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Troppi errori sui precompilati: Renzi ritira i 730 come le auto

Troppi errori sui precompilati: Renzi ritira i 730 come le auto

Davide Giacalone – Libero

Il 730 semplificato e scaricato si sta incarnando in un’avventura contorta e scaricante. All’orizzonte della precomplicata sorge l’ipotesi della proroga, confermando che così come tutti i salmi finiscono in gloria, tutte le chiacchiere si schiantano ingloriosamente contro la realtà. Che non è quella virtuale e cinguettante, proiettata sugli schermi degli smartphone governativi.

Si partì dicendo che sarebbe stato l’avvento della semplificazione, talché il contribuente non avrebbe dovuto far altro che, ammirato e commosso, constatare quanto il fisco fosse stato equo e preciso nel tracciarne il profilo reddituale. S’aggiunse che accettando quella silhouette non ci sarebbero stati controlli, dacché tutti i dati erano già stati controllati e verificati. Non è vero, scrivemmo. Disfattisti, ci dissero. Peccato che il profilo somiglia sempre di più a una caricatura e che l’Agenzia delle Entrate non abbia controllato nulla, limitandosi a un copia e incolla lacunoso, nel senso che alcuni pezzi se li è persi per strada. Cosi si sono accorti, ad esempio, che nelle precomplicate non sono indicati i giorni lavorativi, rendendo impossibile il calcolo delle detrazioni. Mancano i contributi per colf e badanti. Sono imprecise le rendite catastali. Spesso mancano i redditi aggiuntivi, sebbene i sostituti d’imposta li abbiano segnalati per tempo, inviandone copia sia al fisco che agli interessati (senza dimenticare che hanno avuto il modulo da utilizzare solo una settimana prima della scadenza, il che ha sovente comportato una doppia duplice spedizione).

Cinguetta Matteo Renzi: dall’anno prossimo ci saranno anche le detrazioni sanitarie. Questo lo sapevamo dall’inizio, sia che quest’anno non ci sono sia che dal prossimo ci dovrebbero essere. Speedy Gonzales, a questo giro, è in ampio ritardo. E aggiunge, sempre mediante l’agenzia ufficiale del governo, ovvero Twitter: «lo ripeto tutti i giorni: semplificare, semplificare, semplificare». Ma chi intende raggirare, raggirare, raggirare? Hanno messo su un casotto che la metà basta. Si arriva alla scadenza della Tasi senza sapere quanto pagare e senza che i bollettini precompilati, questa volta previsti dalla legge, siano mai partiti. Che sta dicendo, anzi, cinguettando?

Ecco cosa sta dicendo, anzi, cinguettando: «quasi 300mila italiani hanno già inviato la dichiarazione dei redditi precompilata (promessa già dalla #Leopolda). Critiche e suggerimenti?». No, non lasciatevi tentare, c’è il rischio sia considerato reato. Perché, gentile Leopoldo Speedy, quelli che hanno abboccato, accettando di non detrarre quel che era loro diritto detrarre, non solo potranno essere sottoposti a controlli, ma riceveranno una mail nella quale si spiegherà loro che hanno firmato un documento che può contenere errori. A quel punto saranno presi dal panico e correranno a chiedere l’aiuto degli esperti, ovvero esattamente quelli cui li si sarebbe dovuti sottrarre. I quali esperti, siano essi Caf (centri di assistenza fiscale) o commercialisti, già dicono che, in queste condizioni, è impossibile assicurare una prestazione seria nei tempi stabiliti.

Ed ecco che si parla di proroghe. Tema che richiede una risposta immediata, perché vede, gentile Twitt Gonzales, lei avrà pure esaurito, come ci ha comunicato ieri, «il quarto d’ora di twitter sul fisco», ma se si comincia a parlare di proroga tutto si sbrodola, quindi sarà bene dirlo immediatamente: c’è o non c’è? Smentisca immediatamente, altrimenti nessuno bloccherà lo sbracamento. E se smentisce sarà anche il caso di suggerire all’Agenzia delle Entrate di smetterla di sostenere che ci sono solo problemi di rodaggio, perché le macchine non si collaudano arrotando i passanti. Esiste la possibilità di dire: scusate, fummo presciolosi e avventati. Se, invece, la straziante proroga sarà confermata, ditelo comunque subito, giusto per evitare che chi ancora crede alla parola dello Stato sia il solo a spaccarsi in quattro per tener fede a chi è infedele.

La distanza che c’è fra l’annuncio di cose giuste ­ «sogno di pagare le tasse con lo smartphone», ha pure detto ­ e la realizzazione di pratiche efficienti è lo spazio che divide le politiche propagandistiche dall’arte di governare seriamente. La parte minore è l’ideazione, quella maggiore la messa in pratica. Non viceversa. Il pubblico da assecondare non è quello che spara e gioisce per i titoli, ma quello che porta sulle spalle il peso di un fisco esagerato nelle pretese e satanico nelle modalità. Il mondo reale non è popolato da followers, ma da cittadini che non è il caso di far diventare folli. Anche perché, per difendersi dall’incipiente follia, adottano una soluzione largamente sperimentata: smettono di credere a quel che si dice. Sarebbe una beffarda nemesi, per chi pensò che la parola fosse sufficiente a cambiare il mondo.

Local Tax inesistente? Ci costerà più dell’anno scorso

Local Tax inesistente? Ci costerà più dell’anno scorso

Davide Giacalone – Libero

Giugno, è ora di pagare. Naturalmente, come ogni anno, non si sa come e non si sa quanto. Il satanismo fiscale ha una sua maniacale coerenza, accompagnata da aspetti che potrebbero essere considerati intriganti, se solo si coltiva la passione delle messe nere. Nel 2015, fu detto l’anno prima, non ci saranno più l’Imu e la Tasi, sostituite da una tassa unica, la Local Tax (l’Ici era la stessa cosa, nel senso di “comunale”, e l’Imu era la stesa cosa, nel senso di “unica”: l’innovazione, quindi, stava nell’uso dell’inglesorum). La tassa anglofona, promisero, sarà facile e costerà meno. L’annuncio fu poi corretto: per il 2015 non ci sarà ancora la Local Tax, perché sarebbe sciocco bruciare un’idea cosi innovativa e brillante sulla pira della fretta.

Per andare sul sicuro, quindi, si replicherà la tassazione del 2014, ma con due novità: a. Questa volta i bollettini arriveranno precompilati, sicché il contribuente non dovrà fare altro che scucire; b. Le aliquote saranno fissate entro marzo, assieme all’approvazione dei bilanci comunali. Delusi? No, illusi. Perché nulla di tutto questo è avvenuto, visto che il termine per l’approvazione dei bilanci è slittato al 30 luglio, mentre le patrimoniali sulla casa (perché di questo si tratta: patrimoniali sul bene primario degli italiani, mascherate da esazioni per supposti servizi locali) si pagano entro il 16 giugno. E perché è pur vero che l’obbligo d’inviare i bollettini precompilati era stato fissato, niente popo di meno, che nella legge di Stabilità, ma neanche questi ci saranno, perché i Comuni non saprebbero che aliquota applicare. Già, ma la stessa cosa vale per il contribuente. Esatto: quindi meglio scaricare su di lui la colpa. Non vi pare geniale? Belzebù in persona s’è commosso, benché abbia sollecitato gli accoliti a non esagerare in sadismo.

Allora, come si deve fare? Il fisco stregonesco risponde: niente paura, ci date quello che ci avevate dato l’anno scorso, con le stesse modalità, tanto poi, con la seconda rata, vi facciamo avere l’entità del conguaglio, ovvero il di più che ci avreste dovuto dare fin dalla prima, ma che, con la scusa che nessuno vi ha detto a quanto ammontava, ci avete negato. Già, ma non doveva diminuire, la tassa? Occhio a fare certe domande, che potrebbe esserci una soprattassa peri creduloni. In contemporanea si dovrà anche inviare la dichiarazione dei redditi, che per molti doveva essere anche quella precompilata, esente da errori e senza controlli ulteriori nel caso in cui il contribuente avesse accettato i conti per lui fatti dal fisco.

Raccontammo il perché erano bubbole, che i controlli ci sarebbero stati comunque (sui dati originati da soggetti terzi, anche se accettati dal fisco) e che gli errori si sarebbero pagati: cento euro per ciascuno, salvo maggiore addebito per contestata evasione, nel qual caso sono dolori. Prima ci snobbarono, poi ammisero: è esattamente così. Dunque, alla fine, non sai se è meglio la dichiarazione precompilata esistente, dove se firmi sbagli e se non firmi sbagli, o il bollettino precompilato inesistente, perché il governante non fece i decreti e le circolari applicative, sicché il Comune incassante non sa dirti quanto gli devi, ma tu li devi comunque, anche se sei l’unico a non avere mancato ad alcun dovere.

Come volete che riparta un’economia in cui l’amministrazione pubblica non solo non riesce a far scendere le proprie pretese fiscali (previste in aumento per il 2016), ma neanche a dirti quanto le devi dare e come? E nessuno dica che si tratta di cose impreviste, perché le prevedemmo. Si tratta di un’amministrazione incapace e arrogante, al servizio di un gettito il cui unico obiettivo è inseguire e coprire la spesa. In condizioni di almeno parziale serietà il governo, persa ogni possibilità di mantenere fede alle promesse, dovrebbe, se non altro, licenziare i responsabili. Non lo fanno perché i licenziati farebbero ricorso, dimostrando che irresponsabili sono i governanti.

Il governo festeggia il rating sul ciglio del burrone

Il governo festeggia il rating sul ciglio del burrone

Davide Giacalone – Libero

Chi si contenta gode, ma chi s’illude implode. È stato accolto e rilanciato come positivo un pessimo giudizio di Standard&Poor’s. L’agenzia di rating conferma che l’Italia resta a un solo gradino dalla spazzatura, ci basta scendere un pelo sotto il confermato BBB­, cui siamo stati declassati all’inizio dell’anno, perché i titoli del nostro debito pubblico sprofondino all’inferno della non negoziabilità. Ed è stato festeggiato come promettente l’outlook, ovvero la previsione, “stabile”. Come se la stabilità di quel giudizio fosse l’opposto dell’instabilità, quindi di una condizione precaria. È vero il contrario: prevedono che noi si resti esattamente dove ci troviamo, senza peggiorare (cadendo nel baratro), ma anche senza migliorare. Mi è ignoto cosa ci sia da festeggiare.

Siamo stati collocati sul ciglio del burrone, progressivamente degradando il giudizio sulla nostra affidabilità, quando gli spread crescevano all’inverosimile. Considerai quella valutazione ingiusta e troppo punitiva, perché il divaricarsi dei tassi d’interesse, relativi ai debiti pubblici, non andava attribuito a una nostra colpa, ma ai difetti strutturali dell’euro, all’incompiutezza istituzionale della moneta unica e all’inerzia della Banca centrale europea. Ma da allora a oggi le cose sono cambiate, la Bce ha preso ripetutamente (e con successo) l’iniziativa, tanto che, immutate tutte le altre condizioni, gli spread si sono molto ridotti (anche se il nostro rimane costantemente e negativamente più alto di quello spagnolo). Perché, allora, siamo considerati ancora sul ciglio del burrone?

Perché tutto quel che di buono è accaduto non è dipeso da noi. La spesa pubblica per interessi si riduce, ma solo grazie alla Bce. Il prodotto interno lordo sarà positivo, quest’anno, dopo tre anni di recessione, ma la nostra crescita è inchiodata alla metà della media dell’eurozona (S&P prevede, per noi, un +0,4, quindi meno di quel che immagina il governo, sicché a una distanza ancora più marcata dagli altri europei). La svalutazione dell’euro è una buona cosa, per un Paese esportatore, ma, anche questo, un effetto di scelte fatte altrove. Per non dire del prezzo del petrolio. I tagli alla spesa pubblica restano una litania inconcludente.

La pressione fiscale cresce e crescerà, anche secondo le previsioni del governo, che a chiacchiere dice il contrario, quindi farà ancora da ostacolo alla ripresa. La Corte costituzionale ci ha messo anche la ciliegina, che poi è un cocomero capace di schiacciare la torta che il pasticcere governativo confezionò togliendo ai pensionati quel che la legge garantiva loro. Insomma, tutto quel che dentro al cortile italico fa titolare sul ritorno del segno positivo e sulla svolta economica cambia significato, visto da una prospettiva comparata: continuiamo a perdere competitività. Tutte cose che qui abbiamo avvertito per tempo, sebbene parlando al muro. In quanto alla filastrocca delle riforme, presentate come rivoluzioni, quel che ci viene detto è: fateci vedere come funzionano e quali benefici portano, altrimenti, sulla parola, restano solo parole.

Non cambio opinione con il cambio delle stagioni, né climatiche né politiche: le agenzie di rating restano l’incarnazione di un colossale conflitto d’interessi, e resta pericoloso far dipendere i mercati dal loro giudizio. Così come ribadisco che quello sull’Italia è ingeneroso. Ma osservo che quel che prima veniva letto come una bocciatura senza appello, adesso lo si legge come una promozione con lode e incoraggiamento. Non è chiaro quale sia il confine fra propaganda e illusione. Lo è, invece, il capovolgimento della realtà. Che porta male.

Lavoriamo in troppo pochi e non ne usciremo coi “bonus”

Lavoriamo in troppo pochi e non ne usciremo coi “bonus”

Davide Giacalone – Libero

Il lavoro è uno scrigno, ma se ne parla così tanto da trasformarlo in un bidone. È energia (sprecata) per lo sviluppo, ma lo usiamo per sparare dati a casaccio. Quello che conta è uno solo: in Italia lavoriamo in troppo pochi. Meno che da noi solo in Grecia e Croazia. Così s’avviluppa il cane che si morde la coda: una crescita economica che si ferma alla metà della media europea non potrà mai generare nuova occupazione in misura superiore che altrove; una partecipazione al lavoro troppo bassa non potrà favorire la crescita di competitività e ricchezza. Smettiamola di prenderci in giro e guardiamo la fotografia del lavoro. Da lì si capisce cosa si può e si deve fare, per rompere l’incantesimo.

I disoccupati non sono quelli che non hanno lavoro, ma quelli che lo cercano. I non occupati che non cercano lavoro non li trovate in statistica. I nuovi contratti di lavoro non sono necessariamente nuovi posti di lavoro, come ieri ha chiarito Maurizio Belpietro, ma possono essere sostitutivi di altri, sicché non aumentare l’occupazione né diminuire la disoccupazione. I nuovi contratti a tempo indeterminato non sono posti fissi senza scadenza, perché la riforma ha cancellato questo concetto. Semmai sono tempi determinati senza limite temporale. I nuovi contratti sono favoriti dalla decontribuzione, il che comporta la contrazione di un debito futuro. Che giusto ci mancava, quel genere di lungimirante politica. Posti questi paletti, veniamo a quel che c’impala: la partecipazione al lavoro, per i cittadini fra i 20 e i 64 anni, è ferma al 59,9%. Lavora un italiano su tre. Peggio di noi solo Grecia (53,3) e Croazia (59,2). Ma noi siamo la seconda potenza industriale europea!

Combiniamo i dati raccolti dalla Commissione europea con quelli dell’Istat. Ecco l’orrore: nel 2017 la partecipazione al lavoro, in Italia, dovrebbe salire al 62,4%. Evviva? Un corno, perché in Germania sarà al 77,7 e in Francia (Paese malato, non una tigre asiatica) al 69,8. Sembra impossibile, ma c’è di peggio: gli obiettivi comunicati dai singoli governi e discussi con Bruxelles fissano al 67% la partecipazione al lavoro degli italiani entro il 2020. Peggiori del nostro ci sono solo gli obiettivi di Croazia e Malta (62,9). Vuol dire che abbiamo già messo nel conto di perdere ulteriormente competitività, lasciando che gran parte degli italiani non faccia nulla. Dopo avere letto questi dati si capisce meglio il livello di certe discussioni, sugli zero virgola e sulle trasformazioni dei contratti: da imbriachi. Per capire l’inganno basti leggere l’ipocrisia dei giornaloni, a cominciare dal Corriere della Sera, che a pagina uno suona la tromba dei nuovi “contratti” e a pagina tre annuncia che non ci sono nuovi posti di lavoro. Eppure questi dati contengono un valore. C’è un nesso evidente fra il lavorare poco e il crescere poco. Ce n’è fra il non lavorare e il lievitare dell’insicurezza.

In queste condizioni è saggio aprire il mondo del lavoro a tutte le forme di coinvolgimento di nuove forze, senza perdere tempo in inutili chiacchiere sulle garanzie. Un reddito assicura fiducia e autonomia più di nessun reddito. E sebbene sia evidente che l’ottimo e avere un lavoro ricco e garantito a vita, assistito da accumulazioni previdenziali, è altrettanto evidente che inseguendo quel mito abbiamo creato le condizioni per stroncare le gambe alla nostra potenza industriale, dove chi non lavora soffre l’esclusione e chi produce soffre una insensata pressione fiscale, con l’alibi che serva a soccorrere gli esclusi. Il cane, in questo modo, non si morde più la coda, si mangia direttamente il fegato. Pompando la Repubblica dei bonus si potranno anche prendere dei voti, ma solo ove gli elettori credano ancora sia da furbi farsi prendere per allocchi. Il lavoro, in Italia, è un giacimento di ricchezza che c’incaponiamo a non sfruttare, piuttosto blandendolo nel mentre lo si tiene fuori dalla produzione.

Renzi vuole l’Internet di Stato

Renzi vuole l’Internet di Stato

Davide Giacalone – Libero

Sarà pure una corsa verso la larga banda, ma non è il caso di riarruolare la banda del buco. A qualcuno potrà sembrare una novità, ma solo perché ha la memoria corta: già una volta il governo usò l’Enel per ristatalizzare le telecomunicazioni. E fu una tragedia. Non per tutti, però, perché taluni fecero soldi a patate. Seguono nomi e fatti. Tornatici alla mente quando abbiamo letto (Repubblica) che il governo coltiverebbe questo insano progetto. Subito accompagnato dall’immancabile tweet di Renzi: «La Banda Ultra Larga è obiettivo strategico. Non tocca al Governo fare piani industriali. Ma porteremo il futuro presto ovunque». Per aggiornare e allargare la rete di telecomunicazioni il piano industriale ci vuole. Non è compito del governo stenderlo, ma immaginare di farlo fare ad una società controllata dal governo è una scelta politica.

Quella di Telecom Italia fu la peggiore privatizzazione immaginabile e mai realizzata. L’abbiamo dettagliatamente raccontata. Fatto è che, ripetutamente, il governo prova a ficcar le mani dentro quella che è una società privata. Ci provò il governo Prodi, provocando le dimissioni di Marco Tronchetti Provera. Ci hanno provato i governi Letta e Renzi, tentando di vendere a Telecom una società pubblica, Metroweb. Ora ci riproverebbe creando un concorrente diretto, in capo a una società guidata da vertici scelti dalla politica.

Il governo, naturalmente, non dovrebbe avere nessun motivo per difendere Telecom, che di guai ne ha tanti, essendo passata dall’essere una seria multinazionale, capace di creare ricchezza, a una società dialettale, oberata dai debiti. Ma il dovere del governo consiste nel creare le condizioni capaci di far vincere il miglior concorrente, non il fare concorrenza. Senza contare che le continue voci, l’avere appreso che da Palazzo Chigi si voleva dismettere la rete in rame, poi far entrare Cassa Depositi e Prestiti fra i soci, poi che questa avrebbe preso Metroweb e cosi via, sono turbative di mercato. Telecom è quotata in Borsa. E anche Enel lo è. Le chiacchiere, quindi, non sono solo tali.

Veniamo alla novità: usare Enel e i suoi cavi elettrici per diffondere la larga banda, in questo modo polverizzando Telecom e i suoi immobili vertici. L’ho già sentita. Anzi: l’abbiamo già vissuta. Fate attenzione alle cifre e alle date: nel 1997 il governo Prodi vende il controllo di Telecom per 11,82 miliardi di euro; subito dopo una società pubblica, che gestisce un monopolio, l’Enel, riporta lo Stato nelle tlc comperando Infostrada, e impegnandosi a spendere, a beneficio degli inglesi di Vodafone, 11 miliardi di euro. Lo Stato aveva ceduto il monopolista alla stessa cifra alla quale chiedeva di acquistare un concorrente. In realtà, alla fine, fu pagato il 32% in meno, quindi 7,5 miliardi, perché l’antitrust aveva chiesto di conoscere tutte le carte di questa compravendita e analoga istruttoria faceva l’antitrust europeo, così si era già perso del tempo, compreso quello necessario per discutere i ricordi al Tar. Nel mentre questo procedimento andava avanti erano scaduti i termini, fissati al 28 febbraio 2001, previsti dal preliminare di vendita. In quel tempo, oltretutto, i titoli delle società telefoniche erano crollati in tutte le Borse. Grazie a questo Enel chiese di rivedere il prezzo ed ottenne uno sconto. Ma se fosse stato per Enel la mano pubblica avrebbe consegnato agli inglesi i soldi che aveva incassato cedendo il controllo di Telecom Italia.

E ci sono altre due cose, da non dimenticare. La prima: Infostrada teneva nel suo seno la rete telefonica che era appartenuta alle Ferrovie dello Stato. Quella rete era stata comperata, nel 1997, dalla Olivetti, al prezzo di 700 miliardi di lire, pagabili in 14 anni, ed era stata rivenduta dalla stessa Olivetti alla Mannesmann, l’anno successivo, per 14 mila miliardi di lire, senza rateizzazione. Lo Stato ricomperava quella stessa rete che una sua azienda aveva venduto. La seconda cosa da non dimenticare è che la rete Infostrada non venne acquistata da Wind, la società telefonica del gruppo Enel, perché allora vi erano ancora i soci francesi di France Télécom, i quali non avevano alcuna intenzione di svenarsi per una simile operazione. L’acquisto venne fatto da una società di diritto olandese, la Enel Investment Holding Bv. Una società di Stato che usava strumenti da elusione fiscale. Mica male.

Quando, nel 1998, si tiene la gara per il terzo gestore di telefonia mobile, Telecom fa osservare che si troverebbe come concorrente una società partecipata dallo Stato, retta dai soldi degli italiani che pagano le bollette. Il tutto mentre ancora esisteva (ed esiste) la golden share, che assegna al governo il potere di stabilire chi può essere socio di Telecom. Parlarono al vuoto, tanto che Enel, con Wind, vinse la gara. Ma durò poco, perché nel 2006 vendette tutto a Naguib Sawiris, egiziano. Prezzo della vendita: 1,962 miliardi. La sottrazione, rispetto a quanto è costata questa fugace avventura, fatela voi.

Dunque, per tornare al tweet presidenziale: il piano industriale ci vuole, altrimenti riviviamo lo stesso incubo; non tocca al governo, ma è il potere esecutivo a stabilire se una società controllata dallo Stato rientra in un settore che era statale e fu privatizzato; se è questo che hanno in mente, sappiano che non sono dei rottamatori, ma dei restauratori. Del peggio che ci toccò vedere.

Che invidia per gli inglesi: vincono libertà e meno tasse

Che invidia per gli inglesi: vincono libertà e meno tasse

Davide Giacalone – Libero

Avessero avuto l’Italicum non avrebbero potuto scegliere i parlamentari e dovrebbero tornare a votare, per il ballottaggio. Gli inglesi, invece, hanno un sistema elettorale maggioritario, senza sconti per comitive. I parlamentari li hanno scelti uno a uno e il governo lo hanno consegnato, o, meglio, riconsegnato nelle mani di David Cameron, leader del partito conservatore. Governerà disponendo della maggioranza assoluta dei parlamentari (330 su 650), pur non avendo raggiunto il 37% dei voti. Vi sembra esagerato? Margaret Thatcher e Tony Blair ebbero quel tipo di maggioranza sfiorando il 30%. Eppure nessuno ha mai gridato al golpe o al regime, come da noi si starnazza in continuazione. Non perché ci sia un self control very british, ma perché quel sistema elettorale ha validità secolare, senza furbizie oscillanti fra il suino e il latinorum.

Un buon sistema maggioritario ha effetti distorsivi. Per fotografare il voto ci vuole il sistema proporzionale, buono per evitare guerre civili (da noi ha funzionato meravigliosamente), meno per assicurare univocità del potere esecutivo. Tanto per capirsi: i nazionalisti scozzesi, con meno del 5% dei voti, conquistano 56 parlamentari; i liberaldemocratici, con quasi l’8%, ne hanno solo 8; per non dire degli Ukíp, anti Unione europea, che ne conquistano 1, pur avendo preso più del 12% dei voti. Così vanno le cose, perché i voti si contano su base nazionale, ma i seggi si assegnano collegio per collegio, per cui se prendi il 20% (è capitato) nazionale, ma non prevali in nessun collegio, non becchi nulla. Al contrario, ed è il caso del Partito nazionale scozzese, porti una truppa consistente alla Camera dei comuni se i tuoi voti sono concentrati territorialmente. Nessuno grida allo scandalo perché le regole del gioco sono note, non mutate e stabili. Da noi è l’esatto opposto: si approvano leggi elettorali nuove, che però non entrano in vigore e non possono essere utilizzate subito. Per forza che, nel Regno Unito, i vari Ed Miliband (laburisti), Nick Clegg (liberaldemocraticí) e Nigel Farage (anti Ue) si dimettono: mica possono prendersela con il destino cinico e baro, bensì solo con sé medesimi.

Messa d’un canto l’invidia, per tanta civiltà democratica (da noi sarebbe complicato far funzionare quel sistema, ma l’approssimazione francese, con l’uninominale a doppio turno, potrebbe dare delle soddisfazioni), veniamo a considerazioni di ordine generale. Gli sconfitti sono tre: i laburisti, che hanno radicalizzato troppo la loro posizione, confermando la regola dei buoni sistemi maggioritari, secondo cui vince chi riesce a prendere una fetta dell’elettorato altrui; i liberaldemocratici, che si sono svenati in una collaborazione governativa che ha deluso le speranze della volta scorsa e nella quale non sono riusciti a caratterizzarsi; e gli anti Ue, che godono di vasta stampa continentale, ma di minore consenso insulare.

I vincitori sono due: i conservatori, naturalmente, che hanno saputo interpretare la forza del mercato, attirando società e contribuenti dal resto d’Europa, facendo calare il fisco e la spesa pubblica, quindi evidenziando un legame da noi ancora misconosciuto; e i nazionalisti scozzesi, che hanno perso il referendum, segno che l’elettorato non aveva alcuna voglia di separarsi, ma tengono alta una bandiera autonomista che raccoglie un consenso vasto. Senza dimenticare che loro sono europeisti, quindi capaci di dare sostanza reale, e non solo declamatoria, a quella richiesta d’autonomia. Si spera che il voto distenda i nervi, nel Regno. I problemi ci sono, eccome, ma ora il governo è nel pieno dei poteri e può gestirli. Questo dovrebbe aiutare a maneggiare la faccenda del referendum sull’uscita dall’Ue: la classe dirigente inglese è contraria, giustamente, e noi stessi speriamo che non accada. Avere un Paese non statalista e bilancisticamente socialista può essere seccante, in certi negoziati, ma è complessivamente un bene.

Cameron ha ora la maggioranza assoluta, dopo avere governato in coalizione con i liberaldemocratici. La cosa, evidentemente, non gli ha nuociuto. E non ha arrecato danni agli inglesi. Il fatto è che i governi forti esistono solo nei sistemi deboli. La muscolatura elettorale lievita fra i microcefali istituzionali. Quel che conta è la forza di un sistema che si compone di governo, equilibri istituzionali e autonomia del mercato. Da noi si pensa che tutto dipenda dalla forza del governo, dimenticando che 1’Italia ha conosciuto uno straordinario boom economico facendo finta di cambiare i governi come fossero abiti stagionali.

Il sistema inglese ha ripetutamente dimostrato di non essere affatto bipolare o bipartitico. La sostanza è del tutto diversa: l’equilibrio istituzionale è condiviso, sicché non si dubita della legittimità e affidabilità del vincitore, anche se da quello si dissente. Prego studiare, per non continuare a dire sfondoni. Se il sistema elettorale inglese ha funzionato, anche colà hanno fatto cilecca i sondaggi. Il perché è semplice: si sonda efficacemente un mercato dotato di continuità storica. Se a ogni giro cambiano o crescono i corridori, ogni previsione diventa meramente nasometrica. Peggio per chi paga per farsi prendere in giro.

Assunzioni e autopromozioni, così la scuola si boccia da sola

Assunzioni e autopromozioni, così la scuola si boccia da sola

Davide Giacalone – Libero

Due torti non fanno un’istituzione. Quelli che fischiano e scioperano contro la riforma, perché ci vedono la fine della scuola pubblica e l’avvento della spietata meritocrazia, dovrebbero dirci a quali allucinogeni testi fanno riferimento. Inoltre scioperano nel giorno in cui si sarebbero dovuti fare i test per valutare la preparazione degli studenti e protestano perché sono stati spostati per non essere cancellati, a dimostrazione che la scuola è l’ultimo dei loro pensieri.

I governanti che millantano come investimento per l’istruzione l’assunzione ope legis di personale docente, preso dalle pozze stantie e stagnanti delle graduatorie, quindi incorporando in via definitiva quel che non ha portato alcun beneficio neanche in via provvisoria, dovrebbero dirci se pensano di prendere in giro gli altri o se stessi. Pensare che per cambiare la scuola si debba partire con l’assunzione in via permanente di quelli che ci sono già stati e ci stanno, così confermando il passato e zavorrando il futuro, è un totale non senso. Né il governo può nascondersi dietro la sentenza della Corte di giustizia europea, che, dicono, impone quelle assunzioni. Non è vero: la Corte ha evidenziato un danno in capo a chi è stato imbrogliato con le graduatorie; si tratta di risarcire il danno, non d’imbrogliare tutti gli altri. È un tema sul quale ci siamo soffermati diverse volte, né ci sono novità: aumentando la spesa corrente si fa il verso al clientelismo di sempre, altro che cambiarlo.

Occupiamoci di un punto nuovo, rivelatore: il ministero dell’istruzione ha messo in rete un sito per l’autovalutazione delle scuole. È un tema fondamentale, che s’appresta a divenir burletta. In pratica si tratta della versione digitale del celeberrimo quesito: oste, è buono il vino? Ciascun preside si connette e compila il modulo, articolato in 49 indicatori e quesiti. Nessuno potrà chiedergli conto delle risposte che avrà dato, neanche nel caso in cui il vino fosse aceto. Al termine di questa profittevole applicazione, potrà confrontare i propri risultati con quelli che i suoi colleghi hanno inserito, con pari senso della realtà. Utilissimo.

Dice il sottosegretario, Davide Faraone: «Non stiamo mettendo voti né abbiamo creato un sistema per classificare le scuole». Peccato, perché è esattamente quel che si dovrebbe fare. E quelle informazioni dovrebbero essere messe a disposizione delle famiglie, in modo che possano scegliere a ragion ve­duta la scuola cui indirizzare i propri figli e i propri soldi. Certo, anche i soldi, perché la scuola si paga anche quando è pubblica ed è bene che sia il pagatore, non il pianificatore burocratico, a scegliere. Ma non si può fare, perché il personale dipendente è contrario. Non vogliono essere valutati. Il governo dovrebbe rispondere: valutati o licenziati, prego, scegliere. Un docente orgoglioso del proprio lavoro non teme la valutazione, la anela. E vuole che da quella dipenda lo stipendio. Ma sindacati e massa informe sono contrari, perché è dall’informità dell’insieme che discende il loro potere. La valutazione dovrebbe essere indipendente. Qui siamo all’indecenza dell’autovalutazione.

Vi segnalo anche due chicche, passate in commissione parlamentare, quali emendamenti al nulla che è la riforma in gestazione. La prima: le mense scolastiche devono essere rifornite a chilometro zero. Questi hanno scambiato il pasto dei bambini con le minchionerie del ristorante dove si paga di più per potere mangiare di meno. Nelle mense si deve fare attenzione al valore nutritivo dei pasti, non puntare a essere alla moda. La seconda: ci saranno dei corsi contro la discriminazione di genere. Meno male che non hanno pensato alle quote di genere, da rispettarsi per promossi e bocciati, ma la domanda è: tutte le altre discriminazioni sono benvenute? Vorrei sapere quali scuole hanno frequentato i parlamentari votanti roba simile. Se non altro per sconsigliare ad altri di metterci piede.

Tanto più che, dopo avere assunto più di centomila graduatoristi, pensano d’introdurre materie come la logica (per cui non sono portati), la musica (andiamo a orecchio o poi assumiamo maestri?), la computazione (che nel significato di «calcolare» si chiamava matematica) e l’insegnamento delle competenze digitali (credo si debbano pagare i ragazzi, capaci di spiegare molto ai loro insegnanti). In questo guazzabuglio di luoghi comuni e bischerate cubiche, i presidi, che non avranno nessuno dei poteri di cui ai primi annunci, dovranno redigere il Pof (piani di offerta formativa), uditi gli enti locali, le istituzioni, i centri culturali, sociali ed economici del territorio. Dove l’unica cosa chiara è la parola «territorio», che andrebbe zappato, affinché torni a veder germogliare almeno il buon senso.

Siamo meno ricchi ma il risparmio cresce

Siamo meno ricchi ma il risparmio cresce

Davide Giacalone – Libero

Nel mentre la ricchezza prodotta dagli italiani diminuiva il risparmio gestito cresceva e cresce. L’uscita dalla recessione è solo un segno + davanti a uno zero virgola, restando alla metà della media eurozona e al di sotto di quel che la Banca centrale europea considera l’effetto indotto dal Quantitative easing, mentre la crescita del risparmio gestito ha un ritmo nettamente superiore. Si va strologando sull’esistenza o meno (vale il meno) di un «tesoretto» di 1,6 miliardi ma, da gennaio a marzo, sono 52 i miliardi che i risparmiatori hanno versato nelle casse dei gestori. Non sono due universi, ma sempre lo stesso. Per capirne il senso si devono fissare alcuni paletti.

1. Nel mentre, in Italia, ci muoviamo al ritmo dell’«andante» in de profundis, non parlando altro che di crisi, i mercati globali non hanno il metronomo puntato sul “presto”, ma, comunque, fra il «vivace» e l’«allegro». La ricchezza cresce sempre e investirvi è conveniente.

2. I tassi d’interesse dei titoli del debito pubblico puntano verso lo zero, sicché non è più tempo del fai da te. Ci fu quello in cui le famiglie erano contente nell’incassare interessi a due cifre, magari prestando poca attenzione all’inflazione che ne erodeva il significato. Ora non si può essere altrettanto artigianali, se si vuole danzare con la musica della crescita globale.

3. Dal primo gennaio dell’anno prossimo il risparmiatore rischia assieme alla banca. Siamo abituati a pensare che i soldi «depositati» in banca siano al sicuro, perché questo prevede la legge. Magari poco remunerati, ma al sicuro. La legge cambia, però, e i soldi non si depositeranno più, bensì si presteranno alla banca. Saranno remunerati sempre poco, ma il rischio cresce. In caso di bancarotta il correntista con un deposito superiore a 100mila euro sarà chiamato a compartecipare del fallimento, dopo gli azionisti e gli obbligazionisti. E se ha depositato meno, comunque non può riaverli subito. Quindi meglio mettere i soldi in fondi che sono solo custoditi dalla banca, restando di proprietà del risparmiatore. E ricordarsi che le banche non sono tutte uguali.

4. Il sistema pensionistico è stato modificato tante di quelle volte, e i più giovani non ne avranno uno paragonabile a quello dei loro maggiori, che non c’è da stupirsi se accelera la corsa ad assicurarsi in proprio un futuro non del tutto incerto.

5. Questi sono già buoni motivi per risparmiare, facendosi assistere da soggetti professionalmente adeguati (occhio a chi promette troppo, perché si pensa d’esser furbi e si è polli già allo spiedo). Ma c’è dell’altro: i consumi non riprendono anche perché la ripresa è solo nei comizi e nei titoli di qualche giornale. La moneta risparmiata ha incisa la saggezza su un lato, ma la paura sull’altro.

6. La crescita del risparmio non equivale alla crescita della ricchezza, ma segnala la divaricazione interna alla società: chi può mette da parte; chi non può s’impoverisce. I 23 miliardi raccolti nel solo mese di marzo non sono certo l’effetto dei mitici 80 euro, perché quelli sono stati assorbiti da altri prelievi fiscali e dal lievitare dalle tariffe amministrate. Sono due Italie. Se si allontanano troppo generano un terremoto sociale e politico.

7.Il fisco s’è incattivito anche sul risparmio. Il gestito cresce non perché è insensibile alla tortura, ma perché si dirige verso veicoli domiciliati all’estero. Una specie di monumento alla dabbenaggine fiscale, a come il satanismo esattoriale non può che generare diabolicità nella fuga.

8. Proprio perché s’insegue il mondo che cresce, il nostro risparmio va a finanziare chi è capace di farlo. Quindi genera ricchezza all’estero. È giusto che sia così, perché chi amministra quei soldi deve portare risultati ai clienti. Ma è folle che ciò non inquieti chi governa. Il rimedio non è impedire che si generi ricchezza fuori, ma consentire che si possa farlo anche a casa.

Se restassero cinque minuti di tempo libero, fra un sistema elettorale e una fiducia, tutto questo meriterebbe un pizzico d’attenzione.

Occhio alla bolla dei nuovi contratti

Occhio alla bolla dei nuovi contratti

Davide Giacalone – Libero

I primi dati 2015, relativi al lavoro, fecero gridare all’immediato successo del Jobs Act. Peccato non fosse ancora entrato in vigore. I dati di marzo segnano un ulteriore saldo positivo (per 92.299 posti di lavoro), e questa volta la riforma del lavoro è in vigore, proprio dall’inizio di quel mese. Se ne vedono gli effetti? Li si vedranno ancora?

Il ministro del lavoro, Giuliano Poletti, invita alla prudenza e teme gli entusiasmi, che possono divenire boomerang: «Stiamo parlando di nuovi contratti, non di nuovi posti di lavoro». Il dato che emerge, in quella trasformazione, è la crescita dei contratti a tempo indeterminato (+49,6% rispetto al marzo 2014). Un fatto positivo, che, però, va letto alla luce di un altro dato e di un altro fatto: a) quella tipologia contrattuale copre il 25% delle nuove attivazioni, dei nuovi contratti, il 75% resta a tempo determinato, apprendistato, collaborazioni e altro; b) il concetto di «indeterminato» è cambiato, e sarebbe davvero singolare che ci si dimenticasse la più significativa e positiva innovazione contenuta nel Jobs Act: il contratto a tutele crescenti, talché se ti assumono oggi con un contratto di quel tipo non significa affatto che hai agguantato la stabilità (sempre relativa) del passato, ma hai solo cominciato un percorso che ti porterà, dopo anni, ad avere diritti e tutele comunque inferiori ai lavoratori stabili dell’era precedente. Non critico questo fatto, anzi ne condivido la realistica convenienza, avverto sul possibile imbroglio che consiste nel chiamare con lo stesso nome cose diverse.

Quelli che mostrano di funzionare, però, sono gli incentivi fiscali e le decontribuzioni, che spingono le imprese ad assumere. Il guaio di questi strumenti è che, da un lato, sono temporanei, quindi vanno rifinanziati e, dall’altro, questo potrebbe gonfiare una bolla, una bollicina (a essere precisi), nel 2015, per poi dare luogo a un’implosione nel 2016. Luca Ricolfi ha, giustamente, formulato tale dubbio. Per questo è preoccupante la digressione sul «tesoretto». Non solo per la fregola immaginifica ma, soprattutto, perché la ricerca dell’impiego per alimentare il consenso ha imboccato la via sbagliata: altri premi agli occupati esistenti, modello 80 euro, anziché facilitazioni alle aziende per crearne dei nuovi.

Occhio, infine, a non dimenticare di cosa stiamo parlando, ovvero di un’economia che pensa di crescere, quest’anno, dello 0,5­0,7%, quindi, a seconda delle previsioni, fra la metà e un terzo dell’eurozona. Come si può pensare che una crescita così modesta crei le condizioni per riassorbire la disoccupazione? Che, infatti, resta altissirna. Il problema di gestione politica, normalmente, è che le scelte capaci di propiziare maggiore crescita e produttività creano un effetto ritardato sull’occupazione (che arriva dopo), quindi creando un problema a chi governa, perché rischia di non riuscire a spiegare e far vedere gli effetti positivi di quel che sta facendo. Qui si pretende il contrario, ovvero che l’occupazione cresca prima e di più del prodotto interno lordo. Quando simili prospettazioni vengono presentate ci sono due possibili vie: gridare al miracolo, degno di entrare nei manuali d’economia; oppure avvertire che trattasi di una visione, di un inganno ottico.

Suggestivo, ma irreale.

Sull’Ilva le porcate di Stato non finiscono mai

Sull’Ilva le porcate di Stato non finiscono mai

Davide Giacalone – Libero

L’Ilva di Taranto riconosce d’essere responsabile di disastro ambientale e chiede il patteggiamento. I proprietari dell’Ilva restano imputati e subiranno il processo. La cosa singolare, in una situazione surreale, è che l’Ilva è commissariata dal 2013, quindi sotto il controllo e il dominio del governo, il quale governo della Repubblica italiana, aveva negato il disastro ambientale, aveva esibito i documenti che testimoniavano sia la regolarità dell’operato della società, sia il progredire del piano di risanamento ambientale. Il quale risanamento era reso necessario non da quel che aveva fatto l’Ilva privatizzata, ma dal precedente proprietario: lo Stato. Provo a raccontare meglio, perché capisco che ci si possa confondere. Ma spero di non riuscirci, spero che nessuno capisca, perché se qualcuno legge, dall’estero, è la volta che in Italia non ci mette piede neanche per le vacanze.

La polemica

L’Ilva era dello Stato, l’hanno venduta ed è passata ai Riva. Si può discutere sul prezzo e sulle condizioni, ma non sul fatto che insediamento e inquinamento erano quelli generati dal proprietario pubblico. Arrivato il nuovo proprietario la produzione procede bene e l’impianto produttore di acciaio è profittevole. Con il governo è concordato un piano di risanamento ambientale, che il governo stesso sosteneva essere stato rispettato. Interviene la procura della Repubblica e praticamente blocca la produzione, contestando disastro ambientale e altri reati. Esegue sequestri che rendono impossibile la continuazione dell’attività. Il governo (allora Monti) interviene, con un decreto legge, per sbloccare il tutto. Fermo restando che, naturalmente, il procedimento penale va avanti.

Nuovo corso

Ma nel 2013 cambia non solo il governo, ma anche la dottrina, sicché la società viene commissariata e la proprietà estromessa. Motivazione: sono in crisi. Ma la crisi non è data dall’attività industriale, bensì dall’azione della procura e, al momento, siamo ancora solo all’udienza preliminare. Dopo il commissariamento quel che era profittevole va in perdita.

Intervento

I soldi destinati al risanamento prima c’erano e venivano spesi, poi non ci sono più. Le difficoltà così create al gruppo Riva, che non ha solo quell’impianto (che è il più grande d’Europa, con il forno più grande del continente, ora spento), portano all’intervento delle banche tedesche, con il che abbiamo anche favorito quelle. La produzione comincia a essere insufficiente e i clienti si lamentano. E, come se non bastasse, ora la gestione commissariale chiede il patteggiamento. Neanche hanno torto, perché così si tirano fuori da un processo dagli esiti incerti e minimizzano le possibili conseguenze negative. Peccato che agiscono a nome dell’Ilva perché colà messi dal governo. E peccato che i proprietari restano sotto processo, avendo la loro società che ammette il reato da loro e dal governo negato. Con il che si dimostra claudicante non solo la difesa del diritto di proprietà, teoricamente tutelato dalla Costituzione, ma anche quello a difendersi in un processo. Nel quale, naturalmente, non ho idea se siano colpevoli o innocenti. Nel primo caso spero siano condannati, ma nel secondo vorrei fosse chiaro che la pena la scontiamo e la paghiamo tutti, cittadini di uno Stato inaffidabile e sleale.