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Capezzone: «Manca una vera proposta di destra»

Capezzone: «Manca una vera proposta di destra»

Goffredo Pistelli – Italia Oggi

Daniele Capezzone non s’arrende alla deriva del centrodestra. L’uomo che fu decisivo, con le battaglie sull’Imu e su Equitalia, nella grande ricorsa di Silvio Berlusconi alle politiche del 2013, s’è messo a lavorare di buzzo buono, con la pazienza e il metodo dei radicali. Da tempo pungola tutti. Pochi giorni dopo la débacle alle europee di maggio, s’era inventato il «software liberale», un ebook in cui mette in file un po’ di idee degne del 1994, anno della rivoluzione berlusconiana mancata. Sabato scorso s’è infilato nella Leopolda blu, raduno milanese di chi vuol riaggregare a destra.

Capezzone, com’è andata a Milano?
«Intanto mi faccia ringraziare chi ha organizzato, a partire da Lorenzo Castellani (una delle anime di Formiche.net, ndr), perché ho trovato molto azzeccate le scelte di fondo».

Vale a dire?
«Che in attesa di altre primarie, quelle politiche, si comincino almeno con le primarie delle idee. L’unica cosa di cui aver paura è l’assenza di un dibattito sulle proposte. E poi, molto giusta mi pare l’indicazione di un modello stile Partito repubblicano americano, con l’ambizione di individuare poche cose ma che possano davvero unire per un’alternativa alla sinistra. Su tutto il resto, poi, ognuno resta con la propria cultura, i libri che preferisce, il background cui è affezionato. Insomma che “i cento fiori fioriscano”».

Come disse il grande nocchiere Mao Tse Tung…
«Sì, per indicare un metodo, anche se questa prassi è molto anglosassone».

Le sue, quali sono?
«Il centro sta nella questione fiscale. E non lo dico per passione liberale, quanto per il bene del Paese. Se ha tempo le do qualche numero con cui, chiunque faccia politica, oggi si deve confrontare».

Avanti…
«Sono dati della Banca mondiale sul Total tax rate, ossia l’indice che riguarda l’imposizione fiscale delle imprese. Bene l’Italia è al 65%, Francia 64%, Spagna 58%, Germania 49, la media europea 41, Gran Bretagna 34 e la Croazia 19».

Beh, cifre impressionanti…
«Aspetti. Ora le do quelle sui fallimenti del primo semestre di quest’anno: sono stati il 10% in più dello stesso semestre 2013. E, se si considera l’ultimo trimestre di quel periodo, cioè aprile, maggio e giugno 2014, quella percentuale sale al 14%».

Dal che, se ne deduce?
«Che ci vuole uno shock fiscale e il centrodestra si deve ripensare su questo. A Matteo Renzi potrei fare mille critiche: ha aumentato le tasse sulla casa, sul risparmio, ora sui fondi pensione e, quando nei prossimi giorni avremo la legge di stabilità troveremo setto-otto tasse occulte…».

E invece, dove lo critica?
«Sulla cosa migliore che farà, se fosse vera, ossia l’intervento sull’Irap, annunciato intorno ai sei miliardi».

Infatti, è sorprendente. E perché lo critica?
«Perché quell’intervento rischia di fare la fine degli 80 euro e cioè di non essere incidente. Mi spiego: gli 80 euro magari sono finiti in affitti arretrati, multe da pagare, conti in sospeso, anziché nei consumi».

E l’Irap in meno?
«Idem, perché gli imprenditori sono già molto in difficoltà. Per questo le dico che quella misura non basta, che ci vuole ben altro. Forza Italia e il centro destra prendano questa bandiera: “Giù le tasse”. E non come parola d’ordine, cui siamo meccanicamente affezionati ma vera esigenza del Paese».

Senta, però per far manovre simili si deve tagliare la spesa clamorosamente, mentre uno dei vostri potenziali alleati, la Lega, vuol addirittura abolire la legge Fornero…
«Dobbiamo decidere se vogliamo solo una curatela fallimentare del centrodestra o il rilancio. Il rischio c’è. Per noi di Forza Italia, per esempio, la tentazione è la gestione dell’esistente. Per il Carroccio, che se la passa meglio, il successo nella marginalità cioè accontentarsi di fare quello che faceva Rifondazione ai tempi del centrosinistra, arrivando sino al 9%, ma scegliendo l’opposizione perenne e rinunciando all’alternativa. Oggi inveece, grazie a B., siamo al bipolarismo».

E cioè?
«Oggi si deve stare o di qua o di là. Anzi, siamo quasi alla referendizzazione del voto: c’è una parte importante che può votare da una parte e poi, la volta dopo, su certi temi, andare dall’altra. Io dico: mettiamo al centro di uno schieramento la proprietà privata, la casa, il risparmio, le tasse e la diminuzione della spesa pubblica e costruiamo l’alternativa a Renzi».

Su questi temi lo battete?
«Già ora. Perché non sta tagliando abbastanza sulle municipalizzate, sugli acquisti dei beni e servizi, su costi standard. E delle tasse le ho già detto».

Capezzone, però voi potete fare le leopolde blu ed elaborare progetti, però dovete fare i conti col «fattore B»., come la vicenda di Raffaele Fitto, che il Cavaliere ha quasi cacciato dal partito.
«Io dico che nelle scelte Fitto ci sia una grande novità positiva. Domandiamoci chi è Fitto?».

Risponda lei…
«È uno che è stato davvero vicino a Berlusconi nelle ore difficili, quando non era facile, non era comodo. Altri, tipo Gianfranco Fini, se ne andarono picconando un governo di centrodestra. Oppure, tipo Angelino Alfano, lo abbandonarono, per mantenere la poltrona ministeriale. Fitto è stato e starà dentro, a fornire idee e proposte. E poi vorrei dire un’altra cosa».

Prego…
«Mi viene in mente Proust, quando parla di quel rimorso che prende scendendo le scale, dopo un incontro, quando non si è detto tutto quello che si pensava. Non dobbiamo aver quel rimorso: ognuno deve offrire tutta intera la propria opinione.

Cioè, lei dice che il Cavaliere accetterebbe…
«È una persona lungimirante e rispettosa, molto di più dei consiglieri che ha intorno. Rifletterà su questi temi e vedrà che ha ancora una missione da compiere: costruire il partito gollista in Italia. D’altra parte, essendo colui che ha reso fisicamente possibile il bipolarismo, può dare un contributo anche qui».

Però c’è il nodo del Patto del Nazareno. Lei pensa che non esista, come dice Giuliano Urbani, e che B. veda davvero in Renzi un continuatore di certe sue idee, vent’anni dopo?
«Non sono interessato ai retroscena, meno che mai a letture maliziose, maligne o malpensanti. Dal punto di vista di Renzi starei attento però: rischia di essere egemone ma, per le ragioni economiche richiamate prima, rischia di esserlo fra le macerie. Come diceva Rino Formica, c’è qualche intrattenimento del pubblico e il Paese va come va».

Qualche problema, questo premier ve lo crea, non lo neghi.
«È evidente che non è facile avere a che fare con un leader diverso, che ci sfida in campo più moderno dei suoi predecessori. Prima la sinistra era solo tasse, Cgil e manette. Ora c’è un leder che si tira fuori da quella trimurti, anche se magari, a guardar bene, non sempre e non del tutto. Però, a maggio del 2014, ci sono stati nove milioni di italiani che non ci han votato più o si sono astenuti: partite Iva, imprenditori, professionisti che riconoscono in Renzi uno che ha archiviato il Pci ma che voterebbero una proposta di destra, subito».

Lei dice bene, ma intanto domenica Renzi ha fatto il pieno di audience nell’ammiraglia di Mediaset, Canale 5, in una delle trasmissioni che più berlusconiane non si può, il salotto di Barbara D’Urso, con una proposta che piace tanto a moltissimi vostri elettori: il bonus bébé.
«Che le devo dire, spero solo che prossimamente a Renzi non si affidata anche la conduzione del Tg5 delle 20».

Caustico, lei.
«Ma no, è un battuta. Il lavoro che vogliamo fare va aldilà dell’episodio di giornata. Ricordo anche io prime pagine del Giornale inneggianti a Renzi e delle reti Mediaset abbiamo sorriso anche in una recente riunione di presidenza di Forza Italia».

In che senso?
«Nel senso che ho ricordato al presidente come i tg di Mediaset avessero fatto cronaca politica quest’estate».

Ce lo ricordi…
«Un servizio di 2-3 minuti sulle attività del governo, quindi il pastone politico di tutti e poi, in coda, 15 secondi ad esponenti di Forza Italia che dicevano, in pratica, di essere lieti protagonisti dell’azione governativa e di dialogare con Renzi».

E Berlusconi?
«Ne ha riso anche lui. Con una copertura così, c’è solo da stupirsi che il premier non sia più alto nei sondaggi. Ma il tema non è la rivendicazione centimetrica di pagina di giornale o spazi tv. Bisogna fare come Andrea Pirlo».

Pirlo?
«Massì, alzare la testa, guardare il gioco. Qui si tratta dei prossimi cinque o dieci anni. Merito a Fitto, allora, di aver posto la questione, merito alla Leopolda Blu d’aver iniziato il dibattito».

In questo nuovo centrodestra, c’è posto anche per Corrado Passera che, nel frattempo, se ne è autoproclamato guida?
«Chiunque è il benvenuto. Nessuno può dire «no tu no» a nessuno. Quelli che lo dicono alla Lega, a Fratelli d’Italia, a Passera non hanno capito niente. Ma guai a fare, verso Renzi, l’errore che ha fatto la sinistra verso B. e cioè fare solo a tavoli, in stanzette chiuse, con dieci partitini che partoriscono non si sa cosa».

L’ora degli esami per il premier

L’ora degli esami per il premier

Michele Brambilla – La Stampa

Domani il governo approverà la manovra. Vedremo come sarà. Da essa dipenderà, certamente, il futuro della nostra economia (almeno per i prossimi mesi): ma, probabilmente, anche quello del premier. Matteo Renzi sta infatti governando grazie a una formidabile apertura di credito ricevuta da una parte del Paese ben più numerosa di quella riferibile all’elettorato del suo partito. C’è tutto un mondo che per la prima volta, alle scorse europee, ha messo la ics sul simbolo del Pd nella convinzione che Renzi sia l’uomo giusto per dare il via a una serie di riforme di stampo liberale. Questo mondo finora ha dimostrato di saper aspettare, di non pretendere da Renzi, in pochi mesi, risultati che altri non hanno conseguito in decenni. Ma quanto durerà la pazienza? Insomma quanto durerà questa «apertura di credito»?

Prendiamo il Veneto, esempio perfetto. Da sempre è stato un feudo del centrodestra: nel 2010, Pdl e Lega insieme raggiunsero il 59 per cento. Quest’anno, in maggio, alle europee il centrosinistra ha vinto per la prima volta. Il Pd ha toccato il 37,52 per cento, contro il 21,6 di appena un anno prima (alle politiche): da solo, ha avuto più consensi di Forza Italia, Lega, Fratelli d’Italia e Ncd messi insieme. Non occorre un mago dei flussi elettorali per comprendere che una simile rivoluzione ha un nome e un cognome: Matteo Renzi. Il leader di centrosinistra che, alle orecchie degli imprenditori del Nord-Est, finalmente parla il loro linguaggio, e non quello di una vecchia sinistra, che è poi quella che ieri a Bergamo l’ha contestato.

Nei giorni di quell’exploit renziano, Luca Zaia disse: «La luna di miele tra Renzi e il Veneto finirà prima che arrivino le regionali». Ebbene, in questi giorni la Swg ha fatto un sondaggio appunto sulle prossime regionali, che si terranno in primavera, e i numeri direbbero che Zaia è in vantaggio di quindici punti sulla probabile candidata del centrosinistra, Alessandra Moretti, che pure nel maggio scorso, alle europee, aveva preso 230.000 preferenze, un’enormità. Non solo: il sondaggio darebbe il Pd attorno al 30 per cento, sette punti in meno rispetto a cinque mesi fa. Vero che il sondaggio è stato commissionato dalla Lega: ma il direttore scientifico della Swg, Enzo Risso, ha detto ieri al quotidiano L’Arena di Verona che un lavoro analogo gli è stato commissionato anche dal Pd, facendo capire che i risultati sono gli stessi.

Ora, è fin troppo banale sottolineare che le elezioni europee sono una cosa, e le regionali un’altra; che Zaia ha un seguito personale fortissimo, eccetera. Ovvio. Tuttavia, è innegabile – come filtra da ambienti di Confindustria Veneto – che tra gli imprenditori un po’ di impazienza cominci a circolare: «Renzi è venuto più volte qui in Veneto facendo grandi promesse, ora deve stare attento a non deluderle. La sua idea sul Tfr in busta paga, ad esempio, ha fatto venire molti mal di pancia». «Tra gli elettori passati dal centrodestra a Renzi comincia a montare qualche insofferenza», conferma Francesco Jori, scrittore veneto, autore di saggi sulla Lega. L’ex sindaco di Oderzo Bepi Covre, uno degli imprenditori leghisti che hanno votato per Renzi, dice che continua ad avere fiducia nel premier, ma pure che un cambio di passo non è rinviabile: «Il Pil Veneto nel 2014 sarà del più 2,5: come la Germania. Ma la media del Paese porterà a un meno 0,3 o 0,4: è chiaro che non si possono dare le stesse medicine per malattie diverse. Il governo deve restituire competitività alle piccole e medie imprese abbassando il cuneo fiscale. Più soldi in busta paga e meno tasse». Ieri a Bergamo Renzi ha promesso agli imprenditori proprio questo: meno tasse, almeno per chi assume. Non solo in Veneto, ma in tutta Italia, c’è tutto un mondo che lo giudicherà sulle sue parole.

Fondazioni e banche, il sonno della politica

Fondazioni e banche, il sonno della politica

Federico Fubini – Affari & Finanza

Qualche anno fa il sistema bancario italiano, come l’intero Paese, è entrato in una zona d’ombra in cui l’imperativo non era migliorarsi. Era vivere. Non c’era tempo per ripensare le strutture di governo del sistema finanziario, anche se molto è già stato fatto per renderle più credibili. Poí è iniziata la stagione degli esami europei sugli istituti di credito in vista del passaggio della vigilanza a Francoforte, e anche quella ha congelato qualunque altra priorità. Tra poco però giustificazioni del genere non varranno più, perché il passato recente ha lasciato tracce profonde.

Se c’è qualcosa che colpisce per esempio nel disastro di Mps, nove miliardi di perdite dal 2011 per gli errori della vecchia gestione, è l’ambivalenza nel Paese. Il sistema Italia ha risposto con sorprendente efficienza ai problemi della banca ma ha evitato di intervenire sui modelli di gestione che l’hanno generato. Il governo ha tenuto in piedi Mps, permettendo ai contribuenti di guadagnare con gli alti interessi sui prestiti a Siena; le élite del mondo finanziario hanno messo a disposizione manager capaci per la nuova gestione; la Banca d’Italia ha spinto sul rafforzamento del bilancio e del capitale della banca, e continuerà a farlo dopo gli stress test europei; l’establishment del Paese è riuscito a dare leader più trasparenti e sensati alla fondazione. Eppure nessuno ha mai fatto chiarezza sulla domanda di fondo: Montepaschi è stata un’anomalia o un caso estremo?

Gli investimenti scriteriati, l’ansia da scalate a prezzi illogici, i prestiti clientelari sono il frutto della specifica inettitudine di pochi: non si trovano in Italia altri casi del genere fra le grandi banche (fra le medie e piccole sì). Ma un recente rapporto del Fmi sottolinea alcuni problemi sistemici senza i quali per Mps non sarebbe mai finita così. L’Fmi mostra che le fondazioni sono ancora molto influenti sulle banche, e certo le hanno aiutate ad attraversare la crisi. In Intesa Sanpaolo e Unicredit, due istituti gestiti molto meglio del vecchio Monte, esprimono oltre l’80% dei posti in consiglio rispettivamente con il 25% e il 9% delle azioni. In 35 banche hanno più del 20% del capitale e di fatto le controllano. E solo un quarto delle fondazioni è davvero uscito dal mondo del credito.

Questi enti, accusa l’Fmi, sono dominati dai politici, con il 47% dei loro consigli eletto dalle amministrazioni locali. Sono soggetti a conflitti d’interesse. Le fondazioni non sono costrette a pubblicare conti certificati, non hanno limiti sul loro indebitamento e sono sottoposte a una vigilanza debole: una sentenza della Corte costituzionale del 2003 limita i poteri di controllo del Tesoro e questo vuoto da allora non è mai stato colmato. Gli ex sindaci dell’Italia centrale che oggi sono a Palazzo Chigi di questi problemi hanno una conoscenza di prima mano. Dovrebbero occuparsene. Oppure non potranno sostenere che il prossimo caso “à la Mps” è stato solo sfortuna.

La rabbia del salotto buono snobbato dalla politica

La rabbia del salotto buono snobbato dalla politica

Carlo Lottieri – Il Giornale

La decisione di Matteo Renzi di non portare il proprio omaggio alla riunione di Cernobbio ha sollevato reazioni molto negative. In particolare, Alberto Bombassei – vicepresidente di Confindustria – ha sostenuto che con tale assenza il premier avrebbe dato l’impressione di ignorare le ragioni delle imprese e a chi lavora.

C’è molto di barocco e formalistico in questa polemica di fine estate. Ma davvero si può credere che qualche ora in una riunione di finanzieri e industriali possa aiutare a rimettere in piedi la società italiana? Nemmeno in presenza di una concentrazione di premi Nobel per l’economia si potrebbe pensare a tante virtù miracolistiche. Anche chi è assai critico nei riguardi della maggioranza di governo e del suo leader stavolta fatica a mettersi tra gli accusatori. Cosa mai ci sarà di tanto significativo da sentire nell’ennesimo incontro destinato a dare un po’ di visibilità a questo o a quello? Cosa potranno mai dire di diverso quei signori rispetto a quanto dichiarano ogni giorno a televisioni e giornali? E poi lo sappiamo bene che i problemi economici si risolverebbero – in estrema sintesi – con meno spesa, meno tasse, meno regole. Che si vada a Cernobbio o no. Ricordando che è bene evitare l’ipocrisia, va aggiunto che gli esponenti delle grandi imprese a cui Renzi avrebbe potuto stringere la mano sul lago di Como non sono marziani venuti da chissà dove. Per lo più, si tratta di persone ben note all’ex sindaco di Firenze: protagonisti di un mondo che in vario modo ha contribuito e contribuisce a mantenere il nostro primo ministro alla guida dell’Italia. Poteva incontrarli una volta di più, certo, ma se preferisce andare in una rubinetteria del Bresciano non si capisce perché ci si debba scandalizzare.

Da maestro di comunicazione, il Renzi che non va a Cernobbio gioca la carta del «lavoro vero» contro l’economia dei salotti buoni. Gioca anche la carta di quanti producono contro la corporazione confindustriale che invece fa politica con altri mezzi. Sul piano mediatico incassa qualche punto. È però egualmente vero che senza salotti buoni, da noi come altrove, non è certo facile «vincere e mantenere lo stato» (per usare le parole di un grande concittadino di Renzi, Niccolò Machiavelli). Renzi ne è consapevole e quindi se polemizza in pubblico, è egualmente certo che in privato continua a tenere solidi legami. Perché una cosa sono le polemiche sui giornali, e altra cosa le logiche di potere. E questo Renzi lo sa bene.

I rebus della politica industriale

I rebus della politica industriale

Franco Debenedetti – Il Sole 24 Ore

Per riformare «non basta dire no» ai no – a eliminare l’articolo 18, a ridimensionare l’obbligatorietà dell’azione penale, a privatizzare i servizi dei comuni. Bisogna ottenere il sì di chi chiede interventi che valgano a farci uscire dalla stagnazione. E per il riformatore può perfino essere più facile isolare i no che prospettano i disastri che altrimenti si produrrebbero, che rispondere ai sì, e ottenere i miracolosi risultati che ci si aspetta dall’adozione di certe politiche. Tra queste una delle favorite è la «politica industriale».

In passato, si dice, siamo riusciti ad agganciare i paradigmi industriali: la macchina a vapore applicata da Sommeiler alle pompe per far passare treni sotto i monti, il motore asincrono con Ferraris, quello a scoppio con la Fiat, la radio con Marconi, il polipropilene con Natta. In questa carrellata non manca mai il richiamo all’Olivetti, ed è perlopiù sbagliato: il culmine del successo l’Olivetti lo raggiunse con la Divisumma che, con un primo costo variabile sotto le 30.000 lire, veniva venduta a un prezzo vicino a quello di una 500. Tanti si arrovellano sulle ragioni per cui il mainframe Elea non riuscì a battere IBM, ma pochi ricordano che non ci riuscì nessuno in Europa, né ICL, né Philips, né Bull, né Siemens: tutti errori di «politica industriale»? In Germania c’è un leader mondiale del software (la SAP) e in Italia no: nessuno lo ricorda ma ha i suoi perché, e hanno a che fare anch’essi con la «politica industriale».

Essa si regge su un presupposto teorico: che il futuro dell’innovazione tecnologica sia conoscibile ex ante, che esista la ricetta per il successo. Una contraddizione in termini, perché è proprio dall’imprevedibilità che viene la spinta a innovare, dall’aleatorietà quella a investire, dalla molteplicità dei modi per organizzare la produzione quella di sperimentarne di nuovi. Non c’è neppure un modo unico di scoprire ex post le ragioni dei successi, e di generalizzare le regole che li favoriscono: come dimostra l’esistenza di molte società di consulenza, in concorrenza tra loro.

Tolto dalla scena l’imprenditore schumpeteriano, diventa però necessario sostituirlo con qualcuno che abbia (innate?) le conoscenze e la preveggenza per identificare i settori che potranno contribuire allo sviluppo del Paese. Nessuno vi ha investito in modo adeguato? «Fallimento di mercato», è evidente, a cui rimediare con sovvenzioni dello Stato e protezione dalla concorrenza «selvaggia». D’altra parte l’innovazione la può fare solo lo Stato, in tutto il mondo è sempre stato così, se non c’era lo Stato, l’iPhone Steve Jobs manco se lo sognava, parola di Mariana Mazzucato – come? non avete ancora letto «Lo stato innovatore»? C’è un’inevitabile consequenzialità nel succedersi dei passaggi, tutto discende dalla decisione iniziale, di identificare i settori. Che poi, a ben vedere, prima non è: infatti chi avrà il potere di identificare l’identificatore? La «politica industriale» presuppone una fiducia mistica nel processo di selezione democratica.

Molti pensano che Mario Draghi a Jackson Hole avesse in mente il surplus di bilancio tedesco quando ha proposto di usare tutta la flessibilità consentita dai trattati. Se pure Angela Merkel lo vorrà leggere in tal modo, c’è da scommettere che anche in Germania si alzerà la voce di chi quel surplus vorrà spenderlo non, ad esempio, riducendo le imposte, ma mostrando i muscoli della «politica industriale». Anche il piano di investimenti infrastrutturali da 300 mld di euro enunciato dal presidente Jean-Claude Juncker, ha lo scopo dichiarato di stimolare la domanda aggregata, ma di fatto è anch’esso un piano «politica industriale». Come tale soggetto alle inevitabili contraddizioni: come stimolare il mercato senza lasciare spazio alla sua capacità di scoperta, come farlo crescere senza le virtù e i difetti dell’imprenditore, come selezionare senza la concorrenza; nel caso specifico poi, come districare il groviglio di problemi di ripartizione e di coordinamento tra Paesi.

Nell’attesa del grande stimolo europeo, il governo Renzi cerca di stimolare la nostra economia con il decreto sblocca Italia. Sarà perché non siamo abbastanza keynesiani, come dice Krugman (che evidentemente di italiano legge solo il blog dell’Istituto Bruno Leoni), sarà perché 140 caratteri sono pochi per complessi progetti costruttivisti, in ogni caso si tratta di provvedimenti sparsi, senza neppure il tentativo di venderli come «politica industriale». Ma hanno lo stesso presupposto ideologico: che «loro» sappiano meglio di «noi» a che fine e come spendere i nostri soldi. Che si tratti di posa di cavi per la banda larga, di porti, di ecobonus o sisma-bonus, di acquistare e affittare immobili ristrutturati, ogni «semplificazione» ha come target il suo interesse rilevante. Non è una nuova «politica industriale»: è la vecchia che non è mai finita.

Il dilemma irrisolto di Renzi: tenersi il consenso o trasformare il paese?

Il dilemma irrisolto di Renzi: tenersi il consenso o trasformare il paese?

Stefano Folli – Il Sole 24 Ore

In un colloquio pubblicato dal “Foglio” il sindaco di Firenze, Dario Nardella, coglie un punto centrale del “renzismo” oggi: la necessità di scegliere fra consenso popolare ed efficacia del progetto riformatore. Nardella ricorda il ben noto caso Schroeder, il cancelliere socialdemocratico tedesco che negli anni Novanta trasformò la Germania e venne poi sconfitto alle elezioni. Come dire che un leader deve mettere in conto il rischio dell’impopolarità se davvero vuole lasciare il segno nella storia.

Qui è quasi d’obbligo la citazione di una celebre frase di De Gasperi: «Il politico pensa alle prossime elezioni, lo statista alle prossime generazioni». E a cosa pensa Matteo Renzi: ai voti da prendere o al paese da salvare? L’impressione è che il presidente del Consiglio abbia privilegiato a lungo gli elettori, ma che adesso sia tentato di imboccare la strada che potrebbe fare di lui uno statista. Tuttavia è incerto. Davanti a lui si divarica il bivio cruciale senza che sia emersa nella sua mente una decisione chiara su quale dei due sentieri imboccare. Lo scenario dei mille giorni evoca un lungo cammino che implica una plausibile perdita di popolarità. Il ricorso ai consueti fuochi artificiali mediatici indica la volontà di non perdere contatto con l’elettorato del 41%.

In altri termini la tentazione di tenere insieme i due corni del dilemma (il consenso e le riforme) è ancora molto forte per il premier. Forse la speranza segreta è di riuscirci attraverso qualche gioco di prestigio verbale, in attesa che un po’ di fortuna e qualche circostanza favorevole spinga la carovana italiana fuori dalla stagnazione economica. Al tempo stesso Renzi si rende conto che la sua missione potrebbe essere quella di spezzare le ingessature che imprigionano il paese anche a costo di compromettere un destino personale (e per lui non ci sarebbe nemmeno un contratto d’oro con Gazprom, come fu per il suo omologo tedesco).

L’esperimento politico più innovativo degli ultimi anni vive ormai di questa ambiguità che presto dovrà essere sciolta. Del resto, l’immagine del presidente del Consiglio che tira dritto per la sua strada è compatibile con emtrambe le ipotesi. Il nemico dell'”establishment”, l’uomo che non va nemmeno al convegno di Cernobbio perché preferisce stare a Roma a lavorare, l’avversario degli interessi organizzati è in grado di incarnare le due parti principali della commedia. Può diventare il leader che si affida direttamente al popolo saltando tutte le mediazioni e preparandosi – appena possibile – a raccogliere il plebiscito elettorale. Ovvero può trasformarsi nel premier che sacrifica se stesso guidando il paese verso le più radicali e dolorose riforme. Difficile sapere oggi quale sarà l’esito finale di un tormento che è visibile nei provvedimenti che il governo sta varando.

Si promettono tagli di spesa per 15 miliardi nel 2015, ma si confermano i 10 miliardi per garantire gli 80 euro a una vasta platea elettorale. Si lancia la riforma della scuola in nome del merito, ma il dato concreto riguarda l’assunzione di 150mila precari, mentre al tempo stesso si bloccano gli stipendi degli statali. Insomma, la direzione di marcia non è ancora chiara. Renzi non vuole essere la versione italiana della Thatcher (lo ha già detto più volte), ma potrebbe decidere di rappresentare la replica mediterranea di Schroeder. Vincitore per la storia ma sconfitto sul piano del consenso.

Quello spread fra politica ed economia reale

Quello spread fra politica ed economia reale

Giuseppe Matarazzo – Avvenire

Ricordate i titoloni dell’autunno nero del 2011, quando il Paese sembrava al collasso e lo spread (il differenziale tra i rendimenti dei Bund tedeschi e i nostri Btp) sfiorava i 600 punti? A fare le spese di quelle montagne russe dei mercati fu l’ultimo governo Berlusconi, spinto alle dimissioni dal pressing nazionale e internazionale. Archiviata la stagione azzurra, lo spread, nel giro dei tre governi (Monti, Letta e Renzi) che si sono succeduti, è tornato sotto controllo a livelli minimi (ieri a 153). I mercati internazionali ora ci vedono con meno sfavore: l’Italia è un Paese più afidabile. Ma è anche salvo dal baratro? Davvero è lo spread a misurare lo stato di salute di un Paese?

La risposta è no. Lo spread è importante ai fini della fiducia dei mercati: se c’è una differenza fra due titoli con la stessa scadenza, la ragione è nella diversa fiducia che si nutre nel debitore. Se i mercati domandano all’Italia di pagare un tasso di interesse più alto è perché hanno più fiducia nella Germania rispetto all’Italia nel rimborso del debito. Questa differenza è importante, per questioni di fiducia e di soldi. Per il debito dello Stato e per gli interessi che pagano le imprese. Detto questo, lo spread non è un indicatore economico. E soprattutto non è «libero». Se non è un «imbroglio››, come accusò Berlusconi, è perlomeno manipolabile dalla speculazione di chi – come le grandi banche d’affari – ha interesse a tenerlo basso o a farlo alzare. E non certo per il bene comune. Con lo spread che potrebbe scendere addirittura sotto i 100 punti dovremmo essere tranquilli e sorridenti. E invece… il Paese non vive di (solo) spread. Dopo tre anni di esecutivi “emergenziali” abbiamo salvato il differenziale sui rendimenti. Ma non il Paese. Non gli altri spread che separano l’Italia dal resto del mondo. Anzi.

Se il sentiment degli investitori migliora, il Paese reale non sta meglio di tre anni fa. Lo dicono i numeri degli indicatori, questi sì economici. La carrellata di dati dei giorni scorsi è impietosa: siamo di nuovo in recessione, con il Pil in calo anche nel secondo trimestre (-0,2%) che lascia intravedere un segno meno per il 2014, lontano dalle stime ottimistiche del governo (mentre gli Usa da cui la crisi è cominciata viaggiano con un +4,2%); il debito pubblico continua a crescere, toccando a giugno il nuovo massimo di 2.168 per la prima volta dal 1959 l’Italia è in deflazione, con i prezzi in territorio negativo, segno di un mercato interno dei consumi depresso, nonostante il bonus da 80 euro; la disoccupazione è salita al 12,6% (nel 2011 era al 9%), mentre in Germania è al 4,9%; e la fiducia delle imprese diminuisce al pari della produzione industriale. Un Paese, per dirla con Sergio Marchionne, «inerte, incapace di reagire». Nonostante i tecnici e le annunciate rottamazioni. E non è una consolazione (mal comune mezzo gaudio) se anche Berlino comincia a intravvedere qualche segno meno su Pil o produzione industriale. La Germania resta una locomotiva. L’Italia rischia di restare ferma in stazione.

La sveglia di Draghi per la politica

La sveglia di Draghi per la politica

Jean Pisani Ferry – Il Sole 24 Ore

I banchieri centrali vanno spesso fieri di essere noiosi. A eccezione di Mario Draghi. Due anni fa, a luglio 2012, il presidente della Banca centrale europea colse tutti di sorpresa annunciando che avrebbe fatto «whatever it takes», ovvero qualsiasi cosa, per salvare l’euro. L’impatto fu grande. In questi giorni Mario Draghi ha approfittato del simposio annuale dei banchieri centrali a Jackson Hole, nel Wyoming, per lanciare un’altra bomba. Il suo discorso stavolta è stato più analitico, ma non meno ardito.

1) Il governatore della Bce ha preso posizione nel dibattito in corso sulla risposta politica più adeguata per far fronte all’attuale stagnazione dell’eurozona. Draghi ha sottolineato che, oltre alle riforme strutturali, bisogna sostenere la domanda aggregata e che il rischio di fare «troppo poco», supera quello di fare «troppo».
2) Draghi ha confermato che la Banca centrale europea è pronta a fare la sua parte per stimolare la domanda aggregata e ha parlato del quantitative easing, la politica di acquisto di bond, come strumento necessario in un contesto in cui le aspettative inflazionistiche sono scese sotto l’obiettivo ufficiale del 2 per cento.
3) Suscitando la sorpresa dei più, Draghi ha aggiunto che c’è spazio per una posizione fiscale più espansionistica nell’eurozona in generale. Per la prima volta, il governatore ha affermato che l’eurozona ha sofferto per l’insufficienza e l’inefficacia delle politiche fiscali di Usa, Regno Unito e Giappone attribuendolo non agli elevati deficit pubblici preesistenti, ma al fatto che la Bce non potesse fare da cuscinetto finanziario ai governi e risparmiare alle autorità fiscali la perdita della fiducia del mercato. Inoltre, ha auspicato un dibattito fra i membri dell’euro su una politica fiscale unitaria dell’eurozona.

Draghi ha infranto tre tabù in un colpo solo: 1) Ha fondato il suo ragionamento sul concetto eterodosso di un mix politico che combina misure monetarie e misure fiscali. 2) Ha parlato esplicitamente di una politica fiscale comune quando l’Europa ha sempre ragionato solo su base nazionale. 3) La sua affermazione secondo la quale impedire alla Bce di agire come prestatore di ultima istanza comporta uno scotto elevato – rendendo vulnerabili i governi e riducendo il loro spazio fiscale – contraddice il principio secondo il quale la Banca centrale non deve sostenere il prestito ai governi.

Il fatto che Draghi abbia scelto di sfidare l’ortodossia, in un momento in cui la Bce ha bisogno di sostegno per le proprie iniziative, fa capire quanto sia preoccupato per la situazione economica dell’eurozona. Il suo messaggio è che il sistema politico, così come funziona attualmente, non è adatto alle sfide che si prospettano all’Europa, e che sono necessari ulteriori cambiamenti politici e istituzionali. Ora resta da vedere se – ed eventualmente come – questo coraggio a parole si tradurrà in un’azione politica. Ci sono sempre meno dubbi sui benefici del quantitative easing da parte della Bce, quella misura che è stata a lungo considerata come troppo “non convenzionale” per essere contemplata, ha gradualmente guadagnato consensi. A livello operativo sarà difficile da attuare perché la Bce, a differenza della Federal Reserve, non può contare su un mercato obbligazionario unificato e liquido, e la sua efficacia resta incerta. Ma con buona probabilità si farà.

Al tempo stesso ci sono pochi dubbi sul fatto che la politica fiscale non soddisferà le aspettative di Draghi. In Europa manca una visione comune su una politica fiscale e il cuscinetto che la Bce potrebbe offrire agli Stati sovrani può essere concesso solo ai Paesi che s’impegnano ad adottare una serie di politiche negoziate. Persino questo sostegno condizionato nel quadro del programma di Outright monetary transactions (Omt) della Bce è stato osteggiato dalla Bundesbank e dalla Corte costituzionale tedesche. L’iniziativa di Draghi su questo fronte andrebbe così interpretata non solo come un’esortazione a passare all’azione, ma anche e forse ancora di più, come un’esortazione a riflettere sull’approccio futuro della politica europea. La questione è la seguente: come può l’eurozona definire e attuare una politica fiscale comune senza avere una politica di bilancio comune?

L’esperienza internazionale mostra che il coordinamento volontario serve a poco. Quanto è accaduto nel 2009 è stata una rara eccezione; crolli come quello seguito alla bancarotta di Lehman Brothers – così improvvisi, nefasti e fortemente simmetrici – si verificano una volta in decine e decine di anni. All’epoca, tutti i Paesi si sono trovati praticamente nella stessa situazione e tutti hanno condiviso la stessa preoccupazione che l’economia globale potesse scivolare in una depressione. Oggi il problema dell’Europa, per quanto serio, è diverso: un significativo sottogruppo di Paesi non ha uno spazio fiscale in cui muoversi e non sarebbe così in grado di sostenere la domanda. E, anche se la Germania sta andando molto meglio di tutti ed è dotata di uno spazio fiscale, non intende usarlo a beneficio dei suoi vicini di casa. Se deve essere intrapresa un’azione fiscale congiunta, occorre mettere in atto un meccanismo specifico per farla partire. Si potrebbe pensare a una procedura decisionale congiunta che, in alcune condizioni, prevedesse l’approvazione del Parlamento nazionale e di una maggioranza di Paesi membri (o dal Parlamento europeo) per le normative sul bilancio.

Oppure si potrebbe pensare a un meccanismo ispirato ai permessi di deficit negoziabili immaginati da Alessandra Casella della Columbia University: ai Paesi verrebbe concesso un permesso sul debito, ma sarebbero liberi di negoziarlo. Un Paese che mira a registrare un deficit minore potrebbe così decidere di cedere il suo permesso a un altro che intende registrarne uno più elevato. In questo modo sarebbe raggiunta la soglia comune prevista pur venendo incontro alle preferenze nazionali. Qualsiasi meccanismo del genere pone una serie di domande, ma il fatto che sia l’autorità responsabile dell’euro a sollevare la questione fa capire come l’architettura della moneta comune sia ancora in divenire. Pochi mesi orsono, erano tutti d’accordo sul fatto che fosse ormai superato il momento di ripensare l’euro e che l’eurozona avrebbe dovuto convivere con l’architettura ereditata dalle riforme attuate con la crisi. Ora non è più così. Potrebbe volerci del tempo prima di raggiungere un accordo e prendere delle decisioni, ma il dibattito riprenderà. E questa è una buona notizia.

L’impresa di resistere in un paese stanco

L’impresa di resistere in un paese stanco

Claudio Magris – Corriere della Sera

Nel Tramonto dell’Occidente – libro che negli anni Venti ebbe un enorme successo per il suo pathos epocale e il suo miscuglio di intuizioni geniali ed enfasi apocalittica zeppa di strafalcioni logici – Spengler annunciava che la civiltà occidentale – per lui sostanzialmente germanica – esaurito il suo slancio faustiano di espansione e di conquista sarebbe presto morta. Il suo ultimo stadio sarebbe stata una sua pallida ed esangue copia collocata vagamente in Oriente, fra la Vistola e l’Amur, presto destinata a spegnersi. Non è il caso di lasciarsi affascinare dai bagliori della decadenza – già la musica e il suono della parola «Occidente» hanno una seduzione di declino – né dai profeti quasi sempre soddisfatti di proclamare sventure e impermaliti, come Giona, quando tali sventure non si avverano. Se la nostra civiltà occidentale ha certo le sue gravi difficoltà, nelle altre parti del mondo e nelle altre culture non si sta molto bene.

È innegabile tuttavia che la descrizione di quella civiltà spenta e opaca, priva di passioni, che Spengler situa in un’Europa orientale semiasiatica, assomiglia all’atmosfera che, da non molto tempo ma sempre più diffusamente, si è creata nel nostro Paese. La crisi economica sembra provocare non tanto una lotta per la sopravvivenza, quanto una fiacca rassegnazione. Certamente vi sono molti individui che lottano, con le unghie e con i denti, per la loro esistenza e per la dignità della loro esistenza. Sono essi i protagonisti, i combattenti di questa difficile battaglia. Quello che resiste è il più autentico capitalismo legato ancora all’iniziativa individuale, al rapporto diretto tra il lavoro e il profitto, alla piccola attività ed impresa, mentre il grande capitalismo dei tronfi ed inetti signori del mondo, sempre più anonimi e scissi dalla dura realtà del lavoro, è spesso largamente, talvolta criminosamente colpevole della crisi.

Ma la nostra società sembra aver perso, in generale, mordente, slancio, capacità di progetto e di protesta, passione. Ciò che manca, da qualche tempo, è soprattutto la passione politica, che ha contrassegnato – con le sue lotte, i suoi furori, le sue faziosità, i suoi ideali – la vita del Paese dal Dopoguerra (l’antifascismo e i diversi antifascismi, lo scontro tra comunismo e democrazia liberale, la tumultuosa crescita economica che portava con sé tensioni, entusiasmi e progressi sociali) agli anni dei governi Berlusconi, che scatenavano ancora amori e odi. L’ultima fiammata di irruente accensione degli animi è stato il Movimento 5 Stelle, che tuttavia non solo sembra affievolirsi, ma che non pare essere stato, a differenza di altre formazioni pur tendenti all’estremismo, una componente organica del Paese.

L’Italia sembra vivere stanca, depressa ma senza drammi, indifferente alla politica ovvero al proprio destino, giacché la politica è la vita della Polis, della comunità. Un Paese senza. Fra i negozi vuoti spiccano le trattorie e i ristoranti, decisamente più frequentati; la gola è l’ultimo appetito a morire, resiste alla depressione e alla mancanza di senso più del sesso. Speriamo di non essere alle soglie di un abisso, come negli anni Venti; in ogni caso, manca quella frenesia trasgressiva e disperata di vita che c’era in quegli anni sciagurati ma vivi e che risuona nelle canzoni di Brecht o nelle musiche di Cabaret. La nostra esistenza assomiglia piuttosto a quella di un personaggio di Gozzano, Totò Merùmeni: «E vive. Un giorno è nato, un giorno morirà».

Più che il lavoro, a costarci troppo cari sono il denaro e la finanza sregolata

Più che il lavoro, a costarci troppo cari sono il denaro e la finanza sregolata

Paolo Cirino Pomicino – Il Foglio

Al direttore – La riunione dei banchieri centrali tenutasi alcuni giorni fa nel Wyoming ha avuto come tema centrale del dibattito il mercato del lavoro, un tema che affligge da anni le democrazie occidentali che presentano un tasso di crescita modesto o, come nel caso italiano, negativo, dopo oltre cinque anni di recessione. E sinora la ricetta messa in campo dagli Usa, dal Giappone e dalla stessa Gran Bretagna e sempre la stessa, una politica monetaria e di bilancio espansiva, con debiti pubblici crescenti. E’ davvero questa l’unica ricetta? Noi crediamo di no anche se per invertire un ciclo economico negativo c’e bisogno in prima battuta di politiche monetarie accomodanti e di politiche di bilancio espansive che mettano al centro dell’attenzione una diversa qualità della spesa pubblica orientata, prima ancora che alla sua riduzione, alla crescita per concorrere a una politica anti ciclica. Bene ha fatto Mario Draghi nel ribadire che la politica monetaria non può sostituire una politica economica fatta di politiche di bilancio, di politiche sociali, di formazione, di ricerca e di innovazione, Avremmo gradito, in verità, anche un riferimento più preciso dall’insieme dei governatori delle Banche centrali sulla crisi che ha investito in particolare l’occidente. Una crisi che, a nostro giudizio, e di domanda e non di offerta tant’è che il nuovo spettro e la deflazione mentre se fosse una crisi dell“offerta avremmo visto crescere i prezzi. Sottolineiamo questo aspetto perché un’analisi non precisa o non completa rischia di portare a soluzioni parziali o addirittura incoerenti, Non e un caso, infatti, che i suggerimenti emersi dalla riunione dei banchieri centrali siano in una unica direzione, ridurre il costo del lavoro e contrarre gli stessi salari per recuperare competitività all’impresa, unico soggetto, pubblico o privato che sia, capace di produrre ricchezza, E questo sarebbe un errore. Non perché non sia necessario ridurre il costo del lavoro ma perché la competitività di una impresa ha anche altre componenti altrettanto importanti come, ad esempio, la finanza intesa nel suo doppio versante, patrimoniale e del fabbisogno di credito. Una questione, questa, del tutto assente non solo nel dibattito ultimo tenuto a Jackson Hole nel Wyoming, ma anche e principalmente nei comportamenti delle Banche centrali e, per quanto riguarda l’Europa, nella messa a punto di Basilea 3 che aumenta in maniera notevole per le banche l”onere dei propri impieghi e quindi, a cascata, gli oneri finanziari per le imprese. Sembra quasi che l*unica preoccupazione debba essere la salvaguardia del denaro delle banche e non dell’altra componente dell’impresa che e il lavoro dell’imprenditore e delle s ue maestranze. Tanto per f’are un esempio di casa nostra, la Banca d’Italia da per il trimestre luglio-settembre 2014, per affidamenti creditizi superiori a 5 mila euro, una forchetta di tassi applicabili tra il 10,20 e il 16,75. Un siffatto onere e o non è un elemento che pesa sulla competitività delle imprese almeno quanto il costo del lavoro? E per non indurre in errore chi ci legge, anche in paesi diversi dal nostro che hanno, cioè, tassi più bassi, il costo del denaro è un elemento non secondario sulla competitività delle aziende. Questo aspetto non può che rientrare nella competenza delle banche centrali ma anche in quella delle imprese bancarie che devono poter ridurre il costo della propria struttura per alleggerire il peso di quel pilastro degli oneri finanziari che opprime la competitività delle imprese alla stessa maniera di come il carico tributario pesa sulle banche e sui loro equilibri di bilancio, essendo anche esse imprese. Come si vede e una filiera il cui anello terminale resta l’impresa e la sua competitività.Ma c’e di più. Da vent’anni a questa parte la finanza ha via via dismesso il suo ruolo di infrastruttura al servizio dell”economia reale per diventare una industria a se stante in cui la materia prima son quattrini e il prodotto son più quattrini, La dimostrazione di questa mutazione genetica sta nella vita delle stesse imprese, in particolare in quelle medio-grandi, il cui fatturato e per almeno un quinto legato ad attività finanziarie e non ad attività di produzione o di servizi. Un solo dato: nel triennio 2009-2011 gli impieghi di natura finanziaria (acquisizioni, dividendi e liquidità )delle multinazionali americane, europee e giapponesi sono stati 1,5 volte quelli industriali. Questa e una grave distorsione del capitalismo occidentale perché investe in pieno la crescita del benessere fondato sulla diffusione di prodotti e di servizi che elevano il tono di vita complessivo delle società moderne. Una modernità che non prevede una utopica uguaglianza nel tono di vita ma che non può a lungo sostenere una crescita esponenziale di disuguaglianze, come quelle che abbiamo visto in questi venti anni durante i quali larghe masse di quello che una volta si chiamava ceto medio produttivo e professionale si sono impoverite mentre una sempre più stretta élite finanziaria ha accresciuto in maniera notevole le proprie ricchezze. Questa mutazione genetica del capitalismo occidentale arriva da lontano, dalla deregolamentazione dei mercati finanziari che con i suoi prodotti innovativi hanno attratto sempre più risorse sottraendole alla economia reale e, per essa, alla competitività delle imprese per quanto abbiamo sinora detto, creando, inoltre, una economia di carta sovrastrutturale che, se non fermata a tempo, farà scoppiare una bolla monetaria dagli effetti devastanti. Quando invochiamo una diversa regolamentazione dei mercati finanziari non pensiamo a vecchie tentazioni dirigiste ma a una diversa convenienza tra investimenti finanziari e quelli nell’economia reale, privilegiando questi ultimi. Il capitalismo finanziario, infatti, rischia di ammazzare quella economia di mercato che per crescere e consolidarsi ha bisogno di una armonia di tutte le proprie componenti (della incidenza della componente energetica sulla competitività parleremo in altra occasione), e senza la quale diventa difficile difendere anche quel sistema democratico che l’occidente si è dato nel secolo scorso. Come si vede in politica come in economia tutto si tiene ed è forse giunto il tempo che la politica torni a discutere di economia, rompendo quella esclusività di un dibattito solo tra economisti e banchieri centrali.