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La spesa per il consenso genera solo debiti crescenti

La spesa per il consenso genera solo debiti crescenti

Massimo Blasoni – Metro

Il rilievo della nostra spesa pubblica e il peso delle tasse, che fanno dello Stato «l’azionista di maggioranza» di ogni famiglia e impresa italiane, hanno posto al centro della nostra vita la politica. Quest’ultima ha speso per il consenso, senza però particolare costrutto. Quanti eletti preferirebbero un salutare taglio delle tasse alla possibilità di assegnare finanziamenti? Il primo è utile, ma non genera ricadute elettorali dirette. I secondi, invece, hanno nomi e cognomi: quelli di chi li assegna e di chi li riceve.

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Risparmiatori tremate!

Risparmiatori tremate!

Risparmiatori tremate: lo Stato non esita a colpirvi in silenzio e di nascosto. Nel 2015 il gettito derivante dalle imposte sulle rendite finanziarie ha infatti raggiunto quota 15,1 miliardi. Una cifra in crescita rispetto ai 14,9 miliardi del 2014 ma più bassa rispetto ai 15,9 previsti all’inizio dell’anno. Un lieve calo del gettito dipeso unicamente dalla brusca riduzione dei rendimenti degli strumenti finanziari più diffusi: lo scorso anno i tassi sui depositi bancari e postali sono scesi fino allo 0,50% medio, il rendimento delle obbligazioni bancarie al 3,04% e i titoli di Stato all’1,19%.

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Banche in crisi, un conto salato

Banche in crisi, un conto salato

Massimo Blasoni – Metro

A quanto ammonta il conto che la crisi del nostro sistema bancario ha presentato ai risparmiatori e agli investitori? Tenetevi forte: oltre 209 miliardi di euro. Il conto è presto fatto. Tre miliardi e 900 milioni è il controvalore complessivo di titoli azionari e obbligazionari subordinati di Banca Marche, Banca Etruria, Cassa di Risparmio di Ferrara e Carichieti, andati interamente in fumo nel weekend del 21-22 novembre 2015, in seguito ai provvedimenti di risoluzione emanati dal Governo e da Bankitalia per salvare la parte ‘buona’ di queste quattro banche da anni in stato di crisi. I loro soci si sono così visti letteralmente azzerare il valore dei propri investimenti e senza alcuna chance di recupero poiché sulle nuove banche (che hanno raccolto la parte buona dei vecchi istituti) non possiedono alcun diritto, né patrimoniale né di voto. Gli azionisti di Popolare di Vicenza e Veneto Banca, poi, in forza del processo di riorganizzazione in atto hanno subìto (o stanno subendo) perdite per complessivi 8,2 miliardi di euro.

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Siamo solo noi i campioni delle tasse!

Siamo solo noi i campioni delle tasse!

Massimo Blasoni – Metro

Tra poche settimane iniziano in Francia i campionati europei di calcio e tutti i tifosi vorrebbero vedere la nostra Nazionale bissare finalmente il titolo conquistato nel lontano 1968. Come contribuenti dobbiamo invece rassegnarci alla sconfitta più dolorosa: anche quest’anno i campionati europei delle tasse li perdiamo, e di brutto. Basta infatti scorrere l’edizione 2016 dell’Indice della Libertà fiscale redatto dal nostro Centro studi, che analizza ben 29 economie del nostro Continente (quindi anche quelle che stanno fuori dal’UE o che non hanno adottato l’euro).

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Le tasse diminuiscono ma solamente a parole

Le tasse diminuiscono ma solamente a parole

«Diminuiremo le tasse», «Anzi, no: le abbiamo già abbassate!» Quante volte avete letto sui giornali queste rassicuranti dichiarazioni del governo? Capita però che studiando i dati Ocse e prendendo come indicatore il cosiddetto “cuneo fiscale” (cioè la differenza tra il lordo e il netto dello stipendio), si scopra che negli ultimi anni questo fardello è invece cresciuto in Italia del 2,57%, arrivando nel 2015 al 48,96% del costo del lavoro. Un dato in controtendenza rispetto alla media delle altre 34 economie occidentali analizzate, nelle quali il cuneo fiscale e contributivo è sceso dello 0,11% rispetto al 2007 e dello 0,72% rispetto al 2000. I Paesi che hanno scelto di rendere il lavoro più conveniente sono economie vicine a quella italiana: la Germania (-2,36%), la Francia (-1,29%) e il Regno Unito (-3,29%). Altrove il cuneo è invece aumentato, ma sempre in misura minore rispetto all’Italia: negli Stati Uniti (+0,74%), in Australia (+0,65%), in Spagna (+0,57%) e in Canada (+0,36%).

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Il pubblico pesa troppo

Il pubblico pesa troppo

Massimo Blasoni – Metro

Nel 1861 l’Italia, su circa 25 milioni di abitanti, aveva appena 3 mila o poco più impiegati pubblici censiti nella pianta organica dei Ministeri, specificamente collocati negli apparati centrali. Sarebbero diventati 11 mila nel 1876. Circa 90 mila alla fine del secolo. La spesa statale, come percentuale del Pil, si attestava intorno al 10%. Oggi i dipendenti pubblici dichiarati dalla Ragioneria dello Stato sono tre milioni e 300 mila. A questi però si aggiungono, secondo l’Istat, 38 mila tra professori universitari a contratto e ricercatori, a cui sommare i dipendenti delle partecipate degli enti locali. Vi sono poi i dipendenti delle partecipate e controllate dal Tesoro. Dai dati della Corte dei Conti, ad esempio, la Rai ha oltre 12 mila dipendenti, le Ferrovie 69 mila e le Poste 144 mila.

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Una Buona Spesa. Ecco quello che manca

Una Buona Spesa. Ecco quello che manca

Massimo Blasoni – Metro

I vincoli economici imposti dall’Unione europea ci hanno costretto ad accogliere nel nostro lessico il termine anglosassone di spending review. Ad oggi manca però ancora una sua concreta attuazione nonostante la nomina di ben cinque commissari governativi ad hoc. Questione di scelte politiche, certo, ma anche di una cultura della spesa pubblica ancora insufficiente. Lo dimostra ad esempio la scarsa attenzione che la politica italiana ha a suo tempo prestato al programma quinquennale di spending review presentato a Westminster dal Cancelliere dello scacchiere George Osborne. Alla sua base c’è il concetto liberale di Enabling State, che permette di attuare una spending review che non sia una caccia a politici e funzionari “spreconi”, ma che fornisca una base forte che può essere declinata anche in parametri quantitativi.

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Ricetta liberista senza esitazioni

Ricetta liberista senza esitazioni

Massimo Blasoni – Metro

Mentre la teoria keynesiana ha sempre privilegiato il consumo secondo logiche sostanzialmente meccanicistiche (illudendosi che fosse sufficiente elargire risorse per mettere in moto lo sviluppo), gli economisti liberali – da Jean-Baptiste Say fino a Joseph Schumpeter e Israel Kirzner – hanno insistito correttamente a più riprese sul ruolo imprescindibile dell’iniziativa imprenditoriale. Questa economia dell’offerta, basata sull’idea che senza produzione e senza una produzione ispirata dalla ricerca della soddisfazione del pubblico non ci può essere crescita né sviluppo, fu anche alla base della rivoluzione reaganiana degli anni Ottanta. Senza la cosiddetta supply-side economics, che valorizzava appunto il ruolo delle imprese e della creatività del lavoro, non ci sarebbe stata, ad esempio, la Silicon Valley e tutto quello sviluppo di informatica e telematica che ha radicalmente cambiato il nostro modo di vivere e produrre.

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Lo spirito d’impresa? Accettare le sfide

Lo spirito d’impresa? Accettare le sfide

Massimo Blasoni – Metro

In che misura il coraggio di affrontare sfide nuove e dall’esito (anche occupazionale) non scontato sono utili per la produttività? Senza troppo filosofeggiare, credo sia inconfutabile l’assunto per cui non c’è impresa senza rischio. L’esigenza di competere per sopravvivere o per sviluppare è un fattore stimolante. Non è bene essere temerari, però nemmeno il restare statici. Il mercato genera selezione, obbliga a competere. E l’imprenditore deve essere veloce, per lui il fattore tempo è tutto. Non è così nella Pubblica Amministrazione, che governa la politica più che esserne governata. In questo settore è maturato nei decenni un approccio ai temi che non è quello dei mercati e che in sanità si definisce col termine “medicina difensiva”: la verifica di regolarità diventa ossessiva e l’obiettivo di chi deve produrre l’atto amministrativo non è la tempestività della risposta ma l’autotutela.

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Senza credito niente impresa

Senza credito niente impresa

Massimo Blasoni – Metro

L’erogazione del credito in Italia resta modesta. Il Quantitative Easing varato dalla Bce ha calmierato lo spread del debito sovrano ma non è riuscito a incrementare il trasferimento di risorse alle famiglie e soprattutto alle imprese. La stretta creditizia è confermata da Bankitalia, che ha registrato a fine 2015 una variazione percentuale negativa su base annua dello 0,3%. Scomponendo il dato si scopre che a dicembre i prestiti alle famiglie erano cresciuti dello 0,8% su base annua: un aumento impercettibile. Ben diversa la situazione per le società non finanziarie. Come succede ormai da più di un quinquennio, il 2015 si è infatti si è concluso con un -0,7% che fa riflettere su quanto sia difficile per le nostre imprese ottenere credito. I dati Bce ci dicono che nello stesso anno la situazione è invece migliorata sia in Francia (+1,6%) sia in Germania (+3,3%).

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