più richieste dagli italiani come la mobilità obbligatoria nella pubblica amministrazione e per l’abolizione del Cnel.

Le associazioni
Non sono solo i sindacati a dire no e a opporsi ai tentativi di riforma. Insieme a loro, brillano per resistenza alle liberalizzazioni e alle norme anti corporazioni, tanti altri soggetti. Dai commercianti ai vescovi della Cei, ma anche farmacisti e balneari. Tutti pronti a erigere muri. Il caso emblematico è la riforma del mercato del lavoro, nata male e trasformata in peggio per la paura di stravolgere le protezioni oggi esistenti solo per chi lavora. Ebbene, doveva ridurre le tipologie contrattuali, la complessità dell’impianto normativo e introdurre i licenziamenti economici. Ad alzare le barricate le Pmi di Rete Imprese Italia sul primo punto, e quelle dei sindacati sul secondo. Stop che hanno prodotto una legge che non raggiunge quanto richiesto dai mercati: sui licenziamenti economici, dicono i giudici, non è cambiato quasi nulla. E la giungla di contratti non è stata disboscata.

Le professioni
Poca fortuna hanno avuto anche le liberalizzazioni delle professioni. I paletti posti dai sindacati delle categorie di farmacisti, notai e avvocati, l’hanno resa monca in partenza. Altro dossier e solito no, anche questo trasversale, sugli orari di apertura delle attività commerciali. Considerazioni economiche si scontrano con ragioni etiche. Così da una parte si sono schierate Confesercenti e Cei, dall’altra la Federdistribuzione. Una consuetudine che in altri paesi è la norma, con catene commerciali, aperte 24 ore su 24 ore per 365 giorni l’anno, in Italia è un tabù. La discrasia tra volontà di cambiamento e conservazione si ritrova nei tagli alla spesa statale: tutti d’accordo. Ma solo in via di principio. Poi prevalgono i no sindacali. Perfino sul taglio delle province sono arrivate le chiusure. La categoria Funzione Pubblica di Cgil si è opposta, così come l’Api che rappresenta gli enti.

Infratrutture
È uno dei campi preferiti nei quali si esercita il potere di veto dei sindacati. La Camusso, ad esempio, non è contraria alla Tav Torino-Lione. Ma ha sempre espresso una netta contrarietà alla costruzione del Ponte di Messina. Con Cisl e Uil, poi, il fronte è compatto per contrastare la costruzione di una centrale Centrale a biogas a Bertinoro tra Forlì e Cesena. Per tutte e tre le sigle è una scelta incompatibile con la vocazione turistico termale del territorio. La motivazione – spiegano le tre sigle – non è quella di una contrarietà a priori ma di una posizione di merito, legata principalmente alla scelta di quel territorio e alla mancanza di chiare garanzie sull’impatto ambientale». Per i sindacati l’approvvigionamento energetico non è una priorità.

Il fisco
Persino la grande battaglia contro l’evasione, che vede tutti d’accordo sull’obiettivo, non trova sintonia sui mezzi per contrastarla. Sul Durt – il documento unico di regolarità tributaria – tutte le associazioni di imprese hanno fatto la guerra. No corale anche per sulle norme di semplificazione che danneggiano i Centri di Assistenza Fiscale, i Caf, da cui sindacati e associazioni di imprese ricavano circa la metà degli introiti.

Il caso Alitalia
È l’esempio più recente ed emblematico di come il sindacato del «no» possa arrivare anche a far rischiare di naufragare una trattativa aziendale delicata in nome della conservazione dei posti anche quando l’azienda non è più in grado di remunerarli. Così nonostante il via libera della società all’arrivo di Etihad nel capitale sociale, le divisioni dei sindacati che si sono arroccate rispetto alla chiusura dell’accordo hanno fatto avvicinare pericolosamente Alitalia al fallimento. All’ostinazione della Cgil a non mollare sugli esuberi dei lavoratori si è aggiunta anche la Uil che ha puntato i piedi sul rinnovo contrattuale e sui piani di risparmio contrattati con i vertici aziendali. Divergenze rientrate ma che hanno messo in evidenza quanto ancora forte sia il potere di interdizione delle organizzazioni confederali nei processi di ristrutturazione aziendale.

La lezione Fiat
Nonostante la forza residuale il sindacato italiano non è più una parte attiva nel processo di governo dell’economia. Questo a causa della complessità connaturata ai mercati del mondo d’oggi. Il caso di scuola è quello della Fiat che ha compreso anzitempo l’impossibilità di reggere così come strutturata in Italia la competizione internazionale. Se n’è andata e ha lasciato i sindacati in balia di loro stessi. Un atteggiamento, quello di Marchionne, dettato dal fatto che oggi è il mercato che detta le regole e non più le corporazioni. La velocità di trasformazione del mondo industriale ha reso vetusti gli strumenti sindacali di un tempo. La concertazione è di fatto ridotta a una rappresentazione di interessi al tavolo delle trattative. Vecchi metodi per un nuovo mondo. Il no preventivo sta perdendo la sua forza. Forse è il momento di ripensare il sindacato in un’ottica più moderna.

Privatizzare le nostre imprese non vuol dire svenderle ai cinesi

Privatizzare le nostre imprese non vuol dire svenderle ai cinesi

Daniele Capezzone – Il Tempo

Intendiamoci subito, a scanso di equivoci. Chi scrive è un liberale strafavorevole alle privatizzazioni. Un paio di anni fa ho contribuito anch’io (con Renato Brunetta e altri colleghi) a un gruppo di lavoro che, nel mio partito, ha rilanciato l’idea di un grande fondo a cui conferire beni di vario tipo, in una prospettiva di valorizzazione e vendita. E in Italia bisognerebbe davvero procedere a un arretramento della mano pubblica, ad esempio cominciando da due realtà che invece appaiono intoccabili: da un lato la valanga di immobili di proprietà pubblica e dall’altro le municipalizzate, vero strumento di occupazione militare del territorio e di segmenti di economia.

Altro conto sarebbe invece una sconclusionata svendita dell’argenteria di famiglia, per fare cassa in modo disperato e accettando una progressiva spoliazione e colonizzazione del Paese. Ne scrivo da mesi, e ora purtroppo i fatti si stanno incaricando di confermare le mie peggiori previsioni. Così come all’inizio degli anni Novanta si realizzò (ferma restando la buona fede di tutti, che va sempre presupposta) un’operazione che privò l’Italia di asset importanti nella chimica, nella meccanica, nell’agroalimentare e in alcune banche, allo stesso modo oggi si rischia qualcosa del genere. Una sorta di “Britannia 2”.

La cosa è cominciata in settimana con l’accordo tra Cdp reti (quindi sono in gioco le reti energetiche italiane, incluse Snam e Terna) e il gigante cinese China State Grid, che ne ha rilevato il 35%. Ammetto che almeno è stata mantenuta la quota di controllo. Ma non posso non pormi alcune domande. Perché non è stata fatta un’asta internazionale? Perché è stato scelto proprio quel partner, anche geopoliticamente così discutibile? E soprattutto, perché non se ne è adeguatamnte discusso?

Quali saranno i prossimi passi? Svendite anche di quote di Eni, Enel e Finmeccanica? Ripeto: da liberale non ho nulla contro l’alienazione di quote e ovviamente non ho tabù, ma non comprendo perché si debba dare l’idea di veri e propri saldi di fine stagione (organizzati in fretta e furia, visto che il governo è in grado di tagliare la spesa pubblica). Prepariamoci dunque, nei prossimi mesi, a distinguere due cose ben diverse tra loro: un conto sarebbero positive operazioni di valorizzazione e vendita, altro conto sarebbero invece spoliazioni a danno del Paese. E che tutto ciò avvenga nel quasi totale silenzio della politica (impegnata ogni giormo a discutere di “quisquilie e pinzillacchere”) dà la misura della gravità della situazione italiana.

Ps: Ci vuole coraggio a parlare di “privatizzazione” per la vendita a un soggetto totalmente controllato dallo Stato cinese. O no?    

Matteo e quei sei milioni “buttati”

Matteo e quei sei milioni “buttati”

Nicola Imberti – Il Tempo

Il documento è datato maggio 2012. Qualche settimana dopo, l’8 giugno, Pier Luigi Bersani, segretario del Pd, avvierà l’iter per le primarie di coalizione. Solo a settembre Matteo Renzi, arrembante sindaco di Firenze, romperà gli indugi e ufficializzerà la propria candidatura.

Dopo mesi passati a «rottamare» ha deciso di giocarsi la sua grande occasione. Se vince sarà lui a guidare il centrosinistra alle elezioni Politiche del febbraio 2013. Renzi è lanciatissimo eppure a maggio il Dipartimento della Ragioneria Generale dello Stato del ministero dell’Economia e delle Finanze (il titolare è ancora Mario Monti che a luglio passerà il timone a Vittorio Grilli ndr ), invia un documento che riguarda una «verifica amministrativo-contabile alla Provincia di Firenze».

Il periodo sotto esame è quello in cui Matteo governava, il quinquennio 2004-2009. E il quadro dipinto da via XX Settembre è tutt’altro che entusiasmante. Ci si sofferma, in particolare, sul ruolo giocato da Florence Multimedia, la società esterna nata nel 2005 per volere dello stesso Renzi che ha preso il posto dell’ufficio stampa della Provincia.

L’accusa è pesante. Secondo il ministero dal 2006 al 2009 «sono stati contrattualizzati, nella forma di contratto, convenzione, disciplinare di servizio, affidamenti al lordo per euro 9.213.644,69».

Nessun problema se non fosse che subito dopo si legge: «Ovviamente, non essendo stata prodotta alcuna evidenza documentale a supporto di quanto asserito, si può solo prendere atto». Insomma non ci sono documenti. Per questo la relazione sottolinea che «sarebbe interessante sapere quale grado di contezza abbia avuto l’Organo Consiliare di questi affidamenti “complementari” il cui importo, a ben vedere, triplica quello dei “Contratti di servizio base”».

Tradotto per i non addetti ai lavori il presidente-sindaco, forse all’insaputa dell’istituzione, avrebbe allegramente «buttato» 6 milioni di euro. Non certo una bazzecola. Per altro «ricondotta ad altre fattispecie piuttosto evanescenti (“integrazioni economiche di precedenti contratti” o “affidamenti con contestuale approvazione di un progetto contenente gli elementi essenziali della prestazione”)».

Non avete capito niente? Normale. Nemmeno gli ispettori del ministero. Proprio per questo invitavano a «fornire ulteriori elementi in ordine ai rilievi ancora da regolarizzare». La vicenda, infatti, era iniziata a dicembre del 2011. Ma a maggio restavano dei punti oscuri da chiarire.

Cosa sia successo poi non è dato sapere. C’è un processo avviato davanti alla Corte dei Conti, ma riguarda la nomina di quattro direttori generali (anche di questi si parlava nella relazione del maggio 2012). L’ipotesi è che si sia configurato un danno erariale e la prossima udienza è fissata per settembre.

Ma dei soldi alla Florence Multimedia nessuno ha più parlato. Nel frattempo il «rottamatore» ha perso le primarie del 2012, si è leccato le ferite, è tornato in pista per quelle del 2013, è diventato leader del Pd e poi, per via extraparlamentare, è arrivato a Palazzo Chigi. Un’ascesa fulminea su cui oggi si allunga l’ombra di quei 6 milioni. Il documento del ministero dell’Economia, infatti, dovrebbe essere parte integrante della denuncia che l’avvocato Carlo Taormina, difensore del dipendente comunale Alessandro Maiorano (il «nemico pubblico numero uno» di Renzi), sta preparando e presenterà nei prossimi giorni. L’obiettivo è capire perché quei soldi siano stati spesi e perché, nonostante la richiesta di chiarimenti, nulla si sia mosso. Chissà se stavolta le spiegazioni saranno più convincenti. E documentate.

Tagli sbagliati se c’è la crisi

Tagli sbagliati se c’è la crisi

Alberto Bagnai – Il Tempo

L’allarme di Confcommercio sulla pressione fiscale merita più di un commento. Certo, in Italia la pressione fiscale è elevata, e lo è anche perché ci sono molti evasori, che commettono reato e vanno perseguiti. Detta questa cosa, sacrosanta, forse banale ma ovvia, evitiamo due errori ideologici. Il primo consiste nel credere che la nostra sia una crisi di debito pubblico, causata dagli evasori, che non pagando le tasse avrebbero fatto lievitare il debito. Le cose non stanno così: i dati mostrano che prima della crisi il debito italiano diminuiva costantemente (-10 punti di Pil dal 1999 al 2007) eppure l’evasione c’era. Il vicepresidente della Bce ha ricordato nel maggio scorso che la crisi è stata causata dall’imprudenza delle banche private, che ora devono essere salvate coi soldi dei contribuenti. La crociata contro il barista che non fa lo scontrino è una delle tante armi di distrazione di massa che i governi stanno usando per nascondere le cause della crisi (un’altra è la «riforma» del Senato).

Il secondo errore consiste nell’affermare che i problemi si risolverebbero tagliando la spesa per tagliare le tasse. Intanto, la spesa pubblica italiana in proporzione al Pil storicamente è in media con quella europea: gli sprechi vanno combattuti, ma non c’è alcuna evidenza seria di spesa «eccessiva». Poi, la spesa pubblica si rivolge comunque all’acquisto di beni privati, quindi è reddito privato. Qualsiasi manuale di economia spiega che in recessione i tagli, pur se accompagnati da diminuzioni di tasse, sono nefasti, perché riducono il denaro in circolazione. Insomma, chiedendo di tagliare la spesa pubblica, Sangalli di Confcommercio chiede anche di ridurre gli incassi dei commercianti. Gli auguriamo di fare sul tema una riflessione più approfondita, prima che la facciano i suoi associati.

L’Italia va a picco, ogni 5 minuti chiudono due aziende

L’Italia va a picco, ogni 5 minuti chiudono due aziende

Laura Della Pasqua – Il Tempo

Quando avrete finito di leggere questo articolo (saranno trascorsi circa cinque minuti) due aziende avranno chiuso i battenti. E a fine giornata ben 573 imprese avranno smesso di vivere. È questa la drammatica situazione del Mezzogiorno. Dopo i dati dell’Istat e di Bankitalia che certificano l’allontanarsi della ripresa e l’impatto quasi nullo degli 80 euro elargiti con tanti proclami dal governo, ieri è stata Confindustria a mettere il dito nella piaga. Nelle regioni del Sud, dove fare l’imprenditore è quasi una scelta eroica e dove i finanziamenti, quando arrivano, sono risucchiati dalla malavita o si perdono in mille rivoli clientelari, la crisi sta producendo una desertificazione imprenditoriale. Le cronache hanno smesso di registrare i casi di suicidio per fallimento o perchè strangolati dagli usurai e i dati della progressiva deindustrializzazione del Sud finiscono nel calderone di quelli nazionali. Nessuno vuole più rispolverare il vecchio termine di «questione meridionale» ma il dramma è reale, quanto ignorato.

Confindustria insieme a SRM-Studi e Ricerche per il Mezzogiorno (centro studi collegato al gruppo Intesa Sanpaolo) ha fatto un checkup dei durissimi effetti della crisi nel Sud. I numeri sono eloquenti. Nel 2014 il saldo tra imprese iscritte e cessate è negativo per oltre 14 mila unità. Dall’inizio dell’anno hanno infatti cessato la propria attività 573 imprese meridionali al giorno, con i fallimenti in crescita del 5,7% rispetto allo stesso periodo del 2013.

L’aggravarsi della crisi, anzichè spingere le iniziative pubbliche, le ha allontanate. Gli investimenti statali e quelli privati sono diminuiti di quasi 28 miliardi tra il 2007 e il 2013: un calo di oltre il 34%, con punte di quasi il 47% nell’industria in senso stretto e del 34% nell’agricoltura e nella pesca, che pure sono settori in cui è forte la specificità del Mezzogiorno. In particolare, lo Stato ha smesso di mettere soldi nel Sud: tra il 2009 e il 2013, infatti, la spesa in conto capitale nel Mezzogiorno si è ridotta di oltre 5 miliardi di euro, tornando ai valori del 1996, contribuendo alla riduzione del numero e del valore degli appalti pubblici. In calo di numero, ma soprattutto di valore (da 8,6 miliardi a poco più di 5) sono anche le gare di partenariato pubblico-private bandite nel Mezzogiorno. «Si realizzano, dunque, sempre meno investimenti pubblici, sia che lo Stato li finanzi direttamente sia che li promuova indirettamente – spiegano Confindustria e Srm – E ciò è paradossale, se si considerano le difficoltà economiche che suggerirebbero l’opportunità di un’azione pubblica decisamente anticiclica». Quanto al mercato del lavoro, al Sud sono senza impiego due italiani su tre.

Non potendo puntare sul mercato interno, anche perché i consumi marciano a rilento, molte aziende rivolgono lo sguardo oltre confine. Segnali parzialmente in controtendenza vengono infatti dalle esportazioni: l’export è, infatti, l’unica variabile il cui valore al 2013 è superiore (+2,4%) a quello del 2007. Tuttavia, tale recupero sembra essersi fermato nel 2013 e nei primi mesi del 2014, o meglio differenziato: scende l’export di idrocarburi, oscilla l’export di acciaio, si rafforzano settori come l’aeronautico-automotive, la meccanica, la gomma-plastica, l’agroalimentare. Così come si rafforza l’export dei principali poli produttivi e dei distretti meridionali.

Non sono gli unici segnali timidamente positivi: cresce il numero delle società di capitali (+3,2% rispetto a un anno fa), delle imprese aderenti a contratti di rete (oltre 1.600), delle nuove imprese condotte da giovani (50mila nel solo 2013); tornano a crescere, in alcune regioni meridionali, i turisti stranieri.