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Tasse record sulla casa – Panorama

Tasse record sulla casa – Panorama

Panorama 2 aprile 2015 COPERTINA Panorama 2 aprile 2015 P1 Panorama 2 aprile 2015 P2 Panorama 2 aprile 2015 P3 Panorama 2 aprile 2015 P4 Panorama 2 aprile 2015 P5

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Gianni Zorzi* – Panorama

Il peso delle tasse sul mattone ha sfondato la quota record di 50 miliardi di euro, di cui 38 a carico delle famiglie. È quanto emerge da un’indagine condotta dal centro studi ImpresaLavoro, secondo il quale il totale delle imposte gravanti a vario titolo sugli immobili in Italia (a carico sia dei soggetti privati sia di professionisti e imprese) è cresciuto rapidamente in questi ultimi quattro anni, passando dai 38 miliardi del 2011 agli oltre 50 del 2014. Sulle sole famiglie, il rincaro complessivo è stato nel periodo di 7,2 miliardi (da 31 a 38,2), con una crescente incidenza delle imposte di tipo patrimoniale (da 16,1 a 27,5).

L’aumento è dovuto in particolare a tre ragioni: l’introduzione anticipata dell’Imu a partire dal 2012 in sostituzione dell’Ici e di una parte dell’Irpef prelevata sugli immobili; la sostituzione della Tarsu con la Tares, divenuta successivamente Tari, con un ricarico finale complessivo pari a circa due miliardi annui; l’introduzione della Tasi (2014), per un gettito complessivo di 4,6 miliardi, destinato a sostituirsi alla mancata riscossione dell’Imu sulle abitazioni principali, sostanzialmente abolita dal 2013. Risulta quindi evidente che con l’introduzione anticipata dell’Imu la composizione stessa del prelievo fiscale sugli immobili si sia notevolmente modificata, con una quota ben più elevata (a partire dal 2012) della componente di tipo patrimoniale, non collegata quindi alla produzione di reddito immobiliare ma esclusivamente dalla proprietà o dal possesso delle abitazioni.

Secondo i rapporti dell’Agenzia delle Entrate, che citano espressamente i dati Ocse,l’Italia sarebbe passata, su un campione di 29 Paesi, dal quindicesimo al nono posto tra il 2011 e il 2012 per livello complessivo di tassazione sugli immobili, con un’incidenza sul Pil cresciuta dall’1,7 al 2,5 per cento. Il panorama descritto dai dati internazionali è comunque molto variegato: si va da uno 0,3 per cento del Pil in Estonia al 4,2 del Regno Unito (sulla base di dati che includono anche il prelievo sulla ricchezza netta e le transazioni finanziarie).

Se si considera la sola componente riferita alla tassa di proprietà sugli immobili (per l’Italia quindi l’Imu), e cioè l’unico elemento di tipo esclusivamente immobiliare e confrontabile in via omogenea con gli altri Paesi, dal 2011 al 2013 l’Italia ha messo a segno un sostanziale raddoppio in termini nominali (più 107,4 per cento), l’aumento nettamente più elevato tra i paesi Ocse: il secondo Paese per incremento della tassa di proprietà sugli immobili tra il 2011 e il 2013 è l’Ungheria, con il più 82,4 per cento in termini nominali. L’Italia ora risulta sesta nel campione europeo per la pressione fiscale sugli immobili in rapporto al Pil dopo Regno Unito, Francia, Islanda, Danimarca e Belgio e prima della Spagna e di altri 19 Paesi tra cui la Germania.

C’è poi una anomalia che riguarda la competenza delle imposte sugli immobili. L’Italia ha scelto negli ultimi anni di introdurre per la prima volta una componente accentrata nella tassa sulla proprietà della casa. La tendenza è inversa a quella di altri Paesi, come la Francia, che hanno operato una forte decentralizzazione del prelievo a favore degli enti locali, e con il dato di 25 su 34 Paesi Ocse che prevedono una (sostanziale) esclusiva pertinenza locale di questo tipo di imposte, supportati da fondate ragioni di efficienza.

L’aumento delle tasse complessive sugli immobili si è accompagnato al calo dei prezzi delle case, producendo quindi un aumento ancor più marcato in termini di incidenza delle imposte sul valore delle proprietà oggetto di tassazione. Il valore complessivo degli immobili di proprietà delle famiglie italiane era pari a circa 5.500 miliardi nel 2013, in calo di oltre il 7 per cento rispetto al picco del 2011, quando si sfioravano i 5.900 miliardi. Ipotizzando che nel 2014 i prezzi siano ulteriormente scesi, il valore complessivo del patrimonio immobiliare delle nostre famiglie si ridurrebbe quindi, secondo la nostra stima, a non più di 5.300 miliardi. Su questa discesa dei valori una parte di responsabilità può attribuirsi senz’altro al fisco. Da un lato, con le dovute cautele può essere stimata in una forbice tra il 5 e il 10 per cento la diminuzione dei prezzi dovuta al livello delle imposte in senso proprio. Dall’altro, l’incertezza e instabilità delle regole stesse, che secondo diversi osservatori potrebbe essere alla base anche di un minore interesse degli investitori istituzionali, specialmente esteri.

Nonostante questo, il sistema risulta ancora oggi destinato a ulteriori modifiche, legate per un verso ad una nuova riforma ipotizzata per le tasse locali, apparentemente non stabilizzatesi nella mente del legislatore, e per l’altro verso alla più volte annunciata riforma delle rendite catastali, destinata a modificare la base imponibile della gran parte delle 11 principali imposte che colpiscono proprietari e possessori di immobili in Italia. Gli effetti della futura riforma delle rendite, ancora non delineata nelle sue caratteristiche essenziali, dovrebbero essere dunque valutati accuratamente al fine di prevenire conseguenze indesiderate di tipo sperequativo, nonché di un ulteriore possibile incremento sostanziale e generalizzato del gettito connesso.

*docente di Finanza dell’impresa e dei mercati e consulente per l’area Finanza di “ImpresaLavoro”

Da bene rifugio a bene incubo – Massimo Blasoni*

Questa modalità di tassazione è particolarmente odiosa perché non consente alcuna scelta al cittadino: la casa è infatti un bene di cui non è possibile disfarsi in tempi rapidi, che rappresenta un investimento di lungo periodo e la cui tassazione non dovrebbe quindi essere soggetta a cambiamenti così radicali in tempi così stretti. Con questa politica il bene rifugio per eccellenza degli italiani è stato via via trasformato in un bene incubo. A tal punto che oggi, per chi ha un reddito fisso, è diventata una vera iattura ricevere in eredità un appartamento che non si riesce né a vendere né ad affittare: non ti resta che pagarci sopra le tasse, ed essere trattato dal fisco come un benestante.

* presidente del centro studi ImpresaLavoro

Non culliamoci sull’euro e sul petrolio

Non culliamoci sull’euro e sul petrolio

Massimo Blasoni – Panorama

Lo spiraglio di ripresa che si intravede nella crescita della produzione industriale dipende da fattori evidenti. Il basso prezzo del petrolio e l’euro svalutato rispetto al dollaro sono alla base di quel 5,4 per cento in più che le nostre esportazioni hanno fatto registrare a fine 2014, rispetto all’anno precedente. Inoltre iniziano a farsi sentire anche gli effetti del «quantitative easing» (l’acquisto sul mercato di titoli pubblici e privati) varato dalla Banca centrale europea, garanzia di un credito più generoso.
A questi fattori di stimolo esterni non si somma tuttavia l’incisiva azione del governo. Occorre agire per stimolare la domanda interna ma soprattutto rafforzare il nostro sistema produttivo che si trova spesso a sopportare una concorrenza estera che beneficia di costo del lavoro, valori di cambio e fiscalità più favorevoli. Tranne che per il Jobs act che, pur perfettibile, introduce importanti elementi di novità nel mercato del lavoro, non vi sono stati interventi significativi in tema di fiscalità, liberalizzazioni e sburocratizzazione.
La contrazione dell’Irap dispiegherà i suoi effetti solo nel 2016 e gli indicatori internazionali continuano a collocare il nostro tra i peggiori e più onerosi sistemi fiscali al mondo. Per la Banca mondiale (rapporto «Doing business») l’insieme complessivo delle imposte più i contributi sociali pagati da un imprenditore italiano, raggiunge il 65,4 per cento del reddito d’impresa, 16 punti in più della Germania e 31 in più dell’Inghilterra. Quanto agli investimenti, l’andamento della spesa pubblica certificata da Eurostat dimostra che il governo ha applicato la spending review dal lato sbagliato, tagliando gli investimenti e non la spesa corrente. Rispetto al 2009 l’Italia ha ridotto del 30 per cento la spesa pubblica per investimenti, passata così dai 54,2 miliardi del 2009 ai 38,3 miliardi del 2013, riportandoci in termini reali indietro di dieci anni. Nello stesso periodo la spesa pubblica complessiva è, però, cresciuta di 12,8 miliardi: la causa, ovviamente, è da ricercarsi in una spesa corrente che nessun governo, nonostante gli annunci, è riuscito a comprimere.
A tralasciare la burocrazia oppressiva, la carenza delle infrastrutture fisiche ed informatiche, resta infine da ricordare il tema dei debiti della pubblica amministrazione verso le imprese. Il problema non si è affatto risolto, malgrado gli annunci del premier in tv. Il debito nel corso del 2014 si è riformato e ammonta oggi a oltre 75 miliardi (dati Eurostat e Intrum Justitia) con tempi medi di pagamento vicini ai 130 giorni che obbligano le imprese ad anticipare i crediti presso il sistema bancario. Un’operazione costosa e che pesa sui bilanci delle imprese fornitrici dello Stato per sei miliardi di euro ogni anno, cifra che non ha eguali in Europa. Larga parte di questo cahier de doléances può trovare almeno parziale soluzione agendo tempestivamente. La timida ripresa va sostenuta, pena un’immediata ricaduta.
Centrali d’acquisto, i tagli promessi da Renzi su un binario morto

Centrali d’acquisto, i tagli promessi da Renzi su un binario morto

Stefano Caviglia – Panorama

Se il buongiorno si vede dal mattino, la spending review di Matteo Renzi viaggia sotto i peggiori auspici. È dal 24 aprile 2014, con la presentazione del «decreto competitività e giustizia sociale», che il governo promette di ridurre il numero abnorme di centrali di acquisto dello Stato, delle Regioni e (soprattutto) dei Comuni italiani. Ma è proprio quel primo passo che non riesce a compiere. Il testo del provvedimento, lo stesso del bonus degli 80 euro, fissava l’inizio delle operazioni al primo luglio: delle circa 32 mila stazioni appaltanti della Pubblica amministrazione (responsabili di circa 130 miliardi di acquisti di beni e servizi), era la promessa, ne sarebbero soprawissute al massimo 35, compresa la Consip, la centrale di acquisti nazionale posseduta dal ministero dell’Econornia. I Comuni non capoluogo di provincia sarebbero stati obbligati ad acquistare attraverso una di queste (oppure tramite aggregazioni ad hoc con altre amministrazioni) qualunque bene, servizio o lavoro pubblico. Sono passati più di sette mesi e non solo lo spettacolare taglio non s’è visto, ma la sua stessa eventualità è messa pesantemente in discussione. L’idea di ridurre le centrali di acquisto provoca infatti reazioni di sdegno nella potentissima associazione dei Comuni italiani. «Quella norma rischia di causare il blocco degli appalti in tutto il Paese», tuonò l’Anci al momento dell’approvazione del decreto, ottenendo uno slittamento dell’applicazione al primo gennaio 2015.

Ora che il tempo è scaduto, l’offensiva si sposta in Parlamento. Alla Camera una pioggia di emendamenti si è abbattuta sul Milleproroghe, il decreto che ogni anno mantiene in vita per il tempo necessario i provvedimenti in scadenza. Chiedono quasi tutti di far slittare di sei mesi o di un anno la norma sulla riduzione delle stazioni appaltanti, forse nella speranza che si perda nei corridoi del Parlamento o che sia travolta da una fine anticipata della legislatura. La palla è ora nel campo del governo, che entro la metà di febbraio dovrà decidere se rinviare per la seconda volta l’entrata in vigore della legge oppure mantenere la promessa fatta agli italiani. L’esecutivo, a quanto risulta a Panorama, è in grande imbarazzo: da un lato ci sono le pressioni sempre più forti dei Comuni, dall’altro il fatto che un nuovo rinvio comporterebbe un prezzo da pagare in termini di credibilità, anche perché la razionalizzazione delle stazioni appaltanti equivale a una discreta fetta dei tagli tante volte annunciati. Alla voce «Iniziative su beni e servizi», le famose slides dell’ex commissario alla spending review Carlo Cottarelli avevano stimato una riduzione di spesa di 800 milioni di euro nel 2014 e di 2,3 miliardi nel 2015. In tutto fa più di 3 miliardi, che nella migliore delle ipolesi già non sono più interamente disponibili (siamo a febbraio) e nella peggiore stanno per svanire del tutto insieme a tanti altri risparmi e alle diininuzioni di tasse cui dovrebbero essere destinati.

Il discorso delle centrali di acquisto, infatti, è solo la punta dell’iceberg. Dei tagli promessi dal governo, almeno di quelli più importanti, non se n’e fatto finora neanche uno. Difficilmente arriveranno risorse dalla riduzione dei trasferimenti alle imprese (un miliardo era previsto da Cottarelli nel 2014 e 1,6 miliardi nel 2015) o dalla cessione delle aziende municipalizzate in perdita (100 milioni nel 2014 e altrettanto nel 2015). Non si vede nulla all’orizzonte neppure per quel che riguarda la riorganizzazione delle forze di polizia (800 milioni nel 2015) ne dalla soppressione di enti o agenzie (100 milioni nel 2014 e 200 nel 2015). Solo il taglio delle retribuzioni di presidente e consiglieri del Cnel produrrà qualche risparmio, ma non certo nella misura attesa, visto che l’iter legislativo della chiusura del Consiglio nazionale dell’economia e del lavoro e ancora in corso. Poi ci sono voci ormai mitiche come la digitalizzazione della Pubblica amministrazione che, sempre nei piani di Cottarelli, nel 2015 avrebbe dovuto dare più di 1 miliardo. È ancora valida quella previsione ora che l’ex commissario è stato accompagnato alla porta da Renzi? Bisogna essere molto ottimisti per rispondere in modo affermativo.

Alla fine restano solo i vecchi arnesi della riduzione di spesa tradizionale, come i tagli lineari nei ministeri, da cui si prevede di ottenere quasi due miliardi, e quelli dei trasferimenti a Regioni, Province e Comuni, che infatti hanno fatto fuoco e fiamme riguardo alla Legge di stabilità. Tocca a loro il salasso più pesante: 3,5 miliardi in meno alle Regioni e 2,2 ai Comuni. E qui si tocca un altro tasto dolente. Se gli unici risparmi si fanno chiudendo il rubinetto dei trasferimenti agli enti locali, si può parlare di riduzione degli sprechi? Lo stesso sottosegretario alla presidenza del Consiglio Graziano Delrio (ex presidente dell’Anci) ha riconosciuto in un’intervista alla Repubblica che il 2015 sarà un anno durissimo per i Comuni. E se per compensare quel che manca sindaci e presidenti di Regione aumentano le tasse? Queste voci compongono quasi la metà della manovra 2015 con cui il governo ha cercato di non lasciar vedere troppo lo scarto fra la montagna delle promesse e il topolino dei risparmi reali. Sulla carta i tagli di spesa previsti dalla Legge di stabilità ammontano a 16 miliardi, quattro in meno dei 20 annunciati alla fine dell’estate. Ma il vero problema è la loro incertezza. Per ottenere il via libera della Commissione europea ai conti dell’Italia, il governo si è protetto con la clausola di salvaguardia che prevede dal gennaio 2016, in caso di mancato rispetto delle previsioni, l’aumento dell’Iva al 12 per cento per i beni che oggi pagano il dieci e al 24 per quelli soggetti al 22. Ulteriori aumenti sono previsti nel 2017 e nel 2018. Se i conti dello Stato sono al sicuro, le nostre tasche molto meno.

Per capire come stiano davvero le cose, del resto, basta dare un’occhiata ai numeri generali della Legge di stabilità. Lungi dal diminuire, la spesa pubblica nel periodo fra il 2013 e il 2015 è prevista in aumento da 827,2 a 838,8 miliardi, per arrivare addirittura a 860,3 nel 2017. È vero che queste cifre sono condizionate dal fatto che Bruxelles ha imposto di contabilizzare il bonus degli 80 euro come aumento di spesa anziché come riduzione fiscale, ma anche senza questa penalizzazione nel
2015 la spesa diminuirebbe di appena 6 miliardi, per poi ritrovarsi di nuovo in crescita di altri 20 miliardi nel 2017.

Tasse sul risparmio, dal 2011 bruciati 9 miliardi

Tasse sul risparmio, dal 2011 bruciati 9 miliardi

Raffaella Salato – La Notizia

Il settimanale “Panorama” oggi in edicola dedica la copertina a una ricerca del Centro studi “ImpresaLavoro” sul progressivo e repentino aumento della pressione fiscale operata dai governi Monti, Letta e Renzi sui risparmi degli italiani. Un fenomeno che in questi ultimi anni ha assunto forme diverse: l’incremento delle aliquote sui redditi di natura finanziaria, più che raddoppiate – salvo eccezioni – tra la fine del 2011 e la metà del 2014; l’introduzione di una tassa su una parte delle transazioni finanziarie (la Tobin Tax) a partire dal marzo 2013; la trasformazione dell’imposta di bollo sul deposito titoli in una vera e propria patrimoniale (che grava anche su conti deposito e altri strumenti finanziari), introdotta nel 2012 e già raddoppiata nel giro di due anni.

Secondo la ricerca di “ImpresaLavoro” (le cui stime si basano su dati e indici Banca d’Italia, ABI, MEF e Fideuram) questa stretta fiscale corrisponde a un incremento di 9 miliardi annui (pari al +130%) per il periodo 2011-2015 così suddiviso: 4,7 miliardi dall’aumento delle aliquote sui rendimenti, 4 miliardi dall’introduzione dell’imposta di bollo proporzionale, e altri 0,3 miliardi dalla Tobin Tax. Il prelievo complessivo è così passato dai 6,9 miliardi del 2011 ai 15,9 miliardi attesi per il 2015.

Se ciò non bastasse, per il futuro prossimo circola l’ipotesi di un giro di vite fiscale anche sulla rivalutazione di fondi pensione, casse previdenziali e trattamento di fine rapporto. Lo studio di “ImpresaLavoro” mostra che un incremento delle aliquote sui fondi pensione al 17% potrebbe ridurre il montante contributivo atteso (e quindi la pensione) dei giovani lavoratori di una percentuale compresa tra il 3,3% ed il 5,7%, mentre un aumento al 26% lo ridurrebbe fino al 14,6%. Considerazioni analoghe si possono esprimere sia sulle casse previdenziali che sul TFR: con un aumento dall’11% al 17% i giovani lavoratori potrebbero subire una decurtazione della liquidazione di fine rapporto compresa tra il 3,6% ed il 6,2%.

Scippo da 9 miliardi sui risparmi

Scippo da 9 miliardi sui risparmi

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Gianni Zorzi, docente di Finanza dell’impresa e dei mercati e consulente per l’area Finanza di “ImpresaLavoro” – Panorama

Un fantasma si aggira, da anni, per l’Italia: la paura di un prelievo forzoso sui risparmi. Tipo quello di Giuliano Amato nel 1992, quando il Fisco incamerò improvvisamente il 6 per mille sulle giacenze dei conti correnti. In realtà questo timore appare infondato. Perché lo Stato ha già, di fatto, colpito pesantemente il risparmio degli italiani con una patrimoniale strisciante che, secondo una ricerca realizzata dal centro studi ImpresaLavoro, vale circa 9 miliardi di euro. Tanto per fare un confronto, se oggi venisse replicata la manovra di Amato sui conti correnti, si tratterebbe di un prelievo di 3 miliardi, un terzo rispetto agli aggravi imposti dal 2011 ad oggi dai governi di Mario Monti, Enrico Letta e Matteo Renzi.

Come si arriva a questo dato? Secondo le più recenti rilevazioni di Banca d’Italia, il totale delle attività finanziarie detenute dalle famiglie supera i 3.800 miliardi di euro. Su questa massa di attivi si è registrato a partire dalla fine del 2011 un progressivo e repentino inasprimento fiscale: in prima istanza, l’aumento tra la fine del 2011 e la metà del 2014 delle aliquote sui redditi di natura finanziaria che sono più che raddoppiate, passando dal 12,5 al 26 per cento, salvo eccezioni (come i titoli di Stato); in secondo luogo, l’introduzione di una tassa su una parte delle transazioni finanziarie (la Tobin tax) a partire dal marzo 2013; infine, la trasformazione dell’imposta di bollo sul deposito titoli in una vera e propria patrimoniale introdotta nel 2012 e già raddoppiata nel giro di due anni: oggi pesa per lo 0,2 per cento sui depositi di titoli (azioni, obbligazioni, titoli di Stato), sui depositi bancari, sui fondi e su alcune polizze, e per 34,20 euro per i conti correnti oltre una giacenza media di cinquemila euro.

Risultato: secondo le nostre ricerche, basate su dati e indici Banca d’Italia, Abi, ministero dell’Economia e Fideuram, la somma di questi interventi corrisponderebbe a un aumento del prelievo fiscale di 9 miliardi annui (corrispondente al 130 per cento in più) per il periodo 2011-2015. In particolare, l’incremento delle imposte sui rendimenti porterebbe un gettito pari a 11,2 miliardi nel 2015 a fronte dei 6,5 stimati per il 2011, nonostante la riduzione dei rendimenti medi di titoli di stato e di conti correnti e depositi bancari e postali; l’imposta di bollo, applicabile su quasi 2.200 miliardi di controvalore di attività finanziarie e depositi, dovrebbe pesare per oltre 4,4 miliardi nelle tasche degli italiani con un incremento di 4 miliardi rispetto al 2011; la Tobin tax, applicata dal marzo 2013, fornisce invece un prelievo marginale che non supera alcune centinaia di milioni l’anno, tanto da non superare, secondo alcune analisi, i costi commerciali derivanti dalla riduzione degli scambi di attività realizzati sui mercati italiani. A queste somme si aggiunga la stima del gettito sui conti correnti che continua a pesare sui risparmiatori persone fisiche nel caso di giacenze medie superiori a cinquemila euro, che risulta pari a circa 0,6 miliardi annui.

Quindi il prelievo complessivo sul risparmio degli italiani passerebbe dai 6,9 miliardi del 2011 ai 15,9 attesi per il 2015. La crescita del prelievo appare vertiginosa anche in considerazione del drastico calo della redditività, sia dei titoli di Stato che dei depositi bancari (e senza considerare che negli ultimi cinque anni la ricchezza complessiva degli italiani si è ridotta di 814 miliardi di euro per colpa della crisi e della tassazione sugli immobili, come rivela un’indagine pubblica sulla Repubblica). C’è poi il capitolo previdenziale, cioé l’incremento della tassazione sulla rivalutazione di strumenti di previdenza come i fondi pensione e le casse previdenziali, nonché del trattamento di fine rapporto (Tfr).

Dopo un lungo tira e molla, gli aumenti sono stati approvati nella Legge di stabilità, e ora sono in vigore (con effetto peraltro retroattivo) sui rendimenti realizzati a partire dall’anno 2014. Per la previdenza complementare (fondi pensione, piani individuali pensionistici) si passa dall’11,5 al 20 per cento, mentre per le casse previdenziali di categoria l’incremento è dal 20 al 26 per cento. In entrambi i casi, l’aliquota sulla quota dei fondi investita in titoli di stato è agevolata al 12,5 per cento, ed è infine previsto un credito d’imposta condizionato che potrebbe in linea teorica compensare gli aumenti. Sul trattamento di fine rapporto, invece, la rivalutazione viene ora tassata al 17 per cento anziché all’11. Questi aumenti si ripercuotono sui montanti contributivi (cioè il capitale che il lavoratore ha accumulato nel corso degli anni lavorativi) specie per chi è a inizio carriera. Nello studio è emerso infatti che l’incremento delle aliquote applicate sui fondi pensione al 20 per cento potrebbe ridurre il montante contributivo di una percentuale compresa tra il 5 e l’8,6 per cento, mentre un eventuale ulteriore aumento al 26 per cento lo ridurrebbe di un importo tra l’8,3 ed il 14,1 per cento. Considerazioni analoghe si possono esprimere naturalmente anche sulle casse previdenziali, i cui giovani iscritti si dovranno attendere prestazioni a fine carriera ulteriormente ridotte di una percentuale compresa tra il 3,3 e il 5,5 per cento, mentre il giro di vite sul Tfr potrebbe ridurre le liquidazioni di chi si affaccia oggi al mondo del lavoro di un importo compreso tra il 3,6 e il 6,2 per cento.

Tornando al quadro generale dei guadagni di natura finanziaria, le varie riforme intervenute di recente hanno mirato soprattutto all’incremento generalizzato delle aliquote, evitando perciò di considerare alcune storture del particolare sistema di fiscalità vigente. Come la doppia tassazione degli utili delle società di capitali distribuiti sotto forma di dividendi (sono tassati sia gli utili che i dividendi), e il complesso e non sempre equo meccanismo di compensazione tra guadagni e perdite nel regime del risparmio amministrato. Si tratta di norme che, nel loro insieme, possono aumentare anche notevolmente il prelievo effettivo operato sulle tasche dei risparmiatori: per esempio, la tassazione su alcuni guadagni continua a intervenire anche se nel frattempo la stessa o altre attività detenute fanno registrare delle perdite. Si può quindi chiudere in perdita un portafoglio di investimenti, oppure in alcuni casi anche un singolo investimento, ed essere stati nel frattempo ugualmente tassati. Per i piccoli risparmiatori, tra rendimenti in picchiata e tassazione in aumento, il rebus investimenti si fa ancora più complesso.

Il taglio dell’Irap è inutile per lo sviluppo

Il taglio dell’Irap è inutile per lo sviluppo

Massimo Blasoni – Panorama

In Italia non mancano le imprese virtuose, che ottengono ottimi risultati e incrementano l’occupazione. Quello che manca sono semmai il sostegno della politica e la fiducia nella loro capacità di far ripartire il Paese. Per rendersene conto è sufficiente analizzare uno dei principali provvedimenti contenuti nella Legge di Stabilità: il taglio dell’Irap. Una misura sostanzialmente lineare che si applica a tutte le imprese con dipendenti a tempo indeterminato: certamente utile per le aziende «labor intensive» ma che sconta l’errore di non finalizzare l’intervento a beneficio di chi ha il coraggio di fare investimenti.
Per capire quanto questa misura rischi di essere debole basta analizzare il suo impatto concreto sulle nostre imprese. Il beneficio fiscale sarà nell’ordine di 400 euro annui a lavoratore. Larga parte delle imprese italiane occupano oggi fino a tre dipendenti (fonte Istat): ciò significa una minore pressione fiscale annua di 1200 euro ad azienda, circa 100 euro al mese. È evidente che si tratta di una cifra né in grado di stimolare investimenti né di salvare aziende in difficoltà.
Da imprenditore rimango convinto che una vera spinta alla crescita si otterrebbe soltanto rendendo beneficiari della misura unicamente coloro che effettivamente investono in innovazione, ristrutturazioni e ampliamento delle aziende. Certo si ridurrebbe la platea dei beneficiari ma si otterrebbero effetti reali sulla crescita. L’intervento pubblico (anche se in forma di riduzione delle imposte) va indirizzato con certezza allo sviluppo, altrimenti si rivela soltanto un inutile dispendio di risorse: gli effetti degli 80 euro, al di là di ogni teoria economica, sono lì a dimostrare proprio questo.
C’è un ultimo aspetto: lo sgravio Irap produrrà effetti sul bilancio delle aziende solo nel 2015, dunque sulle imposte pagate a giugno e novembre 2016. Gli interventi in economia hanno un senso soltanto se immediati e invece da qui al 2016 potrebbe ricambiare tutto: anche le regole del gioco. Non sarebbe purtroppo la prima volta. L’attuale abbattimento Irap assorbe e cancella la riduzione del 10% già prevista dal cosiddetto “DL Irpef” di Aprile 2014. Un provvedimento, quest’ultimo, che come molti altri è stato solo un annuncio: prima approvato e poi eliminato senza che nessuno avesse la possibilità di beneficiarne.
La spending review e il bluff delle centrali di acquisto

La spending review e il bluff delle centrali di acquisto

Gustavo Piga – Panorama

Partirà in ritardo il tavolo degli aggregatori degli appalti pubblici voluto da Matteo Renzi: i decreti attuativi non arrivano e l’urgenza per una mossa istituzionale apparentemente epocale che doveva generare risparmi di spesa per lo sviluppo e per la riduzione delle tasse sembra essere svanita. Ma non c’è solo il ritardo che infastidisce: c’è anche il messaggio che appare oggi troppo ottimistico rispetto alle intenzioni annunciate. Se qualcuno avesse infatti capito che dovevano essere ridotte a 35 le stazioni appaltanti del Paese (la Consip del Tesoro, le 20 «Consip regionali» e alcune «Consip metropolitane») dalle migliaia attuali, quel qualcuno si deve ricredere. Perché l’obbligo di acquistare presso queste 35 varrà solo per alcune categorie di beni e servizi, non varrà per i Comuni capoluoghi di provincia o nemmeno per l’enorme galassia dei lavori pubblici.

Certo il decreto di aprile (aprile!) di quest’anno prevede di nuovo (come da anni è previsto e mai avvenuto) che i Comuni più piccoli si aggreghino e non possano più acquistare in solitudine, ma non è possibile prevedere quando avverrà un tale miracolo. In realtà qualcosa di buono ci sarebbe: l’idea di far diventare le Province (poco più di 100) l’unità amministrativa di riferimento per accentrare le gare di beni, servizi e lavori. Perché dentro le Province albergano le migliori competenze come stazioni appaltanti (hanno fatto per decenni la cura di ambiente, strade e scuole) e come personale (gli uffici tecnici provinciali hanno personale qualificato) e proprio loro sono anche l’unità più vicina culturalmente al territorio e alle piccole imprese. Ma tutto appare molto confuso e privo di un progetto deciso e coinvolgente per rivoluzionare il modo con cui compra il settore pubblico.

Per uscire dalla corruzione e dall’incompetenza ci vorrebbe un solido piano per investire tanti soldi nelle competenze di chi lavora nelle stazioni appaltanti, per rafforzare i controlli che scoraggiano la corruzione, per creare database che permettano il paragone delle performance tra diversi centri di costo. Fantascienza che questo governo, come i precedenti, non sa rendere reale, impantanando il Paese sempre più nella morsa del declino.

Colpo grosso in casa Renzi

Colpo grosso in casa Renzi

Antonio Rossitto – Panorama

Da malpagato co.co.co. a riverito manager. L’ascesa lavorativa di Matteo Renzi è stata fulminea come la sua scalata a Palazzo Chigi. E si è portata dietro uno di quei privilegi che, a parole, il presidente del Consiglio aborrisce: dieci anni di generosi contributi previdenziali ottenuti in virtù della sola appartenenza alla vituperata casta. Una storia poco commendevole già ricostruita nei mesi scorsi dal Fatto Quotidiano.

Si puo riassumere così: Renzi rimane un semplice collaboratore coordinato continuativo della Chil, l’azienda di famiglia, senza diritto a pensione né Tfr, fino al 24 ottobre 2003. Dopo tre giorni da disoccupato, viene riassunto dalla stessa società come dirigente. Ma l’azienda si caricherà solo per pochi mesi gli oneri di cotanto figlio. Perché lo scatto di carriera, guarda caso, avviene il 7 novembre 2003, alla vigilia dell’ufficializzazione, già ventilata dai giornali, della candidatura alla guida della Provincia di Firenze. La scontata elezione avviene sette mesi più tardi: il 13 giugno 2004. Da quel giorno, per cinque anni, l’amministrazione versa gli oneri pensionistici di quella promozione tanto tempestiva quanto inusuale. Eletto sindaco nel 2009, godrà dello stesso privilegio fino al febbraio 2014, quando diventa presidente del Consiglio. Solo due mesi dopo. il 22 maggio del 2014, pressato dai giornali, annuncia le sue dimissioni dalla Chil.

Per dieci anni, quindi, il premier è rimasto sul groppone di un sistema previdenziale che, rivela uno studio dell’Ocse appena pubblicato, pesa per quasi un terzo sul totale delle uscite dello Stato: la peggior percentuale tra i paesi industrializzati. Colpa anche dell’inesauribile arte di azzeccare i garbugli degli italiani. Tra cui si potrebbe annoverare anche quella del capo dell’esecutivo: a beneficiare del suo avanzamento professionale sotto stati infatti solo i versamenti pensionistici al premier. L’entità di questi oneri non è però stata mai definita. Le ripetute interrogazioni dei consiglieri dell’opposizione al Comune di Firenze hanno ricevuto solo risposte evasive. Stessa sorte per la richiesta promossa alla Camera dal Movimento 5 stelle.

Panorama è in grado di ricostruire i dettagli di un accorgimento che ha permesso a Renzi di mettere da parte, alle spalle del più scassato sistema previdenziale del pianeta, un tesoretto che un operaio si ritrova solo dopo vent’anni di lavoro in fabbrica. Quasi 200 mila euro accumulati grazie ad appena sette mesi da dirigente della Chil, l’azienda adesso al centro di un’inchiesta della Procura di Genova in cui è indagato per bancarotta fraudolenta Tiziano Renzi, padre del presidente del Consiglio. Le cifre di cui è entrato in possesso Panorama sono sorprendenti. Nella dichiarazione del redditi riferita al 2003, il premier dichiara appena 14.273 euro di imponibile Irpef. A cui si aggiungono 200 azioni privilegiate Fiat, un’Audi comprata l’anno prima e la proprietà di una panetteria di 78 metri quadrati a Rignano sull’Arno.

Nei primi dieci mesi di quell’anno, Renzi è un co.co.co. della Chil. Ma a fine ottobre viene assunto come manager: passa così a un contratto di circa 59 mila euro all’anno partendo da una retribuzione misera che Panorama è riuscito a calcolare sulla base degli oneri previdenziali corrisposti dalla provincia. Già, ma quanto misera? L’importo si può desumere sottraendo al reddito del 2003 (14.273 euro, appunto) la somma degli stipendi da manager di novembre e dicembre: 8.800 euro circa. Il risultato sarebbe di 5.500 euro. È questo, all’incirca, il compenso che Renzi riceve dalla Chil per i servigi resi da gennaio a ottobre: 550 euro al mese. A novembre però, da dirigente, lo stipendio del futuro presidente del Consiglio aumenta di nove volte: arriva a quasi 4.400 euro, contributi, tredicesima e quattordicesima inclusi. Tutte le cifre, calcolate da Panorama, potrebbero essere ancora più precise se il premier, in ossequio alla decantata trasparenza, fornisse i contratti di assunzione della Chil. Un atto reso ancora più necessario dai benefici ottenuti da Renzi: tutti a carico della collettività.

Di questa invidiabile ascesa, la società di famiglia si farà carico solo per sette mesi: fino a giugno del 2004. Poi a pagare è Pantalone. Una volta alla guida della provincia, sospeso lo stipendio, rimangono infatti da versare gli oneri contributivi: gravame che, per legge, pesa sull’ente in cui il politico è eletto. Nel caso di Renzi non si tratta di quisquilie. Il totale è di 20.184 euro all’anno: 7.416 per il fondo dei dirigenti, 5.259 per la pensione integrativa, 3.731 euro per il fondo sanitario e 3.778 euro versati direttamente alla Chil per il Tfr maturato. Cifra che va moltiplicata per il quinquennio in cui Renzi ha guidato l’amministrazione, fino a giugno del 2009. Per le casse provinciali, una spesa di 100.922 euro. A cui va aggiunta una cifra analoga, 98mila euro circa, per gli oneri accumulati da giugno 2009 a marzo 2014, durante il mandato da sindaco di Firenze. Il totale è ragguardevole: quasi 200 mila euro destinati alla serena vecchiaia del primo ministro. Soldi che, una volta raggiunta l’età pensionabile, potrebbero cumularsi a un sostanzioso vitalizio cui avrebbe diritto proseguendo l’attività politica. Unica consolazione per i contribuenti: a marzo del 2014, dopo la nomina a premier, Renzi annuncia le dimissioni dalla Chil.

Non è un magnanimo gesto di ravvedimento, ma l’epilogo di un anno di polemiche cominciate all’inizio del 2013. Quando il consigliere comunale di Fratelli d’Italia, Francesco Torselli, chiede chiarimenti all’allora primo cittadino di Firenze con un’interrogazione urgente. La stringata risposta dell’ex vicesindaco, Stefania Saccardi, arriva con una nota del 22 marzo 2003: «Il dottor Renzi ha avuto un contratto di collaborazione coordinata e continuativa fino al 24 ottobre del 2003 presso la Chil». Mentre «dal 27 2003 è stato come dirigente». Non soddisfatto, Torselli presenta un’altra richiesta: «Per sapere a quanto ammonta esattamente la cifra pagata dalla collettività, prima dalla provincia e ora dal comune per la pensione del sindaco». Sta qui infatti il busillis. Il vicesindaco Saccardi risponde due mesi dopo, il 31 maggio 2013. limitandosi però al parziale calcolo del solo Tfr: che corrisponde a una minima parte di quanto versato per la previdenza dal segretario del Pd. Nella replica all’interrogazione viene chiarito: «Il dottor Matteo Renzi è sempre stato assunto senza alcun tipo di interruzione ed è rientrato in azienda dal 22 al 24 giugno del 2009». Un altro escamotage per garantire continuità dei versamenti pubblici: sono infatti i giorni in cui scade il mandato alla provincia e comincia quello da sindaco. Ma nemmeno in quei tre giorni Renzi mette piede in azienda: «Ha usufruito di tre giorni di ferie» scrive Saccardi. Infine, all’ultimo punto della replica, l’ultima beffa: «Se al momento dell’assegnazione della carica, fosse stato occupato con un rapporto di co.co.co., il dottor Matteo Renzi non avrebbe avuto diritto ai contributi figurativi».

Ecco spiegato il motivo del balzo da co.co.co. a dirigente, prima di essere eletto alla provincia: escamotage che gli ha permesso di passare da una retribuzione di meno di 7mila euro all’anno a un contratto da circa 59mila euro, previdenza, tredicesima e quattordicesima inclusi. Maturando così quasi 200 mila euro di versamenti dal 2004 al 2014, pagati dai contribuenti invece che dall’azienda di famiglia, oltre che dieci anni di anzianità lavorativa. In cambio, dal momento della sua prima elezione, non ha messo piede nemmeno un giorno negli uffici della Chil. Alla società di famiglia è bastato pagare sette mesi di stipendio, circa 30 mila euro, perché lo Stato ne restituisse a Renzi più di sei volte tanto in oneri previdenziali. Come insegna la buona, vecchia, casta. Più facile da rottamare a parole che nei fatti.

Con il Jobs Act arriva l’apartheid

Con il Jobs Act arriva l’apartheid

Michele Tiraboschi – Panorama

La storia si ripete sempre due volte: la prima come tragedia, la seconda come farsa. Richiamare la celebre massima di Karl Marx per commentare il discusso superamento dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, vero e proprio totem della sinistra ortodossa italiana, non vuole avere nulla di provocatorio e tanto meno di ironico. Semmai è un tentativo di fare chiarezza sulla reale portata del tanto atteso Jobs act di Matteo Renzi: un provvedimento giunto al nastro di partenza non senza, tuttavia, qualche incidente di percorso che ne ha ampiamente compromesso l’efficacia.

Di riforma dell’art. 18 si parla da anni. E non è certo il caso di richiamare vere e proprie tragedie (come l’omicidio di Marco Biagi) per segnalare quanto sia tormentata la strada del processo di modernizzazione di un mercato del lavoro, quello italiano, tra i peggiori d’Europa per numero di occupati e per reali opportunità di accesso specie per i giovani e le donne. In un Paese dalla memoria corta come il nostro, dove autorevoli dirigenti politici e sindacali che attaccavano la legge Biagi hanno oggi votato in Parlamento il testo del Jobs act, è sufficiente fare pochi passi indietro nel passato. Perché la tragedia inizia nel 2012, con le altisonanti promesse della legge Fornero, enfaticamente titolata: «Riforma del mercato del lavoro in una prospettiva di crescita».

Crescita che nessuno ha visto e che anzi si è subito tramutata, per colpa dei gravi errori del ministro del Lavoro di Mario Monti, in un drastico peggioramento di tutti i principali indicatori del mercato del lavoro. Un impianto, quello della legge Fornero, che poco o nulla si discosta dal Jobs act di Renzi: con un’immancabile enfasi su quelle politiche attive che nel nostro Paese non ci sono, come bene dimostra il flop di Garanzia giovani, e con nuove rigidità per le imprese, specie quelle di piccole dimensioni, in termini di (maggiori) costi e (minori) flessibilità contrattuali dovute al tentativo, del tutto antistorico, di ribadire la centralità dei contratti di lavoro dipendente a tempo indeterminato. Nel non comprendere la vera natura del lavoro del futuro, la tragedia si trasforma ora in farsa col Jobs act. Perché la promessa di superare l’art, 18, come tributo alla modernità, è solo nelle intenzioni.

L’ambiguo compromesso parlamentare che ha consentito l’approvazione del testo di legge non supera affatto l’art. 18 e il conseguente spazio di intervento della magistratura che mantiene ampi margini per ordinare al datore di lavoro la reintegra nel posto di lavoro. Nessuna reale semplificazione delle regole del diritto del lavoro pare del resto possibile in un contesto normativo che vedrà convivere, almeno per i prossimi 15-20 anni, due diversi regimi di tutele tra loro profondamente differenziate a seconda della data di assunzione, prima o dopo il 2015. Oltre a inevitabili dubbi di legittimità costituzionale, la scelta di mantenere il vecchio art. 18 per chi già oggi è assunto a tempo indeterminato finirà anzi per ridurre la propensione a cambiare lavoro anche per il rischio oggettivo, nel passaggio a rapporti meno stabili, di pregiudicare la piena maturazione dei requisiti pensionistici.

Insomma, poco o nulla cambia rispetto al passato. Se non che si introduce ora una nuova e più odiosa forma di apartheid nel nostro mercato del lavoro: quella trai nuovi e i vecchi assunti. Con questi ultimi che, esclusi dal campo di applicazione del nuovo art. 18, manterranno a vita le tutele ereditate dal Novecento industriale contribuendo cosi alla creazione di nuove e insospettate barriere per i giovani nell’accesso al mercato del lavoro.

Renzinomics, che triste fallimento

Renzinomics, che triste fallimento

Stefano Cingolani – Panorama

I dettagli, i dettagli: è lì che s’annida il diavolo. E Matteo Renzi, che i dettagli li lascia alle salmerie, una volta tanto avrebbe dovuto dare retta alla saggezza popolare. Perché a mano a mano che si leggono gli articoli, i commi e le note al margine della Legge di stabilità, vengono fuori le magagne. Il sondaggio esclusivo di Euromedia Research per Panorama mette in luce che i tre pilastri della manovra, il bonus di 80 euro, il Tir in busta paga e il Jobs act, si stanno rivelando inefficaci, se non proprio dei boomerang.

Osservatori e analisti di ogni scuola economica e fronte politico non fanno mancare i loro strali. C’è Tito Boeri. economista di sinistra, che parla di «manovra dimezzata» e punta il dito sugli effetti in busta paga della liquidazione anticipata, sui veri costi della decontribuzione per i nuovi assunti, sulla incerta natura dei risparmi di spesa comunque inferiori agli annunci governativi. Dalla minoranza del Pd si leva la voce di Stefano Fassina che sul Foglio giudica la manovra addirittura recessiva, in contrasto con il ministro dell`Economia Pier Carlo Padoan e con l’opinione della banca centrale. Ma le critiche più abrasive vengono da due voci non schierato: per Nicola Rossi, economista di scuola Bankitalia ed ex senatore Pd, si doveva e si poteva fare di più; è d’accordo anche Luca Ricolfi il quale ha scritto sulla Stampa che «la manovra del governo non è né buona né cattiva, ma è debole, molto debole». Valeva la pena di schiaffeggiare tutto e tutti per così poco?

L’effetto sulla crescita non solo è minimo, ma addirittura incerto. Secondo Moody’s l’anno prossimo l’economia potrebbe ristagnare; proprio la difficoltà di stimare la politica di bilancio suggerisce all’agenzia di rating un’ampia forchetta statistica: da meno 0,5 a più 0,5 per cento. In un caso o nell’altro siamo allo zero virgola, mentre il 2015 doveva essere l`anno in cui il prodotto interno lordo cresceva di oltre un punto. Niente sviluppo, niente posti di lavoro. Un’occupazione che sulla bocca di tutti è la priorità delle priorità, nei fatti aumenta dello 0,1 per cento secondo il governo, dello 0,2 per l’lstat. Ciò rende meno digeribile l’annunciato superamento dell’articolo 18 e dà alimento alla critica distruttiva della Fiom e della Cgil così cotne allo scontento crescente anche tra gli altri sindacati.

Il governo, del resto, non può nascondere che calano gli investimenti, compresi quelli pubblici, e ristagnano i consumi: gli 80 euro non vengono tenuti sotto il materasso ma spesi per far fronte alle necessità di base, per pagare le bollette e le imposte. E così arriviamo al cuore della politica fiscale. Nella sua audizione alla Camera, Federico Signorini, vicedirettore della Banca d’Italia, ha spiegato che gli 80 euro producono un vantaggio consistente sui redditi che superano di poco gli 8 mila euro annui. Qui, l’aliquota media effettiva si riduce addirittura di 12 punti. Ma il beneficio si riduce a mano a mano che si sale nella scala retributiva e diventa nullo, anzi leggermente negativo, per il lavoratore con un reddito pari alla media di contabilità nazionale (cioè 29.561 euro). Le imprese avranno altri sostegni come la riduzione dell’Irap (2,7 miliardi), un’imposta sostitutiva forfettaria del 15 per cento, il che potrebbe interessare fino a 1 milione di contribuenti, circa un quarto dei titolari.

Le ultime notizie dimostrano che non si tratta solo di impressioni. I piemontesi si preparano a una stangata di 73 miliardi a causa dell’addizionale Irpef calcolata ai massimi dal governatore Sergio Chiamparino (Pd). Figuriamoci che cosa accadrà nel Lazio o in Campania. Tutte le amministrazioni locali, a cominciare dai Comuni, giocano al rilancio per compensare i 6,2 miliardi di tagli (4 dei quali a carico delle regioni), proprio uno dei rischi paventati dalla Banca d’ltalia: «Nelle valutazioni ufficiali» sostiene Signorini «si stima che la riduzione delle risorse si traduca automaticamente in una riduzione delle spese correnti. Tuttavia, l’evidenza mostra che gli enti decentrati hanno reagito aumentando anche significativamente le entrate».

Renzi si vanta di aver ridotto le imposte, però la pressione fiscale complessiva non cala, anzi rischia di salire. E proprio questa è la spia alla quale guardano i contribuenti per decidere come utilizzare le proprie risorse. Quando le tasse crescono mentre i redditi ristagnano, la scelta più razionale degli individui è non spendere, e ciò aggrava la spirale della stagnazione. La stessa operazione Tfr (il Trattamento di fine rapporto anticipato) rischia di aggiungere incertezza. L’unica cosa sicura è che le pensioni future saranno più magre, dunque «è imprudente viaggiare senza ruota di scorta» ha scritto sul sito economico Lavoce.info Daniele Fano, fino al febbraio scorso capo della segreteria tecnica al ministero del Lavoro.

C’è un solo modo per spezzare il circolo della paura: «Sarà cruciale l’effetto della fiducia sulle famiglie e sulle imprese» dice Bankitalia. Ecco, la parola chiave è «fiducia»›. E qui l’economia lascia il campo alla politica. Con la sua campagna contro gufi, avvoltoi e menagramo, Renzi ha cercato di reagire allo sconforto che paralizza il Paese. Ma sono parole. E agli italiani non bastano; tanto meno ai falchi dell’Unione europea che chiedono altri 3,3 miliardi di tagli subito e 14 l’anno prossimo. Pende sulle nostre teste una procedura per aver infranto il Patto di stabilità sia sul debito, che continua a salire, sia sul deficit che sfonda il tetto del 3 per cento. A quel punto, il Paese piomberebbe di nuovo nel pozzo dell’austerità senza via d’uscita.