recessione

Fisco e lavoro, riforme urgenti per la crescita

Fisco e lavoro, riforme urgenti per la crescita

Guido Tabellini – Il Sole 24 Ore

Perché l’economia italiana non riesce a uscire dalla recessione? È da questa domanda che bisogna partire per impostare qualunque strategia di politica economica. La risposta va cercata negli eventi del 2011, quando in seguito alla crisi dell’euro l’Italia fu colpita da un sudden stop, un arresto improvviso nell’afflusso di capitali dall’estero e una fuga di capitali privati, tipico dei paesi emergenti. Il sudden stop ha fatto crollare la domanda interna, attraverso tre canali: i) Una feroce stretta creditizia, imposta da un sistema bancario che dipendeva dall’estero per i suoi finanziamenti, e che poi (non si sa quanto spontaneamente) ha spiazzato il credito privato per comprare il debito pubblico venduto dagli investitori esteri. ii) Una forte stretta fiscale, imposta dall’esigenza di rassicurare i mercati finanziari e i partners europei. iii) Un effetto diretto dell’incertezza e della mancanza di fiducia sugli investimenti e sui consumi di beni durevoli.

Ora il sudden stop è parzialmente rientrato e la liquidità è abbondante, ma è illusorio pensare che ciò sia sufficiente per tornare a crescere. Le tre cause di riduzione della domanda sopra indicate sono ancora operanti, e a queste se ne sono aggiunte altre. Anche se le banche non hanno più difficoltà a finanziarsi, i loro bilanci sono pieni di partite deteriorate (a marzo erano il 10% dei prestiti complessivi, al netto delle svalutazioni), e i prestiti in sofferenza continuano a crescere, sebbene a un tasso che sta progressivamente rallentando. Di conseguenza, la morsa del credito non si è allentata in modo significativo (a giugno i prestiti al settore privato sono scesi del 2,3%). Il deleveraging delle banche è destinato a continuare, anche perché a ottobre si attende l’esito dell’Asset Quality Review della Bce.

La politica fiscale resta restrittiva. Il Def presentato ad aprile dal Ministro Padoan prevede che nel 2014 e 2015 la pressione fiscale rimanga al 44% del reddito nazionale, lo stesso livello raggiunto nel 2012 dal governo Monti. È ancora presto per valutare appieno gli effetti del bonus fiscale, ma è plausibile che essi siano trascurabili, perché solo una piccola parte delle maggiori detrazioni sarà coperta da effettivi tagli di spesa, e perché i vincoli europei impediscono aumenti di disavanzo; più che un taglio d’imposta, il bonus fiscale è stata un’operazione redistributiva.

Quanto alla fiducia, gli indicatori congiunturali suggeriscono un miglioramento. Ma la vulnerabilità dell’Italia è ancora troppo elevata, e il futuro economico troppo incerto, perché gli operatori economici possano scommettere sul futuro con tranquillità e assumere rischi rilevanti. In particolare, il mercato del lavoro è una grave fonte di preoccupazione per le famiglie (a giugno il tasso di disoccupazione era il 12,3%, in calo rispetto a maggio ma in forte aumento rispetto a un anno prima). Inoltre, l’andamento dei prezzi è a un passo dalla deflazione, il che fa salire il peso del debito, e può indurre a rinviare la spesa nell’aspettativa che i prezzi futuri siano ancora più bassi. Infine, la recente incertezza geopolitica ha provocato un arresto della crescita in Germania e in altri Paesi dell’area euro; e purtroppo non si tratta di fenomeni transitori.

Se questo è il quadro, cosa può fare la politica economica nazionale per uscire dalla recessione? Anche se oggi il problema principale è la carenza di domanda aggregata, è comunque urgente realizzare riforme dal lato dell’offerta. Non è un paradosso, è la realtà della moneta unica. Gli strumenti classici di sostegno alla domanda aggregata sono in mano alle autorità europee, che non li stanno usando in modo adeguato. Il loro atteggiamento refrattario riflette anche il timore che i Paesi del Sud Europa (e l’Italia in particolare) non attuino le riforme necessarie a rendere più competitive le loro economie. Sta a noi non offrire alibi.

La riforma più urgente riguarda il mercato del lavoro. Due aspetti sono prioritari: lasciare più spazio alla contrattazione aziendale, evitando che la contrattazione collettiva stabilisca salari minimi inderogabili; e aumentare la flessibilità in uscita per i neo-assunti, secondo lo schema del contratto a tutele progressive nella versione di Pietro Ichino. Riforme innovative del mercato del lavoro non servono solo ad aumentare la nostra capacità di persuasione in Europa, ma sono indispensabili anche per riacquistare competitività. È anche grazie a queste riforme se in Spagna occupazione e produzione stanno tornando a crescere.

Un secondo provvedimento urgente per riacquistare competitività è la svalutazione fiscale. Questo intervento è stato ignorato da tutti i governi che si sono succeduti dal 2011 a oggi, ma è suggerito dall’esperienza dei Paesi emergenti. Quando un Paese è colpito da un sudden stop, la prima cosa che fa è svalutare il cambio. La svalutazione sostiene la domanda aggregata attraverso il canale estero, e, rendendo il Paese più competitivo, facilita il rientro dei capitali dall’estero. Naturalmente l’Italia non può svalutare senza uscire dall’euro. Tuttavia, è possibile riprodurre gran parte degli effetti economici di una svalutazione con gli strumenti di politica fiscale.

Il modo per farlo è tagliare i contributi sociali pagati dalle imprese, coprendo la perdita di gettito con l’aumento dell’Iva e riduzioni della spesa. Il gettito Iva può essere aumentato con accorpamenti delle aliquote più basse. Per realizzare una svalutazione fiscale, i tagli di spesa dovrebbero concentrarsi innanzitutto sui trasferimenti e sussidi ai trasporti locali e ferroviari e ad altri servizi, con corrispondenti aumenti di tariffe. Per evitare effetti regressivi, la manovra andrebbe integrata da un aumento delle detrazioni fiscali sui redditi più bassi. Un intervento di questo tipo allontanerebbe il rischio di deflazione e faciliterebbe la stabilizzazione del debito.

L’evidenza empirica internazionale mostra che eventuali effetti depressivi sulla domanda interna sarebbero più che compensati dalla maggiore domanda estera. Queste sono le priorità a cui dovrebbe ispirarsi la strategia di politica economica, per far uscire l’Italia da un’interminabile recessione. Avrà il governo la lungimiranza per imboccare questa strada? E se lo facesse, troverebbe in Parlamento il consenso per proseguire? Non è detto che la risposta a entrambe queste domande sia positiva. Ma non illudiamoci che vi siano molte altre alternative. Sicuramente non lo è aspettare, sperando che le cose migliorino da sole.

L’unica strada per competere

L’unica strada per competere

Mariana Mazzucato – La Repubblica

L’economia dell’Eurozona è tornata in prima pagina: la crescita è scesa a zero rispetto al primo trimestre. L’Italia è tornata in recessione (ma ne era mai uscita?) e il dato di Francia e Germania è più basso del previsto. Le autorità tedesche danno la colpa al maltempo, ma di sicuro il problema più grande è la disparità di competitività tra i vari Paesi europei: il calo della domanda in certi Paesi penalizza le vendite in altri. Ma se il presidente della Bce Mario Draghi ha ragione a preoccuparsi di una ripresa «debole, fragile e disomogenea», il problema è che la diagnosi dei fattori alla base della competitività continua a essere sbagliata.

Quando scoppiò la crisi finanziaria, nel 2007, i Paesi europei non furono colpiti tutti nello stesso modo e nelle stesse proporzioni. Quelli che da decenni non investivano nelle aree fondamentali per potenziare la crescita economica (per esempio l’istruzione, la formazione del capitale umano, la ricerca e lo sviluppo) hanno subito i contraccolpi maggiori. E infatti i Paesi a cui Goldman Sachs ha appiccicato l’infamante etichetta di Pigs (Portogallo, Italia, Grecia e Spagna) sono in fondo alla classifica per questo genere di investimenti. E quando la crisi finanziaria è diventata crisi economica è in questi Paesi che la crisi del debito sovrano e la crisi di “competitività” sono esplose con maggior durezza.

Politiche di austerità indiscriminate stanno aggravando le recessioni, come hanno dimostrato questo mese i dati relativi all’Italia. Ma anche se le riforme “strutturali” (come Draghi caldamente chiede) fossero attuate, sarebbero sufficienti, da sole, a stimolare la crescita nella periferia dell’Eurozona? La risposta è no: senza una grossa spinta agli investimenti pubblici e privati, non saranno sufficienti. I Paesi deboli devono aumentare, non diminuire, gli investimenti in quelle aree che aumentano la produttività e producono crescita, come l’istruzione, la formazione e la ricerca; e devono anche creare istituzioni pubbliche dinamiche, in grado di garantire i fondamentali collegamenti tra scienza e industria e dar vita a una comunità finanziaria disposta a investire a lungo termine.

Come la banca statale tedesca, KfW, è stata fondamentale per il successo dell’industria tedesca e come la Banca statale cinese per lo sviluppo è stata cruciale per l’affermazione di aziende innovative (come Huawei nelle telecomunicazioni, Lenovo nell’informatica e Yingli nelle energie rinnovabili) così l’Europa deve imparare a usare le sue istituzioni finanziarie pubbliche per indirizzare gli investimenti in questo senso. Perché anche se la Bce diventasse finalmente una Banca centrale a tutti gli effetti, quel prestatore di ultima istanza necessario per placare i timori dei mercati finanziari speculativi, resterebbe il fatto che il Quantitative Easing da solo non basta: il denaro finirebbe semplicemente nei forzieri delle banche, che non lo destinerebbero al credito. La creazione di denaro dev’essere invece “indirizzata” verso le aree produttive dell’economia reale, e in quasi tutti i Paesi di successo del mondo questo è avvenuto attraverso istituzioni pubbliche come quelle descritte sopra. Il programma di misure di stimolo di Obama e il piano quinquennale della Cina (1.700 miliardi di dollari in 5 nuovi settori, dalle tecnologie ecocompatibili ai nuovi motori) sono stati indirizzati in larga misura a rendere “verdi” tutti i settori dell’economia.

Perché l’Europa non assegna un mandato altrettanto ambizioso alle sue istituzioni pubbliche? Perché ha paura: e la mancanza di solidarietà nell’avviare un “piano di crescita” serio alla fine porterà al declino anche i Paesi “forti”. La Germania può crescere senza vicini forti? No. È ora di cambiare rotta, e subito – soprattutto adesso che il costo del denaro è quasi zero. L’euro può funzionare solo con un’Eurozona meno squilibrata nella competitività. Competitività non significa pagare poco i lavoratori ma è la capacità di produrre prodotti di alta qualità, a costo competitivo, che il mondo vuole acquistare. Siemens non vince contratti di appalto per costruire treni in Inghilterra perché paga poco i suoi lavoratori (come ci vorrebbero fare credere quelli che pensano che i problemi dei Pigs dipendono dal fatto che lavoratori guadagnano troppo) ma perché fa i treni più veloci e più verdi – risultato di una forte politica industriale e di innovazione.

Una volta riconosciuto che i diversi livelli di competitività nell’Ue sono colpa delle marcate differenze nei livelli di investimenti pubblici e privati, dobbiamo mettere in moto ogni strumento di investimento disponibile, sia a livello nazionale che a livello transnazionale. Per esempio il budget della Commissione europea per l’innovazione (80 miliardi di euro!), i fondi strutturali della Commissione europea destinati a progetti innovativi con adeguate prospettive di fattibilità e vantaggio “sociale” – e ovviamente la Banca europea per gli investimenti (Bei).

Quando è scoppiata la crisi finanziaria, la Bei ha incrementato i prestiti approvati dagli 890 milioni di euro del 2007 ai 4,2 miliardi del 2009. Nel 2011 questa cifra è scesa drasticamente a 703 milioni, soprattutto a causa dei timori che la Bei potesse perdere il suo rating in tripla A e a causa della mancanza di consenso, tra i Paesi dell’Unione Europea, sul grado di attivismo dell’istituto. Se si vuole che la Bei oggi giochi un ruolo attivo, è necessario ricapitalizzarla usando i fondi strutturali non utilizzati e ricorrendo al cofinanziamento delle obbligazioni della banca con quelle emesse dalla Bce. Ma per fare una cosa del genere è indispensabile che la Bei venga vista come uno strumento importante per favorire investimenti produttivi, in particolar modo nei Paesi della periferia (i Pigs).

Ovviamente sarà necessaria anche una gestione adeguata “sul terreno” di questi investimenti: i ministeri e le aziende delle nazioni che ricevono i prestiti devono essere gestiti in modalità conformi ai parametri europei correnti. I salvataggi e i prestiti dovrebbero essere vincolati a questo tipo di parametri e “condizioni”, non alle condizioni del fiscal compact basate sull’austerity, che servono solo a determinare un circolo vizioso di assenza di crescita – salvataggio – misure di austerità – assenza di crescita – salvataggio e così via. E quello che forse è il pericolo maggiore: una perdita di solidarietà tra i Paesi europei che alimenterebbe le forze conservatrici e produrrebbe solo paura – non il coraggio necessario per cambiare strada.

Il convitato di pietra è la domanda interna

Il convitato di pietra è la domanda interna

Fabrizio Galimberti – Il Sole 24 Ore

A guardare alle grandezze finanziarie, l’economia italiana non sembra messa male: la Borsa, malgrado gli inciampi delle ultime settimane, segna un +17% rispetto a un anno fa, i tassi dei titoli pubblici (vedi l’asta BoT di ieri) sono ai minimi storici, i tassi pagati da famiglie e imprese sono anch’essi più bassi di un anno fa… Ma quando si passa alle grandezze reali la musica cambia.

L’inflazione ha cambiato pelle ed è diventata deflazione: dieci città vedono il segno “meno” nella dinamica dei prezzi. Anche se parte della discesa dei prezzi viene da una “deflazione buona” (legata alla tecnologia – vedasi il -9% sui 12 mesi dei prezzi delle comunicazioni), non vi è dubbio che la parte maggiore è una “deflazione cattiva”, figlia della debolezza della domanda. E il resto dell’economia reale? Il calo del Pil fotografa un Paese che prende una polmonite quando il resto del mondo prende un raffreddore.

Come risolvere questa discrasia fra economia finanziaria ed economia reale? Prima di rispondere menzioniamo un’altra discrasia, anzi due. Primo, non tutti i dati recenti sono negativi: alla fine dello scorso trimestre la produzione industriale è risalita, e la disoccupazione è scesa. Secondo, e più importante: i dati “fisici” e quelli della fiducia danno due letture completamente diverse. Sia gli indici Pmi che le inchieste sulla fiducia (delle famiglie e delle imprese), sia le attese di produzione che i “superindici” anticipatori dell’Ocse danno l’immagine di un’Italia che avanza. Anche se alcune di queste buone notizie devono essere prese con le pinze (per esempio, il livello degli indici Ocse indica, per ragioni tecniche, che l’Italia farà meglio rispetto a un “prima” desolante e che non che fa meglio degli altri Paesi), non vi è dubbio che le due letture sono diverse. Insomma, i dati non rimano. Cosa c’è, allora, «sotto ‘l velame de li versi strani»?

A questa domanda si può dare una risposta tecnica e una politica. La risposta tecnica riposa sul fatto che troppe statistiche sono ancora basate su un’economia di “grano e acciaio” e non colgono appieno il divenire di un apparato produttivo che – proprio sotto la sferza della recessione – cambia pelle: cambia la composizione dei prodotti, che non è catturata da indici a pesi fissi, cambiano i segmenti di valore aggiunto e le quantità fisiche sono inadeguate a raffigurare colori e contorni di un’economia che cerca nuove strade.
La risposta politica guarda a una società che ha riposto troppe e messianiche speranze nel nuovo Governo. Le riforme istituzionali, come il superamento del bicameralismo perfetto, sono importanti, anche per l’economia. Ma non hanno effetti immediati e consumano capitale politico.

Altre riforme, come quelle della pubblica amministrazione, sono – era inevitabile – annunci che attendono la fase decisiva dell’applicazione. E il Jobs Act potrebbe – e non è detto – migliorare il mercato del lavoro se detto mercato ricevesse il carburante della domanda. È la (mancanza di) domanda il convitato di pietra al tavolo delle riforme. Quando il Governo Renzi decise di destinare risorse a far ripartire l’economia, poteva agire sulla domanda (sgravi alle famiglie) o sull’offerta (sgravi alle imprese). L’investimento risponde al profitto netto atteso, e avrebbe potuto rispondere a sgravi su imposte e/o costo del lavoro; ma risponde anche e forse soprattutto alle prospettive di domanda, e in questo caso gli sgravi alle famiglie potevano aiutare.

Nella fattispecie, i famosi 80 euro non sembrano aver avuto molto effetto, anche se è presto per giudicare (sono arrivati a fine trimestre) e in ogni caso il giudizio dovrebbe prendere a paragone l’inconoscibile, cioè quel che sarebbe accaduto senza sgravio. Sulle prospettive della domanda pesa anche il futuro. Una piena adesione alle regole cieche del Fiscal Compact impartirebbe un altro duro colpo all’economia italiana. La strategia del Governo Renzi sembrava essere quella di affidarsi alla ripresa per validare a posteriori una politica di bilancio arrischiata, fondata su stime ottimistiche dei risparmi di spesa. E la ripresa non poteva che arrivare dal traino esterno, dato che l’economia italiana non può sollevarsi da sola. Questa scommessa era – ed è – l’unica possibile nell’immediato, e non è ancora persa. L’economia americana tira e la Cina non si ferma. Il punto interrogativo sta nel Paese motore dell’economia europea: una Germania che rallenta restringe sbocchi al nostro export. C’è solo da sperare che il rallentamento favorisca atteggiamenti meno sordi rispetto alle giuste richieste di flessibilità nelle regole di bilancio.

Ma l’economia non è fatta di solo export. La parte maggiore è la domanda interna, anche se l’export può fare da volano. E ci sono modi di favorire la domanda interna: le riforme a costo zero, da tempo proposte. In cima alle quali c’è l’allentamento della più pesante palla al piede che da troppi anni azzoppa l’economia: l’oppressione burocratica, l’incertezza e le lungaggini delle autorizzazioni, le frustranti litanie di ritardi e di veti… Nodi intricati che attendono ancora chi sappia porli in cima alla lista delle cose da fare.

Un confine tra passato di crisi e futuro di ripresa

Un confine tra passato di crisi e futuro di ripresa

 Alberto Quadrio Curzio – Il Sole 24 Ore

Il calo del Pil italiano del secondo trimestre conferma una discesa che prosegue dal terzo trimestre del 2011. L’attenuazione del calo sui dati tendenziali trimestrali non basta a tranquillizzare e quindi bisogna che il Governo sia in Italia che in Europa (e con il supporto di tutte le forze produttive) tracci un confine netto tra un passato di crisi e un futuro di ripresa.

Il Pil trimestrale. Un calo dello 0,2% sul trimestre precedente e dello 0,3% sul corrispondente trimestre del 2013 (con “calo acquisito” del Pil per il 2014 dello 0,3%) è preoccupante, anche perché riguarda tutti e tre macro-settori dell’economia (agricoltura, industria, servizi). La variazione delle domanda interna è nulla mentre la componente estera è negativa per gli effetti della crisi Russia-Ucraina che intaccherà anche i prossimi dati tedeschi. Meglio è andata la produzione industriale che è cresciuta in giugno su maggio e nel primo semestre 2014 sul corrispondente del 2013 ma che non ha compensato i cali del Pil.

La lunga crisi italiana. Per varie ragioni (politiche,economiche,fiscali) siamo rimasti più esposti alla crisi di altri grandi Paesi della Eurozona anche perché la nostra non-crescita ha una storia lunga. Limitandoci agli ultimi 10 anni, dal 2005 abbiamo avuto una crescita media annua molto più bassa dell’Eurozona. Nel quinquennio 2005-09 abbiamo avuto un calo medio annuo di circa lo 0,4% mentre la Uem è cresciuta dello 0,7%. Dunque una differenza di 1,1 punti percentuali in media annua. Sul 2010-14 l’Italia è calata circa dello 0,3% medio annuo mentre la Uem è cresciuta dello 0,7%. Dunque una differenza di 1 punto percentuale annuo. Non sono differenze da poco.

Le cause di questo divario sono state analizzate dall’Fmi, dall’Ocse, dalla Commissione Europea, dalla Banca d’Italia e anche nel Def del Governo presentato alla Commissione europea in aprile. Consideriamo solo tre temi italo-europei interrelati e relativi alle istituzioni e agli apparati, all’economia e agli investimenti, all’Europa e alla crescita.

Le istituzioni e gli apparati. Dal 2005, in 10 anni, abbiamo avuto sei governi (Berlusconi, Prodi, Berlusconi, Monti, Letta, Renzi) mentre negli altri tre grandi Paesi europei (Germania, Francia, Spagna) le successioni sono state quelle delle legislature. Ha ragione Padoan nel ritenere che le riforme costituzionali e istituzionali possono avere un impatto sull’economia dando certezza di durata ai Governi e semplificando i processi legislative. Ma questo non basta perché certezza e fiducia vanno di pari passo con le riforme, purchè siano quelle necessarie. Il che, stando alle osservazioni degli organismi internazionali, non è accaduto in Italia anche se nel decennio 2001-2011 c’è stata una sostanziale continuità dei Governi Berlusconi, salvo la parentesi di Prodi 2006-2008. In Italia troppe riforme epocali sono state solo annunciate, altre buone insabbiate, altre infine sbagliate. È mancata quella continuità realizzatrice che antepone l’interesse nazionale alla partigianeria politica (forte persino dentro i singoli partiti) e alla critica fine a se stessa ma è anche mancato un forte supporto tecnico degli apparati pubblici. Perciò la riforma degli apparati pubblici è essenziale come ci chiede l’Europa per arrivare alla certezza, stabilità e semplicità delle norme, alla rapidità della giustizia, allo snellimento della burocrazia. È infatti evidente che la nostra “macchina pubblica” non è efficiente (anche se ci sono non pochi tecnocrati capaci) causando costi diretti in termini di spesa pubblica e costi indiretti sui cittadini e le imprese. In queste riforme il Presidente del Consiglio Renzi deve mettere molta determinazione utilizzando anche le competenze necessarie per correggere evitando di distruggere.

L’economia e gli investimenti. Le urgenze dell’economia richiedono anche alcune, poche e chiare, accelerazioni. Tutti sanno che l’Italia ha limitatissimi spazi di finanza pubblica a causa dei vincoli europei. Tutti sanno anche che la manifattura italiana esportatrice è stata la rete d’acciaio che ha tenuto insieme la nostra economia (e anche di più) durante la crisi. Non sempre si ricorda però che gli investimenti totali (pubblici e privati) sul Pil (per di più calante!) sono scesi dal 22% del 2007 al 17% del 2013 e che le previsioni indicano una ripresa così lenta che solo nel 2019 ritorneranno al 20%. Cruciale è perciò il rilancio degli investimenti sia nel partenariato pubblico privato sia nelle imprese per creare innovazione, reti e crescita dimensionale delle imprese, infrastrutture. Il Governo, così come quello Letta, ha messo in campo varie misure per l’economia reale (dalla nuova Sabatini, allo sblocca-Italia, alla riduzione del cuneo fiscale, al potenziamento dell’Ace) ma non basta. Per questo ci vuole presso la presidenza del Consiglio una task force di raccordo tra i ministri dello Sviluppo e delle Infrastutture, la Cassa Depositi e prestiti, il sistema imprenditoriale e bancario per massimizzare l’uso delle risorse della Bei e del Quadro Finanziario poliennale della Ue. E anche per orientare agli investimenti delle imprese la liquidità che da settembre verrà dal Tltro della Bce.

L’Europa e la crescita. Padoan ha rassicurato che il limite del 3% del deficit sul Pil non verrà superato senza bisogno di una manovra aggiuntiva. Speriamo che sia così ma in ogni caso riteniamo che si debbano scegliere delle priorità per la crescita che riguardano l’Italia e l’Europa. La nostra priorità è la spending review dove il programma Cottarelli è già ben definito. Forse non si potranno avere i risparmi lordi annui di 7 miliardi nel 2014, di 18 nel 2015, di 34 nel 2016. Basterebbe la metà dei risparmi, purché certa, da riallocare in parte agli investimenti. Poi bisogna passare con la stessa logica a valorizzare i tanti patrimoni pubblici anche per ridurre il debito senza danneggiare il Pil. Sugli investimenti il Presidente del Consiglio deve mettere tutto il suo peso politico sul presidente della Commissione europea Juncker non solo per spostare almeno al 2017 il nostro pareggio strutturale di bilancio (ce lo meriteremmo perché, come documenta Fortis, siamo i campioni europei degli avanzi primari a danno della nostra crescita) come sarà di certo per Francia e Spagna. Bisogna anche spingere (come chiede persino l’Fmi) l’Europa ad una politica espansiva con gli investimenti infrastrutturali e mettere la Germania di fronte alle responsabilità del suo eccesso di risparmio e di vari surplus dovuti non solo alla sue virtù ma anche alla sua miopia.

Perciò l’Italia ha bisogno di un Commissario europeo forte all’economia reale che, pur nel rispetto “alla Draghi” del ruolo europeo, supporti l’attuale incisività politica di Renzi per evitare a noi e all’Europa un declino lento ma certo.

 

Carissimo Matteo, mi ricordi Schettino

Carissimo Matteo, mi ricordi Schettino

Maurizio Belpietro – Libero

Non so se avete presente quei bambini che, presi in flagranza di marachella, insistono a dire di non aver messo le mani nella marmellata. Ecco, il governo mi pare si stia comportando esattamente come i ragazzini che negano l’evidenza. Ieri ad esempio il pur bravo e serio Graziano Delrio, sottosegretario alla presidenza del Consiglio, in un’intervista al Corriere della Sera si ostinava a dire che, nonostante i dati del Pil diffusi dall’Istat, alla fine dell’anno il Prodotto interno lordo sarà vicino all’uno per cento in più. Per l’ex sindaco di Reggio Emilia gli analisti dell’istituto di statistica cui compete di rilevare gli andamenti economici sottostimerebbero la lotta all’evasione e gli impegni di spending review. Insomma,sbaglierebbero tutti, tranne Delrio e Matteo Renzi.

Stesso atteggiamento – almeno in apparenza – delle parti del ministero dell’Economia. Al pari del sottosegretario, Pier Carlo Padoan ripete che non ‘è da preoccuparsi se l’economia arretra invece di avanzare. Per risolvere la situazione e ripartire bisognerebbe spendere, far tornare a crescere i consumi. «Spendete», ha ripetuto il gran capo dei conti anche di fronte al flop degli 80 euro, respingendo le perplessità degli analisti e dell’opposizione. Non di meno le parole di uno dei consiglieri più ascoltati del presidente del Consiglio, l’economista israelo-americano Yoran Gutgeld, ora deputato del Pd. Per lui non ci sarebbe nulla da temere. Nonostante il calo del Pil bisognerebbe insistere nella direzione tracciata. Per il super consulente ci vorrà del tempo, magari tre anni, ma alla fine la ricetta miracolosa del governo funzionerà.

La verità è che, come i bambini presi con le mani nella marmellata, né Delrio né Padoan sono molto credibili. Le loro giustificazioni per il brusco calo dell’economia appaiono di rito, quasi come quelle del comandante Francesco Schettino già si preparava a salire su una scialuppa e a raggiungere l’isola del Giglio. Ora l’ex capitano della Concordia insegna impunemente come gestire il panico all’Università e le sue vittime – tranne una – riposano in un cimitero.

Certo, tra la nave della Costa Crociere e l’Italia ci sono diversità. Il nostro Paese a differenza del condominio viaggiante affondato per incoscienza mentre si inchinava davanti a un’isola non è adagiato sul fondale del Tirreno, ma rischia di finirci. I pericoli della situazione italiana sono evidenti. L’economia è ferma ma la disoccupazione aumenta. Il Prodotto interno lordo cala e le entrate potrebbero presto diminuire. Il debito pubblico cresce e in capo a poche settimane potrebbe aumentare anche lo spread. Come si fa a ripetere agli italiani di stare tranquilli? Come si fa a invitare tutti a tornare nelle proprie cabine quando la nave rischia di affondare? Come si può essere così irresponsabili da respingere l’offerta dell’opposizione per un governo di unità nazionale? In condizioni simili, dopo il fallimento di tre governi straordinari – uno tecnico (il peggiore) e due politici (ma non scelti dagli elettori) – c’è poco da scherzare, come ha fatto capire ieri la sferzata di Mario Draghi. Soprattutto, c’è poco da rassicurare e fare i bulli. Di comandanti Schettino non abbiamo bisogno. Semmai abbiamo la necessità di un governo che abbia il coraggio di decidere e varare in fretta le riforme di cui questo Paese ha necessità. Che non sono quelle elettorali o la finta abolizione del Senato. Come ho scritto ieri, con quelle non si mangia. C’è bisogno d’altro. Di quel che ha detto ieri il governatore della Bce: nuove regole per il mercato del lavoro, meno tasse, un drastico taglio della burocrazia, una giustizia che funzioni. Ma per fare questo non serve continuare a ripetere di stare tranquilli. Né ci si può illudere che prima o poi l’Europa ci consentirà di allentare i vincoli di bilancio che ci costringono a una politica di rigore. Ancora Draghi è stato chiarissimo sulla necessità di darci una mossa, pena il commissariamento: non ci sarà alcuna concessione della Merkel o di Hollande e sperare che la nomina di Moscovici all’Economia ci favorisca è una pia illusione.

Renzi-Schettino la smetta dunque di ballare sul ponte di comando con Dominika. Blandire gli elettori, stordirli di parole e promesse non servirà a portare in salvo la nave con il suo equipaggio e i suoi viaggiatori. L’inchino per ottenere più consenso e più applausi finirà come è finita la Concordia: in fondo al mare. Se non vuole questo finale, se non vuole un default o un’uscita dell’euro, cosa di cui molti ormai parlano, il premier si svegli. Una manovra che non ci faccia affondare è ancora possibile.

Gufi e Pil

Gufi e Pil

Enrico Cisnetto – Il Foglio

Anch’io, come l’ottimo Giovanni Orsina, mi domando se Renzi mi abbia inserito nella lista dei “gufi” che da mesi evoca come i suoi veri oppositori (già, gli altri o fanno parte della maggioranza parallela o si sono liquefatti). E temo – pur contando sulla sua amicizia – che l’Elefantino mi voglia schiaffare d’autorità in quella che lui chiama, non senza ragione, «carognesca èlite» perché ho il vizio di badare alla fastidiosa variabile che si chiama andamento (congiunturale e strutturale) dell’economia. Sì, quel viziaccio che mi aveva procurato guai con il facondo Berlusconi (quello dei «ristoranti pieni»), con l’iracondo Tremonti (quello dell’Italia che «sta messa meglio degli altri»), con l’algido Monti (quello del «cresci Italia») e con il cocciuto Letta (quello della «luce in fondo al tunnel»). Tuttavia accetto il rischio e scanso ogni esitazione: l’avevo detto.

Sì, l’avevo detto che delle ripresa non c’era neppure l’ombra, anzi che saremmo tornati in recessione. L’avevo detto che gli 80 euro non si sarebbero tramutati in consumi e che quella non era la misura giusta (se non ai fini elettorali) per far riprendere la nostra economia. L’avevo detto che l’export non sarebbe bastato, intestato com’è a solo 12-15mila imprese, e che la crescita si fa solo con gli investimenti, a loro volta figli di una politica economica e industriale da piano Marshall. Così come avvertito di non dare la colpa a Bruxelles e Berlino – che pure ne hanno – perché sono un alibi a non fare. Come ora è un alibi dire che siamo in recessione perché si è fermata la Germania: il crollo dell’export è stato con i paesi extra Ue. Già, avevo visto meglio del Def (ci vuole poco). Ma non me ne vanto. E non traggo (ancora) conclusioni su Renzi e il suo governo. Insomma, io (come altri) guardavo la realtà, non facevo né il pessimista piagnone né tantomeno tifavo per la conservazione, né quella ideologica né quella in nome di interessi. Ho avuto ragione, ma me ne dolgo.

Non godo affatto nel sentire tornare la parola recessione nel lessico quotidiano. Non mi piace dover mettere in fila ben 17 trimestri con il Pil in rosso sui 28 trascorsi da inizio 2008. Anzi, soffro a vedere che ben 12 degli ultimi 13 trimestri hanno il segno medio davanti (unica eccezione il quarto trimestre 2013). E mi cospargo il capo di cenere. Sinceramente. Chiedo, però, solo una cosa: vorrei che chi ha sbagliato previsioni e scenari almeno avesse la franchezza di ammetterlo. E, soprattutto, che non diventasse recidivo. Eh sì, perché tra Renzi e Padoan non solo autocritica saltami addosso – abbiamo fatto tutto bene, la ripresa è lenta (veramente è la recessione ad essere svelta) ma se perseveriamo arriverà – ma pure giurano che «non c’è bisogno di fare alcuna manovra correttiva». Sicuri? Mi pare improbabile che, con il Pil che scende al denominatore (tre decimi di punto nel primo semestre), il deficit programmato nel Def al 2,6 per cento non sia da ricalcolare. Starà comunque entro il 3 per cento? Forse, ma sappiamo che l’Ue non farà sconti e visto che non ci ha concesso di far slittare il pareggio di bilancio dal 2015 al 2016 potrebbe chiederci di cominciare a limare fin d’ora. Inoltre molti dei provvedimenti del governo, a cominciare dagli 8 euro, sono assolutamente privi di reale copertura – se non si vuole usare la solita presa in giro dei proventi derivanti dalla lotta all’evasione e dalla spending review – e da qualche parte dovranno pur saltar fuori, e i margini di manovra sono stretti, come ha palesato la vicenda dei “quota 96” in cui la maggioranza ha dovuto rimangiarsi quanto promesso. Se infine aggiungiamo che, per effetto della deflazione, gli interessi sul debito ci costeranno altri 17 miliardi, solo parzialmente compensati dai bassi tassi pagati sui titoli di Stato, si capisce come l’intervento correttivo dei conti pubblici – per almeno una ventina di miliardi – sia una necessità e non l’ennesima invenzione dei menagramo. Anzi, rimandare a domani quello che andrebbe fatto oggi provocherà solamente l’acutizzarsi dei problemi e la necessità di intervenire ancor più pesantemente in futuro. No, purtroppo non c’è alcun iperbolico avanzo primario che tenga. La manovra andrà fatta. A meno che…

Ecco, c’è un solo modo per evitare i soliti tagli lineari e le solite tasse più o meno occulte: cambiare completamente registro. Sì, dotarsi di coraggio e dare la scossa che serve al paese attraverso una tripla azione di governo. Da un lato, un’operazione straordinaria sul patrimonio pubblico finalizzata sia all’abbattimento dello stock di debito che a rilanciare gli investimenti pubblici e favorire quelli privati, abbassando le tasse sulle imprese e sul lavoro. Dall’altro come ha suggerito il viceministro Calenda, un piano industriale nazionale che ci consenta di incrementare la quota sul Pil del manifatturiero e dei servizi ad alto valore aggiunto. Infine, avviare riforme strutturali – vere – che siano in grado di tagliare di 7-8 punti sul Pil quella spesa pubblica che, ultimi calcoli, nel 2014 arriverà a superare gli 825 miliardi., 16 in più di quanto programmato e il 7,8 per cento in più del 2013. Lo so, si tratta di politiche impegnative, faticose. Ma, senza, l’esito è già scritto. E ora, se credete, imbalsamatemi e mettetemi pure nella stanza dei gufi. Sic.  

Basta aspirine, costringiamo l’Ue a sostenerci

Basta aspirine, costringiamo l’Ue a sostenerci

Gaetano Pedullà – La Notizia

Sai che sorpresa il dato dell’Istat! Come se vedere un +0,2 o un -0,2% cambiasse la realtà dei fatti: siamo alla canna del gas! Troppi anni di tagli agli investimenti, di disoccupazione galoppante e di consumi al lumicino non potevano che portarci nel baratro in cui siamo. Adesso la sfida sta nel tirarci fuori dalla recessione. E qui le strade sono due, a meno che non vogliamo continuare a curarci con l’aspirina: o si esce dall’Eurosistema – con tutti i problemi che questo comporta, ma con la certezza che dopo un anno di immani sacrifici la nostra produzione industriale schizzerà alle stelle per effetto della svalutazione sulla nuova moneta – oppure si va prima possibile a Bruxelles per offrire uno scambio all’Europa. Noi mettiamo sul piatto una serie di riforme strutturali e l’Unione ci permette di mettere cento miliardi l’anno per almeno tre anni a disposizione della crescita, tagliando tasse e cuneo fiscale sul lavoro.

L’Europa e i tedeschi soprattutto faranno di tutto per mettersi di traverso, ma oggi in queste condizioni l’Italia per assurdo ha un argomento fortissimo con cui farsi sentire: il nostro mostruoso debito pubblico. Una cifra che, diciamo la verità, nelle attuali condizioni non potremo restituire mai. Allora piuttosto che perdere tutto o gran parte dei crediti è ora che la comunità – se è tale davvero – ci faccia scudo e aiuti la ripresa. Se invece comunità non è, tanto vale tornare presto alla lira. Perché una fine spaventosa è sempre meglio di uno spavento senza fine. E la prospettiva di decenni di manovre fiscali e austerità sono peggio di un film dell’orrore.

C’è poco da twittare: il virus è l’austerity e una delle medicine si chiama tagliadebito

C’è poco da twittare: il virus è l’austerity e una delle medicine si chiama tagliadebito

Guido Salerno Aletta – Milano Finanza

C’è poco da twittare: non ci sono gufi dietro i dati del secondo trimestre che confermano che l’Italia è ancora in recessione. Ci sono invece responsabilità politiche gravi, errori di strategia economica e l’incapacità di comprendere che le manovre economiche restrittive, affastellate senza sosta da tre anni a questa parte, non potevano altro che portare la nostra economia al coma. Né sono scusanti: il + 0,8% di Pil per quest’anno non è un obiettivo ereditato dal passato, dall’esecutivo Monti o da quello guidato da Enrico Letta. I dati del Def per il 2014 approvato appena quattro mesi fa portano la firma di Matteo Renzi e di Pier Paolo Padoan. Che ora il ministro dell’Economia, preso in contropiede, annunci che non ci saranno manovre correttive per l’anno in corso suona quasi scherno, visto che per la maggior parte dei padroni di casa c’è ancora la Tasi da pagare, tutta insieme: una tassa nuova di zecca il cui pagamento è stato rinviato a dicembre per tutti i Comuni che non hanno fatto in tempo a deliberare le aliquote e gli sgravi. La batosta, dissimulata dietro il rinvio tecnico, arriverà: l’ultimo trimestre dell’anno sarà il peggiore di tutti.

Il miglioramento del Pil nel 2013 è stato temporaneo, determinato dalla sospensione del pagamento dell’Imu sulla prima casa, un pegno elettorale pagato dal governo Letta al Pdl: ma quest’anno l’eccezione non c’è stata e i risultati si vedono. L’Imu o la Tasi sulle prime case non sono altro che un’addizionale all’imposta sul reddito delle persone fisiche: sono queste le tasse che hanno abbattuto strutturalmente i consumi delle famiglie. La legge di Stabilità 2015 comporterà una correzione di circa 20 miliardi perché alle spese che vegono finanziate annualmente, dalla cassa integrazione alle missioni militari all’estero, c’è da aggiungere la copertura per le promesse fatte dal premier in occasione delle elezioni europee: il bonus fiscale di 80 euro al mese costa 10 miliardi, di cui solo 3,5 sono già stati indviduati. Questa misura da sola vale mezzo punto di Pil.

L’entusiasmo dei neofiti è messo a dura prova dai numeri diffusi ieri. D’altra parte, dietro la sarabanda riformista si cela una buona dose di cinismo: ben sapendo che c’è poco da giostrare con il deficit, si è spostata la barra sulle riforme istituzionali dividendo il Paese tra chi vuole cambiare e chi resiste nel voler mantenere i privilegi. Ora la strada del governo è in salita: occorreva dare un segnale vero ai mercati abbattendo il debito, ma anche sulle privatizzazioni i ritardi si accavallano: le Poste rinviano la quotazione in borsa, mentre del buyback di azioni dell’Eni non si sa molto. La relazione al Parlamento del ministro Padoan sulla spending review è stata rinviata a data da destinarsi. Le vendite degli immobili da parte del Demanio sono difficoltose, come del resto sono vani i tentativi di qualsiasi cittadino che voglia vendere casa in fretta: non c’è più mercato per nessuno. Sono anni che vengono adottate misure fiscali demenziali che hanno massacrato il Paese senza risanare le finanze pubbliche: mentre il Pil è tornato indietro di 14 anni, il debito non è stato mai così alto.

Al Tesoro non si illudano: non ci sarà alcuna Troika che verrà a togliere le castagne dal fuoco, perché il solo annuncio di un intervento in Italia farebbe tornare l’euro vicino al collasso. Fmi, Ocse, Unione Europea e Bce, tutti insieme, hanno diretto l’orchestra che ha guidato le politiche fiscali. Ora tacciono perché dovrebbero ammettere di aver sbagliato tutto.  

Tagliare le tasse

Tagliare le tasse

Giuseppe Turani – La Nazione

Matteo Renzi si aspettava un risultato un po’ scadente, ma non così tanto: meno 0,2 per cento nel secondo trimestre dell’anno rispetto al primo (che aveva già fatto segnare un arretramento dello 0,1 per cento) è un risultato che non si presta a equivoci. E ha un solo significato, chiarissimo: tutto quello che si è fatto (o non si è fatto) finora per agevolare la ripresa in realtà si è rivoltato contro di noi e ci ha rimandati indietro.

I politici hanno la memoria corta, ma nell’ultimo trimestre del 2013 la ripresa c’era stata, l’abbiamo vista, l’Istat l’ha certificata. Una ripresa piccola (solo lo 0,1 per cento sul trimestre precedente), ma comunque ripresa. Fine del Pil che va indietro invece di andare davanti. E si pensava che da quello 0,1 per cento si sarebbe proseguito verso valori più interessanti e importanti. Lo stesso premier Renzi deve aver ritenuto che fosse una cosa naturale, molto semplice. Ma non è stato così. Il segnale d’allarme (forte e chiaro) è arrivato subito, nel primo trimestre di quest’anno, che ha fatto segnare un arretramento dello 0,1 per cento. La ripresina, cioè, si era bruscamente interrotta e bisognava immediatamente mettere in campo qualcosa per riacchiappare un Pil che stava andando indietro e non avanti come era nei sogni di tutti e nelle aspirazioni del governo. Si è fatto tutto quello che era necessario e che sarebbe stato utile? La risposta è: no, evidentemente. Il governo ha continuato a tessere la trama delle sue riforme nella convinzione, probabilmente, che ormai la crescita fosse come una pianta di fagioli che vien su da sola. Ma in economia (soprattutto di questi tempi) non c’è niente che mette radici e punta verso l’alto in modo spontaneo. Anche l’allarme del primo trimestre è stato ignorato.

Che cosa è mancato? Molte cose. Intanto una vera riforma del mercato del lavoro. Qualcuno dice che la nosra legislazione in materia andrebbe semplicemente buttata via e rifatta ex novo (professor Giulio Sapelli). Ed è difficile non concordare: più di 2mila articoli di legge regolano il lavoro in Italia. E solo specialisti di alto livello ci capiscono qualcosa. Figurarsi gli investitori stranieri, abituati a cose molto più semplici. Poi c’era l’eterna promessa di tagli alla spesa pubblica. Promessa ribadita in modo solenne da tutti quelli che sono passati per Palazzo Chigi negli ultimi vent’anni (e quindi anche da Renzi). Ma, salvo qualche limatura, non si è visto niente. Non avendo tagliato la spesa pubblica (in Italia quasi un milione e mezzo di persone vive alle spalle della politica e quindi delle casse pubbliche), non si è riusciti a far scendere la pressione fiscale. Pressione che ormai raggiunge, in termini reali, il 53 per cento. Questo è il nodo vero: può essere che veda decollare un Paese con una simile pressione fiscale, ma non ci credo. Con questo livello di tassazione la gente è assai poco motivata e vive nel terrore di non riuscire a pagare le imposte.

Ma adesso cosa si può fare? Per il 2014 è ormai un po’ tardi. Qualunque misura avrà effetto solo nel giro di mesi e siamo già vicinissimi alla pausa estiva. Inoltre, in questa seconda parte dell’anno, la congiuntura internazionale è meno favorevole. Quindi non rimane che puntare sul 2015. Ma stavolta facendo davvero qualcosa di significativo: vendere qualche auto blu non basta. E nemmeno distribuire 80 euro. Per ripartire sul serio l’economia vuole vedere la pressione fiscale che scende, decisamente e regolarmente. In misura consistente.   

Nazareno Economico

Nazareno Economico

 Davide Giacalone – Libero

La recessione, confermata dai dati Istat, è una sorpresa solo per chi ha voluto credere alle favole. La contemporanea crescita della produzione industriale non smentisce quel quadro fosco, semmai conferma che scivoliamo perché continuiamo a mettere sulle spalle dell’Italia che corre la zavorra insopportabile dell’Italia inerte. Della seconda fa parte anche una politica tutta concentrata nel mostrarsi dinamica su temi che, nel migliore dei casi, daranno frutti in un tempo troppo lungo. Al contrario di quanti non riescono ad accettare l’idea stessa che esista un patto fra Renzi e Berlusconi, pertanto, a me sembra che quello sia destinato a restare roba politicista, se non sarà in grado di estendersi alle scelte economiche. Serve un Nazareno dell’economia. Altrimenti il primo sarà solo una parentesi nel nulla.

Ne trovo conferma nelle parole di Pier Carlo Padoan, che, rispondendo alle domande di Roberto Napoletano, si mostra ripetutamente stralunato e isolato. Assicura, il ministro dell’economia, che non supereremo il 3% del rapporto fra deficit e prodotto interno lordo. Il direttore del Sole 24 Ore, gli chiede, incredulo, come questo sia possibile, visto che la spesa corre, il debito sale e il pil scende. Risponde: «In base alle informazioni che ho adesso …». Siamo ad agosto, mancano quattro mesi alla fine dell’anno. Se quelle informazioni sono esatte, ci dica quali sono e in che consistono. Se sono campate per aria vuol dire che al ministero dell’economia guidano bendati. In ogni caso, il tema della stagnazione recessiva non è un esclusivo problema di contabilità pubblica, lo scivolare indietro e il non riuscire a far presa sul terreno e riprendere a camminare, non è un malanno solo dal punto di vista dei parametri e dei conti statali, è un dramma collettivo, un danno economico, un segno che il guasto è profondo. E mentre sui numeri statali si può raggiungere un qualche accordo (ci credo poco), o anche barare (non è bello, ma neanche nuovo), i conti con la realtà non si possono eludere. Non ho visto la faccia di Padoan quando il capo del governo di cui fa parte, Matteo Renzi, ha detto che punto più punto meno, cosa volete che cambi, oppure che l’estate, prima o dopo, arriva (affermazione inesatta anche dal punto di vista meteorologico). Non l’ho vista, ma la immagino.

Dice, Padoan, che si deve accelerare sulle riforme. Vero. Ma quali? Quella del Senato arriverà a compimento, in un epico scontro fra chi sostiene che nulla si deve toccare e chi ritiene che basta deformare per poter dire che è bello cambiare, nella prossima primavera. Quando sarà arrivata non servirà a nulla, senza passare da uno scioglimento del Parlamento. Sono tempi manco parenti di quelli dell’economia. Ma, dice Padoan, conta la riforma del mercato del lavoro. Vero. Ma quale? Si rende conto che, fin qui, siamo solo a un decreto sui contratti a tempo determinato? Senza contare che lo si è fatto passare dicendo che non intacca l’articolo 18 dello statuto dei lavoratori, il che, a parte che lo ignora, supera e seppellisce, dimostra una dipendenza ideologica da un conservatorismo che non possiamo permetterci. Per il resto, al momento mancano anche solo i progetti. Poi c’è la riforma della pubblica amministrazione, dice Padoan. Vero, ma dimostra il contrario di quel che lui crede: nel corso di quella discussione non solo una maggioranza parlamentare, ma il governo stesso di cui fa parte, per bocca di ministri, sottosegretari e del suo presidente, festeggiavano l’idea di mandare anticipatamente in pensione i dipendenti pubblici, in modo da assumerne altri. Supporlo significa non avere capito nulla di quel che ci accade. È vero che a fermare questa roba è stata la Ragioneria generale dello Stato, quindi un’amministrazione che dipende da Padoan, ma ciò ripropone la dicotomia dissociata fra chi imposta la politica e chi garantisce i conti. Fatto non nuovo e comunque pessimo. A questo aggiungete che Padoan dice di apprezzare molto il lavoro di Carlo Cottarelli, spettacolarmente scaricato da Renzi, e avrete composto l’immagine di un ministro isolato. Quasi estraneo al governo. Come se ce lo avesse messo un altro. Che è proprio quel che è accaduto.

Alcune cose sono state realizzate, dice Padoan, come la delega fiscale. Vero, ma dimostra che serve un Nazareno economico. Perché quella delega è stata resa possibile anche dal lavoro di Daniele Capezzone, in qualità di presidente dell’apposita commissione parlamentare, esponente dell’opposizione. È la conferma di quel che sosteniamo, da mesi.

Non mi disturba affatto l’esistenza del Nazareno. Sostengo, però, che l’equivoco va chiarito al più presto: se porta alle elezioni, per consentire a Renzi di restare capo del partito maggioritario e a Berlusconi di restare dominus di quello indispensabile affinché il primo non pedali a vuoto, allora ci si deve sbrigare; se, invece, punta alla legislatura, allora deve allargarsi all’economia. Altrimenti diventerà un patto fra incoscienti, incapaci e disperati.